L’estate di San Martino

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(L’ho scritto domenica 8, e l’ho finito un po’ oggi)

Non sono un fan del Dream Pop, non mi dispiacciono i Beach House ma non mi viene mai voglia di riascoltarli. Il Dream Pop mi piace di più quando i suoni si saturano, un po’ meno quando a prevalere sono i sussurri. Dei Cocteau Twins mi piace Heaven or Las Vegas però e vado letteralmente matto per Sunday Morning dei velvet Undreground, come metà della faccia della Terra. Declinazioni orchestrali alla Mercury Rev di Deserter Song mi flipparono il cervello, ma ho ascoltato una volta il disco nuovo, e l’impressione è che sia rimasta solo la parte più sterile.
Sarà che ieri ho letto un componimento poetico sessista e offensivo su Any Other nel quale la si paragona a Maria Antonietta, che è marchigiana, e sarà che uno che su Facebook s’identifica con un disegnino di una ragazza che dice “I’m sure you’re very popular e mima il gesto del bocchino come fa Kristen Wiig in Bridesmaids ha condiviso lo spirito della poesia (opera del Teatrino degli Errori) ma non ha capito cosa c’è scritto e ha commentato oh no anche lei marchigiana? basta riferendosi a Any Other (veneta, base Milano) poi io della scena di Pesaro salvo solo i Be Forest e chiude con quel disco mi piace. Sarà, ma in mezzo a questi commenti a cazzo me la sono presa con i Be Forest, che non c’entrano niente. Non mi piacciono, il fatto che siano marchigiani c’entra relativamente, troppe campanelline scintillanti e troppa dark dolcezza insistita, complice un concerto al Bronson in cui hanno dimostrato una parte ritmica inconsistente e un’incapacità totale di dare un corpo concreto alla musica che suonano. Any Other, gli Any Other, per certi versi sono davvero imparagonabili ai Be Forest perché fanno cose totalmente diverse, sono molto meglio, sanno scrivere le canzoni, Adele sa cantare, dal vivo sono molto bravi, ognuno ci mette tantissimo del suo e si può capire se hai avuto la fortuna di ascoltare Adele da sola e poi con Erica e Marco: alcune canzoni sono le stesse e il passaggio è migliorativo. Sarà per il fatto che ho pensato che mi piacerebbe sapere se il Kristen Wiig conosce tutti i gruppi marchigiani e ha espresso un giudizio vero con cognizione di causa, sarà perché il Dream Pop non sono solo i Be Forest e perché Il Teatrino non sapeva che cosa scrivere e ha scelto il ciclo, una battuta universale, volendo farla per forza, e le battute universali da sempre rappresentano dei rifugi disastrosi per i comici in crisi. L’umore di una ragazza è le mestruazioni o no: livello Teo Mammuccari. Sarà, ma la poesia e i relativi commenti mi hanno fatto incazzare (e non si è incazzato nessun altro perché è una noia, su facebook ha floppato) allora ho deciso di ascoltare qualcosa di Dream Pop, almeno sulla carta, e femminile.

Ho trovato Armaud, How To Erase A Plot (Lady Sometimes Records), che viene presentato come disco Dream Pop ma non lo è davvero, o meglio lo è solo quanto potevano esserlo gli Arab Strap, ma se ne differenzia almeno quanto si differenzia Francesca Amati dei Comaneci con la quale condivide un modo di cantare con picchi di voce imprevedibili, ma più attutiti rispetto a Francesca Amati, e che mi ricordano Martina Topley Bird. How To Erase A Plot l’ho ascoltato a ripetizione stamattina, perché è domenica, fuori c’è il sole e l’estate di San Martino mi fa ancora uno strano effetto. Mi sembra sempre che dietro l’angolo ci sia la nuvola grigia enorme e invisibile, che adesso mostra il suo lato sorridente, poi dopodomani ti frega. Fuori, la mia vicina di casa novantenne che si chiama Adelina sta urlando qualcosa, lo fa spesso e quando c’è il sole tiene la finestra aperta e io sento tutto.

“Nello! Nelloo!!”

