Un grande 2017: i dischi dell’anno sono ben 15

Essendo io un grande osservatore defilato della realtà su internet, ho notato che quest’anno in pochi si sono lagnati del tipo “fare la classifica di fine anno mi fa schifo però la faccio perché sennò si risvegliano i brontosauri e rovesciano l’ordine divino delle cose terrene” o del tipo “non ha senso fare le classifiche perché bla bla blablabla” a cui io avrei risposto “e caccia sta classifica e statti buono, ci saranno dei dischi che ti sono piaciuti più di altri, no?” ma non posso rispondere così perché non in tanti si sono lagnati dell’inutilità della classifica dei dischi da fare a fine anno. Al contrario, è aumentata la percentuale di titoli semplici come “i 5 dischi migliori”, “i dischi del 2017” e bella lì, e alleluia. E a chi si azzardasse ancora a lamentarsi dico: la devi fare perché lavori in un sito vero? Falla, che farla è bello. Scrivi su un blog così, tra un passatempo e l’altro, svogliato, prima di scaccolarti e dopo il riposino della bellezza? Allora non farla e addio.

Quest’anno è l’anno delle playlist, dellA playlist, quella di Calcutta per il Capodanno di Bologna. Lui non sarà neanche presente ma si è fatto dare 5000 euro per farla! Secondo me, ha fatto bene. C’è chi avrebbe detto no sono troppi, non li valgo, non sta bene. Lui invece se ne fotte. Il mondo è bello perché è vario. Pensavate che avrebbe avuto delle remore? Non ha mai dichiarato di schifare la fama che ha raggiunto. Quindi bona. Più che altro, è interessante quest’idea di mettere in anteprima le canzoni su spotify il 30 dicembre, così la gente se le può ascoltare. Che senso ha? Uno va al dj set e sa già cosa ci sarà. Divertimento alle stelle eh. Calcutta monetizza con spotify? No, le canzoni sono di altri. Ci guadagna in visibilità, ok. Oppure, mattacchione quale è, per la festa del 31 ne fa mettere su un’altra: bubusettete! Avevo trovato questa cosa intelligentissima e originalissima da scrivere quando ho scoperto che la playlist verrà diffusa in filodiffusione quindi insomma, cioè, ci può pure stare che ci sia l’anteprima su Spotify. Ma e poi, scusate, tutte queste lagne che lui non sarà a Bologna gne gne, ma se la playlist è in filodiffusione, cosa deve fare? Girare per le strade e salutare chi incontra vestito da San Silvestro? Aspettare i fan sotto l’albero in piazza? Questione chiusa, passiamo alle cose per le quali questo post è stato pubblicato.

Quest’anno sono scagliatissimo contro gli ammutinamenti dei MIEI blogger, sia quelli a cui l’ho chiesto che quelli a cui non l’ho chiesto, che non vogliono più scrivere le classifiche di fine anno. Io, la mia, la faccio, dopo essermi grattato una chiappa e aver spostato di un millimetro il vaso sul tavolo perché sta meglio. E la faccio con tale e tanta voglia che ho messo non 5, non 10, non 11, ma 13 dischi, più addirittura 2 posizioni fuori lista (la 0 e la 00) per motivi a caso (calcolatissimo è invece il 15 del titolo, 13 + 2 fanno 15: è corretto). Se fossi coerente avrei messo il disco della posizione 13 alla posizione 000 ma ormai ho fatto la story su instagram in cui l’ho messa come 13 e mi vergogno a cambiare perché quella story l’hanno vista in ben 72 persone.

Allora si parte. Alla posizione numero 13 troviamo gli Antlered Aunt Lord, con Ostensibly Formerly Stunted. È un disco del 2015 ma io l’ho ascoltato quest’anno ecc ecc. Un suono vecchio, scanzonato e in fin di vita che in confronto i Neutral Milk Hotel hanno voglia di vivere, quel folk che ha come caratteristica più evidente la svogliatezza, con la stessa espressione di un bambino che deve fare i compiti al sabato pomeriggio mentre suo fratello più grande in camera sua pirulla nella chitarra elettrica facendo fuoriuscire un sound psichedelico. Son 20 anni che gira questo mood, ma quando ho sentito ‘sto disco ho goduto tantissimo e mi sono messo sul divano a fare il gesto della schitarrata rigirandomi su me stesso come un invasato, pur sempre mantenendo un certo contegno.
Ma andiamo avanti. La prima a rientrare nella sporca dozzina, cioè piazzata alla posizione 12), è Jlin con Black Origami. Rispetto agli album di elettronica che ho ascoltato quest’anno, mi è sembrato quello più vicino al delirio vero e proprio, fatto di percussioni continue che mi hanno ricordato l’inferno di quando andavo alle feste a 20 anni e intorno c’erano otto mila bonghi che suonavano e io li odiavo (non erano feste afro, è che andava di moda il tamburello). È stato un ricordo bellissimo, si sa i ricordi sono sempre più belli di quello che è successo davvero. E Black Origami è l’inferno delle percussioni lontano da quelle maledette feste. 11) (le gambe delle donne!) Unsane, Sterilize. Gli Unsane festeggiano i 26 anni di cazzutaggine senza averne persa neanche un centimetro. Anche dal vivo. Per un’ora e mezza, Chris Spencer ha suppurato suono arrogante e alla non me ne frega un cazzo ma è stato dolcissimo con il ragazzo del locale che si dimenticava sempre di portargli gli asciugamani sul palco. Quella scena è stata una delle mie cose preferite di quest’anno e dovevo trovare il modo di metterla in classifica. Touch Down! Nel disco si sente ancora questa voglia di straboccare nervi, ma in fondo sono dolci vecchietti, che fanno la loro cosa come dei selvaggi mandati in terra dal dio del pisello turgido (questa metafora potrebbe in effetti essermi sfuggita di mano, quasi cit. Nanni Cobretti) da più o meno trent’anni. Quando la stagionatura fa la differenza. Non del pisello eh. (si, mi è sfuggita di mano).

