Le recensioni nella mail novembre parte 1

foto marina muolo

foto marina muolo

Five on Four dei Minimal Whale (Marsiglia Records) mi era pure presa bene, per i primi secondi, prima di sentire il cantante e avere dentro me un riverbero Korn, dei quali non mi è mai fregato niente. Il sax tenore e la chiusura dal minuto 3 della canzone sarebbero bellissimi, strumentali. Pensateci. Per il resto del disco, ci sono anche delle belle idee, le parti peggiori sono quelle della chitarra solista in Cage. Visto che però il disco peggiora a vista d’occhio dalla seconda canzone compresa in avanti, al secondo ascolto ho pensato di chiuderla qui, al pezzo numero 3. Non è malissimo come album in realtà, ma è freddo come il vento di febbraio in mezzo al campo abbandonato di sterpaglia e non c’è nulla che mi trattenga più a lungo ad ascoltarlo. Il disco si chiama come loro. Mi era sembrato fighissimo Worthless Ep degli Zail (DreaminGorilla Records), che potevano anche cambiare nome da subito però. Pezzo 3, e non vedo l’ora che sia finito il disco, sono già molto stanco perché inevitabilmente mi vengono in mente i Depeche Mode e io proprio con loro non ce la faccio. Mi avevano detto i Battles, ma qui di ruote bisogna ungerne ancora. Agli Zail mancano i titoli delle canzoni, trovo che, in generale, non sia corretto dire che non ha senso replicare dei modelli, perché ci sono casi in casi in cui vengono replicati dei modelli e tutto riesce benissimo proprio perché non c’è niente di nuovo ma ci sono le canzoni scritte pensando alle canzoni e non all’effetto che faranno. Tutto il disco fa fatica ad andare avanti, c’è qualcosa che macina macina e non gira bene, compresa quella canzone che si chiama gamba d’oro, ma nel testo dice gambe d’oro, e che all’inizio mi piaceva un botto, dopo no. Quello che pronuncia l’inglese come fanno in Iran è un cantante. Basi come queste (Little Storm) non ne avevo mai sentite, e mi proiettano nella serenità e nella pace dei sensi appena inizia Tom&Jerry in una progressione che al minuto uno e cinquanta circa rallenta facendoti sperare che anche il tempo, fuori dalla finestra e in mezzo alla nebbia, rallenti, e che entri la nebbia a mangiarti il computer. Ma la nebbia in Romagna non è sempre così cattiva. Il topo e il gatto di solito fanno un gran casino, qui, una tristezza. A fare bolgia si fa come i Latex Teens First Attack (autoprodotto), che con il titolo del loro ep mi rendono curioso. Con la copertina anche, furbastri. Miglior disco ascoltato oggi, migliori titoli (Lasagni, Corri Pilotto corri, Andy cop boy, Latex e Un bacio per te). I miei amici della Concertini dicono atmosfere da b-movie, salto sulla sedia, e non so se è vero perché i b-movie me li ricordo con un sacco di colonne sonore diverse, quelli di Corman in un modo, quelli di Fernando di Leo in un altro. Quando qui da noi si dice b-movie ci si riferisce forse alla Polizia s’incazza e cose di quel tipo, e allora non mi pare che sia musica da b-movie quella dei Latex, e per fortuna. Georgia Keeling, voce in Latex, definitivamente compromessa con quel materiale e l’immaginario relativo, e dato che c’erano potevano chiamarsi latex teens fist attack senza troppo riguardo. Un po’ cinghioni, ma non riccardoni. Di Lasagni c’è anche un video, con gli unici zombi che non mi hanno stancato dopo tre secondi negli ultimi tre anni e tre donne che suonano al posto dei tre uomini che vi troverete di fronte se andate a vedere i Latex dal vivo. I Moheir, che si autoproducono, sono meglio dei Calibro 35, i Calibro 35 sono la noia. Il disco dei Moheir si chiama A Rough Soundtrack e se siete disposti ad accettare che oggi sono in modalità strumentale e hard cock ma forse domani non più, sarete disposti anche ad accettare che i Moheir a volte (Cinemon) sono un po’ rigidi ma me la fanno passare, con picchi di piacevolezza in Hammer Serenade e Heisenberg. Non bestemmio se nomino gli Zu, non così contorti, ma non bestemmio, no, se vuoi bestemmiare tu, bestemmia pure. Gli attimi da colonna sonora porno soft non me li aspettavo e sono rimasto così per Past Dust, non il momento migliore del disco, che comunque da lì in avanti è tutto un ascolto costellato di motivi non d’inquietudine ma di continui cambiamenti di percorso, alcuni opinabili (i piatti della batteria in An 80’s Italian Sunny Sunday). Nessuno canta, e i titoli delle canzoni non sono il massimo ma neanche male. Copertina quasi più brutta di quella dei Minimal Whale e sempre con gli ombrelli. Ancora sax in Bliss dei Captain Mantell (Dischi Bervisti, Overdrive Rec, DreaminGorilla Records e Xnot You Xme), che ascolterei tutto se non fosse che le prime due canzoni mi ricordano gli U2, i Black Keys e Jack White che prendono un drink trasparente insieme, e io odio i vecchi rocker che si ubriacano e ti molestano al bar in cui sei andato solo a vedere un concerto in pace. Titoli pesissimi, copertina contorta da genio del disegno col compasso. Se volete ballare ascoltate Don’t be scared, here are the Diplomatics dei Diplomatics (copertina stile Ramones, trascurabile, titoli del cazzo) ma non mandate più comunicati stampa chiedendo se sono pronto alla rivoluzione perché in questo modo potreste inconsapevolmente istigare alla reazione. I pezzi c’hanno anche il tiro, ma io dopo due mi sento stanco.