Sembra sempre che stia soffocando, è terribile. Ma chiaramente non è mai niente di che, è sempre sopravvissuta, suo marito (Nello) non le risponde mai e lei continua a ripetere lo sgozzo. Quando succederà davvero qualcosa, tutti crederemo che non è niente e la lasceremo lì, come un pastore di Esopo qualunque.
Sofia invece ha credo sette anni, è davanti al cancello dell’altro mio vicino e sta giocando a fare la ballerina cantando, con la voce che ha, per forza, da bambina non dotata di una voce particolarmente bella ma neanche brutta, El mismo sol di Alvaro Soler. Sofia è stata per molto l’unica femmina in mezzo a fratelli e cugini maschi il cui principale passatempo è sbombare spallonate contro il portone del garage e credo che si sia costruita un proprio angolo, che difende benissimo, o dal quale attacca altrettanto bene, fatto di cose sue. Una volta, in uno dei rari momenti in cui non sbombavano, i ragazzi hanno organizzato un concerto con strumenti finti in cortile. Lei ballava e faceva la parte della cantante. Se la guardavi in faccia, sorrideva tantissimo e sembrava separata dagli altri. Adesso le è nata una sorella, magari tra un po’ di tempo faranno gruppo.
Lo streaming di Armaud (la cantante si chiama Paola) gira mentre Sofia e Adelina usano un livello di voce diciamo alta. How To Erase A Plot si è infilato tra Adelina e Sofia, a un volume più basso ma una fase di consapevolezza diversa da entrambe. Il disco inizia molto piano (Him) e probabilmente in un’altra situazione, al di fuori del casino che ho di fianco a casa, non sarebbe stato la stessa cosa. Ma ogni disco vale in relazione alla situazione in cui lo ascolto. Oppure no, non credo ci sia una regola generale, ma in questo caso lo è. Patterns prende ritmo, Spoiler si apre grazie a una chitarra più scintillante di tutto il resto, dopodiché Armaud non c’ha messo un attimo in più dell’attacco di ogni canzone per convincermi fino alla fine. Ritmi che si ripetono uguali a se stessi, suoni sommessi, un modo delicato per esprimere una malinconia che passa tutta come una cosa che non si vorrebbe avere, non come nel Dream Pop. È un genere complesso, che prende il via dalla definizione data da Simon Reynolds in rapporto allo showgaze drogato, poi è anche new wave, synth pop, psych rock bla blaabla. È un sacco di cose, ma quando viene semplificato all’osso e usa principalmente i suoni rarefatti e le ritmiche dociline, mi pare che tristezza e malinconia vengano stereotipate e utilizzate per creare un mood compiacendosene.

L’Adelina, la Paola e la Sofia* è divertente stare qui ad ascoltarle tutte e tre. Sono tre momenti diversi della vita, non per forza in contrapposizione tra loro, ma forse solo una l’evoluzione dell’altra, o forse neanche. Il post l’ho fatto iniziare da Il teatrino degli Errori che commentava Adele e gli Any Other. In Adele c’è un po’ di Adelina, e un po’ di Sofia, in Paola c’è un po’ di Adele e di Sofia, in Sofia ci sarà un po’ di Paola e in Paola c’è un po’ di Adelina. Quest’ultima cosa non per forza, forse più avanti. Da anziani si può anche assalirci quella rabbia per colpa del tempo che finisce, da ragazzini potremmo anche essere spensierati e da più grandi diventare una di quelle persone a cui si attacca addosso la malinconia, poi, verso la fine, siamo incazzati neri oppure in pace col mondo, come per esempio lo era mia nonna, che aveva la stessa età dell’Adelina. Oppure niente di tutto questo, o una sola cosa di queste, per tutta la vita con lo stesso grugno o con lo stesso sorriso. Non è facile essere sicuri di queste semplificazioni, non è una regola doverlo essere, ma qui dalla scrivania le ascolto tutte e tre e la cosa di cui sono sicuro è che non me la sento di ridurre una cosa così complessa a un assorbente.

* recupero l’articolo davanti al nome femminile, in Romagna è corretto.

