A New Era. Recensioni nella mail: Australia e Echo Bench

Ok, Neuroni è un blog importante. In una settimana sono arrivate due mail promo di due album diversi: Robot degli Australia e Echo Bench delle Echo Bench. Due in una settimana. L’ultima posta di questo tipo risaliva a qualche lustro fa ed era il messaggio di uno a cui piaceva coniugare i verbi tutti all’imperfetto, come la Municipale. Non recensisco dischi della Municipale.

Australia, Robot

Australia, Robot

Il 6 tracce degli Australia si chiama Robot (streaming). Appena l’ho messo su mi ha ricordato Sparklehorse e Yuck. Non è un album che si distingue per originalità ma c’è l’immediatezza che lo rende bello da ascoltare. E dell’originalità quindi me ne sbatto.
Gli Australia sono in due: Olga (batterie, synth e basso) e Chicano (chitarra e voce). Per quanto all’altezza del primo pezzo il disco possa sembrare confuso, già dalla seconda canzone (I Can’t Go On) tutto si sistema in un proprio ordine adorabile. Così è anche in It Will Be, dove la distorsione sguaiata della chitarra è richiamata alla disciplina dai colpi precisi degli arrangiamenti scarni. Le caratteristiche che rendono bello questo EP: distorsioni come se piovessero e strutture semplici. Ho inziato a drizzare molto le orecchie dopo Hotter Than Me e il suo assolo di chitarra, che prima non mi piaceva, ma adesso trovo abbia un suono che non ti aspetti, prima mi aveva lasciato di stucco in senso negativo, poi mi ha stuccato in senso positivo, cioè mi ha inchiodato fermo ad ascoltarlo soddisfatto del risultato dell’ascolto ripetuto che Robot si merita tutto. L’album sfrutta bene e ama molto le sonorità degli anni ’90 (anche Grandaddy) facendo proprie distorsioni supersature e suoni sintetici che sembrano un gioco ma non lo sono (Xyz – Mark Linkous ci ha insegnato ad apprezzare tutto questo).
Se volete ascoltare una bella manciata di canzoni, ascoltate queste. La prossima volta voglio solo una copertina molto diversa. Tutto il resto è vero, buon rruock.

Echo Bench

Echo Bench

Echo Bench delle Echo Bench (V4V Records, free downlaod) è uno dei migliori dischi del 2013. Le Echo Bench sono un trio rock israeliano: la cantante e chitarrista Noga Shatz, la bassista Shahar Yahalom e la batterista Alex Levy. I riferimenti musicali sono molto chiari, e questo mi piace molto (succede anche per gli Australia). Quando un gruppo scrive canzoni originali dichiarando con la musica i propri riferimenti è un risultato già fortissimo di per sè, una presa di coscienza sincera per chi suona e una sfida per chi ascolta, senza troppe menate. E se le canzoni sono ben scritte e ben suonate è ancora meglio.
Le Echo Bench di Echo Bench sono tutto questo. The Same Mistake, la prima traccia, mi ha spezzato il cuore. Anche se Broken le stà alle calcagna, soprattutto quando fa suonare insieme il charleston, il basso e la chitarra e il charleston se ne frega di tutti gli altri strumenti e gli stà sopra, la mia canzone preferita però è Liquid Sky, che inizia come un pezzo stoner e prosegue come un pezzo dei Sonic Youth di Daydream NationHigh Noon non la batte, sarà per quelle venature Psychobilly.
Ma c’è più di questo. Sono anche le idee a dare valore a Echo bench, e i particolari a renderlo prezioso. Come quel piccolo urlo in Liquid Sky. Ci sono attimi in cui ti arriva in faccia un suono bello pieno, e non c’è altra espressione per descriverlo se non bello pieno: come in French, minuto 1:21 dopo le due parole “forever young”, e minuto 2:05. Facile accorgersi della bontà dell’incipit di questo pezzo, che ti fa desiderare tantissimo un’esplosione, e infatti poi te la concede, senza menate. Oltre a concederti anche un pezzo di cantato in francese. Soffrite il fascino delle donne che cantano in francese? Io no, tranne quello di Noga Shatz. 24 è un’altra canzone da cantare da subito. “Get up and move/ get up refuse/ it’s only life tou lose” (Flesh A Bone) è invece il ritornello che canterò lunedi entrando in ufficio.
Le Echo Bench infilano anche malvagi, perchè confondenti, campanelli per la mia memoria, con quella voce da Kazu Makino che però non è sempre da Kazu Makino: da una parte i Drugstore nel ritornello di Out of the blue, cosa di cui ero convinto ieri e di cui non sono più convinto adesso; dall’altra le Sleater Kinney che non so dove ma da qualche parte le sento.
Echo Bench delle Echo Bench ha tutto, non gli manca niente per essere ascoltato mille volte. Sul mio iTunes dice Riproduzioni 18.

