Questa è la recensione di un libro: Fatti a metà (un giorno come tanti)

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Francesco Satanassi di sicuro mi odia, perché c’ho messo un sacco di tempo a scrivere questa recensione. Un po’ lo odio anch’io, perché ha scritto un libro un po’ furbo, con gli zaini Invicta, il Commodore 64, i poster nella cameretta e le Torri Gemelle, e che punta a piacere a tutti quelli di età compresa tra i 25 e i 35 anni, circa. Ho pensato la stessa cosa quando ho visto un film bellissimo, Super 8.
Non ho detto che Francesco è furbo, ma che il suo libro Fatti a metà (un giorno come tanti) lo è un po’. E furbo non è un’offesa, ma un termine controverso. Molte cose possono essere furbe, ma qui mi limito ai libri. Innazitutto bisogna distinguere tra libro furbo in senso brutto e libro furbo simpatetico. Al primo tipo appartiene, non so, Non ci lasceremo mai della moglie di Bovolenta, al secondo invece Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi (uno più recente non mi viene in mente).
Il furbo in senso brutto suscita solo sentimenti negativi, e seri dubbi sulla moralità del gesto di scriverlo e pubblicarlo. Di sicuro il furbo simpatetico suscita invece sentimenti contrastanti, per sua natura, cioè per la sua caratteristica di pararsi il culo (cavarsela, piacere) con mezzi che attirano la simpatia di un determinato pubblico percorrendo vie sicure. Questo è il motore del dibattimento interiore, che non ti permette di esprimere totale apprezzamento. Ma il libro furbo simpatetico un po’ ti conquista, se rientri nella fascia di pubblico per cui è scritto, perché tocca temi che suscitano simpatia (appunto) e interesse. Odi et amo (io invece sono proprio paraculo, non solo furbo) è esattamente il sentimento che si prova. Come ci si comporta in questi casi non lo so. E non lo sapete neanche voi. Unica soluzione è pensare che il Mondo non sia mai solo bianco o solo nero, ma anche grigio, e accettare questa disgrazia. Manichei si nasce, poi a volte tocca ricredersi, perché il libro furbo simpatetico, che scatenerebbe la tua rabbia manichea, ti mette in ginocchio con riferimenti al passato, alle tue cose, e non ti permette più di pensare con lucidità e cinismo. E ti piace.

Fatti a metà è una di quelle cose (prendete il termine cosa e accettatelo in senso lato così non scrivo sempre libro) che per i temi che tratta e i personaggi che descrive non puoi fare a meno di amare. Quali sono i personaggi più o meno negativi di questo libro? Don Ildebrando, Molder l’acchiappacherichetti, Sandone: chiunque, con le inevitabili sfumature, li ritrova nel proprio passato. E sono loro che ti fanno amare Fatti a metà, anche se sono messi sotto una luce negativa, perché creano un terreno comune proprio sulla tristezza, che se condivisa unisce e piace molto più dell’allegria. E non è mal comune mezzo gaudio. Le cose tristi e negative ampliano il respiro di questo libro, che così coinvolge anche quelli che quelle cose e stanno vivendo adesso. Non è poi da sottovalutare l’effetto “racconto dello zio” che Fatti a metà può fare: è molto adatto a un ragazzo di (non so) 13 anni, se lo leggesse si incanterebbe e vorrebbe anche lui avere quei ricordi da raccontare, fra 20 anni, in un libro, con la stessa passione e lo stesso amore di Francesco.
Quali sono le cose belle? La prima che mi viene in mente è Monkey Island: tutti i ragazzi che hanno poco più di 30 anni hanno giocato una volta nella loro vita al Monkey Island del cazzo, e alcuni di quelli più piccoli hanno usato le edizioni per Xbox e PC. Tutti c’hanno giocato.
Ribaltando il punto di vista sul tema del libro furbo, cose belle, cose negative e cose tristi sono pregi, perché (tutte) permettono a Fatti a metà di coinvolgere molte persone di età diverse, non solo tra i 25 e i 35 anni. L’Invicta, Hulk Hogan, Lupo Alberto e il Raider che si chiamava così prima di cambiare nome in Twix creano un terreno comune ANAGRAFICAMENTE molto ampio.