Attenzione perché le posizioni iniziano a scaldarsi un po’, siamo alla 10), rullo di tamburi (lo sentite? sentitelo): gli Alvvays con Antisocialites. Un disco al di sopra del precedente, con melodie ancora più belle e testi disillusi, ironici e cattivi come piace un casino a me. Una conferma anche dal vivo, dove la batterista (nuova) mena come un fabbro, le chitarre e il basso vengono fuori con l’arroganza necessaria a far scomparire la patinatura che un po’ pervade il disco e la cantante con la voce fa ciò che vuole: potrebbe cantare un’ “osteria” e renderla raffinata, un coro da stadio e farlo sembrare un pezzo di Edith Piaf. Via avanti veloce con (9), i Montana di La stagione ostile. In assoluto il disco tranchant 2017, perentorio, beffardamente ostile, in tre parole il disco con meno pugnette dell’anno. Dopo il cambio di formazione, i Montana tornano (e io sono molto contento che l’abbiamo fatto) con un suono concreto e testi dritti al punto. Tanto che su un blog era uscito un pezzo intitolato Rifare tutto e rifarlo più ostile. Sono d’accordo su tutto quello che dice quel blog. Alla 8) c’è Enjoy The Great Outdoors di Spencer Redcliffe. Le migliori chitarre neilyoungomorfe e leeranaldomorfe dell’anno sono le sue, la 8 se la merita tutta, forse anche un pochino di più ma lasciamolo qui. Perché Enjoy The Great Outdoors è meglissimo del precedente ma Spencer può fare ancora meglio, non so come, ma può farlo. Il gas elettro psycho pop di Looking In (2015) è andato a farsi friggere e ha lasciato il posto a una sana voglia di mettere giù delle chitarre sciallate prive di qualsiasi ritmo sostenuto o distorsione esaltante e c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo scrivendo canzoni senza quegli aggeggi elettronici, lì, quelli che usano gli artisti di oggi. C’è lo slancio, c’è la fotta di cercare. Indispensabile Spencer.

Secondo me alla 7 e alla 6 Mark Kozelek e i Bennett sono una coppia stupenda. Immaginiamoli in una jam session. Un sogno. Finito di immaginarli, passiamo all’analisi dei perché. 7. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White. Nient’altro da dire se non che Mark Kozelek è il Kanye West del folk e proietta il folk in una dimensione diversa, dalla profondità e durata infinite, dove non ci sono limiti ai giri di canzone e ritornello che si possono fare e alle variabili possibili, dove per la prima volta, come nel gioco delle carte o al casinò, bisogna sempre tenere conto delle variabili e buttarle dentro alla canzone se succedono. Così ti metti lì, con due musicisti amici, inizi a suonare e a cantare, la canzone prende forma, poi cambia e dai! butta dentro sto cambiamento e uniformalo al resto della canzone, tanto tra poco ce n’è un altro e il circolo è vizioso e senza confini. Il disco, Mark Kozelek, Ben Boye e Jim White, secondo me l’hanno fatto così e se lo suonassero adesso dal vivo potrebbe anche essere diverso. 6. Bennett, s/t (rece). Mi grattavo la schiena, i piedi e la barba da gran che mi mancava qualcosa alla Disquieted By. C’erano gli Zambra ma erano troppo metal per me che sono un fichetto melodioso. Finalmente eccola quella cosa. Stessa potenza, stessa melodia, ancora più fighi.

