Io e Lady Gaga

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Nell’autunno del 2008 ho visto per la prima volta il video di Poker Face e la mia volontà era proprio spaccata in due. Ero contrariato da quell’estetica tutta plastiline e vinile lucido, in particolare la mia difficoltà si palesava al momento del ritornello, con la scena della piscina fumante e del costumino azzurro di questa Lady Gaga. Ma chi è? Quel toy boy in bianco montato sul divano alternato a quel dalmata gigante, l’orgia su quell’altro divano e quelle scarpe vernice con quel tacco bruttissimo (che è poi quello che si vede in giro adesso, da un po’ di tempo in realtà, fra un po’ magari lo tolgono dal mercato), quel taglio di capelli così in biondo mi riempiva tutto lo schermo, ma soprattutto quel ritornello balbettato e così mostruosamente (nel vero senso della parola) orecchiabile, qualcosa di spiacevole ma anche di piacevolissimo. Ed esteticamente forte. Poker Face era anche il nome di un gruppo post hard core dei tempi gloriosi del centro sociale Al Confino di Calabrina. Erano consapevoli di avere il suono più tagliente della Romagna, erano senza una causa, menefreghisti e cattivi allo stesso tempo. Usare quel nome per il titolo di una canzone POP era illegale. Ma quel ritornello e quella strofa quasi parlata mi piacevano e mi si erano infilati in testa quasi come quella scoppola di capelli della cantante. Al che, sotto l’effetto del po-po-po-poker face riguardavo il video e quelle macchie di colore bianco, nero, azzurro non erano per niente male e, per quello che si poteva capire sotto l’olio che si era spalmato addosso insieme a delle luci che la rendevano di un colore indefinito tra il cioccolato al latte e il guscio di una noce di cocco, questa Lady Gaga aveva un fisico che non era per niente male. Attrazione sessuale verso un personaggio di un video musicale che non mi piaceva del tutto, anzi era davvero di cattivissimo gusto, ma mi piaceva un sacco, un ritornello da paura, musiche da pubblicità dell’abbronzante lontanissime da me che non avrei mai neanche sognato di guardare con attenzione che diventavano attraenti all’improvviso. E la contraddizione lavorava dentro di me, il sentimento provocato non era certo lineare, sensato o facilmente accettabile.

queste, si, queste, girati e le vedrai addosso alla tua collega

queste, si, queste, girati e vedrai che una passante le ha

Ecco come mi si è presentata Lady Gaga. Lei esisteva già da un po’ quando è successo, naturalmente. Subito prima (aprile) aveva fatto uscire Just Dance, il primo video estratto da The Fame, e a tutti gli italiani fu chiara da subito la somiglianza con Raffaella Carrà, anche nel modo di prendere in giro un po’ l’Ambiente e fare le cose in modo piacevole ma non troppo, per non ammiccare eccessivamente, e spiacevole quanto basta per non infastidire del tutto. Io ho trovato in Just Dance la stessa capacità di fare un video a una festa che riproduce la solita festa dei video degli altri – solo con il featuring fisicamente più sfigato del mondo, in un appartamento di quelli che puzzano di velluto e moquette vecchie nei film dei Coen, e riuscendo a ricordare Fight For Your Right dei Beastie Boy nella lotta che Gaga intraprende per aver salva la pelle nonostante la sbronza – ho trovato la stessa capacità di fare quella cosa, dicevo, come faceva la Carrà in qualsiasi performance di Rumore in televisione, in Spagna, Cile, Italia, in qualsiasi video degli anni 80 su youtube. Raffaella fa le cose per bene, col corpo di ballo, con un balletto aggressivo, o anche da sola, ma i passi di ballo su cui ripone molta enfasi sono anche un po’ il giro di boa dei passi di ballo in TV: come a dire, ve le faccio esagerate, fanno ridere, ma quelle che fate voi sono sempre le stesse, io le faccio più melodrammatiche. E melodrammatico means rischio, a scivolare nel ridicolo è un attimo: la Carrà a volte ci casca, lo sa e lo fa proprio per questo. Lady Gaga fa lo stesso: fa il video della festa, si veste adeguata, esagera un po’ ma mantiene il controllo quel tanto che basta per non dare eccessivamente nell’occhio, solo s’impegna quanto basta per non passare proprio inosservata. Il botto arriva dopo: esagererà in Poker Face, che a molti fa schifo e non ha l’equilibrio POP di Just Dance – che infatti ha venduto un casino, più di 10 milioni di copie digitali (fonte: wiki, che ha come fonte “Top 10 Digital Songs 2009” (PDF), International Federation of the Phonographic Industry*). In Poker face (9,8 milioni di copie al 2009) si vede la mano dell’autrice, che diventa più pesante e cruda nel rendere smaccatissimo la voglia di infastidire e attirare allo stesso tempo. Mi ricordo che rimasi stupito non come di fronte a una cosa nuova ma come di fronte a una cosa diversa da tutto il resto.
* tutte -o quasi- le frasi citate di seguito sono riprese da wiki.

