Un’antologia di fumetti svedesi. L’editore è Galago. Galago, nato in Svezia negli anni ’70 come magazine di satira politica, è diventato in seguito il principale mezzo di diffusione dell’alternative comics scandinavo. From the Shadow of the Northern Lights è fatto di due volumi, usciti nel 2008 il primo e nel 2010 il secondo. Un pò Daniel Clowes, un pò Robert Crumb, un pò classico americano, un pò erotica e adolescenziale, è un raccoltone surreale e drammaticamente realistico. A volte per la tristezza vorresti svenire, a volte sorridi di situazioni davvero angoscianti, altre volte sorridi e basta. Alcune volte la bellezza delle tavole e la fresca saggezza delle parole ti colpiscono e ti incollano alla pagina.
Qui non si fa mica musica per limonare
Endless, Nameless (1992) è la ghost track di Nevermind dei Nirvana. Una canzone che non si è mai conclusa, come dice il titolo. Anche Don’t dei Dinosaur Jr. (album Bug) non si è mai conclusa, ancora prima di Endless, Nameless, nel 1988. Entrambe non hanno mai avuto uno sfogo davvero definitivo per i rispettivi padri, i quali non hanno proseguito sino in fondo su quella strada, ma hanno intrapreso un percorso spesso differente, oppure molto breve. I Nirvana, in qualche episodio di In Utero, hanno sputato la medesima barbara e limpida violenza; i Dino non l’hanno mai fatto. I Melvins (sempre prima dei Nirvana, dalla fine degli anni ’80) alcune volte ci hanno fatto gridare la follia, abbattuti anche dalla chioma agitata però stabile di King Buzzo, ma mai in modo a tal punto viscerale. Più potente, meno penetrante.
Negli anni, un sacco di band hanno dato vita a grida distorte e suoni maltrattati. Sono ben lungi dal conoscerle tutte, ma ne voglio ricordare due che, sebbene spesso lontane dal mood di Don’t e Endless, Nameless, sono state il punto di arrivo (per niente definitivo) di un percorso mio personale all’interno della musica che scrosta la gola di chi la canta. I Refused e gli Unsane… ecco, queste due band penso possano definirsi il massimo. Prendete anche solo l’attacco dell’album, datato ’96, Songs to Fan The Flames of Discontent dei Refused (la canzone Rather Be Dead): questo si che è un pezzo che gratta, e nel caso specifico è Dennis Lyxzén a grattarsi la giugola. Poi l’album passa attraverso hardcore, batterie veloci, (un pò di) metal e arriva fino a Crusader of Hopelessness, e la chitarra diventa semi-orecchiabile, quasi quasi porta il pensiero agli Shift, davvero vivi proprio in quegli anni. Bellissimi anche tutti i passaggi interni a Beauty. E, oddio, che la chitarra di Last Minute Pointer non ci conduca addirittura ai nostrani e amatissimi Marlene Kuntz!
Gli Unsane. Sono sempre stati una delle band metal più sanguinolente sulla faccia della Terra. Tra l’altro, proprio tra non molto, saranno in tour per promuovere l’album nuovo (Wreck), con i Melvins.
Poi, sono arrivati i Pissed Jeans, che dal 2004 hanno iniziato a urlare dentro un microfono, a pestare su un basso e una batteria e a far farfugliare pesantemente le chitarre. Che gran gruppo questo, davvero poco pretenzioso, ma con una carica di schifo e paura addosso da far tremare i muri. Hanno messo al mondo tre album: Shallow (2005), Hope For Men (2007) e King of Jeans (2009).
Da poco ho scoperto i Ceremony, che mi garbano assai. Eccoli, se avete voglia.