MAIL ORDER. Cayman the Animal / Futbolín / Guerrra

futbolinNon è facile scrivere su tutti i dischi che mi arrivano in posta. Tendo ad ascoltare tutto, ma alcuni scivolano via sul piano inclinato della mia indifferenza. Mi fa molto piacere che mi arrivino, vuol dire che il mio blog è stato preso in considerazione. Nel caso degli uffici stampa o delle etichette che fanno promozione, la mia mail è una tra mille. In alcuni casi, da etichette e da gruppi, credo mi sia successo di ricevere mail solo per me, perché era appena stato fatto un invio massivo ed ero rimasto fuori o perché hanno voluto fare così. Comunque sia, non sono obbligato a scriverne solo perché mi hanno mandato un disco e non capisco la delusione arrabbiata di alcuni quando non scrivo. Non capisco neanche quelli che s’incazzano perché ho scritto che non mi piace il disco. Il mio giudizio se è sincero vale qualcosa, se non lo è non vale niente. Mi sento comunque un po’ in colpa quando non scrivo, ma mi passa. Per recuperare, a volte intensifico e raddoppio gli ascolti. Mi piace moltissimo farlo ma non sempre ma dà degli input, e mi piace farlo in modo sincero. Non voglio scrivere qualcosa a cazzo perché devo farlo, ma voglio scrivere la verità, dal mio punto di vista (lo scrivo io, è chiaro eh), che è l’unica cosa che mi fa passare quel nervoso che mi viene quando non scrivo. Cerco di dedicare più tempo possibile a questa cosa ma a volte la vita di tutti i giorni non me lo permette.
Il nuovo disco dei Cayman the Animal, Apple Linder, conosciuto su Facebook perché una delle etichette che ha prodotto il disco (Sonatine – le altre sono: Escape From Today, To Lose La Track e Mother Ship Records) ne ha parlato, non c’entra niente con la intro del post e non l’ho ricevuto in posta, ma è comunque una delle cose migliori che io abbia sentito ultimamente. Un insieme di roba figa come Fugazi, Refused, NOFX e Blink 182 con le chitarre che ricordano totalmente il passato ma sono forti di inventiva spregiudicata, velocità e passaggi lenti pesi. Avevo ascoltato, tempo fa e poi più, anche Aquafelix EP, il precedente. Una domenica pomeriggio di qualche settimana fa mi sono infilato nella nebbia timida di Igea Marina per andare a vederli dal vivo al Kas8. Mi piace molto andare da quelle parti, che poi sono queste parti, perché sono vicine a quella che è casa mia da qualche anno, non da sempre, quindi sono zone famigliari, ma sulle quali ho solo ricordi recenti, che fanno un effetto diverso rispetto a quelli più vecchi. Era la prima volta che vedevo un concerto dentro alla sala prove del Kas8 e vedere un concerto dentro a una sala prove è una delle mie cose preferite. Logisticamente e personalmente era una situazione strategica molto attraente. Il concerto è stato uno dei concerti più lisci che abbia mai visto, sembrava stessero bevendo un bicchier d’acqua in realtà erano in cinque a suonare, ma mi ha un po’ infastidito che l’abbiano buttato in caciara romanesca, una cosa in più perché musicalmente sono precisi e potenti e non serve nient’altro. Mi sa che loro sono così, ci scherzano su un sacco. Il disco mi è arrivato no-mail, si-facebook, si-concerto, un modo relativamente nuovo e uno relativamente vecchio di conoscere roba, entrambi molto validi. Nell’edizione in vinile, la copertina è un posterone.
Il disco dei Futbolín (V4V Records) mi è arrivato in posta invece. Da sempre questa è una rubrica anche sulle copertine. In quella dei Futbolin c’è un orso in piscina che vince sugli avversari in concorso oggi. L’orso è il tema dell’album, quello che ha subìto troppo delusioni, che non può fare a meno di sentirsi diverso da tutto il resto e allora si chiude in casa per stare bene ma la casa ha giardino e piscina e allora si sente ancora più diverso. Nel video di To All the Teen Crashes On Earth a essere chiuso in casa è un brachiosauro di gomma con una telecamera sul collo. Una soggettiva alla Smack My Bitch Up. E alla fine scopriamo che è un brachiosauro maschio, perché come scoprimmo essere donna che fa sesso con un’altra donna quella che portava la soggettiva dei Prodigy, così se il branchiosauro incontra due maschi deve essere maschio per forza. Lo stile è lo screamo math che fa coppia con l’emo math che ultimamente ha preso piede creando un filone con Valerian Swing e Delta Sleep in testa e altri che srazzano un po’ per vie personali, sulle quali si può incontrare anche il post rock reggiano dei Giardini di Mirò, come nel caso dei Mood. Il disco dei Futbolín inizia molto math (Exes & Fingers), poi mantiene ritmiche quasi sempre con rullante in anticipo e chitarra che gira su stessa, sempre molto distorta ma tanto definita da sembrare patinata, con alcuni (pochi) momenti in cui viene fuori una sensibilità diversa che va oltre quell’impostazione fissa, come gli attimi un po’ più dritti e meno avvitati di The Blond Song e To All the Teen Crashes On Earth.
Sempre emersi dalla posta e sempre del giro math prog ma solo strumentali (chitarra, batteria), più sporchi e anche più jazzati sono i Guerrra di Soprusi (Kaspar House, Cave Canem DIY), che chiamano le canzoni con i nomi di notissimi personaggi sfortunati, tra cui Ipazia, interpretata anche da Rachel Weisz in Agorà, in onore alle diverse sfighe che la formazione ha subìto nel corso degli anni. Scompare la componente emo, compare quella psycho trippy (Alan Turing). Le canzoni hanno diversi cambi di tempo, chitarra e batteria stoppano e ripartono, si girano intorno, sono irrefrenabili, danno pure prova di una precisione di una potenza di una tecnica invidiabili, ma dopo un po’ li abbandonerei e li lascerei soli nel loro trip, che è sanissimo ma non fa per me. Alla fine viene fuori un sax a siglare la trasversalità di Soprusi e a suggellare la raffinatezza che un genere primitivo come il math può raggiungere con altre trovate che non siano i vertical di chitarra, raffinati ma cinghioni. La copertina è l’ultima classificata.

