Perchè scrivo recensioni e qualche disco dalla mia mail

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Uno dei motivi per cui continuo a scrivere recensioni è perché mi piace ascoltare dischi e poi ragionarci su. Come sono i passaggi della chitarra, ascoltare bene il basso, cosa mi ricorda il climax di una canzone, cose di questo tipo. Un altro motivo per cui continuo a scrivere recensioni è perché ne sento il bisogno, mi viene un’idea su un disco e non sono in pace finché non l’ho messa giù, non riesco a fare altro. Cioè si, posso anche fare altro ma poi l’idea me la scordo e mi arrabbio.
Due motivi personali quindi, che vanno al di là del discorso relativo a quante persone leggono gli articoli del blog. Neuroni letto da poche persone, più che altro i miei amici, e mi chiedo sempre, ogni volta che pubblico qualcosa, perché continuo e perdo tempo in questa cosa quando potrei farne altre, cento volte più utili. Poi passa qualche giorno a rimuginare, a lamentarmi di me stesso e a dire che non ho niente da dire di significativo (diverso, più approfondito, più acuto) rispetto ad altri, e nello stesso tempo continuo a pensare a quale potrebbe essere l’argomento della recensione successiva. È come un processo, sempre uguale, che va avanti da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. L’utilità delle recensioni è cambiata per alcuni appassionati, per altri no, e sono convinto che questi altri, seppure siano in minoranza, le leggano ancora per capire cosa ascoltare tra le centinaia di dischi disponibili. Io lo faccio ancora, magari c’è qualcun altro che fa come me. Poi magari si fanno un’opinione loro e sono in totale disaccordo col giornalista, ma dal testo sono partiti. Ci sono alcuni giornalisti che sono ancora in grado di influenzare il mio pensiero, perché li leggo da anni, perché li leggo da un mese e mi hanno colpito, perché li stimo e so che amano la musica. Per quelle persone penso che valga ancora la pena leggere di musica.
Se penso a come sono cambiati i miei gusti musicali da quando ho iniziato a scrivere recensioni, posso dire che sono cambiati molto. Ci sono cose uscite 20 anni fa che ascolto ancora, ma ci sono cose che non ascolto più da tempo. Il cambiamento avrebbe avuto luogo anche se non avessi avuto la fissazione della scrittura, di sicuro. Ma scrivere ha decisamente reso più profondo il tentativo di capire cosa stavo ascoltando. È una cosa personale, estremamente legata ai miei limiti personali, che sono quelli di uno che non lo fa di professione, cosa che comporta anche dei vantaggi, come per esempio poter scrivere quello che voglio, come voglio, riportando le fonti che voglio oppure nessuna. Se uno mi legge e non gli piaccio, non torna più, se succede il contrario, torna un’altra volta. Ma, dopo i momenti di sconforto, penso chi se ne frega, e che posso fare di meglio. Non è che me ne frego di quello che pensano gli altri, solo che sta cosa è più forte. Se scrivo, vado più a fondo in quello che ascolto. E secondo me questo, quando avrò 70 anni, mi sarà stato utile. È una prospettiva che riguarda solo me, ma magari c’è qualcun altro che pensa a questo percorso quando pensa al perchè scrive recensioni. Se non ho capito male qualcuno c’è. Un percorso moltiplicato per 1000 volte. I risultati sono le recensioni, o le cose simili, che piacciono oppure no, ma prima del risultato c’è un percorso.

Questa intro è stata ispirata da La morte della recensione in generale e di quella del disco di oggi in particolare e Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

Adesso, un altro motivo per cui continuo a scrivere: spaccarmi di ascolti delle cose che mi arrivano in posta, una dopo l’altra, e buttare giù qualche idea vagamente sensata a riguardo.