Arriviamo nelle posizioni (più) calde, per quanto i Bennett fossero già caldissimi. 5) Lingua Franca, Lingua Franca. Ogni volta che ascolto il disco vengo investito dalla fisicità di Lingua Franca, la cui tagline su bandacamp dice “linguist by day. lunatic lady rapper by night”. Mi affascina molto chi studia e conosce bene le lingue, anche il latino, di cui andavo matto. Bravissima con le parole, eccezionale nel dosare la loro potenza su ritornelli e strofe unstoppable, lei è un toro della lingua rappata e mi ha fatto provare le stesse sensazioni di Kate Tempest l’anno scorso. Un fiume di parole alle quali non voglio resistere. 4) (Sandy) Alex G, Rocket. Di fianco a Lingua Franca Alex G è un tenerone ed è proprio questo che mi è piaciuto del suo disco, oltre alla sua voglia di provare a cambiare qualcosa nel modo di scrivere canzoni per una chitarra, come Spencer Redcliffe. Loro due, coppia dell’anno delle chitarre giovani e innovative. Potrei dire anche green e sostenibili, ma poi esagererei. Ho messo prima Alex G perché si spinge ancora oltre, mi sembra più aperto a sonorità diverse, più vicino alla capacità innovativa di Sufjan Stevens. Insomma, dà ancor più speranza alla galassia di chi è alla ricerca di qualcuno che sappia scrivere canzoni con un po’ di pepe nel culo e senza adagiarsi troppo sugli allori delle grandi eredità di Elliott Smith o Jason Molina. O Neil Young.

Adesso siamo dove prendono fuoco le sedie sul podio da che è rovente. Alla 3) i Gazebo Penguins, Nebbia. Avranno anche fatto il disco della maturità ma io di fronte alle loro canzoni divento un bambino e mi faccio tutto sensibilone e mi immedesimo. Al di là di questa, che comunque è un osservazione critica importantissima perché bisogna anche tenere in considerazione il cuore quando si scrive, hanno fatto un album calibratissimo, con chitarre misurate al millimetro, passaggi di ritmo precisissimi e giustissimi (li devi aspettare, ma quando arrivano, arrivano), voci che raccontano anche le vite e le esperienze di altri e ampliano l’orizzonte dello sguardo. I testi sono ancora poesia delle cose semplici come piace a noi ungarettiani ma hanno acquistato una sfumatura universale che in Raudo non avevo mai avvertito. Alla 2) ci sono gli R. Ring, Ignite the Rest. Io l’ho chiamato disco cucciolone dell’anno, ma voi potete dire anche disco tequila sale e limone, gelato salato, carcadè, uova benedette della nonna o biscotti bucaneve, qualsiasi cosa vi dia una sensazione composta da ricordi da un lato e forti, nuove e rinnovate sensazioni dall’altro.
Vincono la classifica del 2017, piazzandosi all’ultimo piano del podio, dove le fiamme al di sopra di se stesse hanno solo l’anno prossimo venturo che è ancora tutto da scrivere, The New Year, il cui album si chiama Snow, il più muffoso di quest’anno e bello che è. Niente è cambiato rispetto al 2008 ma che diavolo di canzoni ci sono dentro. Non vi tedierò con il fatto che la musica è vita, ma in un altro modo, cioè dicendovi che in Snow ogni cosa è caramellosa e triste allo stesso tempo, quella voce è tranquillizzante e spaventosa, grunge ma anche l’ideale per essere ascoltata di fronte a una bella stufa a legna ad alto rendimento, di quelle che scaldano bene la casa e s’installano adesso (quando c’era il grunge non esistevano) che siamo patiti di risparmio energetico. È un disco antico e contemporaneo al tempo stesso, e infatti tutto torna perché alcune canzoni sono di sette o otto anni fa e altre no. Tombola.

0) Walter Schreifels, An Open Letter to the Scene. È uscito nel 2010 e l’hanno ristampato quest’anno. In pratica nel 2010 non me l’ero cagato per niente e quest’anno è il disco che ho ascoltato di più in assoluto (ecco perché questa geniale idea della posizione 0). Si possono fare tutti i discorsi più o meno intelligenti più o meno sensati rispetto al presente e al futuro della musica, si possono dare sguardi significativi e penetranti sul contesto, sul significato e sugli sviluppi di una musica piuttosto che di un’altra, delle chitarre o dell’elettronica, sul fatto che le prime non hanno al momento troppo da dire e la seconda è il presente-futuro, si possono fare tutti questi discorsi, condivisibilissimi, ma poi arriva lo sfigato cinquantenne, ironico e gigione, che ha pure una storia musicale ultradatata alle spalle (Rival Schools, Youth of Today, Gorilla Biscuits, Quicksand) nonostante le rinascite (dei Quicksand quest’anno) e spazza via tutto con dieci canzoni ascoltabilissime e senza troppe pretese ma che sbombardano. I riferimenti sono precisi (Wilco?) e il bisogno di cui sopra di sentir rinnovata la canzone d’autore, puf, dov’è?, svanito. Walter l’incantatore. Quest’anno ha fatto uscire anche Whatever Witch You Are con i Dead Heavens (no in classifica, segnalo solo).
In realtà dovrebbe esserci anche una posizione 00) per Moder, che ha fatto uscire 8 dicembre appunto l’8 dicembre 2017. Straccia tutti i dischi hip hop italiani che ho ascoltato quest’anno, ghali se lo mangia a colazione col caffellatte, Gue Pequeno di fronte a lui torna a casa bello ridimensionato. I testi di Moder sono così efficaci, le ritmiche e i suoni così quadrati e calibrati, sia quando distorcono sia quando sono catchy, e così lontano da qualsiasi moda, quindi così innegabilmente personali, che basta, non c’è gara con nessuno.

