(Vai nei negozi di dischi): Vieri Dischi di Arezzo

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Norina on the left

Una sera di tanti anni fa guardavo Telefono Giallo con Corrado Augias e mia mamma. Parlando di un omicidio violentissimo e noi eravamo un pubblico attentissimo. C’erano gli ospiti in studio che uscivano dalla Tv a tubo catodico e ci parlavano con convinzione delle loro teorie e c’era Corrado Augias prima che si mettesse a scrivere le rubriche su Repubblica e i libri sui misteri delle città, come coso di Super quark e suo figlio, bravissimi, soprattutto il padre, ma nulla se paragonati alla tensione scaraventata dentro alla mia adolescenza da Corrado Augias. Omicidio provinciale violento e pubblico rapito, dicevo. A un certo punto un ospite ruba completamente la scena e la mia attenzione, non solo per quello che dice, anche per il suo nome: Pesce Delfino. Pesce è il nome. Io neanche rido quando lo sento, rimango muto. Pesce Delfino (psicologo, criminologo) aveva una pelata enorme e i capelli solo sopra alle orecchie: come Bersani, ma bianchi e un po’ più lunghi. È come se quella puntata di Telefono Giallo l’avessero trasmessa ieri. Pesce Delfino è rimasto incastrato nella mia testa. E ogni tot mi torna in mente, stavolta forse perché è passato da poco il primo aprile e lui ai tempi mi sembrava uno scherzo dentro al tubo: di solito su Rai 3 erano tutti seri, pettinati bene e avevano nomi normali. Quanti italiani potranno chiamarsi Pesce di nome di battesimo? Solo lui. E poi quali genitori, sapendo di fare Delfino di cognome, danno al figlio il nome Pesce? Due mostri.

Pesce: “Ciao Franco, a domani e buona serata”
Franco: “Ciao Pesce, grazie, buona serata anche a te”.

Strano eh? Magari all’estero il nome Fish è diffuso. Rob Fish ce l’ha come cognome. Ci sono molti gruppi che si chiamano qualcosa-fish o fish-qualcos’altro. Il primo che mi è venuto in mente è Three Fish. Ma perché? Non potevano venirmi i Lungfish? Su discogs ce n’è per sette castighi, più di 20.000 risultati di artisti che si chiamano Black-stocazzo, e quasi 3.000 che si chiamano Fish-stocazzo (comprendono anche i nomi e i cognomi di persona). Per fish è un gran risultato, un’ottima proporzione di fronte a “black”, l’invincibile.

Fin qui il mio contributo al 1° aprile, passato da 4 giorni. Volevo pubblicare questa cosa dei nomi 4 giorni fa in una extended version ma sono arrivato lunghissimo e alla fine l’ho fatta corta.

Solo 4 giorni prima del primo aprile quest’anno era Pasquetta. E del resto Pasqua quest’anno è venuta molto presto. A Pasquetta facciamo sempre una gita sul porto canale di Cesenatico a vedere la nebbia lontana resa fumosa dal sole primaverile, o una gita fuori porta. A casa mia le gite fuori porta iniziano sempre per caso. La loro imprevedibilità le rende sicuramente brevi: neanche un giorno intero, qualche ora, si parte alle 11 e si torna alle 21 al massimo. Quest’anno c’era il sole, quindi siamo partiti sicuri verso la meta: Montevarchi. Abbiamo preso una strada che ho nel cuore, l’E45, che ti permette di arrivare dappertutto senza mai beccare traffico neanche a ferragosto, gratis, da Ravenna a Roma, passando per Sarsina – dove dai tempi di Plauto e dei miei compagni di classe delle superiori scorrono ancora i più portentosi litri di alcool mai visti dalle nostre parti – poi per la Toscana e l’Umbria.

Ma cosa c’è a Montevarchi. L’outlet di Prada. Siamo arrivati dopo circa due ore e venti, passando da tutte le stagioni: partiti con la primavera, attraversato l’autunno a San Piero in Bagno, l’inverno scozzese di Verghereto, la stagione delle piogge della primissima Toscana e poi dritti fino al sole timido di Arezzo. A Montevarchi era grigio: un velo di tristezza circondava l’hub di Prada. Siamo entrati in quella scatola piena di aria viziata, memori dell’altra volta in cui la mia ragazza, che aveva proposto ardentemente la trasferta, era uscita con niente, io – che mi ero opposto con decisione al viaggio – con un paio di mocassini marroni da nonno ma della vita, pagati 80 euro perché fallati (mai capito dove). Erano di quei mocassini di cui si dice “quelli se li tratti un po’ bene ti durano tutta la vita”, allora ho deciso di comprarli. Ho già detto che saranno quelli che vorrò nella tomba. A pasquetta siamo usciti a mani vuote, sono viaggi che le donne fanno soprattutto perché piace dare un’occhiata.