Ci sono episodi molto toccanti in Fatti a metà. Non solo perché raccontano cose attorno a eventi o oggetti che ricordo benissimo, ma anche perché presentano situazioni del mondo dei piccoli che in realtà parlano di quello dei grandi. Il capitolo Il leggendario tram numero 2/A sembra raccontare delle divisioni nette che si creano tra ragazzini di età diverse costretti a frequentare gli stessi posti e di come la scoperta del sesso noi maschietti la sfoghiamo prendendo in giro le ragazze che ci piacciono; in realtà parla di altro. Cioè racconta proprio dei gruppi e delle ragazze con le tette grosse, ma il tram può essere metafora di alcuni ambienti di lavoro, prevalentemente frequentati da adulti laureati ed esperti, non per forza da ragazze con le tette grosse, e in cui c’è una divisione simile a quella del tram 2/A, con due sole fazioni schierate: quelli che vorrebbero fare carriera e quelli che fanno il loro lavoro per il risultato, insieme ad altri, non per se stessi. La convivenza è difficile, ma obbligatoria. Probabilmente, sarà sempre così, se non peggio, a meno che non si tenti la fuga o non si mettano le cose in chiaro. E non sempre serve. Quel che succede nel libro, e che si dà per scontato succeda e succederà, e che invece non sempre succede, è l’intervento di qualcuno che sistema le cose. In Fatti a metà ci sono tante cose che appartengono al passato per cui provare amorevole attrazione. Ma non si riesce a provare attrazione, solo tenerezza, per l’ingenuità (naturale) che a 13 anni può portarti a pensare che tutto si sistemi (sempre) grazie all’intervento di una forza superiore buona che vince. Il leggendario tram numero 2/A si risolve così. E mostra ciò che valeva quand’eri più piccolo e che adesso non vale più: ti fa vedere che le cose cambiano.
Se volete capirci di più su questo capitolo e su tutto il libro, dite che ne volete ricevere una copia a checcosata@gmail.com*.

Lo stile di Fatti a metà è molto colloquiale, tanto che a volte diventa incomprensibile. Altre volte gioca troppo con la ripetizione e finisce che la frase s’incastra. In generale, comunque, tutto molto bene, in generale il racconto scorre, è divertente e intelligente. Fino agli ultimi 2 capitoli, che cambiano registro. Il livello di narrazione si trasforma, diventa sicuramente più pungente, forse più alto, anche per i temi toccati: l’11 settembre, il McDonald, le preferenze di voto, l’amore. L’ultimo capitolo racconta di come e quando l’autore si è reso conto che il suo vero padre ha abbandonato la famiglia e se n’è andato lontano. Un racconto equilibrato, che controlla bene il gioco del tema delicato alternato a parentesi divertenti, senza eccedere mai da una parte o dall’altra. Ma il finale arriva troppo presto ed è come se la parte più esplicitamente introspettiva del libro non avesse lo sfogo che merita, dopo i 10 capitoli precedenti, più divertenti. Però è bellissimo, perché il significato del titolo Fatti a metà si completa con l’ultimo capitolo, una storia interrotta.

* Il libro non ha un editore, però è un e-book, ed è pubblicato con licenza Creative Commons. Non vi aspettate un romanzo, non lo è. Ma fatelo sapere in giro che esiste, perché ha tutte le caratteristiche per piacere a moltissimi.

Premio ATP Endoven Era day 2 e day 1

Pensavo di scrivere tre articoli sui tre giorni dell’ATP Endoven Era Part 1 poi mi sono ricordato che non mi piacciono gli articoli a episodi e ne ho fatti solo due (uno è già qui). Beccatevi adesso il secondo, il DAY2+DAY1. Non sono in grado di fare i live report, quindi come palliativo ho assegnato dei premi.

I Television all'ATP

I Television (foto: Diego)