Quest’anno mi son piaciuti un sacco di dischi e un sacco di dischi di chitarre. Nella mia classifica ho messo anche l’hip hop e un pelo di elettronica, perché in proporzione ascolto più musica con le chitarre ma – ci tengo a dirlo – sento la questione dei gruppi affetti da Retromania, la sento. Ho messo zero pop (inteso quello alla poptopoi), perché come già qualcun altro ha avuto l’accortezza di scrivere prima di me leggendomi nel pensiero e quindi rubandomi l’idea, non c’è stato un disco pop che mi abbia fatto sbarellare come Anti di Rihanna nel 2016. Quello era bello perché era del 2016 ma sembrava del 2030, con un sacco di idee, di ritmi diversi, di voci, di generi musicali, canzoni tamarre e canzoni raffinatissime. Il pop deve essere così, tanti pezzi di tante cose che compongono una cosa più grande senza limiti e che ha lo scopo di esprimere tutte le voci dentro all’artista, senza paura di tirarle fuori per timore di disattendere le aspettative o per chissà quale altro motivo. E, o c’è un artista che sa regalarci un disco pop simile, oppure fuori il pop dalla mia classifica! E poi sono tutte mezze seghe a parte Rihanna e Lady Gaga. Su, ritira fuori le chitarre, anche quelle che sanno di muffa come nient’altro al mondo, che neanche dentro al mio frigorifero. Iam tandem (latino), a proposito di chitarre dal sapore antico ma significative, aggiungo quelle incredibili dei MT. ZUMA.

Titolo sbagliato, sono 16.

Margherita poco pomo e birra media e metti su quell’album lì (pizza birra dischi 2015)

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Se dovessi dire un piatto di cui non posso fare a meno, direi la pizza. Alcune volte la mangio perchè ne ho voglia, altre perchè ne ho bisogno. Dopo una giornata in cui magari le cose non sono andate benissimo una pizza buona dà un gusto che scioglie tutte le tensioni. La differenza tra pizza e musica sta nel fatto che se la pizza è buona è sempre un piacere, la musica buona invece può anche dare sensazioni negative, ma la sua utilità sta sempre nell’essere una via d’uscita. Esempio: ascolto musica incazzata perché sono incazzato e sto meglio. Pizzaiolo e musicista hanno la stessa importanza, per il ruolo che ricoprono. La birra è una cosa che va bene sia con la pizza sia con la musica, io non sono un appassionato ma è il cacio sui maccheroni. Le tre cose insieme sono finite in questa classifica, divisa in le pizzerie 2015 della Valle del Rubicone (se vieni da queste parti, vacci), le birre da pizza e i migliori dischi, sempre 2015. Il problema più grosso consiste nel fatto che nelle pizzerie che Federica ha scelto non trovi assolutamente le birre che Francesco ha nominato. Ma questo problema non trasforma questa classifica in una cosa poco seria. C’è pur sempre l’asporto. Per il resto, io, Diego e Paso abbiamo fatto i dischi 2015. Ci sono delle ripetizioni ma va bene lo stesso, perché lo scopo era parlare delle cose migliori uscite durante l’anno secondo noi e le cose migliori secondo noi sono quelle.

DIEGO TREDISCHI
CASO – Cervino. È vero, non faccio testo. Quest’anno ho ascoltato pochi dischi, sono stato sotto la soglia della decenza, ma almeno ho già il primo buon proposito per il prossimo anno. Tra i pochi dischi che ho ascoltato il migliore è stato sicuramente Cervino. Io non faccio testo, dicevo, ma conosco gente che ha ascoltato tantissimi dischi e che dice la stessa cosa. Di Cervino mi sono innamorato inesorabilmente e sono tuttora in una fase di vera e propria dipendenza; cerco di limitarne l’ascolto per paura che l’effetto si affievolisca. L’amore per Cervino è lo stesso che provavo leggendo Alta Fedeltà, solo vent’anni più maturo. Vent’anni di consapevolezze, disillusioni, fallimenti e parziali redenzioni. Ognuno di noi ha una storiella da raccontare della quale trova traccia in Cervino. Io ne ho trovate tante. Così mi chiedo se anche adesso i lampioni si spengono con un calcio o se al parco i ragazzi giocano ancora fino a buio e per fare goal vale tutto. La sensazione migliore è quella di ascoltare musica che avresti voluto scrivere tu, come succede per certi libri. È difficile raccontare i propri trascorsi senza tradire scadente nostalgia; Caso ci riesce e la musica attorno non è altro che una stupenda colonna sonora calata perfettamente nel contesto di alti e bassi di una vita intera.

