Merchandise, da Tampa, Florida. Avevo sentito sul tubo i pezzi più aggressivi, i primi due che hanno fatto, sono andato perchè ero preso bene. Arrivo là, e hanno tutti la banana. Non conoscevo e non conoscerò gli album. Tre dischi. Uno senza pretese che ha avuto successo, uno che ha fatto successo così così, il terzo che è uno dei migliori del 2013 secondo il NME. Ve lo dico io sono state le dichiarate radici punk rock a fregarmi. Mai fidarsi di quello che scrivono i giornalisti pagati. Il batterista è Dave Grohl che suona con i National. Tra un pò lascia la band. A volte fa troppe cose in una volta, non perde il tempo ma la battuta, ed è costretto a recuperarla in extremis. Il chitarrista è così agitato che non riesce a non far tremare una nota. Eccede leggermente in assoli e fa perdere agli altri quel poco che hanno guadagnato in potenza e ritmo. Il cantante, gran capello, è il sosia di Gary Barlow. Intonato, nella media dei vocioni. Lui ha 20 anni e dopo tre quarti d’ora di concerto tira fuori la lingua: in Florida non li fanno robusti, a parte Dexter. Il bassista è sosia di molte persone, no offence. Forse il migliore, quello che suona e basta. Questo significava il concetto di migliore ieri sera. Dal vivo i Merchandise si guadagnano un posto d’onore nell’olimpo dei gruppi medi che fanno della mediocrità una caratteristica forte per la quale si spera di piacere. Tra i peggiori U2 e gli Interpol più da maledire. E ci infilerei pure The Smiths, anche se della classe di Morrissey qui non ce n’è l’ombra. Ma si, e anche i Muse. La prossima volta che voglio andare a vedere i Merchandise fatemi male sotto i piedi.
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a cura di nessuno
L’utilità del Secret Show (Garrett Klahn/The Clever Square)
Come è noto, quando andiamo ai concerti individuiamo spesso/sempre una/due/tre brutte persone che si pongono d’intralcio tra noi e la felicità. Lo fanno tramite un’altezza costituzionalmente inaccettabile o un comportamento inadeguato, armi che utilizzano per ottenere il loro scopo, dalle quali voglio escludere l’ascella e l’alito importanti perchè spesso anch’io e perchè talvolta non è possibile governarli.
La soluzione del problema è il Secret Show.
Il bello del Secret Show non è che c’è poca gente (ce ne può essere più o meno molta) ma che quasi tutti conoscono quasi tutti e quelli che non conoscono alcuni hanno amici presenti che conoscono quegli alcuni. Qualsiasi cosa dici o fai ti si verrà a sapere, quindi, per pudore, nessuno si comporta da rompicoglioni. Primo problema risolto.
Essere impossibilitati a dribblare il secondo problema, l’altezza, significa essere molto sfortunati. Se ci troviamo in una stanza molto piccola possiamo dirci spacciati, ma le probabilità che questo succeda sono un pò ma non troppe. Cosa più importante, il numero ridotto di persone presenti rispetto a un concerto aperto a tutti riduce le probabilità che ci siano molte persone altissime. Quindi, si può affermare che a un Secret Show sei al sicuro due volte su tre.
Per mettere in piedi un Secret Show servono quattro ordini di cose più o meno semplici:
1. cibo e alcolici;
2. gli amici con le bazze, a meno che non le abbia tu;
3. la disponibilità dei presenti a fare la colletta per pagare l’artista, disponibilità che deve essere anche di quei presenti ai quali dell’artista non gliene potrebbe fregare meno;
4. un luogo adatto (una casa, un garage, un cortile isolato, una stamberga).
A meno che tu non sia il figlio illegittimo di Julian Casablanca, il Secret Show capita poche volte nella vita. Quindi, quando succede, bisogna saltar su, sennò te ne pentirai per sempre, e comunque rimarrà scritto negli annali che non c’eri. Se non sei il figlio illegittimo di Julian Casablanca è meglio, così l’evento diventa unico, o almeno raro. L’emozione, direttamente proporzionale all’importanza che ha per te l’artista presente, completa il pacchetto dell’evento indimenticabile, quale il Secret Show è per definizione: uno spettacolo (nel caso specifico, un concerto) organizzato per alcune persone spargendo la voce tramite mail, posta pneumatica o piccione viaggiatore, o comunque tramite un mezzo che faccia arrivare il messaggio direttamente a invitati più o meno predefiniti, senza pericolo deflagrazione. Alcune volte la deflagrazione avviene (per l’inevitabile entusiasmo che si crea), ma nel limite dell’accettabile, se il padrone della stamberga e/o gli organizzatori mantengono il polso della situazione per tutta la fase di divulgazione.