DAY2. Premio Ingegneri sul palco. I TelevisionTom Verlaine ha fatto una (abbastanza) lunga carriera solista. Jimmy Rip, della ballotta solo dal 2007, ha suonato coi vivi e coi morti, cioè anche con Mick Jagger e Jerry Lee Lewis. Dal vivo con i Television ha la faccia incazzata. Dei Television, tutti hanno suonato con tutti. Non ho mai detto quanto non mi convincano i turnisti, che pure sono un male necessario perché un musicista per vivere da musicista può percorrere anche quella strada. Non capisco però come un cantante possa non avere un suo batterista, un suo chitarrista, un suo bassista, e pensare che c’è anche chi deve stare in giro a far concerti con Drupi. In fondo non c’è differenza tra il farli con Drupi o Mick Jagger, sei comunque lì per suonare musica alla cui composizione non hai partecipato e non c’è un feeling musicale così forte da indurti a fare un gruppo stabile insieme. Comunque uno che suona solo con dei turnisti è un uomo solo. Ma quanto è solo Ramazzotti?
Il discorso è abbastanza inutile perchè i Television non sono turnisti puri, 
ma turnisti amici o turnisti amici di amici all’occasione, comunque hanno un cuore musicale randagio e il riferimento negativo ai turnisti agganciato alle loro carriere musicali se lo meritavano.
Tornando a bomba, un altro Television d’annata è Fred Smith, anche lui mezzo turnista. Vestito da babbo, sul palco era come se stesse suonando in camera sua, con le cuffie. Poi c’è Billy Ficca, il batterista, il più carico, comunque rigido.
E’ andata che Tom Verlaine ha fatto un giro di telefonate: “Oh, quest’anno all’ATP facciamo Marquee Moon per il suo 36° compleanno. Ti va?”. Le risposte che ha ricevuto sono “O ma che senso ha?”, “Quanto ci danno?” e “C’è della figa?”. Continuo a non capire del tutto i gruppi che allontanano verso l’infinito il momento della propria morte. I Television non si sono mai sciolti definitivamente, ogni tanto parte un giro di telefonate. Già al secondo disco erano più lenti e meno motivati, quindi era ora di fare basta. Ma ne hanno fatto uscire un terzo che non ho mai sentito, e pare addirittura che ne stiano registrando uno nuovo. Si parla di 1977-78 per i primi due, 1993 per il terzo e il nuovo uscirà forse nel secondo decennio del XXI secolo. In mezzo, c’hanno messo qualche live, fatto o pubblicato. Dal vivo non sono male, fanno il compitino, non si divertono, non fanno divertire. Addirittura Tom Verlaine a un certo punto ci ha chiesto se per caso credessimo in Dio. La cosa brutta non è che l’abbia chiesto, ma che NESSUNO gli abbia risposto, non capita mai. Sul palco sembrano quattro ingegneri che non cercano di divertirsi. Live juke box, quindi onesto, ma purtroppo ci toccava di vederli in faccia.

Thurston Moore

Thurston Moore (foto: Diego)

Premio Smorfia. Thurston Moore all’ATP ha suonato quello che suona sempre in due versioni: Porn e Chelsea Light Moving. E’ un signore che muove ancora le anche dietro la chitarra ma in fondo (ora come ora) gli piace così così. Non l’avevo mai visto fare la lingua mentre suona: questa volta l’ho visto fare la lingua mentre suona. Era una delle mie divinità in passato, vederlo in quello stato non è costruttivo, è totalmente distruttivo. Lo fa per sciogliersi, la sensazione è che voglia muoversi per dimostrare di starci dentro, in realtà secondo me non ci sta dentro per niente. La lingua l’ho vista solo con i Chelsea Light Moving però. Mi piacciono i Chelsea Light Moving: non è vero che fanno i Sonic Youth e basta, li fanno con il distacco di un gruppo di persone che sono lì perché sono state scelte da Thurston Moore, che così può continuare a fare oscillare la sei corde, con distorsioni più sature però, segno dell’età e del divorzio. Solo poche volte tornano davvero gli arpeggi alla Sunday o alla qualcosa di Daydream Nation. Non che mi interessi davvero sentirli replicati, mi interesserebbe di più sentire qualcosa di ispirato. L’album si chiama Chelsea Light Moving e invecchia nello stesso momento in cui viene eseguito live. Groovy & Linda è forse esemplificativa di un disco con suoni ottimi ma danneggiato dalla cadenza poco spontanea di Thurston Moore. Lo preferisco negli album solisti, quando non cerca di autoconvincersi che il mondo è bello cantando “be a warrior and love life”.
Neanche fosse dell’Enel.

3 ore dopo hanno suonato i Porn, sull’altro palco. Era come se si lanciassero la palla avvelenata, e chi l’aveva suonava più forte. Thurston Moore con la chitarra faceva quello che aveva fatto 3 ore prima, non cantava e non faceva la lingua: in caso, gli altri Porn lo avrebbero mazzolato. I ritmi Stoner hanno reso questo concerto migliore: qualcosa di nuovo intorno all’ombra di Thurston Moore e qualcosa con cui divertirsi.