Prima di Just Dance, Lady Gaga è nata nel 1986 come Stefani Joanne Angelina Germanotta, in un ospedale di Manhattan. Ha più volte sottolineato che i suoi genitori provengono da famiglie non benestanti – e quindi hanno nel sangue il lavoro duro (Johnny Morgan, “Gaga”, Sterling Publishing, 2010) – ma comunque cattoliche, cose che hanno formato la sua personalità, già confusa e infastidita in modo evidente ai tempi del liceo. Ha studiato moltissimo e con rigida disciplina, ma in quegli anni iniziò a intravvedersi l’instabilità, la mancanza di una vera soddisfazione di fronte al modello di vita proposto dalla famiglia. Di quel periodo dice:

“Volevo divertirmi per essere eccentrica e provocatoria e ho iniziato a scrivere e suonare questo mio sentimento. Non riuscivo ad adattarmi e mi sentivo come un freak”
(“Don’t Gag on Gaga” di Jon Bream, Star Tribune, 21 marzo 2009)

Esattamente come milioni di liceali in tutto il mondo. Ma lei l’instabilità la faceva girare di più. Quando si trasferisce a New York per l’università, fa un sacco di cose: suona, recita in TV, scrive cose di arte, religione, politica, e alla fine fa una tesi sul fotografo Spencer Tunick e l’artista Damien Hirst. Dopodiché decide che stava facendo troppa roba e si concentra sulla musica. Gira un po’ nei club di New York con la Stefani Germanotta Band.

“Sono andata a una scuola cattolica ma è nei club di New York che ho trovato me stessa”
(Andrew Carlton, 16 febbraio 2010,  “Lady Gaga: I’ve always been famous, you just didn’t know it”, The Telegraph)

A quel punto incontra Rob Fusari, quello che aveva lanciato le Destiny’s Child nel 2001 e prodotto Wild Wild West di Will Smith nel ’99. Insieme inventano il nome Lady Gaga e scrivono dell’elettropop, che spediscono alle case discografiche. In quegli anni continua a esibirsi a New York, fa robe che incrociano il burlesque e la go-go dance nei nightclub. Arriva al Lollapalooza nel 2007 con Lady Starlight e mentre le due pischelle girano a fare concerti, Rob Fusari lavora lavora sulle canzoni di Gaga. Un giorno le spedisce a Vincent Herbert e arriva un contratto con la Interscope. In parallelo alla Interscope, per la Sony Lady Gaga inizia a scrivere canzoni per gente come Fergie, che io disprezzo profondamente ma che comunque molti altri non disprezzano per niente.
Akon is the name però. Akon, quello di Smack That con Eminem, nel 2007 le fa un endorsement grande come una casa con Jimmy Iovine della Interscope Geffen. Così Lady Gaga s’incolla ancora di più alla Interscope che poi, insieme alla Streamline, è la casa discografica a cui finora è rimasta sempre legata. Ma Lady Gaga è insoddisfatta e instabile nonostante il contratto discografico sicurissimo, e il motivo principale è che si sente troppo dance-oriented per il mainstream.

“My name is Lady Gaga, I’ve been on the music scene for years, and I’m telling you, this is what’s next”
(Fiona Sturges, 16 maggio 2009, “Lady Gaga: How the world went crazy for the new queen of pop”. The Independent)

Tutto questo succede prima di The Fame, che esce nel 2008 e contiene i due singoloni di cui sopra. Quello che mi interessava di più di quel disco non era la proclamate unione di generi (batterie metal tamarre, synthpop anni 80 eccetera) ma l’effetto che mi facevano le sovrastrutture che bruciavano il pop e lo rendevano merce da balera sofisticata e becera, e allo stesso tempo quella specie d’inquietudine non rock (non espressa in forma di post punk, post hard core, grunge, emo o tutta quella roba lì) che ci vedevo chiaramente. Mi piacevano le conseguenze ambigue che le immagini e le canzoni avevano sulle mie reazioni.

