Un grande 2017: i dischi dell’anno sono ben 15

Essendo io un grande osservatore defilato della realtà su internet, ho notato che quest’anno in pochi si sono lagnati del tipo “fare la classifica di fine anno mi fa schifo però la faccio perché sennò si risvegliano i brontosauri e rovesciano l’ordine divino delle cose terrene” o del tipo “non ha senso fare le classifiche perché bla bla blablabla” a cui io avrei risposto “e caccia sta classifica e statti buono, ci saranno dei dischi che ti sono piaciuti più di altri, no?” ma non posso rispondere così perché non in tanti si sono lagnati dell’inutilità della classifica dei dischi da fare a fine anno. Al contrario, è aumentata la percentuale di titoli semplici come “i 5 dischi migliori”, “i dischi del 2017” e bella lì, e alleluia. E a chi si azzardasse ancora a lamentarsi dico: la devi fare perché lavori in un sito vero? Falla, che farla è bello. Scrivi su un blog così, tra un passatempo e l’altro, svogliato, prima di scaccolarti e dopo il riposino della bellezza? Allora non farla e addio.

Quest’anno è l’anno delle playlist, dellA playlist, quella di Calcutta per il Capodanno di Bologna. Lui non sarà neanche presente ma si è fatto dare 5000 euro per farla! Secondo me, ha fatto bene. C’è chi avrebbe detto no sono troppi, non li valgo, non sta bene. Lui invece se ne fotte. Il mondo è bello perché è vario. Pensavate che avrebbe avuto delle remore? Non ha mai dichiarato di schifare la fama che ha raggiunto. Quindi bona. Più che altro, è interessante quest’idea di mettere in anteprima le canzoni su spotify il 30 dicembre, così la gente se le può ascoltare. Che senso ha? Uno va al dj set e sa già cosa ci sarà. Divertimento alle stelle eh. Calcutta monetizza con spotify? No, le canzoni sono di altri. Ci guadagna in visibilità, ok. Oppure, mattacchione quale è, per la festa del 31 ne fa mettere su un’altra: bubusettete! Avevo trovato questa cosa intelligentissima e originalissima da scrivere quando ho scoperto che la playlist verrà diffusa in filodiffusione quindi insomma, cioè, ci può pure stare che ci sia l’anteprima su Spotify. Ma e poi, scusate, tutte queste lagne che lui non sarà a Bologna gne gne, ma se la playlist è in filodiffusione, cosa deve fare? Girare per le strade e salutare chi incontra vestito da San Silvestro? Aspettare i fan sotto l’albero in piazza? Questione chiusa, passiamo alle cose per le quali questo post è stato pubblicato.

Quest’anno sono scagliatissimo contro gli ammutinamenti dei MIEI blogger, sia quelli a cui l’ho chiesto che quelli a cui non l’ho chiesto, che non vogliono più scrivere le classifiche di fine anno. Io, la mia, la faccio, dopo essermi grattato una chiappa e aver spostato di un millimetro il vaso sul tavolo perché sta meglio. E la faccio con tale e tanta voglia che ho messo non 5, non 10, non 11, ma 13 dischi, più addirittura 2 posizioni fuori lista (la 0 e la 00) per motivi a caso (calcolatissimo è invece il 15 del titolo, 13 + 2 fanno 15: è corretto). Se fossi coerente avrei messo il disco della posizione 13 alla posizione 000 ma ormai ho fatto la story su instagram in cui l’ho messa come 13 e mi vergogno a cambiare perché quella story l’hanno vista in ben 72 persone.