12 agosto 2013, Secret Show di Garrett Klahn (già Texas Is The Reason) e di metà The Clever Square, tutti e due in acustico. Di questo si parla.
Breve parentesi sui TITR, uno dei gruppi migliori o IL gruppo migliore della masnada emo della seconda metà anni ’90, che, come tutti i gruppi migliori, hanno fatto un solo disco in studio (o veramente poco altro, non definibile album) poi si sono sciolti. A proposito di quel disco, Do You Know Who You Are?, io ho in dotazione il cd e questo non mi ha permesso la sera del 12/8 di vincere il premio “The King”, consegnato da Klahn in persona e attribuito a un’altra persona che possiede una copia in vinile, masticata e ingiallita. Giustissimo. Ma mi concedo lo stesso l’autoimbirimento: l’ho fatto autografare come si sarebbe fatto con Alessandra Amoroso. La prova inconfutabile che c’ero.
Venni a conoscenza di Do You Know Who You Are? perchè un mio amico mi prestò il vinile. Non riuscii a rubarglielo. Però il mio amico mi permise di tenerlo a lungo, insieme a cose di Jimmy Eat World, Sunny Day Real Estate e giù di lì. Alla fine del prestito comprai, appunto, i cd. Oggi quel mio amico è emigrato, io gli mando i messaggi su facebook e lui non risponde, pur aggiornando di continuo il proprio stato.
The Clever Square mi piacciono tantissimo. Spesso li si paragona ai Sebadoh, cosa sacrosanta e giusta, ma è decisamente meglio accostarli ad altro. Piuttosto ricordano Syd Barrett da solo, i Pavement di Slanted and Enchanted, la cosa migliore in assoluto che i Pavement abbiano mai fatto, e i Neutral Milk Hotel di On Avery Island (Song Against Sex, You’ve Passed e Someone Is Waiting). Il 12 agosto con una chitarra, un basso e una voce, The Clever Square hanno fatto in tutto una manciata di canzoni tra le quali February Is A Lie e io potevo anche andarmene felice. Dal vivo al completo hanno un’amalgama potente; dal vivo a metà sono del tutto a loro agio sugli strumenti. Sempre senza troppe parole e dritti sull’obiettivo: fare la prossima canzone.
Il loro EP Ask the Oracle (Flying Kids Records) è uscito in aprile e pare che dobbiamo aspettarci l’uscita di un disco nuovo. Bene. Nel frattempo se capita li vediamo volentieri dodici o tredici volte dal vivo. Su Ask the Oracle (che naturalmente si scarica qui a offerta libera) ho già scritto cose più o meno condivisibili qui.
Garrett Klahn è un timidone che di fronte a un pubblico ristretto incrocia di continuo i piedi, muove senza sosta il culo sulla sedia per trovare la posizione giusta e sistema in modi non definitivi la scaletta che il vento insiste a spostare. C’è molto di poetico in tutto questo, quasi da far schifo. Ci sono i ricordi, che tornano lentamente nei giorni precedenti al concerto, poi tutti insieme, durante. Sono ricordi abbastanza lontani ma sicuramente nitidi. Una sera d’estate ero con un amico sul tetto di una casa in costruzione e battevo il piede su un coppo canticchiandomi I guess you never really tried e secondo me la canticchiava anche il mio amico. Niente di gay, anche se può sembrarlo. Non penso che quella frase c’entrasse niente con quello di cui stavamo parlando, ma era lì. E questo è solo un esempio di ricordo.
Ecco cos’ha fatto Klahn. Non l’intero album, che sarebbe stata cosa meccanica ma niente male, ma alcuni pezzi scelti. Gli altri, a detta di Klahn, fanno schifo senza la band. E in mezzo ci ha ha infilato cover a caso, tra cui una degli Smiths di cui (impalatemi nei commenti) non ricordo il titolo e The Golden Age di Beck.
Le canzoni dei Texas Is The Reason in acustico vengono fuori con un taglio meno pungente e più controllato, e mi piace il pensiero che l’autore di quei pezzi li abbia fatti evolvere ma non troppo, un pò per forza un pò perchè lo voleva un pò perchè è venuta così. Almeno, immagino.