Mi è arrivato questo gruppo che si fa chiamare Nobody Cried for Dinosaurs e il loro Ten Billion Years Later EP (Dischi Mancini). Non è un problema loro, è un problema mio. Non ho mai sopportato il pop rock con le batterie che saltellano e s’incastrano perfettamente alle chitarre pulite che girano sempre su se stesse. Non mi piacciono le progressioni perfette. E quello che c’è di più lontano da quello che cerco nella musica è il suono limpido come inno alla gioia o il suono limpido che nasconde sentimenti non del tutto positivi (Mexico). Non sono mai riuscito ad apprezzare né la musica della spensieratezza né quella della spensierata malinconia. Preferirei la disperazione. AustraliA: del primo disco ne riconosco solo una parte, quella dei suoni saturi come gli Sparklehorse, che ormai sono diventati un classico, provenendo dagli anni ’90. Quello che non ritrovo in The Very Truth (secondo disco, diNotte Recs) sono le canzoni, ballabilissime ma senza nessuna idea sulla melodia. Quello che trovo in eccesso invece è la patina, che non permette di afferrare davvero le distorsioni della chitarra, i suoni e la varietà dei movimenti del synth, anche belli (le parti riuscite meglio del disco), ma privi di una profondità. Queste cose insieme non mi permettono di dire che il disco mi sia piaciuto. Questi bassi rotondi che reggono il ritmo come se fossero un reggiseno grande che regge du poppe, queste chitarre melodiose un po’ ribelli un po’ cielline un po’ epiche, questi rullanti così netti sono le cose che mi sono arrivate per prime all’orecchio di Buona musica! di La macchina di von Neumann (autoprodotto). La verità è che non tollero più i passaggi lenti (Bistecca) del post rock strumentale, che ti propongono musica come se quella malinconia fosse la verità. Vado meglio con le parti più incazzate. Faccio fatica a proseguire nell’ascolto del disco quando sento che è stato inserito uno che parla e mi dice che c’è chi ci vuole vendere una verità con cui lui non è d’accordo. In questo modo quella voce ci sta vendendo come verità il suo non essere d’accordo. Questo dire che quella non è la verità e che nessuno ha la verità in tasca con l’atteggiamento di chi in realtà crede di averla: lo trovo intollerabile. Questo atteggiamento non pervade in particolare tutto questo disco ma penso che sia un po’ il succo che mi ciuccio ogni volta che sento il post rock alla Mogwai (La supposizione è la madre di tutte le cazzate) o tutto quello che è venuto dopo. Aggiungo, in Buona musica!, un basso troppe volte eccessivamente cinghione e la classica chitarra post rock che pirulla, e diventa chiaro che non ho più niente a che spartire con questo tipo di musica. Mi è piaciuto molto il comunicato di Veleno & poesia (o Poesia & veleno, l’ordine non importa, a giudicare dalla mail che ho ricevuto) degli autoprodotti I DOTTORI che dice che le influenze della band sono Queens of the Stone Age, System of a Down, Faith No More, Rino Gaetano, Celentano e Gaber prima maniera, Fred Bongusto e Buscaglione, i Muse, con “l’obiettivo sonoro” di incrociare il rock potente e la canzone italiana, come se Rino Gaetano o De André incontrassero gli Who. Il fatto è che è tutto vero, io aggiungerei anche gli Stadio, per la triste malinconia dell’obiettivo sonoro, raggiunto dai Dottori. Il cantante ha la R alla Manuel Agnelli e questa alla fine è probabilmente la cosa più insopportabile del disco perché tutto il resto del desiderio che sta sotto al disco (fare breccia nel pubblico dei Negrita con una proposta meno sputtanata e più profonda dal punto di vista dei contenuti) si può comprendere.

“è probabile che se a nostra volta sbarcassimo su marte, non vi troveremmo altro che la terra stessa”

è lo scenario di impossibile fuga che i DOTTORI, ben lungi dal volerci curare, dipingono per noi. È un rock che si prende la briga di filosofeggiare e che attraverso i testi vuole insegnare a vivere la vita. I contenuti quindi mancano, ma possono colpire nel segno. Per quanto riguarda l’essere meno sputtanati dei Negrita, beh.
Potrebbe andare peggio solo se incrociassimo, a tutto quel popo’ di influenze dei DOTTORI, Il Teatro degli Orrori, il blues rock, un senso dell’umorismo alla Ligabue e la visione della vita di Morgan, cosa che succede solo con i John Holland Experience (Pronti? DreaminGorilla Records, Taxi Driver, TADCA, Electric Valley, Scatti Vorticosi, Brigante, Longrail, Edison Box, Omoallumato). Mi rendo conto che spesso questa rubrica si è trasformata album dopo album in una cosa comica e ha finito per mancare di analisi musicale privilegiando accostamenti verosimili ma allo stesso tempo scritti con quella mezza intenzione di far sorridere (lo ammetto). I Dottori e John Holland Experience sono l’esempio preciso di quello che sto dicendo. Si tratta di due album dello stesso genere, il Rock Italiano, definizione che individua le proprie influenze originarie nelle chitarre degli anni ’70 e nei testi dei cantautori italiani riconosciuti come regola. Gli anni ’70 non li ho mai ascoltati seriamente. Sui cantautori, nati come voci diverse e poi brutalizzati e sminuiti in citazioni superficiali e continue, penso che i loro messaggi di dissenso abbiano perso la forza proprio nel momento in cui hanno incontrato il favore di un pubblico vastissimo, perché in quel momento il loro dissenso non è stato più tale ma è diventato pensiero condiviso. Ne ha parlato diverse volte Francesco su Bastonate. È vero che al TARGET DI RIFERIMENTO del Rock Italiano non gliene frega niente e vuole ballare e cantare cose che, anche se non lo riguardano, appena le canta quello lì lo riguardano in automatico. Ma non c’è niente che mi piaccia in questi gruppi, mi va di scriverci su, perché quando li ascolto mi vengono in mente queste cose, anche se magari molti non li prendono neanche in considerazione: li considerano inferiori rispetto a gruppi magari meno famosi. Così come chi invece li ascolta considera inferiori gli artisti meno noti. Che complessità l’essere umano quando si tratta di gusti musicali.

C’è un’altra cosa. Quella dell’esplicitare il prendersi poco sul serio come una caratteristica fondamentale della band, come un suo plus. Succede a volte che il Rock Italiano che mi arriva nella mail si prenda poco sul serio e associ alle preziosissime solo guitars un atteggiamento da cazzone per missione. Non mi piace. SeM E Le Visioni Distorte dicono di incarnare lo spirito dei Motorhead prendendosi poco sul serio. Non sono mai stato un fan dei Motorhead e ho sentito dire che Lenny Kilmister era un simpaticone, ma sono sicuro che i Motorhead abbiano significato e significhino di più della dichiarazione d’intenti di SeM (dal comunicato stampa): “Come sei i Motorhead si fossero mangiati i Rats mentre Caparezza applaudiva”. Perché prendersi poco sul serio? Perché farne una caratteristica forte? Se uno ha qualcosa da dire, quando lo ascolto non mi preoccupo davvero se si prende molto sul serio o no. Questa cosa del prendersi poco sul serio è sopravvalutata. La fai perché ti viene, e basta, se non ce l’hai dichiararla non servirà a farla diventare reale. Non riguarda solo SeM, ma anche, per esempio, La macchina di von Neumann.
Allo stesso tempo, SeM porta avanti un discorso di sensibilizzazione molto importante che nemmeno negli ambienti più illuminati della musica è stato ancora capito del tutto: “SeM ha creato un format video esilarante che cerca di sdrammatizzare sull’eterno concetto dei generi musicali, del fatto che chi ama il metal odia il pop e chi ascolta Ligabue immagina che il rock sia solo rumore. È disponibile la seconda puntata in cui si svela come sarebbero gli Iron Maiden se strimpellassero come Edoardo Bennato” (fonte: comunicato stampa).