Arezzo. Il negozio di dischi di Arezzo centro si chiama Vieri Dischi. Quando compri qualcosa in Italia chiedi una bustina, che in Romagna corrisponde alla SPORTINA. Sulla sportina di Vieri Dischi c’è scritto Vieri Norina Dischi, dove Norina è tutt’ora la titolare. Vieri è un nome validissimo per tutti noi, chiunque abbia visto il genio pre-Sweet Years all’opera con il riflesso della rete che si gonfia negli occhi non può che amarlo. L’alberto tomba del calcio. Norina, inveizi, l’era e nom dla zia dla mi murousa. Hohra, l’è diventato altro.

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Vieri Dischi è un posto classico, dove puoi trovare Vasco Rossi sia in cd che in vinile e dove davvero chiunque sia appassionato di musica di cui si parla in giro può trovare cose da portare a casa. Le novità la Norina le ha soprattutto in cd, all’ingresso a sinistra. Di fronte, i vinili, qualche novità ma soprattutto catalogo sempreverde. Poco prima di noi era entrato un ragazzo, che poteva avere 15 anni, che ha supplicato sua mamma di comprargli un cd. Alla fine, dai e dai ancora, ce l’ha fatta. Ho tentato in tutti i modi di allungare il collo il più possibile ma non sono riuscito a capire che album fosse. Posti come questo, con una fornitura tosta di cd nuovi, quindi in controtendenza rispetto alla moda dei vinili iper gadgettosi e più alla portata anche di chi non ha un giradischi ma ama ascoltare musica lo stesso, permettono di far succedere scene come questa: un 15enne vuole tantissimo un cd. Da grande, magari, torna da Vieri da solo a comprarne un altro, poi un altro. Quello che gli piace, qualsiasi cosa, che si porterà a casa e ascolterà mille volte e quando smetterà di ascoltarlo lo metterà in mezzo ad altri 50/100/500 cd che avrà collezionato, perché negli anni, magari, avrà continuato a provare gusto nel comprare musica su un supporto fisico. Non so sotto quale forma la musica ci verrà proposta quando avrà 35 anni, ma lui potrà guardare la sua collezione di cd, che non avrà rivenduto per tirare su 3 euro, e ricorderà qualcosa i suoi cambiamenti, gli scazzi, i momenti migliori e quelli normali.

Quando la mamma aveva già fatto lo scontrino ed era uscita dal negozio con un figlio felice, è entrato un gruppo di diciottenni, molto gasati dal momento. Tra loro, una ragazza che guardandosi intorno a un certo punto ha detto “Si, ma che tristezza”. Il negozio della Norina non è dei più allegri, ok, ma io ho pensato che il suo non fosse un commento all’ambiente ma più un “si, ok, mi avete fatto vedere un posto che vende dischi, ma è triste e non mi dà niente in più rispetto a spotify, anzi mi dà qualcosa in meno, me ne vado”. E infatti è schizzata fuori. Il desiderio forte del 15enne si è infranto di fronte ai miei occhi nel modo diverso di ascoltare musica di una ragazza poco più grande di lui. Lui è un giovane vecchio, che pur non essendo di una volta, apprezza non tanto i piaceri di una volta ma quello che una volta era normale e che oggi non lo è. Non solo i giovani comprano la musica, e questo non l’ha mai negato nessuno, ma lo fanno secondo le proprie voglie ed esigenze. Quindi vanno oltre la moda, o ai momenti di entusiasmo collettivo del branco.

O magari tra un mese il 15enne se ne sbatterà già il cazzo di comprare cd. Se la sua voglia di ascoltare musica svanisse nel nulla, lui si perderebbe tantissime cose, la madre perderebbe una cosa con cui avrebbe potuto di sicuro fare felice suo figlio: regalargli un disco. Consideriamo sempre che il mio discorso si basa su età attribuite a cazzo a due campioni d’indagine, che ho avuto davanti agli occhi per cinque minuti.

All’ingresso di Vieri dischi, quindi, ci sono le novità in cd (15-20 euro), i vinili nuovi (20-25) e quelli da catalogo (20). A destra, la cassa, sommersa di dischi, tra cui Il Volo Christmas Edition, un sacco di copie, rimaste sul groppo alla Norina. In seconda linea, reparti (metal e altro che non ricordo) differenziati per posizione ma non segnalati con un cartellino, un biglietto, una targa, un vaffanculo, un qualcosa cazzo. In fondo, sulla parete, i cd a catalogo, sistemati in espositori risalenti al boom economico dietro a un vetro, non chiusi a chiave, ma abbastanza nascosti, in ordine alfabetico ma senza lettere a facilitare la ricerca. Se vuoi qualcosa, te devi scannà a trovarlo.