ciao

A New Era, le recensioni nella mail. Auden / BluNepal / Winter Dust

Pippone su tre primi album.

Love Is A Conspirancy degli Auden (V4V Records)

Love Is A Conspirancy è l’unico disco degli Auden, registrato nel 2002 e ripubblicato da V4V Records in ottobre 2013. Si tratta in effetti di un album emo (5 pezzi), con buoni arrangiamenti di chitarra e belle melodie distorte (il finale di My Wrong Sentimental Education) e non (l’inizio di My Wrong Sentimental Education). Il titolo è troppo emo e l’abum non è così emo, almeno non alla maniera più piagnona dei (per dire) Mineral. Non riusco a entrare dentro del tutto ai testi. In alcuni casi, e adesso cavatemi gli occhi, mi vengono in mente i Julia, solo con zero screamo. E i Van Pelt, per uscire un po’ dal tracciato. Non credo di bestemmiare se dico che le melodie vocali tirano (alcune) a Lee Ranaldo che scrive per i Sonic Youth. Però resta emo, si, le sonorità sono quelle, si, con la pronuncia inglese di un iraniano vissuto a Roma per qualche anno di lavoro (There Was Always Too Much Light In The Room). Gli Auden non si sono mai sciolti ufficialmente ma sono in letargo.

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal (Wasabi Produzioni e Green Fog Records). Togli agli Air il tocco vellutato e ai Mogwai la potenza e rimane molto meno di quello che avevi all’inizio. Ma tutto è molto più complesso di così. I BluNepal sono grandissimi scrittori (e forse anche improvvisatori) e hanno il merito di saturare l’elettronica ed evitare (YouZi) di abbandonarsi completamente all’easy listening. Il suono è però più freddo e artificioso, ma meno monumentale, del rock sperimentale a cui tra le altre cose si ispirano. Into The Cinema (The Storm) è pure un bel pezzo, ma è vecchio e non riesco a trovargli un aggettivo più adeguato. Putroppo, mi ricordano i Goblin, e quando succede è un tunnel da cui non riesco a uscire. C’è anche Tomorrow Never Knows, cover dei Beatles. Proprio come i Beatles la mettono alla fine del disco, ma è un’interpretazione troppo suonata e troppo lunga, che mantiene l’impostazione dell’originale perdendone tutta la delicatezza, un po’ come se fossero i Kula Shaker a suonarla. Il disco esce il 20 gennaio.