Dopo un incipit di Ice, Cold, Green Tea che è un incrocio tra True Blood e Banshee, gli Homelette partono con un folk vagamente country, completamente dilaniato, con voci sottili e stirate alla Elliot Smith e allucinazioni alla Tim Buckley. Ice, Cold, Green Tea mi ricorda tutti e due, Elliott Smith nell’arpeggio e nel ridurre a brandelli la serenità che la melodia creata potrebbe dare, Tim Buckley nel dilatarla. Gli Homelette mi ricordano anche Daniel Johnston in quella lievissima stortura da nastro vecchio di una musicassetta e nelle stonature della voce, che nei cori di Grey Days sono pure degne di un John Frusciante su cui però non insisto troppo su perché ultimamente (negli ultimi 24 anni) non mi piace più tantissimo. Tornando quindi a Johnston, di base gli Homelette hanno il suo stesso grande desiderio: essere pop, ma la testa (dentro) è un disastro. Io non posso pensare che gli Homelette siano ridotti come lui, ma i loro arpeggi così leggeri sulle corde e allo stesso tempo così pesanti nel riverbero che producono me lo ricordano. E oggi hanno reso l’ufficio un posto veramente intimo. Stasera, a casa, con Snowball era tornato il piacere del piccolo fuoco acceso per scaldare la sala di Sparklehorse, soprattutto grazie certe flessioni della voce.
Mornin’ Hollows è uscito per la More Letters Records, la stessa dei Big Cream, e io mi sono un po’ lasciando andare con gli accostamenti. Ma cosa c’è di più ragionevole del pensare alle altre cose che mi ricorda una canzone, cercare di capire se ha davvero un senso quello a cui sto pensando, un senso derivato dalle possibili influenze sul suono e sulla scrittura, e cercare di scriverlo? Mornin’ Hollows è curato nei dettagli, nella scelta delle sonorità e nei passaggi da strofa a ritornello, a volte bruschi, a volte morbidi e sereni. Un disco davvero bellone.

Come ogni episodio di Le recensioni nella mail, anche questo è una gara di copertine. Ha vinto quella degli Homelette, non perchè mi paccia particolarmente ma perchè le altre non avevano senso.

 

Io e Lady Gaga

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Nell’autunno del 2008 ho visto per la prima volta il video di Poker Face e la mia volontà era proprio spaccata in due. Ero contrariato da quell’estetica tutta plastiline e vinile lucido, in particolare la mia difficoltà si palesava al momento del ritornello, con la scena della piscina fumante e del costumino azzurro di questa Lady Gaga. Ma chi è? Quel toy boy in bianco montato sul divano alternato a quel dalmata gigante, l’orgia su quell’altro divano e quelle scarpe vernice con quel tacco bruttissimo (che è poi quello che si vede in giro adesso, da un po’ di tempo in realtà, fra un po’ magari lo tolgono dal mercato), quel taglio di capelli così in biondo mi riempiva tutto lo schermo, ma soprattutto quel ritornello balbettato e così mostruosamente (nel vero senso della parola) orecchiabile, qualcosa di spiacevole ma anche di piacevolissimo. Ed esteticamente forte. Poker Face era anche il nome di un gruppo post hard core dei tempi gloriosi del centro sociale Al Confino di Calabrina. Erano consapevoli di avere il suono più tagliente della Romagna, erano senza una causa, menefreghisti e cattivi allo stesso tempo. Usare quel nome per il titolo di una canzone POP era illegale. Ma quel ritornello e quella strofa quasi parlata mi piacevano e mi si erano infilati in testa quasi come quella scoppola di capelli della cantante. Al che, sotto l’effetto del po-po-po-poker face riguardavo il video e quelle macchie di colore bianco, nero, azzurro non erano per niente male e, per quello che si poteva capire sotto l’olio che si era spalmato addosso insieme a delle luci che la rendevano di un colore indefinito tra il cioccolato al latte e il guscio di una noce di cocco, questa Lady Gaga aveva un fisico che non era per niente male. Attrazione sessuale verso un personaggio di un video musicale che non mi piaceva del tutto, anzi era davvero di cattivissimo gusto, ma mi piaceva un sacco, un ritornello da paura, musiche da pubblicità dell’abbronzante lontanissime da me che non avrei mai neanche sognato di guardare con attenzione che diventavano attraenti all’improvviso. E la contraddizione lavorava dentro di me, il sentimento provocato non era certo lineare, sensato o facilmente accettabile.