Il lungo viaggio fino alla corsia dei formaggi, la 20, primo armadio a destra

lievito-cubetti

Supermecato.

Dirompente come salmone che risale fiume, ecco la vita di tutti i giorni spiaccicarsi sulla pagina del mio blog di musica. Il Gagio delle Cozze cantava su un quattro quarti e una chitarra stoppata: “tonno, cetrioli e la maionesa: la spesa”, e da quel momento le due cose sono per me inscindibili. La musica e la spesa. Una dentro l’altra, tutte e due dentro alla vita, un pasto come un ascolto, necessari, come l’acqua. Un’unione suggellata da piccoli oggetti, come la lattina di Splugen che davano al Confino – dove hanno suonato anche le Cozze – che sapeva di scaffale di discount come nessun’altra cosa al mondo, o come il panino preparato prima di partire verso un concerto lontano. Tutto proveniente appunto da un luogo, fonoteca dello spam rock e regno delle cose vitali.

Il Supermercato.

Il posto in cui tante volte mi scartafrullo le orecchie con l’mp3 mentre faccio altro: la spesa. All’inizio ero scettico sull’utilità, la possibilità, l’opportunità e la comodità della mossa ma ggi credo sia più che mai fondamentale affrontare questo momento – necessario ma ritualistico – con qualcosa che mi dà una mano. Se vengo risucchiato dal fascino eccentrico e lussuoso delle botteghe di paese, salto in macchina e come il mio amico tonno punto dritto verso l’A&O, arrivo davanti alla porta scorrevole, accellero il passo, metto le cuffie, scelgo l’album che voglio e salto dentro.

Ho fatto una lista, una lista di dischi. I dischi di questa lista hanno una cosa in comune: li ho ascoltati almeno una volta al supermercato. Spesso spostano i prodotti e costringono a fare qualche passo in più, chissà che non ti caschi la mano su qualche altra cosa di cui avevi dimenticato l’utilità – è una cosa che accetto, non voglio fare una petizione su change.org. In quei casi, che si fottano i responsabili della merce esposta, mi ascolto una canzone in più.
Al supermercato, se ho fretta la musica mi fa accelerare il passo. Se non c’è troppa gente, scegliere cose dagli scaffali mi aiuta a concentrarmi sugli arrangiamenti così posso diventare un vero critico. Se c’è troppa gente, metto su qualche disco utile, come Cowboys From Hell. Mi isolo per un po’, fino alle casse (con pausa al banco salumi), a meno che non abbia una camicia simile al càmice di chi lavora lì, il che mi espone totalmente a clienti che non trovano cose, o ai loro rimproveri perché ci sono troppe scatole per terra lungo il corridoio e che dovremmo gestirla meglio questa cosa. Al mattino non è sempre possibile scegliere un outfit non A&O e questa cosa mi è capitata almeno tre volte, con tre vecchiette impazzite.
A parte il mangiarlo, non c’è niente che sia più necessario del comprare, o comunque procurarsi in qualche modo, cibo. O un bagno schiuma. Ascoltare musica si lega in modo naturale a questa azione. Una cosa aiuta l’altra o viceversa, a seconda di quale cosa ha bisogno di una spinta. È una forma di amicizia tra due elementi necessari. Non sono qui a mettere sullo stesso piano l’indispensabilità reale delle due cose, ma la spesa chiama la musica, come una cosa a cui si deve accompagnare, ed è questo anche il motivo per cui esiste lo spam rock, quello che sei costretto a sentire quando fai la spesa. Se non vuoi sentirlo, puoi infilarti gli auricolari. La possibilità di scegliere la musica da ascoltare mentre sei costretto a comprare cose perché servono alla tua sopravvivenza è importante. Ecco, un vantaggio-svantaggio della spesa con gli auricolari è non sentire lo spam rock. Non sentire lo spam rock al supermercato alcune volte significa mancare l’appuntamento col divertimento vero, ma non è grave quanto per esempio non sentire lo speaker della stazione dei treni che annuncia un cambio di binario, paura che mi assale quando ascolto l’mp3 sul binario. Preferisco farlo al supermercato, per esempio all’Iper Rubicone.

