Male Bonding o Male Bondage? Nothing Hurts

Male Bonding, Male Bonding. Ma so per certo che in alcuni negozi di dischi i negozianti sono incappatti nell’errore e hanno scritto “Bondage” invece di “Bonding” sulla lavagnetta delle novità. Ahia. Guarda che è un attimo, si sparge la voce che hai cd strani e materiale audio introvabile e ti trovi il negozio invaso. La felicità a volte sta in un cd. Nothing Hurts, di Male Bonding per Sub Pop, è proprio un cd (nel senso di album) che ti rende felice. Tutti pezzi che durano dal minuto e venticinque ai due minuti e cinquanta, tutti pezzi che ti fanno venire voglia di vederli dal vivo. Stai dietro alla chitarra e stai dietro alla batteria è la stessa cosa, sortiscono lo stesso effetto, cioè hai come la sensazione che ci sia almeno un gruppo che possa ricordarti un certo tipo di musica senza vergognarsene, che possa suonare andando dritto per la propria strada. Le prime due canzoni sono proprio così (Year’s Not Long e All Things This Way). La terza gira esattamente allo stesso modo (Your Contact). Una versione non male (acustica) è qui…

Sull’album ha tutta un’altra botta ma il video è divertente. Poi c’è Weird Feelings che ha un incrocio di basso e batteria all’inizio che è storto quanto basta da incantarti ad ascoltarlo e riascoltarlo. Ha i cori, e un chitarrone che li tiene su, un riffettino di chitarra frignoso e quasi stupido, il campanaccio (o Toca)… e un finale troncato. In pratica, è una canzone con un concentrato di roba buona e divertente. Franklin dà un attimo di respiro, ma non la sua chitarra e l’enorme arrangiamento di batteria. Crooked Scene riporta alla tipologia di suono iniziale: veloce e pestata, con in più un ritornello apertissimo e un video skate con trucks Indipendent in bella vista. E ora, T.U.F.F. C’è da dire che anche in questo caso tutto sembra abbastanza semplice: con un ritmo un pò pestato, un pò orecchiabile e suoni poco ruffiani ma grossi e sporchi, hai fatto la canzone. Tutto funziona alla perfezione anche in Nothing Remains, che alterna chitarra spesse a cori simpatici e orecchiabili (e sotto sempre una batteria “importante”). Nothing Used to Hurt proviene prima direttamente dai Nirvana e poi si trasforma in Male Bonding veloci. Solo Pirate Key basterebbe per capire quando di originale e fresco ha questo album.

Sentire la prima volta il cambio di battuta al minuto e venti è come ottenere ciò che desideravi da una canzone, senza troppi pensieri. Un pò di Nirvana (di Incesticide e In Utero) anche in Paradise VendorsPumpkin alterna ritmiche piene a chitarrine piangenti e accenti niente male. E’ forse uno dei pezzi migliori dell’album. Chiude Worse to Come, che cambia tutto il disco: è acustica, almeno fino a un certo punto, chitarra e voci, maschile e femminile (Vivian Girls).
Male Bonding è un Power Trio (Kevin Hendrick, Robin Silas Christian, John Arthur Webb) come si deve, per giunta inglese. Nothing Hurts è del 2010, poi sono usciti due EP e il secondo Endless Now, sempre per Sub Pop.

I Wilco live a Bologna

Ieri, 9 marzo 2012, è successo. Li abbiamo visti. Jeff Tweedy è quadrato, John Stirratt è super basso, Glen Kotche è un bel tamarro che a un certo punto si è messo in piedi sulla batteria, Mikael Jorgensen è timido, Nels Kline si muove come uno stuzzicadenti spezzato e anche un pò come un derviscio, Patrick Sansone è giovane, risevato e si diverte.
Tutti insieme spaccano. Ecco come hanno aperto:

Ne ho sentite di tutti i colori, sulle chitarre, sulle bestie da palcoscenico, sugli arrangiamenti elettronici bruttissimi, sui fraseggi del chitarrista “alla Braido” (??!), sul batterista in piedi sulla batteria, sul rispetto, sulla carriera. Non ho sentito dire che il cantante Jeff Tweedy continua a ingrassare, ma sul palco ha la sicurezza di un animale padrone del proprio territorio. E non ho sentito dire neanche che i Wilco son passati attraverso un repertorio gigantesco senza uno sbaffo, con un bis che da solo era lungo come un concerto di quelle fichette degli Interpol (che hanno 4 album all’attivo). Mi limito ad aggiungere che i Wilco sanno essere delicati e leggeri, adesso, e fra due minuti diventano birri come il più classico dei rocker. Un concerto così quando il grunge era in auge avrebbe fatto urlare di gioia i fighini con i jeans strappati, perchè è un pò come un concerto di Neil Young: elettrico, acustico, dolce, incazzato. Ora vanno fortissimo, soprattutto in provincia, l’elettronica e i fraseggi contemporanei. Cito da fonte anonima: “I post umani possono andare a prenderlo nel posteriore. La musica non classica l’hanno invanteta i negri e, senza il groove, il cuore e la melodia, non è niente. Tra James Brown e Steve Albini non esiste paragone. O no?”. Io amo Steve Albini, ma non ho resistito e ho citato. Il post umano divenuto caricatura di sè stesso non mi ha mai fregato, i Radiohead per forza non mi piacciono. Voglio che il giudizio si regoli in base a ciò che abbiamo di fronte, a ciò che ascoltiamo “in un dato momento”, non che sia universale e che appiattisca tutto a essere bianco o nero. Il problema sta anche nel sapere riconoscere ciò che hai di fronte. I Wilco hanno percorso una buona parte della tradizione rock statunitense, il folk, il country, l’alt-country e via dicendo. Come fai a giudicarli in base ai loro inserti di elettronica che secondo te fanno schifo (secondo me, la loro Art of Almost di The Whole Love batte molte canzoni del King of Limbs dei Radiohead)? Lo dice anche -bastonate- a proposito del nuovo disco di Mark Lanegan. Sei a un concerto rock, giudica il rock. Sei a un concerto di liscio, giudica il liscio. Non giudicare il liscio perchè sei rock. O non sei in grado?
E, per chi odia gli assoli, beccatevi questo.