Bella la location, greve, rustica e bucolica come il nostro spirito. Grazie a chi ha organizzato, a chi possiede quelle mura @TheFarm, a chi ha cucinato, a chi ha suonato. Sono stati momenti di bella estate. A fine serata si è parlato di possibili Secret Show di Tricky e Bob Dylan, l’anno prossimo, sempre lì. Intanto, penso di aver capito una volta per tutte che la h di Klahn si mette come penultima lettera, prima della n.
Marnero, Il Sopravvissuto
Il Sopravvissuto (download gratuito qui) è il terzo lavoro in studio dei Marnero, uscito per Sanguedischi, Escape from today, Dischi Bervisti, Mothership, Fallodischi, V4VRecords e To Lose La Track. È costruito sull’idea di un unico racconto diviso in quattro quadranti, ciascuno dei quali composto da due canzoni, ed è il secondo episodio della trilogia del fallimento.
Il Sopravvissuto parte dal Quadrante I e nel percorso fino al Quadrante IV s’impone come uno degli album più liberi che abbia sentito nell’ultimo anno, o negli ultimi due. Libero di fare poesia, di deprimersi e deprimerci, libero di scarnificarci con suoni pesi e assoli metal, di suonare melodie dolci e violini su un basso distorto (Come infatti non c’è), di dare spazio a quello che gli pare, addirittura a cori femminili. Le musiche tornano spesso su ritmiche simili (pestate), il cantato è screamo o parlato, ma i Marnero diversificano la lunga tela che tessono infilandoci inserti e lunghi episodi, che una volta stemperano gli animi e la volta dopo li caricano, come in Quadrante III – Il porto delle illusioni o Quadrante IV – Zonguldak, l’ultima del disco, che ha un finale complesso e perfetto, per come s’incrociano le chitarre. A voler pensare ad accostamenti improbabili, la fine del Quadrante II – Che non sono mai stato suona French Touch e, meno improbabile ma più cinematografico, l’incipit del Quadrante III – Il porto delle illusioni ricorda la musica di Lezioni di piano.
Dall’ascolto vengono fuori molte cose molto diverse tutte insieme, come la tristezza infinita, la continuità decisa con l’hardcore e con il crossover, la carica della batteria, la follia del cambiamento improvviso della sua battuta, la melodia della chitarra e il suo contrario, le aperture del crescendo musicale, le chiusure dei testi. E il risultato è che ascolti generi, ritmi, strumenti, sensazioni e voci come se fossero tutte parti di un unico discorso, semplicemente parti, non argomentazioni differenti. Ed è questo il modo in cui le canzoni di Il Sopravvissuto rifiutano di rimanere immobili e invitano a seguire la musica e i testi lungo un cammino aperto che sembra non concludersi mai e di cui si rimettono in discussione i termini dopo ogni breve pausa.
Una bozza di questo flusso musicale dritto si trova in Tanto ride tanto piagne (Naufragio universale, cinque pezzi, 2010) ma Il Sopravvissuto è tanto più melodico. E questa potrebbe rappresentare una specie di via d’uscita, o la disperazione definitiva.
Ho letto su Blow Up di questo mese una citazione di Joseph Beuys: “L’artista non può accontentarsi di fare dell’arte bella, ma deve inventarsi un propria mitologia”. Alcuni dei Marnero prima erano i Laghetto. Non è che bisogna per forza pensare agli uni come seguito degli altri, ma da un piccolo specchio d’acqua pieno di guai siamo passati a un oceano pieno di motivi per deprimerci e da cui non c’è via d’uscita. I Marnero quest’anno hanno fatto un disco incastrandone tutti i pezzi dentro a quattro cubi contro le cui pareti possiamo sbattere la testa disperati, ma dentro ai quali possiamo anche ascoltare i violini che ci portano abbastanza lontano da concederci qualche attimo di riflessione diversa. Insomma, pare che l’acqua abbia sempre più volume e forza, e che rischiamo di affogare ogni giorno, se non corriamo: è una prospettiva negativa di cui prendere atto con onestà, ma al suo interno c’è un principio di rimedio.
Ed è la prospettiva dei Marnero, la loro mitologia: hanno plasmato un’idea pessima per farsi degli amici, perchè gli mostrano la follia. Ma gli danno anche la forza per muovere le gambine, forza che sarebbe poi data dalla musica, una specie di via d’uscita.
Magari i poco interessati scapperanno da quel tipo che si chiama John Didonis Raudo, che urla dentro al disco, che la prima cosa che ti dice è che non c’è un domani, che si autopunisce con le parole (Non sono più il ghepardo di una volta) e farnetica su quello che vuoi e quello che sei, ma chi rimane impara a scalciare. E fallimento sia, ma non sarà così facile raggiungerlo.