Marlene Kuntz, Nella tua luce (Columbia/Sony Music)

Marlene Kuntz, Nella tua luce (Sony Music)

Fino a un po’ di tempo fa Cristiano Godano parlava di estetica del testo di una canzone. Il che voleva dire secondo lui che anche se la frase, in una canzone, non era comprensibile, comunque aveva un proprio valore, perché suonava bene. Era come dire che la musica aveva la priorità rispetto al testo. E infatti di musiche piu’ significative dei testi i Marlene Kuntz ne hanno scritte, anche dopo Catartica. Il vile conteneva testi e musiche che rappresentavano l’opera di un gruppo in grande forma, così come Ho ucciso paranoia, anche se a un livello più basso rispetto ai due precedenti.

Il declino è iniziato con Che cosa vedi, cioè con la fine del Consorzio Produttori Indipendenti, con il passaggio alla Sonica Factory (di casa CPI) e poi alla Virgin Records, che ha determinato la fine definitiva del gruppo insieme all’abbandono di Dan Solo, bassista fondamentale nel determinare la buona musica dei Marlene. Da Che cosa vedi (2000) a Nella tua luce (2013) è successo tutto. Alcuni citano le collaborazioni con Skin e la partecipazione a Sanremo, oltre all’ingresso di Godano nel mondo della moda a un certo punto, come gli episodi più bassi della storia dei Marlene. Ma non è così. I momenti più bassi sono gli album usciti negli anni 2000, nei quali non c’è più niente. È come se fosse venuto a meno lo spirito essenziale del gruppo, o almeno quello spirito che io avevo interpretato come essenziale, cioè portare sonorità molto prepotenti in Italia e farlo in ogni modo all’italiana, all’interno di un circuito di produzione forte e indipendente. E unire quelle sonorità a testi anche semplicemente evocativi, senza, in fondo, dar loro troppo peso. Si è sempre pensato che i Marlene dessero tanta importanza ai testi, ma non è vero: li appoggiavano lì, a volte venivano fuori pezzi realmente significativi, altre volte cose prive di senso. E andava bene così.

Nel momento in cui Godano è diventato un poeta consapevole e nel momento in cui si è data troppa importanza ai testi, irrimediabilmente da Senza peso, la musica è passata in secondo piano e ha perso di efficacia, quindi tutto ha perso di efficacia. Ho appena letto una recensione di Nella tua luce su ilmucchio.it. Inizia maledicendo tutti quelli che hanno voluto conferire il titolo di “autore” o “poeta” a Godano perché da quel momento ha iniziato a prendersi troppo sul serio e a scrivere parole per se stesso, ma ovviamente finisce per dire che Nella tua luce è un album tutt’altro che disprezzabile.