queste, si, queste, girati e le vedrai addosso alla tua collega

queste, si, queste, girati e vedrai che una passante le ha

Ecco come mi si è presentata Lady Gaga. Lei esisteva già da un po’ quando è successo, naturalmente. Subito prima (aprile) aveva fatto uscire Just Dance, il primo video estratto da The Fame, e a tutti gli italiani fu chiara da subito la somiglianza con Raffaella Carrà, anche nel modo di prendere in giro un po’ l’Ambiente e fare le cose in modo piacevole ma non troppo, per non ammiccare eccessivamente, e spiacevole quanto basta per non infastidire del tutto. Io ho trovato in Just Dance la stessa capacità di fare un video a una festa che riproduce la solita festa dei video degli altri – solo con il featuring fisicamente più sfigato del mondo, in un appartamento di quelli che puzzano di velluto e moquette vecchie nei film dei Coen, e riuscendo a ricordare Fight For Your Right dei Beastie Boy nella lotta che Gaga intraprende per aver salva la pelle nonostante la sbronza – ho trovato la stessa capacità di fare quella cosa, dicevo, come faceva la Carrà in qualsiasi performance di Rumore in televisione, in Spagna, Cile, Italia, in qualsiasi video degli anni 80 su youtube. Raffaella fa le cose per bene, col corpo di ballo, con un balletto aggressivo, o anche da sola, ma i passi di ballo su cui ripone molta enfasi sono anche un po’ il giro di boa dei passi di ballo in TV: come a dire, ve le faccio esagerate, fanno ridere, ma quelle che fate voi sono sempre le stesse, io le faccio più melodrammatiche. E melodrammatico means rischio, a scivolare nel ridicolo è un attimo: la Carrà a volte ci casca, lo sa e lo fa proprio per questo. Lady Gaga fa lo stesso: fa il video della festa, si veste adeguata, esagera un po’ ma mantiene il controllo quel tanto che basta per non dare eccessivamente nell’occhio, solo s’impegna quanto basta per non passare proprio inosservata. Il botto arriva dopo: esagererà in Poker Face, che a molti fa schifo e non ha l’equilibrio POP di Just Dance – che infatti ha venduto un casino, più di 10 milioni di copie digitali (fonte: wiki, che ha come fonte “Top 10 Digital Songs 2009” (PDF), International Federation of the Phonographic Industry*). In Poker face (9,8 milioni di copie al 2009) si vede la mano dell’autrice, che diventa più pesante e cruda nel rendere smaccatissimo la voglia di infastidire e attirare allo stesso tempo. Mi ricordo che rimasi stupito non come di fronte a una cosa nuova ma come di fronte a una cosa diversa da tutto il resto.
* tutte -o quasi- le frasi citate di seguito sono riprese da wiki.

Prima di Just Dance, Lady Gaga è nata nel 1986 come Stefani Joanne Angelina Germanotta, in un ospedale di Manhattan. Ha più volte sottolineato che i suoi genitori provengono da famiglie non benestanti – e quindi hanno nel sangue il lavoro duro (Johnny Morgan, “Gaga”, Sterling Publishing, 2010) – ma comunque cattoliche, cose che hanno formato la sua personalità, già confusa e infastidita in modo evidente ai tempi del liceo. Ha studiato moltissimo e con rigida disciplina, ma in quegli anni iniziò a intravvedersi l’instabilità, la mancanza di una vera soddisfazione di fronte al modello di vita proposto dalla famiglia. Di quel periodo dice:

“Volevo divertirmi per essere eccentrica e provocatoria e ho iniziato a scrivere e suonare questo mio sentimento. Non riuscivo ad adattarmi e mi sentivo come un freak”
(“Don’t Gag on Gaga” di Jon Bream, Star Tribune, 21 marzo 2009)

Esattamente come milioni di liceali in tutto il mondo. Ma lei l’instabilità la faceva girare di più. Quando si trasferisce a New York per l’università, fa un sacco di cose: suona, recita in TV, scrive cose di arte, religione, politica, e alla fine fa una tesi sul fotografo Spencer Tunick e l’artista Damien Hirst. Dopodiché decide che stava facendo troppa roba e si concentra sulla musica. Gira un po’ nei club di New York con la Stefani Germanotta Band.

“Sono andata a una scuola cattolica ma è nei club di New York che ho trovato me stessa”
(Andrew Carlton, 16 febbraio 2010,  “Lady Gaga: I’ve always been famous, you just didn’t know it”, The Telegraph)

A quel punto incontra Rob Fusari, quello che aveva lanciato le Destiny’s Child nel 2001 e prodotto Wild Wild West di Will Smith nel ’99. Insieme inventano il nome Lady Gaga e scrivono dell’elettropop, che spediscono alle case discografiche. In quegli anni continua a esibirsi a New York, fa robe che incrociano il burlesque e la go-go dance nei nightclub. Arriva al Lollapalooza nel 2007 con Lady Starlight e mentre le due pischelle girano a fare concerti, Rob Fusari lavora lavora sulle canzoni di Gaga. Un giorno le spedisce a Vincent Herbert e arriva un contratto con la Interscope. In parallelo alla Interscope, per la Sony Lady Gaga inizia a scrivere canzoni per gente come Fergie, che io disprezzo profondamente ma che comunque molti altri non disprezzano per niente.
Akon is the name però. Akon, quello di Smack That con Eminem, nel 2007 le fa un endorsement grande come una casa con Jimmy Iovine della Interscope Geffen. Così Lady Gaga s’incolla ancora di più alla Interscope che poi, insieme alla Streamline, è la casa discografica a cui finora è rimasta sempre legata. Ma Lady Gaga è insoddisfatta e instabile nonostante il contratto discografico sicurissimo, e il motivo principale è che si sente troppo dance-oriented per il mainstream.