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les savy fav non cliccarmi

harmarsuperstar

har mar superstar cliccami assolutamente

 

 

 

 

 

 

Premio Macchiette. I vincitori sono Les Savy Fav e Har Mar Superstar, che hanno fatto il loro porco spettacolo di panze. La panza di Les Savy Fav è molto provocatoria e volgare, punk rock; quella di Har Mar è più atletica e black. Comunque due concerti eccitanti, più significativo quello di Har Mar Superstar, con la voce della negra che s’infilava a riempire gli angusti spazi vitali ancora disponibili tra il pubblico.

Miglior soundcheck’s mood. Le dinamiche dei Dinosaur Jr che stanno per suonare sono sempre quelle. Luci a giorno. Prima esce Murph, che poi se ne va. Poi esce J. Mascis che fa sempre gli stessi movimenti e negli anni ha dimostrato di avere un guardaroba invidiabile di magliette ma un solo paio di scarpe. Per ultimo esce Lou Barlow, raggiunto da Murph, che dopo un po’ scompare. Lou Barlow è quello che rimane sul palco fino a pochi minuti prima del concerto e di solito rompe la monotonia dei preparativi per qualche motivo serissimo.
Il palco si svuota. Dopo pochi minuti rientrano tutti, e suonano. Le dinamiche dei Dinosaur Jr che suonano sono sempre quelle. J. Mascis si guarda prevalentemente la punta dei piedi, Lou Barlow fa headbanging, Murph guarda dritto davanti a sé. Ogni tanto Lou Barlow e J. Mascis si osservano come per dirsi dai dio bono attacca sto pezzo. Di solito Mascis si concede veramente poco in movimenti extra; preso dall’eccezionale pogo, questa volta era più elettrizzato sui pezzi di Lou Barlow, che gli piacciono un casino.
Il concerto dei Dinosaur Jr più bello che io abbia mai visto, pure con qualche sorpresa in scaletta.

il pogo coi dino all'atp

Premio Più morti sulla moquette dell’ATP. Tutto il trip dei Godspeed You! Black Emperor me lo sono fatto salire dietro all’artista che metteva su i filmini, dietro al mixer. Faceva scorrere 5 pellicole alla volta, sostituendole tutte insieme con altre 5 quando il ciclo di proiezioni si concludeva. Quello proiettato sopra alle teste dei Godspeed era un unico racconto di bibliche dimensioni, chiuso, ripetitivo, sporcato da filtri ottici e sorretto sul palco da un gruppo della madonna e da crescendo strumentali ancora più della madonna. Alla fine di ogni pezzo sembrava conclusa una maratona sudatissima, la StraGodspeed, poi ne cominciava un’altra. Dopo un po’ ho gettato la spugna e sono andato a prendere una boccata d’aria. Il numero di gente morta sulla moquette dell’ATP è cresciuto esponenzialmente in quelle 2 ore di concerto e i cadaveri li hanno tirati via solo l’ultima sera, giusto per non farli decomporre coi Los Planetas. 

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Premio Tortoise. I Tortoise mi sono piaciuti come mi piacciono i Tortoise: quando pestano si, quando si mettono a jazzarsi le cervella e a farsi le pippe a vicenda mi distraggo. Distrarsi rispetto a quello che vorresti sentire non è mai positivo.
Alla mattina, al cinema, hanno dato The Breakfast Club, ma mi sono dimenticato di andare.

DAY1. Migliori ballerine. La gente ha seguito il concerto dei Mùm solo perché era la prima sera e c’era della fotta. E per un altro motivo. Ólöf Arnalds e Hildur Ingveldardóttir Guðnadóttir (due donne) non sembravano rendersi conto di essere di fronte a un pubblico gonfio di birra: amano comunque esplorare la natura del movimento e del suono, in ogni occasione, e per questo motivo anche stavolta hanno ballato come due extraterrestri bucoliche in abiti candidi, e ispirato le battute a sfondo sessuale dei maschi più realisti. Coniata l’espressione che due mamùm, sinonima di sti dù maroon5, che esprime noia. Non conosco così a fondo i Mùm per commentarne con serietà il live.

mùm

mùmma (foto: Diego)