Al di là della poesia irritante e delle citazioni più o meno colte contenute in Nella tua luce, che non fanno altro che svilire i Marlene Kuntz, l’album non ha nulla di lontanamente interessante, non ha lo sforzo della ricerca degli arrangiamenti, non ha la voglia di ricercare i suoni. Ha testi imbarazzanti. Ora sono le parole a essere messe in primo piano e, con questo intento, mancano il bersaglio: suonano a vuoto, sintomo di un “qui non so proprio che aggettivo infilarci”. E se una volta i testi erano anche privi di significato ma si accompagnavano a una musica che occupava il 90% dello spazio fisico all’interno di una canzone, ora i testi sono privi di significato punto. Sono alti, altissimi i livelli letterari che si vorrebbero raggiungere, ma non c’è nessun guizzo, nessuna spinta, è tutto troppo chiaramente finto e appartenente ad altri. Non credo questo sia dovuto all’età, credo sia motivabile con un’eccessiva pace fatta con l’etichetta discografica (Columbia). I Marlene hanno sempre avuto un po’ di puzza sotto al naso, ma tempo fa facevano bene la parte, che quasi non sembrava una parte, ed erano all’interno di un circuito che li coccolava. Una volta usciti da quel circuito si sono persi, come se potessero avere un senso solo dentro al CPI. Perso lo spirito, perso tutto. Perso il contenitore, persa ogni nota positiva. Questo non significa che i Marlene in sé non valessero o non valgano nulla, ma che hanno sbagliato a credere di dover diventare il gruppo letterato, il gruppo dei poeti che fanno musica, e si sono spenti del tutto, abbandonando la loro vera forza, che era rappresentata da una chitarra, un basso e una batteria che cercavano di muoversi diversamente rispetto a molte altre cose, con molti richiami al passato e al presente musicale, ma anche un tentativo di fare quello che in Italia non si era mai sentito.

Nella tua luce è un album molto piatto. I Marlene erano già ormai definitivamente irriconoscibili in Ricoveri virtuali e sexy solitudini (2010) ma qui lo sono ancora di più. Tesio è un altro chitarrista, Bergia un altro batterista. Godano un poeta sempre più convinto. E questo rende l’album peggiore di quelli usciti nel periodo peggiore, da Senza peso a Ricoveri virtuali e sexy solitudini.

Merchandise, Hana-Bi 30/8/2013

Merchandise live Hana-Bi

Merchandise, da Tampa, Florida. Avevo sentito sul tubo i pezzi più aggressivi, i primi due che hanno fatto, sono andato perchè ero preso bene. Arrivo là, e hanno tutti la banana. Non conoscevo e non conoscerò gli album. Tre dischi. Uno senza pretese che ha avuto successo, uno che ha fatto successo così così, il terzo che è uno dei migliori del 2013 secondo il NME. Ve lo dico io sono state le dichiarate radici punk rock a fregarmi. Mai fidarsi di quello che scrivono i giornalisti pagati. Il batterista è Dave Grohl che suona con i National. Tra un pò lascia la band. A volte fa troppe cose in una volta, non perde il tempo ma la battuta, ed è costretto a recuperarla in extremis. Il chitarrista è così agitato che non riesce a non far tremare una nota. Eccede leggermente in assoli e fa perdere agli altri quel poco che hanno guadagnato in potenza e ritmo. Il cantante, gran capello, è il sosia di Gary Barlow. Intonato, nella media dei vocioni. Lui ha 20 anni e dopo tre quarti d’ora di concerto tira fuori la lingua: in Florida non li fanno robusti, a parte Dexter. Il bassista è sosia di molte persone, no offence. Forse il migliore, quello che suona e basta. Questo significava il concetto di migliore ieri sera. Dal vivo i Merchandise si guadagnano un posto d’onore nell’olimpo dei gruppi medi che fanno della mediocrità una caratteristica forte per la quale si spera di piacere. Tra i peggiori U2 e gli Interpol più da maledire. E ci infilerei pure The Smiths, anche se della classe di Morrissey qui non ce n’è l’ombra. Ma si, e anche i Muse. La prossima volta che voglio andare a vedere i Merchandise fatemi male sotto i piedi.