“My name is Lady Gaga, I’ve been on the music scene for years, and I’m telling you, this is what’s next”
(Fiona Sturges, 16 maggio 2009, “Lady Gaga: How the world went crazy for the new queen of pop”. The Independent)

Tutto questo succede prima di The Fame, che esce nel 2008 e contiene i due singoloni di cui sopra. Quello che mi interessava di più di quel disco non era la proclamate unione di generi (batterie metal tamarre, synthpop anni 80 eccetera) ma l’effetto che mi facevano le sovrastrutture che bruciavano il pop e lo rendevano merce da balera sofisticata e becera, e allo stesso tempo quella specie d’inquietudine non rock (non espressa in forma di post punk, post hard core, grunge, emo o tutta quella roba lì) che ci vedevo chiaramente. Mi piacevano le conseguenze ambigue che le immagini e le canzoni avevano sulle mie reazioni.

Dopodiché sono usciti The fame Monster (EP, 2009) e Born this Way (2011) e per quanto mi piacessero Bad Romance e Judas, meno Alejandro, non mi hanno mai colpito quanto Poker Face. Questi due dischi rappresentano il momento in cui Lady Gaga non fa meglio di quanto abbia già fatto, dal punto di vista musicale. Negli anni di The Fame Monster Born this Way i suoi video li ho visti tutti molte volte ma li ho vissuti così, come qualcosa che doveva esserci, non perché non siano niente di nuovo, forse in parte lo sono, ma perché non sono stomachevoli come Poker Face, stomachevole nel senso di..come ho detto sopra. Anche se il titolo dell’ep rende esplicito quello che mi piace di più di Lady Gaga – essere una specie di mostro, suscitare sentimenti contraddittori in me, dettati dal non capire, non condividere ed essere affascinato allo stesso tempo, come di fronte altri mostri della storia del cinema: l’incolpevole ma rabbioso mostro di Frankenstein, o l’egoista ma estremamente carismatico Dracula – anche se il titolo è esplicito, per me lei aveva già reso tutto esplicito l’anno precedente.

Dopo i primi due dischi e l’ep, Lady Gaga è alle stelle, tutti tranne la lega cattolica americana e probabilmente il Vaticano la venerano. Art Pop (2013) segna l’inizio di un’inversione di tendenza da questo punto di vista, perché è l’esito di una scelta precisa. Il suo pop diventa meno pomposo e Art Pop sarà l’ultimo album prima di una pausa da quel mondo fisicato e in fondo controllato dentro limiti precisi, dove sei sempre costretto a costruire qualcosa di eccezionale, come l’idea dell’ArtRave (release party+conferenza stampa+concerto) per promuovere il disco: bella ma sempre eccessiva (si parla di eventi di due giorni con pipponi arty e feste super bolgia, sempre).
Alcuni criticano l’album ma comunque vende un botto.

Negli ultimi anni non credo più che sia tutto bianco o tutto nero. Non ritengo più obbligatorio pensare che se una star ha successo sicuramente l’ha voluto fino in fondo e non ritengo più opportuno infamarla per questo motivo. È possibile che una persona abbia il desiderio di fare successo ma non si senta completamente adattabile a quello che le si chiede per farlo, ai compromessi. Lady Gaga forse è fatta così, ha accettato il necessario per farlo ma non è mai stata del tutto tranquilla e soddisfatta. E forse una parte del suo talento, oltre all’eccentricità, al saper cantare e scrivere canzoni, sta nell’essere inquieta, mai definita. Viene fuori da Art Pop e più in generale nelle situazioni e negli atteggiamenti dei video, nelle apparizioni in TV. Ma anche nel sapersene fregare totalmente delle considerazioni degli altri, o delle facce schifate degli attori famosi, cosa che gli permette di cambiare direzione quando lo ritiene necessario. Queste caratteristiche creano il personaggio ma anche la personalità.

Lei se n'è sbattuta totalmente, non ha neanche rilasciato una mezza dichiarazione il giorno dopo

Lei se n’è sbattuta, non ha neanche rilasciato una mezza dichiarazione il giorno dopo

A proposito di dichiarazioni, quella più recente pubblicata insieme a una foto di lei e il suo ragazzo dopo che hanno fatto sesso: “Abbiamo fatto l’amore in mezzo al caos. Abbiamo parlato di sparatorie. Abbiamo fatto l’amore nel bel mezzo del terrorismo. E abbiamo parlato di come i cuori delle persone soffrono in tutto il mondo, abbiamo fatto l’amore in mezzo a violenza, abbiamo scopato nei momenti tumultuosi. Ci auguriamo tutti nel mondo ricordino di amarsi selvaggiamente, generosamente, totalmente, con colori vivaci, senza paura e con il cuore compassionevole“. Per colpa di una smania di stupire la Gaga pubblica sta cosa, una frase ingenua, scollegata, senza alcun senso. È un problema. I personaggi come lei vivono una quasi continua esposizione al pubblico e magari hanno anche il desiderio di essere sempre esposti. A volte le uscite non riescono. Forse dipende da non saper gestire del tutto un’immagine così inflazionata, o semplicemente dall’essere umani. Questi errori non c’entrano niente con il talento musicale e posso continuare a pensare che Lady Gaga abbia effettivamente qualcosa da dire con le canzoni e tutto quello che le circonda e contemporaneamente possa sparare cazzate sui social. Questo perché il suo modo di cantare e recitare sembra effettivamente nascondere altro, una cosa che vale la pena di cercare, quindi le cagate sui social gliele perdono – una cosa che faccio anche con Rihanna, con le altre no, che negli occhi racchiude le esperienze che riesce a tirare fuori solo con la voce. In questa intervista a MTV del 2013 ci sono momenti in cui Lady Gaga perde il piglio carico di enfasi e viene fuori un bel “che ti devo dire? cosa posso farci?” o “non ho idea di come affrontare questa cosa ma qualcosa ti devo dire”. Momenti come questo.