Il premio degli aggettivi e dei nomi (più candidati, un solo vincitore). A pensarci bene il primo giorno è stato bello anche perché caratterizzato da set di band di ogni tipo: His Clancyness il velleitario, The Icarus Line il tamarro, Scout Niblett la dittatrice, Magik Markers i drogati. Il tamarro lo squalifico subito dalla gara, e così anche il velleitario. Rimangono in gioco la dittatrice e i drogati. Scout Niblett sul palco era quasi da sola, nel senso che era accompagnata da due toy boy che avrebbe potuto addestrare meglio, frustandoli di più. Il batterista eseguiva meccanicamente, e anche lui è un ingegnere; la funzione del chitarrista sul palco non l’ho capita visto che dava una PENNATA ogni quarto d’ora poi si guardava intorno con occhi sognanti. Musicalmente freddo, il concerto va ricordato soprattutto per la figura della dittatrice, per la sua voce e la sua chitarra. Presenza ruvida, Scout Niblett ha attirato su di sé la mia attenzione. Certe volte ha sorriso. Ha suonato contemporaneamente a Elisa Ambrogio e ai Magik Markers, e il Pontins Holiday Camp a Camber Sands ha potuto ascoltare due sensibilità femminili diverse in uno stesso momento. I Magik Markers (i drogati, ma solo per scherzo) hanno fatto il live che mi aspettavo, sonico e lisergico, e hanno onorato il loro album migliore di sempre (Boss). Elisa Ambrogio era più accomodante di Scout Niblett. I passati musicali da cui attingono ‘ste due passerone possono sovrapporsi perché si sono in parte sviluppati contemporaneamente, ma dalle rispettive scuole Scout ed Elisa hanno imparato diversamente. Scout Niblett ha prosciugato PJ Harvey di tutto il suo calore e l’ha resa, soprattutto dal vivo, fredda come il ghiaccio, mantenendone l’aggressività. PJ dal vivo è la pantera, Scout è la marmotta, adorabile e schiva. Comunque molto buona l’impressione. I Magik Markers hanno preso i Sonic Youth e li hanno spogliati di qualsiasi melodia, prolungando all’infinito il flusso di coscienza delle chitarre, con la batteria e la voce che scompaiono, poi ricompaiono, poi basta. E hanno aggiunto più amore per i pezzi acustici (Bad Dream / Hartford’s Beat Suite). Considerato tutto questo, per motivi di natura puramente personale, Elisa ha stracciato Scout.

magicmarkers

Elisa Ambrogio

Premio la polvere non si posa sempre per far ingrigire davvero. Boss dei Magic Markers era prodotto da Lee Ranaldo. Lee Ranaldo And the Dust hanno chiuso la prima serata dell’ATP, anzi no, dopo hanno suonato i Low. Il 2013 è stato l’anno di tutti i Sonic Youth dopo i Sonic Youth e Lee Ranaldo sta percorrendo la carriera dopo Sonic Youth migliore di tutti i Sonic Youth, insieme a Steve Shelley, che ha capito che lo stronzo era Thurston Moore e il simpatico Lee Ranaldo e si è messo a suonare con Lee Ranaldo. Nel 2013 Thurston Moore ha fatto i Porn e i Chelsea Light Moving di cui sopra; Kim Gordon i Body/Head, ma da parte sua non sento amore, solo un po’ di nostalgia; Lee Ranaldo ha fatto un secondo disco, Last Night On Earth. Il primo (2012) è meglio, ma questo è più distante dalle cose scritte per i Sonic Youth. The Dust completano molto bene Ranaldo, dandogli nuove idee, e in Last Night On Earth si sente non poco. Un urrà per mamma Matador Records: nel 2013 è riuscita ad acchiappare tutti i Sonic Youth che non sono più i Sonic Youth e ha fatto uscire tutti i loro dischi. Tra qualche anno avremo l’album della reunion per Matador, con Thurstone Moore e Kim Gordon che registrano un disco insieme ma non s’incontrano mai. Non c’è niente di male, eh, anche i Flaming Lips l’hanno fatto con Bon Iver.

Premio Ammazza che spalle. I Low hanno fatto il concerto perfetto. La sensazione non era la stessa che si prova ad ascoltare l’ultimo album, The Invisible Way. La sensazione era migliore. Il disco è bellissimo, ma dopo il live è ancora più bello. Mi piace quando succede che esci da un concerto e l’album è improvvisamente diventato più emozionante di prima perché dal vivo c’han saputo fare. I Low hanno suonato in tre, esattamente dove i Godspeed hanno suonato in (boh) otto?, e hanno saturato lo stesso la sala. La batterista (che ha un nome bellissimo: Mimi Parker) riempiva da sola il palco: la più gigantesca batterista del Pontins.