Ed è lì, davanti a quegli scaffali, che la mia ragazza e io, insieme, quindi è vero, abbiamo percepito quel disagio. Non nostro, ma di Vieri dischi. Quel disagio che in un negozio di dischi é il succo del discorso, serve quando Norina riempie gli scaffali, a metterci dentro quello che ci mette dentro, a far trovare ai clienti quello che trovano. E a me quello che ho trovato me. Ero già conquistato da quel sentimento, quando mi volto e vedo uno scaffalino di cassette (ok le cassette stanno cercando in tutti i modi di tornare, ma lì è tutto come a casa mia, con la scatolina appesa al muro fatta su misura) e (colpo di grazia) gli espositori di plastica per altri cd. Cd ovunque, bello perché è un supporto da cui non posso staccarmi, sentimentalmente e quindi nella vita. In realtà, gli espositori plasticoni sono ancora abbastanza diffusi, probabilmente perché nessun negoziate vuole investire altro tempo, spazio o soldi per risistemare un supporto che la gente compra sempre meno, ma ogni volta che li vedo per me è come se fosse la prima. Quello che volevo, però, l’ho trovato dentro agli scaffali del boom economico: The Lemonheads, che avevo solo masterizzato, a 20 euro, e Loud di Rihanna a 10 euro. E da quello che ho visto sono rispettivamente il prezzo più alto e il prezzo più basso per i cd a catalogo.

Vieri dischi non è il mio negozio di dischi ideale, che limitandomi a cose che ho scritto corrisponde a un ibrido di Les Yper Sound e Rev Up, ma è un posto in cui andrei regolarmente se fosse vicino a casa mia, perché quando c’è uno spazio così ampio dedicato ai cd in catalogo, di tutti i generi, tutti insieme, vuole dire che c’è un continuo rifornimento e si possono trovare robe sempre.

Alla cassa, comunque, Norina non ha fatto una piega per il mio acquisto old but variegato. Del resto, Evan dando è sempre stato in bilico tra distruzione e bellezza, come Rihanna.

Meno chitarra più fuffa psych: Black Mountain, IV

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Le piste nere erano quelle che facevano solo gli sciatori veramente in gamba. La prima volta che me ne hanno parlato ero piccolo, dovevo farne di strada per arrivarci. M’immaginavo una pista coperta di neve nera su una montagna molto scoscesa, e nera di conseguenza. Era l’oggetto del mio desiderio e la mia paura, stando ai racconti degli altri quando una pista nera era seria, a percorrerla ti venivano i brividi su per la schiena. Ho ormai 40 anni e non ne ho mai fatta una.

Qualche anno fa ero seduto di fianco a un mio amico a una festa di compleanno e gli ho chiesto: “Cosa stai ascoltando adesso?”. Lui ha risposto “Mi fa impazzire quello nuovo dei Black Mountain”. Era appena uscito Wilderness Heart, io non l’avevo ancora ascoltato, quelli prima non mi erano piaciuti, ma visto che del mio amico mi fidavo ciecamente, quando sono tornato a casa l’ho scaricato subito.

È l’unica festa di compleanno collettiva a cui io sia mai andato. Con collettiva intendo organizzata da più di due persone (di quelle con due festeggiati da piccolo mia mamma ne ha messe in piedi un paio con una mia amica che si chiamava Elena, era molto bella e aveva quattro anni in più di me. Altra scuola, ha spostato un dottore dopo essere stata per una vita con un bulletto che non la meritava). Due festeggiati è roba anni 80, ora devono essere di più. Quella sera dei Black Mountain erano almeno tre. Ne conosci uno, quello ti invita, e sei fottuto: ti ritrovi in un posto con tutta la città dentro. Non era la mia situazione ideale. La location fighissima, eh: un capannone adibito a studio fotografico con gli attrezzi del mestiere lasciati lì nella stanza centrale, l’ingresso un po’ da stazione di Savignano sul Rubicone, un accostamento ambiente milanese/ambiente lasciato andare che rendeva tutto abbastanza grunge. Ma si raggiungono livelli immisurabili di presenzialismo sbandierato.
A proposito di Milano, quella sera sono finito nel discorso con una persona che diceva che avrebbe voluto viverci, io le avevo contrapposto la mia verità di provincia (max 100.000 abitanti), poi mi ero voltato a guardare la gente che ballava e avevo pensato che probabilmente a Milano in quel momento stava succedendo la stessa cosa: un compleanno collettivo al venerdì, quattro o cinque festeggiati, un terzo degli abitanti, una festa più o meno esclusiva. Stavamo riproducendo una situazione già finta di suo, quanto di sincero rimanesse alla fine non lo so. Credo poco. Imitare un modo di essere mi sembrava peggio di un modo di essere adottato per finta.