Allora si parte. Alla posizione numero 13 troviamo gli Antlered Aunt Lord, con Ostensibly Formerly Stunted. È un disco del 2015 ma io l’ho ascoltato quest’anno ecc ecc. Un suono vecchio, scanzonato e in fin di vita che in confronto i Neutral Milk Hotel hanno voglia di vivere, quel folk che ha come caratteristica più evidente la svogliatezza, con la stessa espressione di un bambino che deve fare i compiti al sabato pomeriggio mentre suo fratello più grande in camera sua pirulla nella chitarra elettrica facendo fuoriuscire un sound psichedelico. Son 20 anni che gira questo mood, ma quando ho sentito ‘sto disco ho goduto tantissimo e mi sono messo sul divano a fare il gesto della schitarrata rigirandomi su me stesso come un invasato, pur sempre mantenendo un certo contegno.
Ma andiamo avanti. La prima a rientrare nella sporca dozzina, cioè piazzata alla posizione 12), è Jlin con Black Origami. Rispetto agli album di elettronica che ho ascoltato quest’anno, mi è sembrato quello più vicino al delirio vero e proprio, fatto di percussioni continue che mi hanno ricordato l’inferno di quando andavo alle feste a 20 anni e intorno c’erano otto mila bonghi che suonavano e io li odiavo (non erano feste afro, è che andava di moda il tamburello). È stato un ricordo bellissimo, si sa i ricordi sono sempre più belli di quello che è successo davvero. E Black Origami è l’inferno delle percussioni lontano da quelle maledette feste. 11) (le gambe delle donne!) Unsane, Sterilize. Gli Unsane festeggiano i 26 anni di cazzutaggine senza averne persa neanche un centimetro. Anche dal vivo. Per un’ora e mezza, Chris Spencer ha suppurato suono arrogante e alla non me ne frega un cazzo ma è stato dolcissimo con il ragazzo del locale che si dimenticava sempre di portargli gli asciugamani sul palco. Quella scena è stata una delle mie cose preferite di quest’anno e dovevo trovare il modo di metterla in classifica. Touch Down! Nel disco si sente ancora questa voglia di straboccare nervi, ma in fondo sono dolci vecchietti, che fanno la loro cosa come dei selvaggi mandati in terra dal dio del pisello turgido (questa metafora potrebbe in effetti essermi sfuggita di mano, quasi cit. Nanni Cobretti) da più o meno trent’anni. Quando la stagionatura fa la differenza. Non del pisello eh. (si, mi è sfuggita di mano).

Attenzione perché le posizioni iniziano a scaldarsi un po’, siamo alla 10), rullo di tamburi (lo sentite? sentitelo): gli Alvvays con Antisocialites. Un disco al di sopra del precedente, con melodie ancora più belle e testi disillusi, ironici e cattivi come piace un casino a me. Una conferma anche dal vivo, dove la batterista (nuova) mena come un fabbro, le chitarre e il basso vengono fuori con l’arroganza necessaria a far scomparire la patinatura che un po’ pervade il disco e la cantante con la voce fa ciò che vuole: potrebbe cantare un’ “osteria” e renderla raffinata, un coro da stadio e farlo sembrare un pezzo di Edith Piaf. Via avanti veloce con (9), i Montana di La stagione ostile. In assoluto il disco tranchant 2017, perentorio, beffardamente ostile, in tre parole il disco con meno pugnette dell’anno. Dopo il cambio di formazione, i Montana tornano (e io sono molto contento che l’abbiamo fatto) con un suono concreto e testi dritti al punto. Tanto che su un blog era uscito un pezzo intitolato Rifare tutto e rifarlo più ostile. Sono d’accordo su tutto quello che dice quel blog. Alla 8) c’è Enjoy The Great Outdoors di Spencer Redcliffe. Le migliori chitarre neilyoungomorfe e leeranaldomorfe dell’anno sono le sue, la 8 se la merita tutta, forse anche un pochino di più ma lasciamolo qui. Perché Enjoy The Great Outdoors è meglissimo del precedente ma Spencer può fare ancora meglio, non so come, ma può farlo. Il gas elettro psycho pop di Looking In (2015) è andato a farsi friggere e ha lasciato il posto a una sana voglia di mettere giù delle chitarre sciallate prive di qualsiasi ritmo sostenuto o distorsione esaltante e c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo scrivendo canzoni senza quegli aggeggi elettronici, lì, quelli che usano gli artisti di oggi. C’è lo slancio, c’è la fotta di cercare. Indispensabile Spencer.