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lost, l’altra gaga

Mostrare un lato umano ha sicuramente un’ottima presa sul pubblico. Poi ognuno di noi – tra quelli che si concedono il permesso di considerare la musica pop super mainstream come una cosa degna di attenzione – si lascia abbindolare dalla pop star che preferisce. Forse qualcuno si commuove di fronte a Beyoncé che si sposa, partorisce e fa palestra contemporaneamente, io ho le mie preferenze.

In Lady Gaga vedo anche l’incapacità di accontentarsi veramente di se stessa e del modo di rapportarsi con gli altri. Nel 2014 ha fatto Cheek to Cheek con Tony Bennet (l’ultimo dei crooner), nel 2015 durante la cerimonia degli Oscar ha cantato Sound of Music e Julie Andrews si è complimentata in turco. L’ha dichiarato chiaramente per la premiazione del Billboard in dicembre: è un momento in cui non se la sente di fare musica pop ma sente il bisogno di recuperare i classici e di stabilire un contatto con loro, per dimostrare che sono una fonte continua d’ispirazione e che la musica con cui ha abituato il pubblico non intende distruggere il passato. Quello che trovo incredibile non è che la Germanotta ami la canzone della tradizione americana (adora Bruce Springsteen) ma il modo in cui ha scelto di cambiare direzione (momentaneamente, forse) per dimostrare che vuole dare valore al passato: con Julie Andrews e Tony Bennet. E cosa c’è di più americano? Non è lo stesso modo in cui Taylor Swift si sarebbe rapportata col passato, cioè suppongo facendo cover a cazzo. Dentro al disco con Tony Bennet ho sentito per la prima volta in forma di canzone cosa può essere ancora la Germanotta. Si tratta di un percorso di maturazione, che molte delle altre popstar fanno, ma in modo diverso. Miley Cyrus è partita con Hannah Montana ed è diventata quello che è, non ha alzato il livello di se stessa, forse delle collaborazioni si, ma lei è sempre ferma lì: una bambina. Lo stesso per il salto country/pop aggressivo della Taylor Swift. Adele è partita alla grandissima, abbiamo saputo subito che ha una gran voce. E fa ancora quello: canta da dio, e basta. Beyoncé cerca sempre di essere più cool di tutti, col marketing arriva anche oltre i limiti consentiti moralmente, ma la sua ricerca è concentrata sempre e soprattutto su quello. Sul marketing. Non si può considerare una ricerca sui contenuti. Lady Gaga ha mostrato prima il talento pop tamarro, poi quello della professionista disperata che tenta di cercare strade nuove, francamente imprevedibili, che sanno anche un po’ di vecchio ma che riescono a esaltare la sua voce. Prima di Bennet aveva fatto Art Pop, considerato da alcuni un disco di merda, quando in realtà è pieno di “non ho più voglia di darvi ancora la stessa roba, cosa faccio?”, è confuso ed è bellissimo per questo motivo. Art Pop è la nave che l’ha portata dove prima non era mai arrivata, cioè dov’è adesso, che non è dove sarà domani.

Quando ho visto Lady Gaga agli Oscar l’anno scorso rifare Julie Andrews io non ero tra quegli stronzi che dicevano però Lady Gaga: avevo sentito Cheek to Cheek con Tony Bennet, un ascolto illuminante per capire la personalità e la piega della carriera di LG. È comparsa vestita di bianco, come se che c’era prima non ci fosse più: no olio, no scarpe che hanno scatenato l’inferno, no toy boy. Un vestito bianco, non minimal, ma neanche scandaloso, un classico un po’ peso. Negli ultimi due anni Lady Gaga si è guadagnata un pubblico che non l’avrebbe cagata neanche sotto tortura. Può essere una mossa di marketing, lo è di sicuro, ma è fatta di scelte, non di sorprese per Natale o di accordi con le compagnie telefoniche. Tutto è una mossa di marketing, non posso immaginare che a quel punto della carriera non ci sia uno studio da questo punto di vista. Ma mi piace il percorso musicale che sta facendo Lady Gaga. Da una parte si lavora tutto il pubblico che vuole, dall’altra guadagna una dignità musicale. E al massimo della sua carriera fa un disco diversissimo rispetto ai precedenti con cui ha guadagnato milioni perché, se facesse un disco pop, non farebbe il disco che vuole fare. Se ci penso, è la stessa mossa che i Nirvana hanno fatto con In Utero dopo Nevermind.