Le chiacchere con gli amici resero comunque la serata molto veloce. Era sicuramente un giorno tra il 17 e il 30 settembre.

Mentre tornavo a casa in macchina iniziò a piovere. Era il tempo ideale, con cui mi sentivo in sintonia. Non solo per la serata appena conclusa grazie a dio, ma per il presentimento di un errore che avevo commesso e che che non riuscivo a mettere a fuoco. La benzina cominciò a scarseggiare seriamente, io dovevo fare ancora qualche chilometro e mi fermai. Al distributore non c’era nessuno, o almeno così mi sembrava. Sono quelle situazioni in cui l’isolamento e la solitudine mi danno sicurezza ma mi fanno anche paura, e nessuna delle due è mai più forte dell’altra, così mi ritrovo in una situazione di indecisione che mi rallenta. E finisce che per fare una cosa per la quale servirebbero 2 minuti ce ne metto un treno. Proprio a un certo punto del lasso di tempo di troppo, infatti, vedo un’ombra sul fascio di luce della lampada industriale dietro alle mie spalle. All’improvviso mi si affianca una persona enorme. Alzo lo sguardo e vedo che è una donna, molto muscolosa e nera. È vestita con abiti luccicanti e piccolissimi rispetto a quelli che le andrebbero bene. Anticipo chi inizierà a pensare che sono un razzista perché ho messo un mostro nella storia e quel mostro è negro e travestito: è quello che mi è successo, ho incontrato una delle tante prostitute che si trovano su quella strada da maggio a settembre. Mi chiese solo se avevo bisogno di una mano, ma io avevo appena speso i miei 20 euro. La salutai con un sorriso e me ne andai. Non prima di avere avuto con lei questo dialogo:
– Ok (ride), per qualsiasi altra cosa sono qui
– Oh, bene, bene
– Non è la prima volta che ti vedo
– Si, vengo spesso a fare benzina, è di strada
– Passa a quest’ora, se ti annoi
– Ok, ci penserò.

Sorrisi e sgammai via. Continuava a piovere. A casa, la mia ragazza mi aspettava sveglia. Avevo fatto tardi e mi disse alcune cose che non c’entravano con l’ora tarda ma col fatto che non avevo neanche pensato di chiederle se aveva voglia di venire alla festa una volta saputo che c’erano un sacco di nostri amici. Ecco l’errore: scoperto. Non era così ma le cose tornarono normali tra noi solo qualche giorno dopo.

Nel frattempo, la domenica successiva, era venuto fuori il sole. Stavo andando in macchina al supermercato, nella radio avevo Wilderness Heart (2010) dei Black Mountain, che inizia con The Hair Song. Era come andarci in bicicletta al supermercato, con quella chitarra aperta, era come sentire tutti i rumori fuori e un vento fortissimo. I ritmi spezzati, secchi e precisi attorno ai quali a volte si trovano a girare la chitarra e la batteria definiscono solo a tratti le canzoni – per il resto orientate verso un suono stoner alleggerito leggermente (e quindi migliorativo dello stoner), i Black Sabbath e la luminosità degli Alice in Chains acustici – ma ne caratterizzano la scrittura. Un capolavoro alt southern. Una cosa che mi immobilizza è la voce di Amber Webber, fredda e profonda allo stesso tempo. Quando entra in Rollercoaster dice tre parole, sufficienti a creare la tensione che la voce maschile non è riuscita a tirare su nei passaggi precedenti. Spesso è lei che fa da eco a lui, ma quando è sola il confronto è un massacro e la sconfitta del cantante è palese.
Le domeniche pre-autunnali col sole hanno un sacco di sfumature, alcune che ti spingono a fare pensieri sul mondo che è uno schifo, altre che ti fanno vedere che in mezzo al clima freddo e umido può sopravvivere una luce abbastanza calda. Quella domenica la luce era Wilderness Heart, che non è un disco del tutto luminoso, ma ha quegli squarci tipo The Way To Gone, o spinte verso il potere eterno come la title track, che ti fanno pensare basta veramente poco per rendermi felice.
La title track parte, poi si ferma, con quelle tastiere che sembrano cori da chiesa, poi riparte, e ogni cosa è a un pelo così dell’essere un classico, ma non lo è mai. Un ritmo meccanico di tastiere e inserti di chitarra, una ballata vagamente alla Pink Floyd: questa è The Space of Your Mind, ma non importa perché gira benissimo e la macchina vola verso il supermercato. Madonna quanta strada devi fare per andare al supermercato non ce n’è uno più vicino? direte. Simpaticoni, ho tenuto a lungo il cd in macchina anche nei giorni seguenti, non ne voleva sapere di uscire.