Secondo me alla 7 e alla 6 Mark Kozelek e i Bennett sono una coppia stupenda. Immaginiamoli in una jam session. Un sogno. Finito di immaginarli, passiamo all’analisi dei perché. 7. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White. Nient’altro da dire se non che Mark Kozelek è il Kanye West del folk e proietta il folk in una dimensione diversa, dalla profondità e durata infinite, dove non ci sono limiti ai giri di canzone e ritornello che si possono fare e alle variabili possibili, dove per la prima volta, come nel gioco delle carte o al casinò, bisogna sempre tenere conto delle variabili e buttarle dentro alla canzone se succedono. Così ti metti lì, con due musicisti amici, inizi a suonare e a cantare, la canzone prende forma, poi cambia e dai! butta dentro sto cambiamento e uniformalo al resto della canzone, tanto tra poco ce n’è un altro e il circolo è vizioso e senza confini. Il disco, Mark Kozelek, Ben Boye e Jim White, secondo me l’hanno fatto così e se lo suonassero adesso dal vivo potrebbe anche essere diverso. 6. Bennett, s/t (rece). Mi grattavo la schiena, i piedi e la barba da gran che mi mancava qualcosa alla Disquieted By. C’erano gli Zambra ma erano troppo metal per me che sono un fichetto melodioso. Finalmente eccola quella cosa. Stessa potenza, stessa melodia, ancora più fighi.

Arriviamo nelle posizioni (più) calde, per quanto i Bennett fossero già caldissimi. 5) Lingua Franca, Lingua Franca. Ogni volta che ascolto il disco vengo investito dalla fisicità di Lingua Franca, la cui tagline su bandacamp dice “linguist by day. lunatic lady rapper by night”. Mi affascina molto chi studia e conosce bene le lingue, anche il latino, di cui andavo matto. Bravissima con le parole, eccezionale nel dosare la loro potenza su ritornelli e strofe unstoppable, lei è un toro della lingua rappata e mi ha fatto provare le stesse sensazioni di Kate Tempest l’anno scorso. Un fiume di parole alle quali non voglio resistere. 4) (Sandy) Alex G, Rocket. Di fianco a Lingua Franca Alex G è un tenerone ed è proprio questo che mi è piaciuto del suo disco, oltre alla sua voglia di provare a cambiare qualcosa nel modo di scrivere canzoni per una chitarra, come Spencer Redcliffe. Loro due, coppia dell’anno delle chitarre giovani e innovative. Potrei dire anche green e sostenibili, ma poi esagererei. Ho messo prima Alex G perché si spinge ancora oltre, mi sembra più aperto a sonorità diverse, più vicino alla capacità innovativa di Sufjan Stevens. Insomma, dà ancor più speranza alla galassia di chi è alla ricerca di qualcuno che sappia scrivere canzoni con un po’ di pepe nel culo e senza adagiarsi troppo sugli allori delle grandi eredità di Elliott Smith o Jason Molina. O Neil Young.

Adesso siamo dove prendono fuoco le sedie sul podio da che è rovente. Alla 3) i Gazebo Penguins, Nebbia. Avranno anche fatto il disco della maturità ma io di fronte alle loro canzoni divento un bambino e mi faccio tutto sensibilone e mi immedesimo. Al di là di questa, che comunque è un osservazione critica importantissima perché bisogna anche tenere in considerazione il cuore quando si scrive, hanno fatto un album calibratissimo, con chitarre misurate al millimetro, passaggi di ritmo precisissimi e giustissimi (li devi aspettare, ma quando arrivano, arrivano), voci che raccontano anche le vite e le esperienze di altri e ampliano l’orizzonte dello sguardo. I testi sono ancora poesia delle cose semplici come piace a noi ungarettiani ma hanno acquistato una sfumatura universale che in Raudo non avevo mai avvertito. Alla 2) ci sono gli R. Ring, Ignite the Rest. Io l’ho chiamato disco cucciolone dell’anno, ma voi potete dire anche disco tequila sale e limone, gelato salato, carcadè, uova benedette della nonna o biscotti bucaneve, qualsiasi cosa vi dia una sensazione composta da ricordi da un lato e forti, nuove e rinnovate sensazioni dall’altro.
Vincono la classifica del 2017, piazzandosi all’ultimo piano del podio, dove le fiamme al di sopra di se stesse hanno solo l’anno prossimo venturo che è ancora tutto da scrivere, The New Year, il cui album si chiama Snow, il più muffoso di quest’anno e bello che è. Niente è cambiato rispetto al 2008 ma che diavolo di canzoni ci sono dentro. Non vi tedierò con il fatto che la musica è vita, ma in un altro modo, cioè dicendovi che in Snow ogni cosa è caramellosa e triste allo stesso tempo, quella voce è tranquillizzante e spaventosa, grunge ma anche l’ideale per essere ascoltata di fronte a una bella stufa a legna ad alto rendimento, di quelle che scaldano bene la casa e s’installano adesso (quando c’era il grunge non esistevano) che siamo patiti di risparmio energetico. È un disco antico e contemporaneo al tempo stesso, e infatti tutto torna perché alcune canzoni sono di sette o otto anni fa e altre no. Tombola.