CLEVER SQUARE – Nude Calvalcade. “We’re not a band anymore” è il laconico messaggio nella loro pagina web. Fa un po’ male ogni volta che lo rileggo. Fa male, ma è una parabola perfetta, perché dei Clever non si potrà mai dire abbastanza carini i primi, merda tutto il resto. Nude Calvalcade è l’apice, l’album migliore della band che mai conoscerà il viale del tramonto. Come uno sportivo che si ritira dopo aver vinto. Prematura scomparsa, si direbbe, non fosse che a ben guardare la storia è durata circa dieci anni. Il titolo dice tutto, questo album è una nuda cavalcata che arriva con pochi fronzoli, con una scrittura e con suoni mai così azzeccati, dove i Clever Square hanno sempre cercato di arrivare: un posto ben definito tra i grandi dell’indie-nineties più genuino trasportato in maniera convincente ai giorni nostri. Una cavalcata che non dà tregua… così, pezzo dopo pezzo, è difficile scegliere il migliore, il livello è alto e costante. E quando arrivi alla fine succede che riparti da capo anche senza volerlo: è una cavalcata nuda e inarrestabile.

e la mado

KURT VILE – B’lieve I’m going down. Sono un fan di Kurt Vile dell’ultima ora e mi sono avvicinato a questo album senza troppe pretese. Il primo ascolto mi ha lasciato quasi indifferente, ma ce n’è stato un secondo, un terzo e poi molti altri. Carino, ma è un album normale, mi sono detto. Innamorarsi della normalità è qualcosa di speciale. Ed è proprio quello che è successo per questa voce monotona, a tratti un po’ insolente, e per l’incedere di banjo e chitarra che segna il passo lungo tutto l’album. Uno dei quei dischi buoni per macinare chilometri in una stagione indefinita e bucolica. Mentre devo ancora capire qual è la chiave del disco e perché abbia fatto presa su di me, leggo Mark Kozelek: “Best song I heard all year: Life Like This by Kurt Vile”. Ne esco ancora più disorientato e per riprendere la retta via continuo l’ascolto.

5 DISCHI MIEI
Stavamo guidando sull’E45 da Ravenna a Cesena. Stava guidando, la mia ragazza, visto che io ero ko lì di fianco. Dovevo vomitare e ho tirato giù il finestrino. Ho messo la faccia fuori dimenticandomi che porto gli occhiali. Tempo tre secondi e sono volati via, in mezzo alla strada oppure al di là del guard rail, dove l’erba selvaggia e il buio nascondevano qualsiasi cosa. Io ero molto contrario ma lei ha accostato alla prima piazzola ed è andata a cercarli, duecento metri più indietro. Volevo inseguirla ma sono sceso e mi sono reso conto che non stavo in piedi. Era freddo, umido e c’era quella nebbiolina killer che hanno inventato a Ravenna. Dopo qualche minuto la Fede è riemersa dal buio, niente occhiali. Siamo saliti in macchina e siamo tornati a casa. È uno dei miei ricordi migliori dell’anno. Eravamo stati a Madonna dell’Albero, in un locale famoso, a vedere i Clever Square che presentavano Nude Cavalcade, il mio album dell’anno. Dopo un po’ che lo ascolti degli anni ’90 non rimane niente e tutto lo spazio lo occupano la struttura solidissima delle canzoni, il loro timbro forte e le melodie memorabili. Sono abbastanza convinto che un disco legato a un ricordo abbia più valore rispetto a uno che non lo è. Se il ricordo non è un granché – nello specifico in termini di premura e self respect – diventa automaticamente il massimo se c’è un disco indimenticabile che lo accompagna. (Mi ero ubriacato dopo il concerto).

CAPRA, Sotto la panca. Contiene molte cose con cui mi sento in sintonia. C’è lui che aiuta la moglie per il lavoro; lui che va da solo all’attacco di una persona che gli sta antipatica quando questa persona non c’è, cosa che faccio sempre anch’io quando sono da solo in macchina; c’è il ping pong come metafora del rapporto tra due persone; la canzone su suo babbo che inizia con “mancavi solo tu”, finisce con “e poi col tempo ho imparato a fare a meno di te” e in 4 minuti dà perfettamente corpo a un cambiamento che in realtà è lungo anni; nella stessa canzone, le chitarre sembrano prima le zampe dei granchi poi le gocce che saltano via dalla cresta delle onde; nell’ultima canzone Capra e sua moglie cantano insieme una frase bellissima per la figlia. Io non ho una figlia ma se l’avrò spero che nella mia famiglia ci sarà quell’armonia. Sotto la panca ha una batteria tamugna, registrata benissimo. Ed è pieno di chitarre nascoste, ne ho scoperte di nuove ancora l’altro ieri.