In the Future (2008) e Black Mountain (2005) non mi hanno mai colpito così tanto, Wilderness Heart è un’eccezione. E quello rimane, perché IV non ha quella bellezza, cresciuta e coltivata attraverso alcune canzoni negli anni (Tyrants di In the Future e Don’t run our hearts around del primo disco, per esempio) ma esplosa tutta insieme una volta sola, la sola volta in cui la montagna nera è stata veramente una montagna nera. Non un travestito al distributore da cui scappare così, per la gag in compagnia di me stesso e non perché ci sia un vero motivo. Ma una montagna nera come quelle che vedo all’orizzonte quando passo dal cavalcavia di Gatteo e mi sembra di vedere la fine del mondo, perché quando non nevica qui in basso, loro sono sufficientemente alte da beccarsi la cima innevata, o quando fa caldo qui, sono abbastanza in alto da essere un posto desiderabile, e quindi psicologicamente diventano per me le sole montagne vere possibili. La distanza poi le rende davvero nere, sotto al sole o sotto alla neve che siano.
Questo è il colore nero che ho trovato in Wilderness Heart, qualsiasi stagione ci sia là in alto o qua in basso, là fuori dal finestrino dell’auto o per i cazzi miei, c’è quel giro di chitarra che mi scalda la testa, quella voce femminile che fa così o quella batteria ridotta al minimo ma giustissima.

IV parte con Mothers Of The Sun, un pezzo tipo la parte finale di Wilderness Heart (la canzone): il giusto calibro di piano e forte che con l’attesa crea aspettativa di qualcosa e poi soddisfa questa attesa. Niente di cervellotico: una goduria. Florian Saucer Attack è un gioco ai Black Keys, sconfinamento che poteva anche essere prevedibile ma di sicuro non era desiderabile. A questo punto la tensione inizia a calare e cala del tutto con Defector e You Can Dream, episodi morbidosi di blues psichedelico coi Kraftwerk che fanno un giro sulle tastiere e i Pink Floyd sui ritornelli. I Black Mountain non spaccano mai il tempo, si servono di tappeti continui e uniformi. Manca la carica tamarra, c’è solo la melodia. La chitarra riparte in Constellation ma non è più rigida e discontinua. Non volevo un album uguale al precedente ma Crucify è il definitivo allontanarsi dal suono che li aveva contraddistinti. Abbracciano una psichedelia più diffusa e facile e il lato più vendibile di se stessi. Space To Bakersfield ripropone il ritmo che i BM hanno fatto loro in Wilderness Heart ma lo copre di suoni bolliti, perse in un languore sfinito che ingloba anche la voce femminile, che nell’altro disco era il tocco di classe, qui è troppo spesso messa in secondo piano a fare da tappeto come qualsiasi altro strumento. IV preferisce livellare tutti gli strumenti su uno stesso piano, cosa che garantisce un suono pieno, ma impedisce di creare gli scatti e le aperture del disco prima. (Over And Over) The Chain è una perfetta ballata psichedelica, quando finisce è passata e non ha lasciato nulla. E dura sei minuti.
Prima però, Amber Webber canta Line Them All Up, senza andare veramente a fondo, ma con una strofa da paura; Cemetery Breeding segna il passo, quello definitivo: archi, chitarre non distorte, tastiere che riproducono il suono della pallina che rimbalza nello schermo del karaoke.
I ritmi rigidi di Wilderness Heart sono andati persi, la chitarra si è arresa all’ambiente, la batteria la usano ancora? Se c’era un minimo di psico-deriva nel disco precedente ed era assolutamente sopportabile, anzi ci stava, IV si rilassa sugli scivoli caleidoscopici e contiene più ballate, il che non è per forza un male ma neanche una cosa con cui il disco ti entra dentro. In questo caso.

Questo tipo di cambiamento ha almeno due aspetti negativi. Il primo è quello di appiattire IV rispetto a tutti i punti forza che aveva Wilderness Heart. Il secondo è quello di uniformare il gruppo all’attuale grande diffusione della psichedelia, spesso fine a se stessa e senza anima. I Black Mountain non hanno calcato troppo la mano, hanno cercato di personalizzare il trend e in parte ce l’hanno fatta. Ma hanno perso il loro suono, non ci sono più le batterie e le chitarre che dettavano il tempo delle attesa, dei crescendo e delle esplosioni.