0) Walter Schreifels, An Open Letter to the Scene. È uscito nel 2010 e l’hanno ristampato quest’anno. In pratica nel 2010 non me l’ero cagato per niente e quest’anno è il disco che ho ascoltato di più in assoluto (ecco perché questa geniale idea della posizione 0). Si possono fare tutti i discorsi più o meno intelligenti più o meno sensati rispetto al presente e al futuro della musica, si possono dare sguardi significativi e penetranti sul contesto, sul significato e sugli sviluppi di una musica piuttosto che di un’altra, delle chitarre o dell’elettronica, sul fatto che le prime non hanno al momento troppo da dire e la seconda è il presente-futuro, si possono fare tutti questi discorsi, condivisibilissimi, ma poi arriva lo sfigato cinquantenne, ironico e gigione, che ha pure una storia musicale ultradatata alle spalle (Rival Schools, Youth of Today, Gorilla Biscuits, Quicksand) nonostante le rinascite (dei Quicksand quest’anno) e spazza via tutto con dieci canzoni ascoltabilissime e senza troppe pretese ma che sbombardano. I riferimenti sono precisi (Wilco?) e il bisogno di cui sopra di sentir rinnovata la canzone d’autore, puf, dov’è?, svanito. Walter l’incantatore. Quest’anno ha fatto uscire anche Whatever Witch You Are con i Dead Heavens (no in classifica, segnalo solo).
In realtà dovrebbe esserci anche una posizione 00) per Moder, che ha fatto uscire 8 dicembre appunto l’8 dicembre 2017. Straccia tutti i dischi hip hop italiani che ho ascoltato quest’anno, ghali se lo mangia a colazione col caffellatte, Gue Pequeno di fronte a lui torna a casa bello ridimensionato. I testi di Moder sono così efficaci, le ritmiche e i suoni così quadrati e calibrati, sia quando distorcono sia quando sono catchy, e così lontano da qualsiasi moda, quindi così innegabilmente personali, che basta, non c’è gara con nessuno.

Quest’anno mi son piaciuti un sacco di dischi e un sacco di dischi di chitarre. Nella mia classifica ho messo anche l’hip hop e un pelo di elettronica, perché in proporzione ascolto più musica con le chitarre ma – ci tengo a dirlo – sento la questione dei gruppi affetti da Retromania, la sento. Ho messo zero pop (inteso quello alla poptopoi), perché come già qualcun altro ha avuto l’accortezza di scrivere prima di me leggendomi nel pensiero e quindi rubandomi l’idea, non c’è stato un disco pop che mi abbia fatto sbarellare come Anti di Rihanna nel 2016. Quello era bello perché era del 2016 ma sembrava del 2030, con un sacco di idee, di ritmi diversi, di voci, di generi musicali, canzoni tamarre e canzoni raffinatissime. Il pop deve essere così, tanti pezzi di tante cose che compongono una cosa più grande senza limiti e che ha lo scopo di esprimere tutte le voci dentro all’artista, senza paura di tirarle fuori per timore di disattendere le aspettative o per chissà quale altro motivo. E, o c’è un artista che sa regalarci un disco pop simile, oppure fuori il pop dalla mia classifica! E poi sono tutte mezze seghe a parte Rihanna e Lady Gaga. Su, ritira fuori le chitarre, anche quelle che sanno di muffa come nient’altro al mondo, che neanche dentro al mio frigorifero. Iam tandem (latino), a proposito di chitarre dal sapore antico ma significative, aggiungo quelle incredibili dei MT. ZUMA.

Titolo sbagliato, sono 16.

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