Marnero, Il Sopravvissuto

Marnero, Il sopravvissuto

Il Sopravvissuto (download gratuito qui) è il terzo lavoro in studio dei Marnero, uscito per Sanguedischi, Escape from today, Dischi Bervisti, Mothership, Fallodischi, V4VRecords e To Lose La Track. È costruito sull’idea di un unico racconto diviso in quattro quadranti, ciascuno dei quali composto da due canzoni, ed è il secondo episodio della trilogia del fallimento.

Il Sopravvissuto parte dal Quadrante I e nel percorso fino al Quadrante IV s’impone come uno degli album più liberi che abbia sentito nell’ultimo anno, o negli ultimi due. Libero di fare poesia, di deprimersi e deprimerci, libero di scarnificarci con suoni pesi e assoli metal, di suonare melodie dolci e violini su un basso distorto (Come infatti non c’è), di dare spazio a quello che gli pare, addirittura a cori femminili. Le musiche tornano spesso su ritmiche simili (pestate), il cantato è screamo o parlato, ma i Marnero diversificano la lunga tela che tessono infilandoci inserti e lunghi episodi, che una volta stemperano gli animi e la volta dopo li caricano, come in Quadrante III – Il porto delle illusioniQuadrante IV – Zonguldak, l’ultima del disco, che ha un finale complesso e perfetto, per come s’incrociano le chitarre. A voler pensare ad accostamenti improbabili, la fine del Quadrante II – Che non sono mai stato suona French Touch e, meno improbabile ma più cinematografico, l’incipit del Quadrante III – Il porto delle illusioni ricorda la musica di Lezioni di piano.
Dall’ascolto vengono fuori molte cose molto diverse tutte insieme, come la tristezza infinita, la continuità decisa con l’hardcore e con il crossover, la carica della batteria, la follia del cambiamento improvviso della sua battuta, la melodia della chitarra e il suo contrario, le aperture del crescendo musicale, le chiusure dei testi. E il risultato è che ascolti generi, ritmi, strumenti, sensazioni e voci come se fossero tutte parti di un unico discorso, semplicemente parti, non argomentazioni differenti. Ed è questo il modo in cui le canzoni di Il Sopravvissuto rifiutano di rimanere immobili e invitano a seguire la musica e i testi lungo un cammino aperto che sembra non concludersi mai e di cui si rimettono in discussione i termini dopo ogni breve pausa.
Una bozza di questo flusso musicale dritto si trova in Tanto ride tanto piagne (Naufragio universale, cinque pezzi, 2010) ma Il Sopravvissuto è tanto più melodico. E questa potrebbe rappresentare una specie di via d’uscita, o la disperazione definitiva.

Ho letto su Blow Up di questo mese una citazione di Joseph Beuys: “L’artista non può accontentarsi di fare dell’arte bella, ma deve inventarsi un propria mitologia”. Alcuni dei Marnero prima erano i Laghetto. Non è che bisogna per forza pensare agli uni come seguito degli altri, ma da un piccolo specchio d’acqua pieno di guai siamo passati a un oceano pieno di motivi per deprimerci e da cui non c’è via d’uscita. I Marnero quest’anno hanno fatto un disco incastrandone tutti i pezzi dentro a quattro cubi contro le cui pareti possiamo sbattere la testa disperati, ma dentro ai quali possiamo anche ascoltare i violini che ci portano abbastanza lontano da concederci qualche attimo di riflessione diversa. Insomma, pare che l’acqua abbia sempre più volume e forza, e che rischiamo di affogare ogni giorno, se non corriamo: è una prospettiva negativa di cui prendere atto con onestà, ma al suo interno c’è un principio di rimedio.
Ed è la prospettiva dei Marnero, la loro mitologia: hanno plasmato un’idea pessima per farsi degli amici, perchè gli mostrano la follia. Ma gli danno anche la forza per muovere le gambine, forza che sarebbe poi data dalla musica, una specie di via d’uscita.
Magari i poco interessati scapperanno da quel tipo che si chiama John Didonis Raudo, che urla dentro al disco, che la prima cosa che ti dice è che non c’è un domani, che si autopunisce con le parole (Non sono più il ghepardo di una volta) e farnetica su quello che vuoi e quello che sei, ma chi rimane impara a scalciare. E fallimento sia, ma non sarà così facile raggiungerlo.

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