Il nome Black Mountain ha dato vita semplicemente un’associazione stupida di idee con quella cosa della pista nera. Ma, boh, mi sembrava rendesse l’attesa di una cosa che ti aspetti che ti piaccia ma poi non succede. Come IV.

Perchè scrivo recensioni e qualche disco dalla mia mail

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Uno dei motivi per cui continuo a scrivere recensioni è perché mi piace ascoltare dischi e poi ragionarci su. Come sono i passaggi della chitarra, ascoltare bene il basso, cosa mi ricorda il climax di una canzone, cose di questo tipo. Un altro motivo per cui continuo a scrivere recensioni è perché ne sento il bisogno, mi viene un’idea su un disco e non sono in pace finché non l’ho messa giù, non riesco a fare altro. Cioè si, posso anche fare altro ma poi l’idea me la scordo e mi arrabbio.
Due motivi personali quindi, che vanno al di là del discorso relativo a quante persone leggono gli articoli del blog. Neuroni letto da poche persone, più che altro i miei amici, e mi chiedo sempre, ogni volta che pubblico qualcosa, perché continuo e perdo tempo in questa cosa quando potrei farne altre, cento volte più utili. Poi passa qualche giorno a rimuginare, a lamentarmi di me stesso e a dire che non ho niente da dire di significativo (diverso, più approfondito, più acuto) rispetto ad altri, e nello stesso tempo continuo a pensare a quale potrebbe essere l’argomento della recensione successiva. È come un processo, sempre uguale, che va avanti da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. L’utilità delle recensioni è cambiata per alcuni appassionati, per altri no, e sono convinto che questi altri, seppure siano in minoranza, le leggano ancora per capire cosa ascoltare tra le centinaia di dischi disponibili. Io lo faccio ancora, magari c’è qualcun altro che fa come me. Poi magari si fanno un’opinione loro e sono in totale disaccordo col giornalista, ma dal testo sono partiti. Ci sono alcuni giornalisti che sono ancora in grado di influenzare il mio pensiero, perché li leggo da anni, perché li leggo da un mese e mi hanno colpito, perché li stimo e so che amano la musica. Per quelle persone penso che valga ancora la pena leggere di musica.
Se penso a come sono cambiati i miei gusti musicali da quando ho iniziato a scrivere recensioni, posso dire che sono cambiati molto. Ci sono cose uscite 20 anni fa che ascolto ancora, ma ci sono cose che non ascolto più da tempo. Il cambiamento avrebbe avuto luogo anche se non avessi avuto la fissazione della scrittura, di sicuro. Ma scrivere ha decisamente reso più profondo il tentativo di capire cosa stavo ascoltando. È una cosa personale, estremamente legata ai miei limiti personali, che sono quelli di uno che non lo fa di professione, cosa che comporta anche dei vantaggi, come per esempio poter scrivere quello che voglio, come voglio, riportando le fonti che voglio oppure nessuna. Se uno mi legge e non gli piaccio, non torna più, se succede il contrario, torna un’altra volta. Ma, dopo i momenti di sconforto, penso chi se ne frega, e che posso fare di meglio. Non è che me ne frego di quello che pensano gli altri, solo che sta cosa è più forte. Se scrivo, vado più a fondo in quello che ascolto. E secondo me questo, quando avrò 70 anni, mi sarà stato utile. È una prospettiva che riguarda solo me, ma magari c’è qualcun altro che pensa a questo percorso quando pensa al perchè scrive recensioni. Se non ho capito male qualcuno c’è. Un percorso moltiplicato per 1000 volte. I risultati sono le recensioni, o le cose simili, che piacciono oppure no, ma prima del risultato c’è un percorso.

Questa intro è stata ispirata da La morte della recensione in generale e di quella del disco di oggi in particolare e Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

Adesso, un altro motivo per cui continuo a scrivere: spaccarmi di ascolti delle cose che mi arrivano in posta, una dopo l’altra, e buttare giù qualche idea vagamente sensata a riguardo.