L’Iper Rubicone è stato costruito quando avevo 18 anni, circa. In qualità di primo centro commerciale della mia zona, per alcuni anni fu meta di pellegrinaggio dei bambini, dei genitori, degli anziani e dei giovani, anche i più insospettabili. Partivano scooterate pericolosissime, in due sul cinquantino, però col casco, un po’ banditi un po’ cagasotto. Col tempo l’Iper Rubicone ha perso il fascino della novità. Nonostante questo, continua a essere molto frequentato, perché alla gente piace andarci. Ha visto nascere intorno a sé molti satelliti, che hanno avuto più o meno fortuna: un cinema multisala, una pizzeria in mezzo al parcheggio, un outlet per russi, un sushi, una birreria. Adesso l’Iper è una lunghissima galleria, rinnovata da poco con ulteriori splendidi negozi tra cui la Desigual, dei cui prodotti non capirò mai la selvaggia bellezza.
All’Iper vado a fare la spesa solo quando è indispensabile, in macchina o in scooter. Però nell’aria non c’è più l’emozione dell’illegalità di una volta, perché io, giovane cresciuto, ho omologato il Booster per il secondo passeggero (bastano sella lunga e pedaline, oltre a un plus insignificante in assicurazione) e tutti gli altri dal canto loro hanno tutti gli scooteroni 125, su cui possono salire con la moglie, la nonna e un figlio senza apparire il pericolo ambulante che in realtà sono.
L’ultima volta sono andato un sabato pomeriggio alle 4 mentre fuori pioveva. Tra le altre cose, dovevo comprare il lievito in cubetti per fare il pane, o meglio, per fare in modo che Federica facesse il pane. Il motivo per cui riduciamo al minimo le viste all’Iper è perché portano via un sacco di tempo, che ci sia gente o meno. Ma mi piace particolarmente ascoltare musica in quel posto, è più utile che altrove, primo perché i corridoi sono più lunghi, secondo perché se è sabato pomeriggio e fuori piove è la situazione ideale: Cowboys From Hell può manifestare la sua potenza di musica da spesa. L’ultima volta, alla fine di un percorso di gomitate e culate che sembrano date per sbaglio, seguendo un ordine imposto dagli spostamenti dei prodotti e guidato dalla tigna di un vero cowboy venuto dall’Inferno per affrontarne un mondo ben peggiore, ho trovato quasi tutto. Rimaneva fuori solo una cosa: il lievito in cubetti. È tra i preparati per dolci? È tra i formaggi? È in una cella frigorifera tutta per lui? Non si capiva. I càmici hanno depistato la missione dandomi suggerimenti impossibili tra cui un “non lo teniamo”. Al terzo tentativo una dipendente meno infedele mi ha detto “nella corsia dei formaggi, la 20, primo armadio a destra”. Grazie a lei ho ottenuto tre cose:
1) il lievito a cubetti
2) ho imparato che anche al supermercato ci sono gli armadi, quelli con le ante di vetro per evitare la dispersione del freddo
3) ho spento Cowboys From Hell e ho guadagnato le casse.

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Michele Bravi live all’Iper Rubicone. Il che individua una tendenza già affermata, che consolida ancora di più il legame luoghi della musica luoghi della spesa: i concerti degli ex vincitori dei Talent negli Ipermercati

 

Venendo al dunque, ho fatto questa lista di cose uscite nel 2015 che ho ascoltato ultimamente, o anche prima di ultimamente, al supermercato. Ho scelto solo americani e ho trascritto la città da cui provengono perché mi sembrava di disegnare un percorso geografico di orientamento, fittizio ma contrapposto al disorientamento reale che alcune volte provo di fronte agli scaffali e in mezzo ai culi delle signore. E perché i supermercati americani sono i miei preferiti, con quelle bottiglie di alcolici infernali più grandi ancora di una bottiglia di plastica di Sprite da litro.

DAYTON
Lou Barlow, Brace the Wave
. Lui solista era il mio re. Potevo tenere in cuffia per ore le sue canzoni e uscirne che stavo di merda ma senza neanche un problema. Sorridendo. Le canzoni andavano, una dopo l’altra, sempre uguali ma sempre diverse, per il piacere dell’ascolto di quel modo di scrivere e cantare così ingenuo per finta, un misto di spontaneità e saper fare la propria cosa. Era amore. Ora il mio amore si sta appassendo. Brace the Wave è il disco più freddo della sua carriera, suona deludente come l’attimo che precede l’abbandono definitivo e non mi ha fatto venire voglia di riascoltarlo all’infinito. Questo è un indizio, e un indizio è solo un indizio. Però, se metto sul piatto anche lo scazzo dopo l’uscita di Defend Yorself (Sebadoh) allora ho due indizi, e due indizi sono una coincidenza. Il concerto dei Sebadoh al Bronson non è stato il concerto che mi aspettavo: eccolo il terzo indizio, e tre indizi fanno una prova, la prova che our love is coming to an end.