Trovo geniale il passaggio dall’intro alla prima strofa cantata. Eh, raga, qui ci sta un sacco di punk, anche nel senso più tradizionale del termine. Qui dentro ci sono anche un pò i Clash di Garageland. No? Però con i Clash un pò (forse) si limonerebbe, quindi torniamo in noi. Ma, aspettate, invece… con i Nirvana si acchiappa? Forse un pò si, quindi il nostro incipit era sbagliato sotto a quel titolo. Di nuovo: rientriamo nei ranghi. La canzone con la quale potete deliziare le vostre orecchie grazie al video sopra incollato è del terzo album dei Ceremony e a un certo punto dice addirittura “Sick of Black Flag” e pure “Sick of Cro-Mags” (questi ultimi mi sono sempre stati poco simpatici). I Ceremony hanno pubblicato il loro quarto disco (Zoo) proprio in Marzo 2012, per Matador, che sembra suonare diversamente dai precedenti. Ascoltatevi Rohnert Park, Still Nothing Moves You o Violence Violence e scrostate come si deve le vostre casse stereo.
PS. Non si è ancora capito se il batterista dei Ceremony si chiama Jake Casarotti o Jake Cazzarotti. Secondo voi, con un cognome così, limona in giro?
Fringe is back, I’m on my way
Sparizioni, apparizioni, universi non più paralleli ma intrecciati, bacini rubati, mani di metallo rivestite di guanti in pelle, difficile vedere una scopata. Fringe è tornato, e alla grande.
J.J. Abrams, sei rinsavito. Le puntate della quarta stagione del 2012 sono di nuovo al livello delle stagioni precedenti, quando quelle del 2011 erano state di bassa lega. Lamentandomi sempre, mi ero già lamentato di questo drammatico fatto nell’ultima pagina di neuroni fanzine in pdf n.1, ma ora ho smesso di lagnarmi. Olivia Dunham è sempre molto strana, Broyles è sempre più nero e Peter Bishop è a metà tra il bravo agente dell’FBI, l’arguto scienziato e il pataccone. Chi non vorrebbe essere come lui.
Ma, ancora di più, ha ripreso a stupirci Walter Bishop, interpetato da John Noble, attore dalle mille facce e dai mille toni di voce ma con un solo modo di camminare, curioso e rassicurante. Da Wikipedia impariamo che “Walter Bishop nacque a Cambridge nel 1946, figlio di Robert Bishoff, scienziato tedesco nazista che aiutò segretamente gli Alleati e si trasferì in seguito negli Stati Uniti, cambiando il nome di famiglia in Bishop”. Una discendenza molto scomoda, ma anche coraggiosa.
Insomma, le città scompaiono, arrivano gli uomini con due facce, i bambini vedono il futuro… ma loro rimangono sempre il solito branco di intelligentoni un pò romantici (tranne Agent Broyles, che l’unica volta che si è concesso è stato quando ha baciato quella con la mano rilegata in pelle, Nina Sharp). A proposito, e il nome Massive Dynamics quanto è imprevedibile nella sua eterna evoluzione malefica?
Ma Broyles è di qua ed è di là, in un universo e nell’altro, così come Dunham, un Bishop e gli altri. Di quale universo sto parlando? Non so di preciso, comunque tutti i personaggi, incredibilmente ben tratteggiati anche nelle sfumature che li differenziano dai se stessi dell’altra parte, hanno una caratteristica in comune, che forse è quella di desiderare sempre di essere il poliziotto duro a morire ma tenerone. Ma non so individuarla bene, sarà la sovrapposizione delle linee spazio-temporali. Il solito J.J. Abrams, che Dio lo benedica.
Una cosa è molto più importante di tutto questo: c’è una gran differenza quando Dunham rispondeva al telefono e diceva (tra parentesi il sottointeso, una perdita di tempo) “(Hello, I’m) Dunham” e subito dopo “I’m on my way”, a quando ora risponde quasi con dolcezza “Dunham” (il sottointeso in questo caso non pesa). Ma cosa sarà cambiato in lei?
Con questo interrogativo opprimente, vi lascio nel desiderio più struggente di visionare tutti gli episodi del Fringe.