Dopodiché sono usciti The fame Monster (EP, 2009) e Born this Way (2011) e per quanto mi piacessero Bad Romance e Judas, meno Alejandro, non mi hanno mai colpito quanto Poker Face. Questi due dischi rappresentano il momento in cui Lady Gaga non fa meglio di quanto abbia già fatto, dal punto di vista musicale. Negli anni di The Fame Monster Born this Way i suoi video li ho visti tutti molte volte ma li ho vissuti così, come qualcosa che doveva esserci, non perché non siano niente di nuovo, forse in parte lo sono, ma perché non sono stomachevoli come Poker Face, stomachevole nel senso di..come ho detto sopra. Anche se il titolo dell’ep rende esplicito quello che mi piace di più di Lady Gaga – essere una specie di mostro, suscitare sentimenti contraddittori in me, dettati dal non capire, non condividere ed essere affascinato allo stesso tempo, come di fronte altri mostri della storia del cinema: l’incolpevole ma rabbioso mostro di Frankenstein, o l’egoista ma estremamente carismatico Dracula – anche se il titolo è esplicito, per me lei aveva già reso tutto esplicito l’anno precedente.

Dopo i primi due dischi e l’ep, Lady Gaga è alle stelle, tutti tranne la lega cattolica americana e probabilmente il Vaticano la venerano. Art Pop (2013) segna l’inizio di un’inversione di tendenza da questo punto di vista, perché è l’esito di una scelta precisa. Il suo pop diventa meno pomposo e Art Pop sarà l’ultimo album prima di una pausa da quel mondo fisicato e in fondo controllato dentro limiti precisi, dove sei sempre costretto a costruire qualcosa di eccezionale, come l’idea dell’ArtRave (release party+conferenza stampa+concerto) per promuovere il disco: bella ma sempre eccessiva (si parla di eventi di due giorni con pipponi arty e feste super bolgia, sempre).
Alcuni criticano l’album ma comunque vende un botto.

Negli ultimi anni non credo più che sia tutto bianco o tutto nero. Non ritengo più obbligatorio pensare che se una star ha successo sicuramente l’ha voluto fino in fondo e non ritengo più opportuno infamarla per questo motivo. È possibile che una persona abbia il desiderio di fare successo ma non si senta completamente adattabile a quello che le si chiede per farlo, ai compromessi. Lady Gaga forse è fatta così, ha accettato il necessario per farlo ma non è mai stata del tutto tranquilla e soddisfatta. E forse una parte del suo talento, oltre all’eccentricità, al saper cantare e scrivere canzoni, sta nell’essere inquieta, mai definita. Viene fuori da Art Pop e più in generale nelle situazioni e negli atteggiamenti dei video, nelle apparizioni in TV. Ma anche nel sapersene fregare totalmente delle considerazioni degli altri, o delle facce schifate degli attori famosi, cosa che gli permette di cambiare direzione quando lo ritiene necessario. Queste caratteristiche creano il personaggio ma anche la personalità.

Lei se n'è sbattuta totalmente, non ha neanche rilasciato una mezza dichiarazione il giorno dopo

Lei se n’è sbattuta, non ha neanche rilasciato una mezza dichiarazione il giorno dopo