CHICAGO
Wilco, Star Wars
Sukirae, il disco che Jeff Tweedy ha fatto col figlio Spencer, non è un esperimento a cuor leggero, considerando che è stato realizzato in un periodo in cui la mamma di Spencer non stava bene (credo non stia bene tutt’ora). La musica è stata una via di fuga per padre e figlio. Comprendo l’importanza di una creazione in un simile contesto famigliare, ma non sono riuscito a entrare dentro al disco e a sentire davvero la situazione che c’era dietro. Il motivo sta nel fatto che le canzoni come sonorità e scrittura ricalcano il modello Wilco, quel modello ha perso forza e non riesce a dare voce a una situazione così dolorosa e difficile. Dentro a Star Wars ci sono canzoni molto buone (You Satellite), in linea con il precedente The Whole Love, ma sembrano piazzate lì solo per comporre un album. Il modello è stato solo replicato e suona come un compitino. Uno come Jeff Tweedy può scrivere canzoni come un amministrativo registra una fattura, e l’ha fatto. Anche gli altri Wilco sanno fare il loro lavoro, e l’hanno fatto. Si sono portati a casa l’attenzione per l’uscita di un disco nuovo pubblicato all’improvviso su internet in estate. Quel tipo di attenzione, suscitata dal colpo di scena e non dal valore del disco, è come dire lo stipendio fisso, serve, ma è una roba da impiegati.

Ero in cucina quando ho visto che era uscito all’improvviso e all’insaputa Star Wars, ho fatto un salto sulla sedia ed è stata l’unica emozione che ho provato sul disco nuovo dei Wilco. Perché poi ho iniziato a pensare: bella mossa dargli quel titolo proprio quest’anno e mettere in copertina un gattino, sembra uno scherzo. Essendo in cucina, ho potuto notare che mancava cibo per il pranzo e sono andato all’A&O, dove ho ascoltato per la prima volta Star Wars. A proposito di prime volte, una delle prime volte in cui sono andato all’A&O di Sant’Angelo dopo la chiusura di quello di Gatteo ho ascoltato Foil Deer degli Speedy Ortiz. Sono eventi che si ricordano.

NORTHAMPTON
Speedy Ortiz,
Foil Deer. Le chitarre sembrano intrecciarsi più di quanto fanno in realtà da che lo fanno bene, e questa è una delle sue caratteristiche migliori (The GraduatesZig, Mister Difficult ma soprattutto Dvrk Wvrld). Major Arcana aveva già GLI INTRECCI (Pioneer Spine) ma aveva il suo forte nei passaggi più improvvisi e rapidi tra strofa e ritornello o all’interno della strofa (Tiger tank). Foil Deer è più disteso, distribuisce gli arrangiamenti nei minuti, si prende tutto il tempo per farli suonare. Major Arcana non aveva due canzoni brutte come Puffer, dove la batteria potrebbe essere quella di Beck Hansen in Dreams, e Swell Content. Al di là di questo non credo che Foil Deer sia inferiore a Major Arcana. La differenza fondamentale sta nelle chitarre, essendo cambiato il chitarrista. Fino a Major Arcana era Matt Robidoux, che non era meglio di quello di adesso (Devin McKnight), aveva solo un modo diverso di scrivere le canzoni.
Dal vivo sono molto bravi, riescono a far venire fuori le chitarre migliori dei due dischi. Molte delle cose più interessanti con la chitarra le fa lei, McKnight lavora molto ma nell’ombra, il batterista è un buon torchio, il bassista ha una buona sensibilità sui piano e sui forte e c’è una sintonia evidente tra tutti. Al Covo circa un mese fa è stato molto bello.