Cervino di CASO. Ci sono mille parole diverse, al contrario del disco di Capra. Caso racconta le cose, lucido e severo nei confronti della realtà che ha davanti. Parla dell’impresa di una vita con immagini chiarissime e spiacevoli, autobus persi, faccende archiviate, scelte sbagliate che vorresti scivolassero via e apparati digerenti che dovrebbero aiutarti invece proprio da loro tutto tornerà a galla. C’è quella cosa che mi frega sempre, un gigante di fronte ai piccoli cambiamenti con cui sono diventato grande: la voglia di stare in disparte che non mi è passata. Tutte le parti del disco suonano insieme nel migliore dei modi. Il contrasto tra la seconda chitarra pacata e tranquilla e la voce spigolosa, le cose difficili e le cose belle rendono Cervino il disco che contiene tutta la vita in 11 canzoni.

2 Ynfynyty dei CherubsI Cherubs non erano neanche una volta gli uomini più brutti del mondo. Gli uomini più brutti del mondo sono sempre stati gli Hammerhead. Possono tre uomini mediamente brutti invecchiati normale che stanno a Austin e hanno tre nomi del cazzo come Kevin, Brent e Owen fare un miracolo? Si che possono. Sono un gruppo a cui non avrei dato nessuna speranza di vivere una vita più lunga di tre anni, mai proprio, neanche quando hanno pubblicato i benedetti Icing e Heroin Man. Il batterista e il bassista una volta hanno fatto a botte dopo un concerto e da quella volta i Cherubs non sono più esistiti. In questi ultimi anni gli hanno dedicato anche delle compilation, per evocarli. Sensibili alle lusinghe, dopo 21 anni hanno fatto il loro terzo disco e hanno fatto il loro maledetto miracolo.

Il disco dei Fell Runner avrebbe sin dall’inizio alcune caratteristiche che non mi convincono quasi mai: niente forza, molta smania. Nello specifico la chitarra e la batteria: un attimo prima sono ripetitive, un attimo dopo cambiano molto velocemente molte volte senza preoccuparsi di incidere in nessun modo. Normalmente l’intenzione di mettere insieme jazz, afro beat e math rock mi avrebbe fatto perdere la pazienza subito. Invece più passano i giorni più continuo ad ascoltarlo. La complessità in questo caso ha meno a che fare con la tecnica e più con il ritmo, che rallenta molto in Cobwebs e Fall Back, mentre le altre canzoni sono scazzate ma mi fanno anche venire voglia di ballare o muovere la testa, a seconda. Non ho ancora capito come la smania si sia trasformata in forza, ma è successo.

LA PLAYLIST DEL PASO
1. Zeit The World Is Nothing Lp (Assurd Records)
2. The Mild Starve To Death 7″ (Assurd Records)
3. O Pietra 12″ (Grindpromotion Records)
4. Lamantide Carnis Tempora : Abyssus “12” (Shove Records)
5. Endon Mama Lp (Hydra Head Records)

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LA FEDE: LE PRIME 10 PIZZERIE DEL RUBICONE E DINTORNI
10 . Pizzeria Mimì da Ulisse – Savignano sul Rubicone. Tonda/Asporto
Eri uno dei miei preferiti, ma non mi ascolti. Se ti dico che la voglio con poco pomodoro è inutile che la fai uguale alle altre e poi ci metti l’oliva. Ultimo posto.

9. Da Ettore – Savignano. Tonda/Pizzeria
Fanno una cosa che si chiama giropizza in cui devi mangiare come uno stronzo ed è da sola una buona ragione per non metterci più piede. Gli ingredienti sono davvero scadenti ma nel complesso si lascia mangiare.

8. Cuccagna – Cesenatico. Tonda/Pizzeria
Te la fanno in tutti i modi pensabili. Era tutto molto bello finché una notte non ho visto la morte e ora non ho più il coraggio di andarci.

7. Notte e dì – Santarcangelo. Tonda/Pizzeria
La pizza è leggera e un po’ poco saporita, il locale tutto a separè e divanetti fioriti che è rimasto uguale a 30 anni fa mi mette sempre un po’ di inquietudine. La cosa veramente positiva è che c’è sempre posto.

6. La Cantina – Santarcangelo. Al metro/Pizzeria
Buona la pizza al metro, sono svelti e gentili anche quando c’è casino, in cassa c’è sempre qualche sorpresa ma insomma, può succedere.