Mi è arrivato questo gruppo che si fa chiamare Nobody Cried for Dinosaurs e il loro Ten Billion Years Later EP (Dischi Mancini). Non è un problema loro, è un problema mio. Non ho mai sopportato il pop rock con le batterie che saltellano e s’incastrano perfettamente alle chitarre pulite che girano sempre su se stesse. Non mi piacciono le progressioni perfette. E quello che c’è di più lontano da quello che cerco nella musica è il suono limpido come inno alla gioia o il suono limpido che nasconde sentimenti non del tutto positivi (Mexico). Non sono mai riuscito ad apprezzare né la musica della spensieratezza né quella della spensierata malinconia. Preferirei la disperazione. AustraliA: del primo disco ne riconosco solo una parte, quella dei suoni saturi come gli Sparklehorse, che ormai sono diventati un classico, provenendo dagli anni ’90. Quello che non ritrovo in The Very Truth (secondo disco, diNotte Recs) sono le canzoni, ballabilissime ma senza nessuna idea sulla melodia. Quello che trovo in eccesso invece è la patina, che non permette di afferrare davvero le distorsioni della chitarra, i suoni e la varietà dei movimenti del synth, anche belli (le parti riuscite meglio del disco), ma privi di una profondità. Queste cose insieme non mi permettono di dire che il disco mi sia piaciuto. Questi bassi rotondi che reggono il ritmo come se fossero un reggiseno grande che regge du poppe, queste chitarre melodiose un po’ ribelli un po’ cielline un po’ epiche, questi rullanti così netti sono le cose che mi sono arrivate per prime all’orecchio di Buona musica! di La macchina di von Neumann (autoprodotto). La verità è che non tollero più i passaggi lenti (Bistecca) del post rock strumentale, che ti propongono musica come se quella malinconia fosse la verità. Vado meglio con le parti più incazzate. Faccio fatica a proseguire nell’ascolto del disco quando sento che è stato inserito uno che parla e mi dice che c’è chi ci vuole vendere una verità con cui lui non è d’accordo. In questo modo quella voce ci sta vendendo come verità il suo non essere d’accordo. Questo dire che quella non è la verità e che nessuno ha la verità in tasca con l’atteggiamento di chi in realtà crede di averla: lo trovo intollerabile. Questo atteggiamento non pervade in particolare tutto questo disco ma penso che sia un po’ il succo che mi ciuccio ogni volta che sento il post rock alla Mogwai (La supposizione è la madre di tutte le cazzate) o tutto quello che è venuto dopo. Aggiungo, in Buona musica!, un basso troppe volte eccessivamente cinghione e la classica chitarra post rock che pirulla, e diventa chiaro che non ho più niente a che spartire con questo tipo di musica. Mi è piaciuto molto il comunicato di Veleno & poesia (o Poesia & veleno, l’ordine non importa, a giudicare dalla mail che ho ricevuto) degli autoprodotti I DOTTORI che dice che le influenze della band sono Queens of the Stone Age, System of a Down, Faith No More, Rino Gaetano, Celentano e Gaber prima maniera, Fred Bongusto e Buscaglione, i Muse, con “l’obiettivo sonoro” di incrociare il rock potente e la canzone italiana, come se Rino Gaetano o De André incontrassero gli Who. Il fatto è che è tutto vero, io aggiungerei anche gli Stadio, per la triste malinconia dell’obiettivo sonoro, raggiunto dai Dottori. Il cantante ha la R alla Manuel Agnelli e questa alla fine è probabilmente la cosa più insopportabile del disco perché tutto il resto del desiderio che sta sotto al disco (fare breccia nel pubblico dei Negrita con una proposta meno sputtanata e più profonda dal punto di vista dei contenuti) si può comprendere.

“è probabile che se a nostra volta sbarcassimo su marte, non vi troveremmo altro che la terra stessa”

è lo scenario di impossibile fuga che i DOTTORI, ben lungi dal volerci curare, dipingono per noi. È un rock che si prende la briga di filosofeggiare e che attraverso i testi vuole insegnare a vivere la vita. I contenuti quindi mancano, ma possono colpire nel segno. Per quanto riguarda l’essere meno sputtanati dei Negrita, beh.
Potrebbe andare peggio solo se incrociassimo, a tutto quel popo’ di influenze dei DOTTORI, Il Teatro degli Orrori, il blues rock, un senso dell’umorismo alla Ligabue e la visione della vita di Morgan, cosa che succede solo con i John Holland Experience (Pronti? DreaminGorilla Records, Taxi Driver, TADCA, Electric Valley, Scatti Vorticosi, Brigante, Longrail, Edison Box, Omoallumato). Mi rendo conto che spesso questa rubrica si è trasformata album dopo album in una cosa comica e ha finito per mancare di analisi musicale privilegiando accostamenti verosimili ma allo stesso tempo scritti con quella mezza intenzione di far sorridere (lo ammetto). I Dottori e John Holland Experience sono l’esempio preciso di quello che sto dicendo. Si tratta di due album dello stesso genere, il Rock Italiano, definizione che individua le proprie influenze originarie nelle chitarre degli anni ’70 e nei testi dei cantautori italiani riconosciuti come regola. Gli anni ’70 non li ho mai ascoltati seriamente. Sui cantautori, nati come voci diverse e poi brutalizzati e sminuiti in citazioni superficiali e continue, penso che i loro messaggi di dissenso abbiano perso la forza proprio nel momento in cui hanno incontrato il favore di un pubblico vastissimo, perché in quel momento il loro dissenso non è stato più tale ma è diventato pensiero condiviso. Ne ha parlato diverse volte Francesco su Bastonate. È vero che al TARGET DI RIFERIMENTO del Rock Italiano non gliene frega niente e vuole ballare e cantare cose che, anche se non lo riguardano, appena le canta quello lì lo riguardano in automatico. Ma non c’è niente che mi piaccia in questi gruppi, mi va di scriverci su, perché quando li ascolto mi vengono in mente queste cose, anche se magari molti non li prendono neanche in considerazione: li considerano inferiori rispetto a gruppi magari meno famosi. Così come chi invece li ascolta considera inferiori gli artisti meno noti. Che complessità l’essere umano quando si tratta di gusti musicali.