A proposito di dichiarazioni, quella più recente pubblicata insieme a una foto di lei e il suo ragazzo dopo che hanno fatto sesso: “Abbiamo fatto l’amore in mezzo al caos. Abbiamo parlato di sparatorie. Abbiamo fatto l’amore nel bel mezzo del terrorismo. E abbiamo parlato di come i cuori delle persone soffrono in tutto il mondo, abbiamo fatto l’amore in mezzo a violenza, abbiamo scopato nei momenti tumultuosi. Ci auguriamo tutti nel mondo ricordino di amarsi selvaggiamente, generosamente, totalmente, con colori vivaci, senza paura e con il cuore compassionevole“. Per colpa di una smania di stupire la Gaga pubblica sta cosa, una frase ingenua, scollegata, senza alcun senso. È un problema. I personaggi come lei vivono una quasi continua esposizione al pubblico e magari hanno anche il desiderio di essere sempre esposti. A volte le uscite non riescono. Forse dipende da non saper gestire del tutto un’immagine così inflazionata, o semplicemente dall’essere umani. Questi errori non c’entrano niente con il talento musicale e posso continuare a pensare che Lady Gaga abbia effettivamente qualcosa da dire con le canzoni e tutto quello che le circonda e contemporaneamente possa sparare cazzate sui social. Questo perché il suo modo di cantare e recitare sembra effettivamente nascondere altro, una cosa che vale la pena di cercare, quindi le cagate sui social gliele perdono – una cosa che faccio anche con Rihanna, con le altre no, che negli occhi racchiude le esperienze che riesce a tirare fuori solo con la voce. In questa intervista a MTV del 2013 ci sono momenti in cui Lady Gaga perde il piglio carico di enfasi e viene fuori un bel “che ti devo dire? cosa posso farci?” o “non ho idea di come affrontare questa cosa ma qualcosa ti devo dire”. Momenti come questo.

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lost, l’altra gaga

Mostrare un lato umano ha sicuramente un’ottima presa sul pubblico. Poi ognuno di noi – tra quelli che si concedono il permesso di considerare la musica pop super mainstream come una cosa degna di attenzione – si lascia abbindolare dalla pop star che preferisce. Forse qualcuno si commuove di fronte a Beyoncé che si sposa, partorisce e fa palestra contemporaneamente, io ho le mie preferenze.

In Lady Gaga vedo anche l’incapacità di accontentarsi veramente di se stessa e del modo di rapportarsi con gli altri. Nel 2014 ha fatto Cheek to Cheek con Tony Bennet (l’ultimo dei crooner), nel 2015 durante la cerimonia degli Oscar ha cantato Sound of Music e Julie Andrews si è complimentata in turco. L’ha dichiarato chiaramente per la premiazione del Billboard in dicembre: è un momento in cui non se la sente di fare musica pop ma sente il bisogno di recuperare i classici e di stabilire un contatto con loro, per dimostrare che sono una fonte continua d’ispirazione e che la musica con cui ha abituato il pubblico non intende distruggere il passato. Quello che trovo incredibile non è che la Germanotta ami la canzone della tradizione americana (adora Bruce Springsteen) ma il modo in cui ha scelto di cambiare direzione (momentaneamente, forse) per dimostrare che vuole dare valore al passato: con Julie Andrews e Tony Bennet. E cosa c’è di più americano? Non è lo stesso modo in cui Taylor Swift si sarebbe rapportata col passato, cioè suppongo facendo cover a cazzo. Dentro al disco con Tony Bennet ho sentito per la prima volta in forma di canzone cosa può essere ancora la Germanotta. Si tratta di un percorso di maturazione, che molte delle altre popstar fanno, ma in modo diverso. Miley Cyrus è partita con Hannah Montana ed è diventata quello che è, non ha alzato il livello di se stessa, forse delle collaborazioni si, ma lei è sempre ferma lì: una bambina. Lo stesso per il salto country/pop aggressivo della Taylor Swift. Adele è partita alla grandissima, abbiamo saputo subito che ha una gran voce. E fa ancora quello: canta da dio, e basta. Beyoncé cerca sempre di essere più cool di tutti, col marketing arriva anche oltre i limiti consentiti moralmente, ma la sua ricerca è concentrata sempre e soprattutto su quello. Sul marketing. Non si può considerare una ricerca sui contenuti. Lady Gaga ha mostrato prima il talento pop tamarro, poi quello della professionista disperata che tenta di cercare strade nuove, francamente imprevedibili, che sanno anche un po’ di vecchio ma che riescono a esaltare la sua voce. Prima di Bennet aveva fatto Art Pop, considerato da alcuni un disco di merda, quando in realtà è pieno di “non ho più voglia di darvi ancora la stessa roba, cosa faccio?”, è confuso ed è bellissimo per questo motivo. Art Pop è la nave che l’ha portata dove prima non era mai arrivata, cioè dov’è adesso, che non è dove sarà domani.