5. Pizzeria dei Portici – Santarcangelo. Al metro/Al taglio
Ah da qui in giù son tutte buone. Questa è al taglio, sempre buona, vorrei che nella margherita ci fosse meno pomodoro ma è un problema mio. Sono aperti anche a pranzo, sono sempre gentili, e una sera per la fiera di San Martino nonostante la ressa mi hanno lanciato al volo una piada al salame che mi ha salvato la vita.

4. Aqua Sale – Cesenatico. Ristorante Pizzeria
Sul canale di Cesenatico ha aperto questo ristorante/bottega gestito da napoletani che propone piattini di pesce abbastanza cari e queste pizzette tonde che vengono servite in coppia e che sono davvero buone, soffici e ben lievitate.

3.Il Borghetto – Savignano. Tonda/Pizzeria
Questo posto per me rimane un mistero. La mozzarella non è mozzarella, le cameriere sono scortesi, se gli girano ti fanno aspettare anche un’ora per portar via e se mangi lì quando torni a casa devi mettere tutto a lavare dalla puzza che ti si attacca addosso. Resta una delle pizze più buone e ci vado sempre volentieri.

2. La Coccinella – Savignano. Tonda/Pizzeria
La pizza è deliziosa, coi bordi alti e la mozzarella saporita. In cassa hanno fatto un casino, per questo è al secondo posto.

1. La Rustica – Santarcangelo. Al taglio
Apre quando ne hanno voglia. La notte bevi come un cammello ed è la pizza al taglio più cara della romagna, vieni preso a male parole e la fila non è mai inferiore ai 40 minuti. C’è anche un cartello con scritto “Chiedeteci quello che volete, non chiedeteci cosa deve uscire”. Resta, nel 2015 e ogni anno prima di questo, la pizza più buona del mondo.

LE BIRRE DA BERCI DIETRO, FRANCESCO
Premessa: non so assolutamente un cazzo di birra, ne so di birra quasi meno di quanto ne sappia di vino o di motociclette. Il fatto strano è che ormai è la cosa in cui mi spendo più soldi in assoluto, per via del fatto che ho calato gli acquisti di dischi e tutti i libri che compro hanno titoli come ATTENTI AL GUFO o LUPO&LUPETTO o LA CHIOCCIOLINA E LA BALENA. Così, insomma, la classifica de LE TRE MIGLIORI E LE TRE PEGGIORI BIRRE DA PIZZA PER IL 2015 è una classifica per forza di cose incompleta e noiosa, pertanto vi consiglio di stappare prima d’iniziare a leggere.

le migliori 3 birre da pizza nel 2015

ZONA CESARINI
La Zona Cesarini è la mia birra italiana preferita, il birrificio si chiama Toccalmatto e sta dietro al casello di Fidenza -il che se torni da Milano è piuttosto comodo. La Zona Cesarini è una birra piuttosto virulenta di quelle con scritto dietro INSANELY HOPPY PALE ALE, la sua particolarità a leggere l’etichetta è che in zona Cesarini vengono aggiunte quantità smodate di luppoli di non so bene quale provenienza. La mia formazione standard per una serata felice è di tornare da Milano, fermarmi a Fidenza, pigliarmi una Zona con notevole risparmio di contanti (nel senso che no, è più un rito, una bottiglia da 75 costa tipo 10 euro anche dentro al birrificio), arrivare a casa, metterla in frigo/freezer per tutto il tempo che posso, ordinare una pizza e bermela in solitaria. 75 cl sono la quantità ottimale per una pizza: più di una media, meno di un litro, più di due birre da 33, una pinta e mezzo. Quando qualche genio inventerà il bicchiere da 75 alla spina avrà svoltato il consumo di pizza.

STATALE52
L’altra sera sono capitato a Genova di sera per la prima volta in vita mia. All’ostello ho chiesto un posto per bere birre e mi hanno consigliato questa birreria che si chiama forse Scurreria, dove mi son messo ad aspettare un amico da solo come un cane, bevendo birra e mangiando pizzette. Il tizio dietro al bancone mi ha consigliato questa Statale52, Birrificio Lariano, di cui ho finito per bere 4 bicchieri senza devastarmi l’appetito nè niente. Non so niente del birrificio ma alla spina è davvero una bombetta nucleare, confido di importarla quanto prima a casa e utilizzarla a mo’ di Zona. Perchè, uno si potrebbe chiedere, fai il fighetto con le birre se non fai altro che ingozzarti di pizze da asporto dentro un cartone? Risposta: le pizzerie non hanno quasi mai birre buone. Se ti va molto bene puoi sperare in una Guinness alla spina (oscar alla carriera, birra da pizza perfetta, finisce che ne bevi 4 con 2 pizze e fino alla mattina successiva è semplicemente UN SOGNO), o magari in una di quelle carte delle birre precompilate e invase da roba trappista e simili (non mi piacciono le birre belghe, sorry). Così uno si prende pizza e birra da asporto. La soluzione ideale sarebbe di avere una pizzeria che ti permetta di sederti con la tua bottiglia di birra, in modo da non dover mangiare ogni volta una pizza rinvenuta nel cartone per via del vapore. Certo, sì, passo ORE a ragionare su questa roba.

