disco del mese (febbraio marzo boh, tanto è già un 2015 #oald): UFO ROT, Tropical Trash

2014-08-16 15.20.54

Non so se suona un po’ ruffiano UFO ROT: quei giri orecchiabilissimi e molto ballabili, quella voce così fredda e cattiva ma in realtà così neutra e disperata, quell’assomigliare ad altri gruppi (Metz, Cherubs) e assomigliando molto ad altri gruppi trovarsi la strada spianata almeno per quanto mi riguarda. Probabilmente sono tutte cose vere e sulla carta possono in certi momenti di cazzimma non risultare accattivanti o adatti, ma UFO ROT ha quello squisito modo di suonare così diretto e così alla mano che finisce per essere la cosa più evidente e fanciullo il resto. Sono immediati e sembra che quei ritmi gli escano dalla testa senza nessuna fatica.
In più, ci sono le volte in cui i Tropical Trash riescono ad andare oltre tutto quello che salta all’orecchio immediatamente e allora esce fuori una canzone come Knowing che non dico che abbia la malattia del basso e della batteria che si trova in Big Black, ma me l’ha ricordata per atteggiamento da toro arrabbiato e tono. Considerevole anche la presa di posizione nei confronti della psichedelia. C’è una parte (centrale) che può essere avvertita come psichedelica, tanto che a tratti sembra di ascoltare un maledetto digiridù, ma è solo un intervallo (forse anche un po’ improvv) di cui a nessuno interessa perché sta in mezzo a parti della canzone più interessanti. Quando poco dopo il 6:40 torna la batteria a fare seriamente, il digiridù me lo sono già scordato. Torna quel ritmo tribale charleston cassa e rullante, la chitarra riprende a rantolare come prima, il basso pure e Knowing finisce in modo apparentemente sguaiato sicuramente serio, con un’enfasi inferiore alla precedente psichedelia (che come genere ha sempre un’enfasi superiore a qualsiasi altra cosa al mondo). In tutto fanno 9 minuti. Poi inizia Pink Sweat in cui la batteria è circa uguale all’inizio e alla fine di Knowing ma il tipo ci urla sopra di più, come quello dei Pissed Jeans per dire, mentre il basso lo circuisce e lo ingavagna* molto bene. *Ingavagnare in romagnolo vuol dire incastrare quasi con l’inganno. Quella cosa mezza blues mezza noise che fa la chitarra subito dopo completa un quadro in cui del crescendo batteria-voce e basso-chitarra mi sono reso solo all’ultimo e inaspettatamente. Totale 8 minuti e 20.
Nient’altro nel disco è come Knowing e Pink Sweat. UFO ROT è fatto di 7 canzoni di 2/3 minuti più immediate e (alla fine) di questi due pezzi più lunghi e con tempi e modalità di sviluppo diversi rispetto a tutto il resto. Dentro al disco ci sono due tipologie di costruzione: se all’inizio sta tutta nel restituire suoni non da fichetta su ritmi accomodanti e veloci, poi diventa dare più peso alla struttura, alle parti che la compongono e anche rallentare un attimo. Il 7+2 ti fa prima credere che l’album sia tutto lì (un 7 noni ruffiano e qui leggi ruffiano con la sola accezione negativa, che piace ma è tutto lì), poi cambia direzione verso un finale diverso – con un gioiello al centro: Vertical Gang, che scherza qualche secondo anticipando la psichedelia di Knowing ma mantiene un ritmo sempre altissimo e non si addormenta mai. Se proprio vi dispiace che i Tropical Trash maltrattino così la psichedelia e i droni, sentitevi UNORIGINALS, l’ep del 2014, lì ne fanno con più convinzione.
Con UFO ROT puoi sia ballare il rock’n’roll sia immedesimarti nel cantante e immaginarti dentro a una stanza piccola a urlare lentamente tutto sudato su un microfono. Però anche il nome, TROPICAL TRASH, è così ammorbante di piaccioneria cristo che mi viene la voglia di cancellare le canzoni che ho comprato a 10 euro. Sarà anche perché la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto tropical trash è stato il gingle del tropical golf di Tagliata di Cervia, un pop beffardo e traditore mascherato da tema per un’avventura selvaggia che nascondeva un misero mini golf in cemento armato a tema tropicalia e che per anni ha molestato i miei pomeriggi in spiaggia col costumino slip a tal punto da farmi venire in mente solo tropicaltropicalgolf tropicaltropicalgolf, yeah!, anche quando uno dice anche solo tropic-…
Ma non lo farò mai (gettare nel cestino il download) perché l’è un bel disc, ruffiano oppure no che sia.

(bandcamp dei tropical trash)

Disco del mese: Enidd

enidd

Facebook spacca se spaccano i tuoi amici. La settimana scorsa un mio amico (per chi è arrivato qui dal mio post su Facebook: l’amico in questione non è Marco Sorre Sorrentino) ha condiviso l’ep delle Enidd, Stock Phrase Again.

enidd.bandcamp.com

Mi sono venuti in mente subito e forte forte Van Pelt, Adam Gnade, For Carnation, Built to Spill, Karate, American Football, lo slowcore, David Pajo da solo e Ian MacKaye con la moglie. Veramente un sacco di nomi, ed è un bene perché è segno di un insieme di idee fatto di tante cose. Ma le Enidd sanno suonare e scrivere e la sensazione di già sentito, evidente dall’inizio di Dismal Science (canzone n. 1), dopo un po’ non è più così lampante. Il finale di Forty Winks (canzone n. 2) e tutta Stock Phrase Again (3) sono rivelazioni in questo senso. Su Facebook le Enidd hanno scritto che i pezzi li hanno registrati in momenti diversi e inseriti nell’ep nell’ordine in cui sono nati. Si sente, perché la loro personalità si fa sempre più chiara, dal primo al terzo. Due cose: le influenze e la capacità di scrivere liberandosi dei riferimenti. La seconda, le Enidd, arrivano a plasmarla dopo il primo pezzo, poi con sempre più insistenza. In Stock Phrase Again diventa più chiaro che la capacità di comporre liberamente ha messo in luce le influenze e che le influenze hanno dato la spinta per comporre liberamente. In quel giro di chitarra e in quella voce c’è un’intensità che spiazza, fertile come l’humus dicevano le maestre alle elementari, e una propensione alla melodia pop che aggiunge qualcosa, soprattutto alle parti vocali. E i suoni, mi sembrano una cosa stupenda. Le Enidd hanno unito personalità e ascolti e hanno scritto una canzone grande come Stock Phrase Again, che non segna né una rottura definitiva con le influenze né una loro presenza vera e propria, è un ibrido, non del tutto decifrabile. In futuro vedremo. Adesso questo ep è una roba bellissima e se nel giro di tre pezzi hanno fatto così tanta strada, chissà cosa succede se tra un po’ di tempo escono con un disco (non è una notizia, non so se tra un po’ escono con un disco). Le Enidd a Natale erano già dentro questa compilation con una cover dei Built to Spill.