Quando ho visto Lady Gaga agli Oscar l’anno scorso rifare Julie Andrews io non ero tra quegli stronzi che dicevano però Lady Gaga: avevo sentito Cheek to Cheek con Tony Bennet, un ascolto illuminante per capire la personalità e la piega della carriera di LG. È comparsa vestita di bianco, come se che c’era prima non ci fosse più: no olio, no scarpe che hanno scatenato l’inferno, no toy boy. Un vestito bianco, non minimal, ma neanche scandaloso, un classico un po’ peso. Negli ultimi due anni Lady Gaga si è guadagnata un pubblico che non l’avrebbe cagata neanche sotto tortura. Può essere una mossa di marketing, lo è di sicuro, ma è fatta di scelte, non di sorprese per Natale o di accordi con le compagnie telefoniche. Tutto è una mossa di marketing, non posso immaginare che a quel punto della carriera non ci sia uno studio da questo punto di vista. Ma mi piace il percorso musicale che sta facendo Lady Gaga. Da una parte si lavora tutto il pubblico che vuole, dall’altra guadagna una dignità musicale. E al massimo della sua carriera fa un disco diversissimo rispetto ai precedenti con cui ha guadagnato milioni perché, se facesse un disco pop, non farebbe il disco che vuole fare. Se ci penso, è la stessa mossa che i Nirvana hanno fatto con In Utero dopo Nevermind.

Adesso non è più un personaggio scandaloso, dice cose politicamente corrette (politicamente scorrette solo per Alfano, Formigoni e Trump), dice che la musica le ha salvato la vita, è schierata dalla parte dei gay, delle donne, ha sempre fatto beneficenza. Anche Taylor Swift alla cerimonia dei Grammy ha fatto il pippone (giustissimo) sul diritto delle donne di vedersi riconosciuto il lavoro che fanno senza che nessuno glielo rubi, in risposta a Kanye West che in Famous attribuisce a se stesso le ragioni del grande successo di Taylor Swift (“I made that bitch famous”). Ma Lady Gaga è una di quelle che spinge sul pianoforte, dal vivo la vedi caricare sul microfono digrignare i denti e poi urlare, tira fuori quella specie di forza immonda che ha e che a volte diventa una voce lirica fortissima, a volte una voce strozzata, una smorfia con la bocca. A me sembra chiaro, magari a voi no: non è solo una questione di acconciature, quanto proprio di convinzione e di interpretazione all’altezza della convinzione.
E di massa fisica. Lady Gaga non è particolarmente bella, è un mostro biondo, di viso non è Beyoncé, Rihanna, Taylor Swift. È diversa, anche fisicamente. Non so se dipende da alcuni problemi di salute che ha avuto in passato ma l’ho trovata un po’ arrotondata ultimamente. Non se ne preoccupa, almeno apparentemente, va a ritirare il suo Golden Globe bella tosta – Beyoncé non sarebbe andata se avesse avuto un grammo in più, o si sarebbe fasciata dentro a un elastico gigante. Per LG anche le acconciature giocano il loro ruolo, sono imbalsamate e ingombranti. La invecchiano un po’ di anni.

Questi cambiamenti sono il suo modo per presentarsi in modo meno glitterato ma più antico al pubblico, per dire che non è il vitino quello che conta ma sono le scelte che si fanno verso determinate direzioni. E la scelta di Lady Gaga è dimostrare che c’è il talento e che non può essere solo il ritorno del synthpop anni 80 a farla stare in piedi, ma anche la conoscenza dell’importanza di un passato musicale. Così adesso, quando si presenta al pubblico, ha l’aspetto di una matrona imponente. L’esibizione omaggio a David Bowie al Grammy è l’esito di tutto questo: matrona+fuori dal synthpop+suoniamo un di roba del passato. Vestita con colori improponibili, con un viso che sembra innaturale da che è affilato dal trucco e con quei capelli lì, da Billboard (che l’ha premiata come donna della musica 2015) suona ‘Til it happens to you quasi con la bava alla bocca ma rimanendo sempre attaccata al pianoforte come una che sa cosa metterci dentro alle canzoni, cioè quello che fa parte di lei, e sa mantenere del tutto il controllo dello strumento. È un personaggio teatrale, sovraccarica (come l’ha definita il figlio di Bowie commentando l’omaggio al padre, come se Bowie fosse stato uno sobrio) ma non è una teatralità fine a se stessa, serve davvero, in qualche modo: nasconde lei che non ha pace e lei che sa quel che fa.