DETROIT
Sufjan Stevens, Carrie & Lowell
. Nei testi ho beccato la doppia personalità di Sufjan Stevens: “Should have known better: nothing can be changed, the past is still the past, the bridge to nowhere” (il realista), “spirit of my silence I can hear you…” (il mistico metafisico sciamanico). Poi c’è la parte strumentale, una specie di sogno, che azzera i grandi arrangiamenti di The BQE e la varietà di The Age of ADZ, ma acquista in caramellosità. Ma la cosa più importante è il tema: la morte, di cui musica e testi sono una rappresentazione, ma che rimane caratteristica più importante. Carrie & Lowell poteva essere musicalmente un disco diversissimo da quello che è, ma quel tema mi avrebbe fatto pensare comunque alle cose a cui mi ha fatto pensare. La morte è una cosa con cui tutti si confrontano, affrontarla costringe a pensare a certe cose, alle persone che non ci sono più e al rapporto che avevi con loro per esempio. La musica di Carrie & Lowell è monotona e asettica, il che mi attira, ma è anche calda e mielosa, il che mi scazza alla grande. Può piacermi o no, posso sentirmi in sintonia oppure no, ma il tema mi stimola comunque, innesca meccanismi che vanno al di là del suono o degli arrangiamenti. E la cosa a cui mi ha fatto pensare più chiaramente è che se fosse uscito cinque anni fa, nell’anno in cui sono andato a tre funerali, probabilmente mi avrebbe conquistato completamente. Alla fine il fatto che la musica ti faccia capire che col tempo sei cambiato, migliorato o peggiorato, è una cosa potente, che non avrei collegato a questo disco se avessi tentato di catturarne solo la bellezza o la bruttezza oggettive. Per questo motivo, penso di poter dire che Carrie & Lowell mi piace.

Sufjan Stevens non mi ha mai conquistato davvero. Mi fa lo stesso effetto di quando al Supermercato fanno il 3×2 e compri il secondo pezzo perché ti regalino il terzo, anche se spendi di più rispetto a quanto spenderesti se comprassi solo quello di cui hai veramente bisogno: Sufjan Stevens lo ascolto tutte le volte, perché non è mai veramente male, ma non è che senta davvero il bisogno della sua esistenza come musicista.

LAKE PLACID
Lana Del Rey, Honeymoon. Mentre ascolto il nuovo disco ho l’impressione che qualcuno stia cercando di vendermi qualcosa che non dovrebbe cercare di vendermi perché non è di buona qualità. Le musiche sono inconsistenti, la voce è paradisiaca e fatta di niente, le idee mancano. Essere suo fan è come frequentare quei corsi in cui t’insegnano come essere un buon venditore di un prodotto farsa e quindi credere in qualcosa che non esiste. Lana era un’unica grande idea nel momento in cui è stata creata (figa per certi gusti, algida con lo sguardo un po’ drogato un po’ ingenuo), adesso non c’è più niente da raccogliere ma si continua a scavare. Scava scava, se non trovi niente è segno che bisogna smettere. Ma finché vende, capisco. Rimane pur sempre l’unica pupattolona del blog.

Lana sarà un’ottima compagnìa quando comprerò gli ingredienti per cercare di fare il mio primo dolce. Perché prima o poi succederà e l’operazione sarà un disastro, ma la colonna sonora sarà all’altezza. A proposito di dolci che preparano gli altri e io faccio solo la spesa, un po’ di tempo fa tra gli scaffali cercavo il vaniglia flavour. Quando l’ho trovato un acuto di Chris Cornell mi ha fatto sobbalzare. La boccetta è caduta e per fortuna non si è rotta.

SEATTLE
Chris Cornell, Higher Truth
. Tutti l’avevano sbeffeggiato per la svolta elettro (Scream) di qualche anno fa, ma è stato un errore: non bisogna disdegnare quei colpi di testa, sono tentativi genuini di uscire da sé, da parte di un autore che fa fatica a scrivere cose con una spinta significativa dal 1990. Quei colpi di reni rappresentano il tentativo di intraprendere una via di salvezza diversa da quella scontata per la più grande voce del grunge, il simbolo del suo lato maschio, il vero tecnico della giugulare, quello che nel ’99 aveva partorito, tra le aspettative altissime degli altri e la propria noia, il primo disco solista, Euphoria Morning, in perfetta linea di continuità con il passato, magari solo un po’ più morbido. (Salto Carry On). Scream è del 2009, ed è il suo tentativo di rompere con la palla delle solite cose, ma tutti lo smerdano. Allora lui, maschio ma senza troppissima personalità, si inibisce e torna sui suoi passi, nello specifico fa uscire un album acustico live da solo, Songbook, e non abbandona più la strada della normalità. Ora che gli rimane solo da sfoderare la voce, per diventare per sempre un autore classico della tradizione americana e schiantarsi contro l’inutilità della propria carriera solista, ha pubblicato Higher Truth. Il rapporto lunghezza disco/idee è troppo sbilanciato a favore della prima. Le canzoni sono rock, grunge, country, hanno gli archi, gli arpeggi, il pianoforte, i Beatles, i Johnny Cash. I riferimenti che ti aspetti, niente di sconvolgente. Praticamente un supermercato, dove c’è tutto per tutti, senza troppa personalità, e non avrebbe senso se venissero accontentati solo i gusti di qualcuno, perché così facendo il pubblico si restringerebbe.