Adesso non è più un personaggio scandaloso, dice cose politicamente corrette (politicamente scorrette solo per Alfano, Formigoni e Trump), dice che la musica le ha salvato la vita, è schierata dalla parte dei gay, delle donne, ha sempre fatto beneficenza. Anche Taylor Swift alla cerimonia dei Grammy ha fatto il pippone (giustissimo) sul diritto delle donne di vedersi riconosciuto il lavoro che fanno senza che nessuno glielo rubi, in risposta a Kanye West che in Famous attribuisce a se stesso le ragioni del grande successo di Taylor Swift (“I made that bitch famous”). Ma Lady Gaga è una di quelle che spinge sul pianoforte, dal vivo la vedi caricare sul microfono digrignare i denti e poi urlare, tira fuori quella specie di forza immonda che ha e che a volte diventa una voce lirica fortissima, a volte una voce strozzata, una smorfia con la bocca. A me sembra chiaro, magari a voi no: non è solo una questione di acconciature, quanto proprio di convinzione e di interpretazione all’altezza della convinzione.
E di massa fisica. Lady Gaga non è particolarmente bella, è un mostro biondo, di viso non è Beyoncé, Rihanna, Taylor Swift. È diversa, anche fisicamente. Non so se dipende da alcuni problemi di salute che ha avuto in passato ma l’ho trovata un po’ arrotondata ultimamente. Non se ne preoccupa, almeno apparentemente, va a ritirare il suo Golden Globe bella tosta – Beyoncé non sarebbe andata se avesse avuto un grammo in più, o si sarebbe fasciata dentro a un elastico gigante. Per LG anche le acconciature giocano il loro ruolo, sono imbalsamate e ingombranti. La invecchiano un po’ di anni.

Questi cambiamenti sono il suo modo per presentarsi in modo meno glitterato ma più antico al pubblico, per dire che non è il vitino quello che conta ma sono le scelte che si fanno verso determinate direzioni. E la scelta di Lady Gaga è dimostrare che c’è il talento e che non può essere solo il ritorno del synthpop anni 80 a farla stare in piedi, ma anche la conoscenza dell’importanza di un passato musicale. Così adesso, quando si presenta al pubblico, ha l’aspetto di una matrona imponente. L’esibizione omaggio a David Bowie al Grammy è l’esito di tutto questo: matrona+fuori dal synthpop+suoniamo un di roba del passato. Vestita con colori improponibili, con un viso che sembra innaturale da che è affilato dal trucco e con quei capelli lì, da Billboard (che l’ha premiata come donna della musica 2015) suona ‘Til it happens to you quasi con la bava alla bocca ma rimanendo sempre attaccata al pianoforte come una che sa cosa metterci dentro alle canzoni, cioè quello che fa parte di lei, e sa mantenere del tutto il controllo dello strumento. È un personaggio teatrale, sovraccarica (come l’ha definita il figlio di Bowie commentando l’omaggio al padre, come se Bowie fosse stato uno sobrio) ma non è una teatralità fine a se stessa, serve davvero, in qualche modo: nasconde lei che non ha pace e lei che sa quel che fa.

Quindi, la tradizione a cui fa riferimento non è solo americana: omaggia David Bowie, fa una cover di John Lennon in Azerbaijan, canta con Elton Jonh. Son scelte. Che comunque mi dicono che Lady Gaga non va in una sola direzione.

E quest’anno (stanotte) va a vincere l’Oscar per ‘Til It Happens to you, nominata tra le migliori canzoni, per il documentario The Hounting Ground. L’ha buttata giù con Diane Warren, una che ha scritto cose per Celine Dion e gli Aerosmith addirittura. E If I Could Turn Back Time per Cher nel 1989.

Un’altra cosa che mi piace di lei è il modo in cui affronta i temi seri. Ci sono quelli che non perdono l’occasione di ridurre la musica a un’arte fatta con il cazzo. Fortunatamente, a questo proposito alcune tra le super pop star femminili hanno trovato la forza di, qualche volta, dire la loro. La differenza che passa tra Lady Gaga e le altre nel farlo è il suo modo di esporre le cose: con quella voce, la testa mi si spacca e il messaggio è più forte e chiaro.

“This nomination (agli Oscar ndr) lends a voice to so many victims and their families around the world. Thank you to The Academy for recognizing the movement of people who have come together around ‘The Hunting Ground’ and ‘Til It Happens To You’ in the name of sexual assault. Diane Warren and I are simply honored to represent the voices of so many survivors” – Gaga su Instagram.

Praticamente è una canzone dei Guns n Roses, è cantata con una prosopopea quasi lirica, gli arrangiamenti sono schematici e rigidi, ma è una vera cavalcata verso la rabbia, dice tre frasi, tutte giuste, e per questi motivi ha una forza che si avverte molto facilmente. Quando leggi il titolo ‘Til it happens to you e che la canta Lady Gaga pensi subito che tratti di violenza sessuale, per l’esperienza che coinvolge Gaga in prima persona. Nella canzone parla dello stupro che ha subito a 19 anni e questo ti catapulta subito dentro a un ambito che non si può giudicare super partes perché non si può essere super partes a proposito di questo argomento. The Hounting Ground racconta una vicenda complessa: fa riferimento a un fatto realmente accaduto, un episodio di stupro per il quale nella realtà i responsabili sono stati giudicati innocenti dalla polizia. Di conseguenza il film ha causato diverse polemiche montate da chi non lo ritiene veritiero. Capisco la polizia che non può incolpare qualcuno contro cui non ha prove sufficienti, la legge è fatta così, ma non capisco le persone civili che hanno sollevato le polemiche. Penso di dire una verità assoluta se cito la mia ragazza e scrivo che non importa se in quel caso non è successo, perché mille altre volte è successo. E il documentario ha lo scopo di denunciare tutte quelle volte. Quello di Kesha (a cui Gaga, Adele e altre hanno dato il loro sostegno e per la quale, va detto, Taylor Swift ha messo a disposizione 250mila dollari per sostenerla nella battaglia legale che per ora la vede sconfitta, visto che il giudice le ha dato torto per ora) o le accuse contro Michael Gira degli Swans, sono due dei casi emersi ultimamente e che riguardano persone famose. Del caso Kesha non si ha la certezza giudiziaria ma ci sono diversi racconti, suoi e non solo, che le danno ragione. Ovviamente l’accusato (il suo produttore) nega. Per quanto riguarda Gira, non si sa se sia vero o meno e non c’è una denuncia nei suoi confronti. Larkin Grimm lo accusa, lui e la moglie negano. Ma ci sono tanti altri casi che non coinvolgono una star di cui non si parla, che non vengono alla luce o neanche denunciati dalla vittima, per paura. Il film e la canzone di LG hanno valore anche per quelle.