C’è un’altra cosa. Quella dell’esplicitare il prendersi poco sul serio come una caratteristica fondamentale della band, come un suo plus. Succede a volte che il Rock Italiano che mi arriva nella mail si prenda poco sul serio e associ alle preziosissime solo guitars un atteggiamento da cazzone per missione. Non mi piace. SeM E Le Visioni Distorte dicono di incarnare lo spirito dei Motorhead prendendosi poco sul serio. Non sono mai stato un fan dei Motorhead e ho sentito dire che Lenny Kilmister era un simpaticone, ma sono sicuro che i Motorhead abbiano significato e significhino di più della dichiarazione d’intenti di SeM (dal comunicato stampa): “Come sei i Motorhead si fossero mangiati i Rats mentre Caparezza applaudiva”. Perché prendersi poco sul serio? Perché farne una caratteristica forte? Se uno ha qualcosa da dire, quando lo ascolto non mi preoccupo davvero se si prende molto sul serio o no. Questa cosa del prendersi poco sul serio è sopravvalutata. La fai perché ti viene, e basta, se non ce l’hai dichiararla non servirà a farla diventare reale. Non riguarda solo SeM, ma anche, per esempio, La macchina di von Neumann.
Allo stesso tempo, SeM porta avanti un discorso di sensibilizzazione molto importante che nemmeno negli ambienti più illuminati della musica è stato ancora capito del tutto: “SeM ha creato un format video esilarante che cerca di sdrammatizzare sull’eterno concetto dei generi musicali, del fatto che chi ama il metal odia il pop e chi ascolta Ligabue immagina che il rock sia solo rumore. È disponibile la seconda puntata in cui si svela come sarebbero gli Iron Maiden se strimpellassero come Edoardo Bennato” (fonte: comunicato stampa).

Dopo un incipit di Ice, Cold, Green Tea che è un incrocio tra True Blood e Banshee, gli Homelette partono con un folk vagamente country, completamente dilaniato, con voci sottili e stirate alla Elliot Smith e allucinazioni alla Tim Buckley. Ice, Cold, Green Tea mi ricorda tutti e due, Elliott Smith nell’arpeggio e nel ridurre a brandelli la serenità che la melodia creata potrebbe dare, Tim Buckley nel dilatarla. Gli Homelette mi ricordano anche Daniel Johnston in quella lievissima stortura da nastro vecchio di una musicassetta e nelle stonature della voce, che nei cori di Grey Days sono pure degne di un John Frusciante su cui però non insisto troppo su perché ultimamente (negli ultimi 24 anni) non mi piace più tantissimo. Tornando quindi a Johnston, di base gli Homelette hanno il suo stesso grande desiderio: essere pop, ma la testa (dentro) è un disastro. Io non posso pensare che gli Homelette siano ridotti come lui, ma i loro arpeggi così leggeri sulle corde e allo stesso tempo così pesanti nel riverbero che producono me lo ricordano. E oggi hanno reso l’ufficio un posto veramente intimo. Stasera, a casa, con Snowball era tornato il piacere del piccolo fuoco acceso per scaldare la sala di Sparklehorse, soprattutto grazie certe flessioni della voce.
Mornin’ Hollows è uscito per la More Letters Records, la stessa dei Big Cream, e io mi sono un po’ lasciando andare con gli accostamenti. Ma cosa c’è di più ragionevole del pensare alle altre cose che mi ricorda una canzone, cercare di capire se ha davvero un senso quello a cui sto pensando, un senso derivato dalle possibili influenze sul suono e sulla scrittura, e cercare di scriverlo? Mornin’ Hollows è curato nei dettagli, nella scelta delle sonorità e nei passaggi da strofa a ritornello, a volte bruschi, a volte morbidi e sereni. Un disco davvero bellone.

Come ogni episodio di Le recensioni nella mail, anche questo è una gara di copertine. Ha vinto quella degli Homelette, non perchè mi paccia particolarmente ma perchè le altre non avevano senso.