Nacqui nel 1978. Crebbi negli anni ’80. Alla fine delle elementari e per un po’ di medie ero un bambino stronzo che ascoltava solo i Guns n’ Roses. Nel 1990 avevo 12 anni e fu proprio l’anno in cui mi capitò per le mani il disco dei Green River Dry As a Bone/Rehab Doll uscito per Sub Pop. Arrivare ai Mother Love Bone, grazie a tutti i maschioni che mi circondavano e mi prendevano a calci, fu un attimo. A quel punto, qualche resistenza dei Guns si verificò ancora, ma presto li misi a prendere la polvere. Nel ’93 ero già bello impastato nei vari Ten, Nevermind, Badmotorfinger, Piece of Cake e forse anche Facelift, e pestavo già di brutto la batteria in un gruppo rock, quando incontrai un mio amico più grande di Macerone (FC), un giro diverso rispetto al mio, e gli chiesi: “Mario, qual è il tuo gruppo preferito?”, “Gli Husker Du” disse lui, “Aaaahh! Smells like teen spirit!” risposi io e voltai il sedere con la spocchia del pivello che ha da poco scoperto un mondo e gli piace solo quello. Di nuovo. Non lo vedevo, ma Mario dietro di me scuoteva saggio la testa. Era il grande Mario Macerone.
Gli Husker Du li ho dimenticati, per un po’ di tempo. Ma avevo un fratello più grande che a un certo punto mi disse basta sei un capellone, sparati i Black Flag. Non cambiai idea sui gruppi di capelloni però, pensai, come sono veloci questi, ascoltando i Minor Threat, che roba è? E, un giorno, arriva alle mie dolci orecchie New Day Rising, degli Husker Du. Fortissimo.
Non molto tempo fa (nel 2010) è uscito per Arcana “American Indie. 1981-1991, dieci anni di rock underground” di Michael Azerrad. Questo libro racconta la storia di Black Flag, Minutemen, Mission of Burma, Minor Threat, Husker Du, Replacements, Sonic Youth, Butthole Surfers, Big Black, Dinosaur Jr, Fugazi, Mudhoney e Beat Happening nei loro periodi musicali indipendendenti, cioè quando hanno suonato e inciso dischi o qualsiasi cosa di simile non per una major. Ci sono aneddoti, critiche, storie vere o presunte tali, c’è l’arrivo esplosivo di Henry Garfield, come il gattone, che poi diventerà Henry Rollins (Black Flag/Rollins band/attore e doppiatore in vari film) e la personalità catalizzante di Ian MacKaye (Minor Threat/Embrace/Fugazi), ci sono J. Mascis, Thurston Moore, Mark Arm. E altre cose di questo tipo. È un libro spassoso, che racconta le cose in modo semplice, senza mitizzare, anzi mettendo in mostra anche il lato più bestiale, più superficiale, più antipatico di tutti quei personaggi lì. C’è passione, si, ma l’autore non s’incensa. Lodevoli i capitoli su Minutemen e Mission of Burma. Leggetelo.
E mi chiedo: come avremmo fatto senza Husker Du?
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Wilco, i denti estivi spuntano fuori d’inverno
Da un pò di tempo ho iniziato a ripassare. In attesa del concerto dei Wilco del 9 marzo 2012 a Bologna, ho tirato fuori il loro “Summer Teeth” e ho pensato una cosa che avevo già pensato. Cioè che Via Chicago potrebbe essere considerata la canzone più semplice e commovente dei Wilco, se non ci fosse She’s a Jar, se non ci fosse We’re Just Friends e se non ci fossero Can’t Stand It, che non è commovente ma ha una chitarra da paura, e la doppietta Pieholden Suite + How To Fight Loneliness. Insomma, è una gran fatica, ma ciò significa che questo è un album sorprendente.
Ecco ora cos’altro ho ascoltato.
Sono partito da “Being There” e ho raggiunto la consapevolezza che, in effetti, ha qualche nota country di troppo, soprattutto verso il finale (19 tracce in tutto); poi, per non perdere il contatto con “adesso”, ho ributtato nel lettore “The Whole Love” (l’ultimo disco, l’ottavo, uscito da poco), uno dei vertici artistici toccati dalla fantasia della band; ho (ancora) capito che “Yankee Hotel Foxtrot” è difficilmente emulabile in quanto ad arrangiamenti/ritmi/testi e che “Sky Blue Sky” è, ora, per me, troppo riposante. Detto tutto questo, posso dire anche che “Summerteeth” ha risalito in fretta i gradini di un’immaginaria classifica dei preferiti wilcoiani. Il cui podio, dunque, attualmente è: 1. “The Whole Love”; 2. “Yankee Hotel Foxtrot”; 3. “Summer Teeth”.
“Summer Teeth” è solo il loro terzo album: risale al 1999. Insomma, mentre ci si scornava perchè il Grunge era Dead, questa band di Chicago (west contro quasi-east) si era già affacciata sulla scena per ben tre volte (la prima volta fu nel 1995, con “A.M.”, album notevole pubblicato dopo lo scioglimento degli Uncle Tupelo che invece, avendo esordito nel 1990, il Grunge lo avevano attraversato tutto, seppur da un punto ancora una volta geograficamente lontano da Seattle: dall’Illinois). Mi porto fuori dalla parentesi gli Uncle Tupelo. Sono considerati la navescuola dell’Alternative Country e fanno un occhiolino grande come una casa a Elvis, o per lo meno lo omaggiano, visto che il pelvico è nato a Tupelo. Quindi poco a che vedere con il rumore di superfuzzbigmuzz che si sentiva in quel periodo dall’altra parte degli States, anche se con quel rumore credo si possa dire che gli Uncle Tupelo abbiano condiviso le radici punk-rock. Quella dell’Alternative Country fu un’alternativa al suono di Seattle che io non preferisco, e non avrei preferito nemmeno allora, se l’avessi conosciuta, ma fu di gran lunga meglio degli Spin Doctors che uscirono nel 1992 con una roba da gran cighioni (la nota Two Princes) auto-proclamandosi alternativa “pulita” al Grunge… Davvero gli Uncle Tupelo suonavano spesso, riadattandola alle loro radici culturali, con la tigna degli Husker Du. E, oltre a questo, da quel Jeff Tweedy degli Uncle Tupelo sono nati i Wilco, “A.M.”, “Being There” e “Summer Teeth”, tutti buoni motivi per valutare positivamente gli Uncle Tupelo anche oggi, seppur un pò datati, solo per l’embrione che contenevano. Di Alt-Country in “Summer Teeth” non c’è traccia, o almeno a me non pare che ci sia.
“A Ghost Is Born” devo ancora ripassarlo, ma credo sia troppo rilassato e non credo potrà scalfire la mia classifica. “A.M.” e “Wilco (the Album)” sono più pericolosi. Vedremo.