DULUTH
I Low invece sono un lungo esperimento che continua a funzionare. Ones and Sixes è il loro decimo. Ho letto l’intervista su Rumore ai Low in cui il cantante dice che è un passo in avanti rispetto al passato e, oh, è vero! Lo è nella loro discografia, lo è per me. Continuo a pensare che il loro miglior disco sia Secret Name, più lento, fino alla morte, ma la micro elettronica di Ones and Sixies in alcuni momenti mi spacca il torace come faceva Plastic Cup, la prima di The Invisible Way, o Holy Ghost, la seconda. Niente che sia all’altezza del mondo spalancato da I Remember sulle altre 11 canzoni di Secret Name, ma Ones and Sixies sta facendo il suo sporco lavoro dentro la discografia. Razza razza, ascolto dopo ascolto si sta rivelando pieno di rivoli e parti nascoste (Congregation).
Mi spingono dentro una bolla d’aria i Low, spesso lo fanno, non mi piace sempre, ma è una specie di ultima sensazione che provo prima di sparire dall’universo, non è bello, ma quando capita è una sensazione che occupa uno spazio importante. Secret Name era stato un nuovo universo, lo vedevo, era mio, da subito. One and Sixes è una stanza chiusa, che non riesco ad aprire del tutto, ogni canzone è un nuovo passo verso un mondo che percepisco solo. Insicurezza. Per me è ok, è un modo diverso di procedere nell’ascolto. All’Antoniano di Bologna il 20 ottobre sono stati precisi e noiosi, ma anche quella sera c’era la bolla d’aria, l’ho sentita.

Con i Low scoperto che è molto bello fare la spesa lentamente, cosa piacevole che faccio quando posso ma che non potrei mai fare con i Dead Weather, che hanno una solo sfumatura: il rock ‘n’ roll!

NASHVILLE
Attimi di vita dedicati ai Dead Weather. Ore 14:30 circa di un giorno della settimana, qualche settimana fa. Ufficio. Li stavo ascoltando, in cuffia e a basso volume per essere vigile alle faine d’ufficio. Una mia collega mi ha detto togliendosi gli auricolari “mi sto addormentando, cosa posso ascoltare?”, “Dead Weather” ho risposto, sicuro che Dodge & Burn avrebbe svolto il suo lavoro di disco adrenalina, che è ciò per cui è nato. La collega l’ha googlato all’istante e ha detto “Ah ma sono loro, c’è lui!” (entusiasmo pre ascolto). “Lui chi?” ho chiesto andando verso la sua scrivania. Mi ha indicato Jack White sullo schermo. Il tempo di togliermi un auricolare per interagire più lucidamente con la collega e mi ero completamente dimenticato che erano il gruppo di Jack White. La sua è una personalità che lascia il segno. Jack White è un piccolo musicista del XXI secolo che si è fatto strada con idee non proprie, col vintage e col feticismo che, fino a prova contraria, non contribuiscono in sé a dare qualità alla musica, ma solo hype. E questo disco è così, se lo vuoi consigliare a qualcuno per svegliarsi dal torpore post pranzo va bene, visto che è patinato e bello pompato, ma per il resto è roba da latte alle ginocchia, la minestra di Jack: rock n roll, ruvido, graffiante, provocante. È la musica ideale per generare nel cervello di chi ascolta una sola immagine: la figona con i capelli lunghi che si dimena tenendo le labbra strette e sporgenti e facendo il gesto della chitarra su stivali con il tacco da equilibrista. La donna icona di qualcosa a cui non appartengo. Tipo il video di American Woman rifatta da Lenny Kravitz.

La vita vera è un’altra cosa. Una volta il Gagio delle Cozze ha lanciato centinaia di assorbenti sul pubblico urlando “è tutto grasso che cola”. Era andato a comprarli lui, personalmente, da solo. Ero ancora troppo giovane per comprendere il vero significato di quel gesto, cioè che uno dei segni inequivocabili che sei diventato uomo davvero è, se capita la necessità di andare a comprare un pacco di assorbenti al Supermercato, non provare vergogna quando arrivi in cassa. L’ho capito molti anni dopo.
Poi è chiaro che può succedere di capitare anche a uno Spendibene, una realtà più piccola, leggermente più cara, dove di solito vado a colpo sicuro sul prodotto. Ma mi piace sempre fare un giro più lungo, nel reparto detersivi e ammorbidenti per la lavatrice, ascoltando le ultime novità. Per dire, quando pensavo a quelle cose su Lou Barlow ero allo Spendibene di Santarcangelo, a leggere l’etichetta dell’ultima profumazione di Coccolino. Incredibile quanto un’etichetta del Coccolino possa essere rivelatrice.