Mimi Parker

Low (foto: Diego)

Per il DAY 3 non stò ad assegnare tutti i premi, dico solo che il concerto migliore l’hanno fatto i Beak>. Avrete letto in giro che era l’ultimo ATP organizzato nella formula concerti+dormire. Peccato. Era la mia prima volta, ma condividevo la stanza con alcuni veterani: è stato bello, ricorderò sempre il sunday roast, il calcetto, il monco ubriaco e il telefilm del tipo stupido con quella zazzera stupenda che alla fine si fa biondo. E i concerti, naturale.

Ciao.

A New Era, le recensioni nella mail. Auden / BluNepal / Winter Dust

Pippone su tre primi album.

Love Is A Conspirancy degli Auden (V4V Records)

Love Is A Conspirancy è l’unico disco degli Auden, registrato nel 2002 e ripubblicato da V4V Records in ottobre 2013. Si tratta in effetti di un album emo (5 pezzi), con buoni arrangiamenti di chitarra e belle melodie distorte (il finale di My Wrong Sentimental Education) e non (l’inizio di My Wrong Sentimental Education). Il titolo è troppo emo e l’abum non è così emo, almeno non alla maniera più piagnona dei (per dire) Mineral. Non riusco a entrare dentro del tutto ai testi. In alcuni casi, e adesso cavatemi gli occhi, mi vengono in mente i Julia, solo con zero screamo. E i Van Pelt, per uscire un po’ dal tracciato. Non credo di bestemmiare se dico che le melodie vocali tirano (alcune) a Lee Ranaldo che scrive per i Sonic Youth. Però resta emo, si, le sonorità sono quelle, si, con la pronuncia inglese di un iraniano vissuto a Roma per qualche anno di lavoro (There Was Always Too Much Light In The Room). Gli Auden non si sono mai sciolti ufficialmente ma sono in letargo.

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal (Wasabi Produzioni e Green Fog Records). Togli agli Air il tocco vellutato e ai Mogwai la potenza e rimane molto meno di quello che avevi all’inizio. Ma tutto è molto più complesso di così. I BluNepal sono grandissimi scrittori (e forse anche improvvisatori) e hanno il merito di saturare l’elettronica ed evitare (YouZi) di abbandonarsi completamente all’easy listening. Il suono è però più freddo e artificioso, ma meno monumentale, del rock sperimentale a cui tra le altre cose si ispirano. Into The Cinema (The Storm) è pure un bel pezzo, ma è vecchio e non riesco a trovargli un aggettivo più adeguato. Putroppo, mi ricordano i Goblin, e quando succede è un tunnel da cui non riesco a uscire. C’è anche Tomorrow Never Knows, cover dei Beatles. Proprio come i Beatles la mettono alla fine del disco, ma è un’interpretazione troppo suonata e troppo lunga, che mantiene l’impostazione dell’originale perdendone tutta la delicatezza, un po’ come se fossero i Kula Shaker a suonarla. Il disco esce il 20 gennaio.

Autumn Years dei Winter Dust

Autumn Years (Voice Of The Unheard) è un altro album emo/post-rock, debutto 7 pezzi dei Winter Dust. Parte benissimo con Fake Beaches, poi si perde con Undertow, che all’inizio riproduce le onde del mare per proseguire con distorsioni e pianoforte, e terminare con le onde del mare. C’è molta confusione, e la batteria non sempre regge il tempo. Tornano di nuovo i Mogwai e i Giardini di Mirò, ne ammiro sempre le sonorità e gli echi ma non mi basta. Il pianoforte, strumento che dovrebbe dare spessore all’album, è a episodi invadente e non così necessario. Credo che il problema stia proprio nella confusione che si crea nell’arrangiamento: spesso gli strumenti sembrano scollegati (Birthday) pur ricorrendo a distorsioni e singalong, che dovrebbero amalgamare. Il pianoforte, ancora, crea un altro elemento scollato dal resto e non aiuta. Tutto è molto urlato, anche le parti più melodiche. Per questi motivi si perde la poesia della dilatazione e dell’esplosione tipica dei generi cui si vorrebbe far riferimento.

Ciao.