Quindi, la tradizione a cui fa riferimento non è solo americana: omaggia David Bowie, fa una cover di John Lennon in Azerbaijan, canta con Elton Jonh. Son scelte. Che comunque mi dicono che Lady Gaga non va in una sola direzione.

E quest’anno (stanotte) va a vincere l’Oscar per ‘Til It Happens to you, nominata tra le migliori canzoni, per il documentario The Hounting Ground. L’ha buttata giù con Diane Warren, una che ha scritto cose per Celine Dion e gli Aerosmith addirittura. E If I Could Turn Back Time per Cher nel 1989.

Un’altra cosa che mi piace di lei è il modo in cui affronta i temi seri. Ci sono quelli che non perdono l’occasione di ridurre la musica a un’arte fatta con il cazzo. Fortunatamente, a questo proposito alcune tra le super pop star femminili hanno trovato la forza di, qualche volta, dire la loro. La differenza che passa tra Lady Gaga e le altre nel farlo è il suo modo di esporre le cose: con quella voce, la testa mi si spacca e il messaggio è più forte e chiaro.

“This nomination (agli Oscar ndr) lends a voice to so many victims and their families around the world. Thank you to The Academy for recognizing the movement of people who have come together around ‘The Hunting Ground’ and ‘Til It Happens To You’ in the name of sexual assault. Diane Warren and I are simply honored to represent the voices of so many survivors” – Gaga su Instagram.

Praticamente è una canzone dei Guns n Roses, è cantata con una prosopopea quasi lirica, gli arrangiamenti sono schematici e rigidi, ma è una vera cavalcata verso la rabbia, dice tre frasi, tutte giuste, e per questi motivi ha una forza che si avverte molto facilmente. Quando leggi il titolo ‘Til it happens to you e che la canta Lady Gaga pensi subito che tratti di violenza sessuale, per l’esperienza che coinvolge Gaga in prima persona. Nella canzone parla dello stupro che ha subito a 19 anni e questo ti catapulta subito dentro a un ambito che non si può giudicare super partes perché non si può essere super partes a proposito di questo argomento. The Hounting Ground racconta una vicenda complessa: fa riferimento a un fatto realmente accaduto, un episodio di stupro per il quale nella realtà i responsabili sono stati giudicati innocenti dalla polizia. Di conseguenza il film ha causato diverse polemiche montate da chi non lo ritiene veritiero. Capisco la polizia che non può incolpare qualcuno contro cui non ha prove sufficienti, la legge è fatta così, ma non capisco le persone civili che hanno sollevato le polemiche. Penso di dire una verità assoluta se cito la mia ragazza e scrivo che non importa se in quel caso non è successo, perché mille altre volte è successo. E il documentario ha lo scopo di denunciare tutte quelle volte. Quello di Kesha (a cui Gaga, Adele e altre hanno dato il loro sostegno e per la quale, va detto, Taylor Swift ha messo a disposizione 250mila dollari per sostenerla nella battaglia legale che per ora la vede sconfitta, visto che il giudice le ha dato torto per ora) o le accuse contro Michael Gira degli Swans, sono due dei casi emersi ultimamente e che riguardano persone famose. Del caso Kesha non si ha la certezza giudiziaria ma ci sono diversi racconti, suoi e non solo, che le danno ragione. Ovviamente l’accusato (il suo produttore) nega. Per quanto riguarda Gira, non si sa se sia vero o meno e non c’è una denuncia nei suoi confronti. Larkin Grimm lo accusa, lui e la moglie negano. Ma ci sono tanti altri casi che non coinvolgono una star di cui non si parla, che non vengono alla luce o neanche denunciati dalla vittima, per paura. Il film e la canzone di LG hanno valore anche per quelle.

Lady Gaga vince l’Oscar stanotte. E l’effetto marcio che mi faceva Poker Face scomparirà dentro a un vestito elegante e dietro a un pulpito illuminatissimo. Ma dietro a quel pulpito ci sarà qualcuno che, dopo un po’ di anni di carriera multimilionaria, riesce a mettere ancora inquietudine e insoddisfazione dentro alla musica pop.

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