Lady Gaga vince l’Oscar stanotte. E l’effetto marcio che mi faceva Poker Face scomparirà dentro a un vestito elegante e dietro a un pulpito illuminatissimo. Ma dietro a quel pulpito ci sarà qualcuno che, dopo un po’ di anni di carriera multimilionaria, riesce a mettere ancora inquietudine e insoddisfazione dentro alla musica pop.

disco del mese (febbraio marzo boh, tanto è già un 2015 #oald): UFO ROT, Tropical Trash

2014-08-16 15.20.54

Non so se suona un po’ ruffiano UFO ROT: quei giri orecchiabilissimi e molto ballabili, quella voce così fredda e cattiva ma in realtà così neutra e disperata, quell’assomigliare ad altri gruppi (Metz, Cherubs) e assomigliando molto ad altri gruppi trovarsi la strada spianata almeno per quanto mi riguarda. Probabilmente sono tutte cose vere e sulla carta possono in certi momenti di cazzimma non risultare accattivanti o adatti, ma UFO ROT ha quello squisito modo di suonare così diretto e così alla mano che finisce per essere la cosa più evidente e fanciullo il resto. Sono immediati e sembra che quei ritmi gli escano dalla testa senza nessuna fatica.
In più, ci sono le volte in cui i Tropical Trash riescono ad andare oltre tutto quello che salta all’orecchio immediatamente e allora esce fuori una canzone come Knowing che non dico che abbia la malattia del basso e della batteria che si trova in Big Black, ma me l’ha ricordata per atteggiamento da toro arrabbiato e tono. Considerevole anche la presa di posizione nei confronti della psichedelia. C’è una parte (centrale) che può essere avvertita come psichedelica, tanto che a tratti sembra di ascoltare un maledetto digiridù, ma è solo un intervallo (forse anche un po’ improvv) di cui a nessuno interessa perché sta in mezzo a parti della canzone più interessanti. Quando poco dopo il 6:40 torna la batteria a fare seriamente, il digiridù me lo sono già scordato. Torna quel ritmo tribale charleston cassa e rullante, la chitarra riprende a rantolare come prima, il basso pure e Knowing finisce in modo apparentemente sguaiato sicuramente serio, con un’enfasi inferiore alla precedente psichedelia (che come genere ha sempre un’enfasi superiore a qualsiasi altra cosa al mondo). In tutto fanno 9 minuti. Poi inizia Pink Sweat in cui la batteria è circa uguale all’inizio e alla fine di Knowing ma il tipo ci urla sopra di più, come quello dei Pissed Jeans per dire, mentre il basso lo circuisce e lo ingavagna* molto bene. *Ingavagnare in romagnolo vuol dire incastrare quasi con l’inganno. Quella cosa mezza blues mezza noise che fa la chitarra subito dopo completa un quadro in cui del crescendo batteria-voce e basso-chitarra mi sono reso solo all’ultimo e inaspettatamente. Totale 8 minuti e 20.
Nient’altro nel disco è come Knowing e Pink Sweat. UFO ROT è fatto di 7 canzoni di 2/3 minuti più immediate e (alla fine) di questi due pezzi più lunghi e con tempi e modalità di sviluppo diversi rispetto a tutto il resto. Dentro al disco ci sono due tipologie di costruzione: se all’inizio sta tutta nel restituire suoni non da fichetta su ritmi accomodanti e veloci, poi diventa dare più peso alla struttura, alle parti che la compongono e anche rallentare un attimo. Il 7+2 ti fa prima credere che l’album sia tutto lì (un 7 noni ruffiano e qui leggi ruffiano con la sola accezione negativa, che piace ma è tutto lì), poi cambia direzione verso un finale diverso – con un gioiello al centro: Vertical Gang, che scherza qualche secondo anticipando la psichedelia di Knowing ma mantiene un ritmo sempre altissimo e non si addormenta mai. Se proprio vi dispiace che i Tropical Trash maltrattino così la psichedelia e i droni, sentitevi UNORIGINALS, l’ep del 2014, lì ne fanno con più convinzione.
Con UFO ROT puoi sia ballare il rock’n’roll sia immedesimarti nel cantante e immaginarti dentro a una stanza piccola a urlare lentamente tutto sudato su un microfono. Però anche il nome, TROPICAL TRASH, è così ammorbante di piaccioneria cristo che mi viene la voglia di cancellare le canzoni che ho comprato a 10 euro. Sarà anche perché la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto tropical trash è stato il gingle del tropical golf di Tagliata di Cervia, un pop beffardo e traditore mascherato da tema per un’avventura selvaggia che nascondeva un misero mini golf in cemento armato a tema tropicalia e che per anni ha molestato i miei pomeriggi in spiaggia col costumino slip a tal punto da farmi venire in mente solo tropicaltropicalgolf tropicaltropicalgolf, yeah!, anche quando uno dice anche solo tropic-…
Ma non lo farò mai (gettare nel cestino il download) perché l’è un bel disc, ruffiano oppure no che sia.

(bandcamp dei tropical trash)