Autumn Years dei Winter Dust

Autumn Years (Voice Of The Unheard) è un altro album emo/post-rock, debutto 7 pezzi dei Winter Dust. Parte benissimo con Fake Beaches, poi si perde con Undertow, che all’inizio riproduce le onde del mare per proseguire con distorsioni e pianoforte, e terminare con le onde del mare. C’è molta confusione, e la batteria non sempre regge il tempo. Tornano di nuovo i Mogwai e i Giardini di Mirò, ne ammiro sempre le sonorità e gli echi ma non mi basta. Il pianoforte, strumento che dovrebbe dare spessore all’album, è a episodi invadente e non così necessario. Credo che il problema stia proprio nella confusione che si crea nell’arrangiamento: spesso gli strumenti sembrano scollegati (Birthday) pur ricorrendo a distorsioni e singalong, che dovrebbero amalgamare. Il pianoforte, ancora, crea un altro elemento scollato dal resto e non aiuta. Tutto è molto urlato, anche le parti più melodiche. Per questi motivi si perde la poesia della dilatazione e dell’esplosione tipica dei generi cui si vorrebbe far riferimento.

Ciao.

A New Era, le recensioni nella mail: What, really? / We Are US / La nevicata dell’85

What, really?

What, really? sono un trio power pop in parte di Trento in parte di Bologna. La prima canzone registrata, in casa e per divertimento (August, really?, non inclusa nel nuovo EP), era una partenza un pò indecisa. I cori gelano il sangue. Pure l’ingresso della batteria non è da meno. L’EP omonimo migliora le sorti dei What, really? che in Ninja Expert strizzano un pò l’occhio a quei furboni dei Franz Ferdinand. Alcuni giri di basso o chitarra però si trascinano (Dandy Hobo) e sembrano già stanchi. Al primo EP? Mi piacciono il piglio acerbo e le melodie della voce, che mi sembrano le cose migliori. Ophelia (Among the Flowers) ha un bel giro di chitarra ed è un bel pezzo, c’è la grinta che in Ninja Expert non esiste e pure qualche imbeccata alla Texas Is The Reason, e alla Yuck.

We Are Us

Dei We Are Us ho sentito tre pezzi, che si chiamano You, Talking to my baby e Call me, contenuti in And This Is You. Penso che siano abbastanza spontanei senza troppe pippe. Non so, la costruzione strofa-ritornello mi piace sempre e in questo caso corre via come deve, soprattutto in You. Prendete un giro di un demo del cazzo dei Nirvana e prosciugatelo di ogni disagio, ed ecco You. Talking to my baby aggiunge da questo punto di vista qualcosa in più rispetto a You, pur rimanendo veloce e indoloreA dare dei riferimenti mi viene da pensare, se penso male, ai No Doubt e ai Prozac+ (tutta colpa della strofa di You), se penso bene ai Blonde Redhead più ingenui e veri. Call me cambia registro rispetto a You e Talking to my baby, è più lenta, dilatata come My Bloody Valentine, ed è il pezzo più INTENSO dei tre. I We Are Us sono un duo.

La nevicata dell'85, Secolo

L’approccio emozionale di La nevicata dell’85 in Secolo (Fumaio Records, Dreamingorilla Records) non fa per me, e neanche i loro testi romanticamente senza via d’uscita; però il disco è suonato benone e il lavoro sulle chitarre non si può non notare. In generale, la mia negatività è dovuta all’effetto che continuano a farmi le cose alla Massimo Volume, e i Massimo Volume. Ma posso dare anche altri riferimenti: Giardini di Mirò o The Death of Anna Karina.
Frammenti è instrumental e ha una bellissima progressione verso la distorsione. Attuale è il miglior pezzo dell’album, l’incipit di Diorama il miglior momento. L’album in generale punta tutto troppo sull’eccessivo calcolo, sembra che neanche un passaggio o una strofa siano dettati dalla voglia di darci sotto alle corde o alle pelli e suonare, ma da quella di fare le cose come devono essere fatte. Atteggiamento giustissimo, ma portato all’eccesso finisce per svuotare le note. Vale un poco il discorso fatto per What, really?: la ripetizione a volte non giova ai pezzi, li stanca. (Streaming qui).