CREAM ALE
La Cream Ale è più o meno uno standard di Mikkeller e quindi tutto sommato una delle loro birre più facili da trovare nella mia zona. Sta in bottiglia da 33 cl e come quella sopra ha la solita impostazione ultra-luppolata ma non impostata su quel concetto caricone della Zona, è una cosa più leggera a livello di grado e di residuo e ha un rapporto qualità-prezzo da far sì che il malessere fisico del giorno successivo si riduce a favore del malessere finanziario -se vuoi star male bevendo Mikkeller Cream Ale spendi sui 40 euro, grossomodo.

le peggiori 3 birre da pizza nel 2015

PORETTI
Il birrificio Angelo Poretti è sicuramente la più grande manifestazione del genio diabolico di un direttore ufficio marketing all’italiana. Suppongo che la prima volta che sono andati a scaffale con l’etichetta con scritto “RICETTA ORIGINALE AI 3 LUPPOLI” le vendite siano aumentate del 25%. E quando hanno deciso di immettere una bottiglia di fascia più alta e chiamarla “4 LUPPOLI”? Tu immaginati il signor Angelo Poretti (in Carlsberg) che salti. Poi boh, si son fatti prendere la mano e hanno creato il più gioioso incubo distopico della storia della birra da supermercato. birre a 5, 6,7 luppoli che fioccavano, tutte con lo stesso identico sapore e io che le ho provate praticamente TUTTE nella speranza che i nuovi luppoli aggiunti dessero finalmente un sapore di luppolo alle loro birre, speranza regolarmente frustrata. Quando il gioco ha iniziato a mostrare la corda il birrificio Poretti è dovuto correre ai ripari e si è messo a investire sugli stili veri e propri. Hanno creato la gamma in lattina a NOVE LUPPOLI che vantava una IPA e una porter e una weiss e cose così (potrei sbagliarmi). Costo più alto, e le ho riprovate tutte comunque (un disastro). Quello che spaventa di più nella strategia di marketing dei Poretti non è tanto ciò che è successo fino ad ora, ma le infinite possibilità future: mentre tutti stanno imitando il concetto, investendo su radler e birre speziate alla cannella, Poretti inizierà a pensare ad un rilancio sulla posta, arrivando a una linea da 23 luppoli entro fine 2017, e poi iniziando gradualmente a calare fino ad arrivare al paradosso, verso estate 2019, di una nuova etichetta “UN LUPPOLO SOLO MA STAVOLTA SI SENTE”.

BIRRA ARTIGIANALE ITALIANA
Questa birra non ha marchio, non ha nome, non ha colore e non ha gusto. O meglio ha tanti marchi e tanti nomi e colori e non ha gusto, o ha un gusto sbagliato, o costa comunque tre volte più di quanto valga. Il suo mercato è sterminato, occupa metri e metri di scaffali in grande distribuzione ed è composto da persone sulla quarantina che preferiscono la birra al vino ma non hanno voglia di farsi delle Moretti. Soluzione? BIRRA ARTIGIANALE ITALIANA, prodotta da minuscole aziende agricole appassionate e piene di talento, etichette vintage, creazioni ardite, milioni di marche diverse. LA ROSSA, L’AMBRATA eccetera, costano quanto una birra di cristo e valgono quanto una bottiglia di Moretti. Probabilmente ne esistono tantissime di valore, ma per una birra buona che scopri hai pagato 15 birre tristi. Non vale la candela.

CERES
Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

GRAPPINO

I migliori dischi 2014 e le altre categorie secondo me così rilevanti da essere messe nella classifica delle migliori cose di fine anno

riga-nera

(tirare una riga)

Non come ho fatto l’anno scorso, ma come il trend indica di fare, quest’anno in modo massiccio: sono già in ritardo, prima possibile va scritta la classifica dei migliori dischi dell’anno. Che d’altra parte non può esistere da sola perché assolutamente limitata, quindi ho aggiunto alcune categorie a cui ho pensato ultimamente. Ep o album è lo stesso, in ordine sparso. Random House.

Migliori album 2014
Cheateas – Esordio dopo alcuni ep, fanno lo shoegaze, hanno qualcosa di punk-rock, mi ricordano i Sonic Youth e i Male Bonding, il che non è per forza una cosa positiva, ma quello che ricordano a me è relativamente importante. Hanno fatto un disco (omonimo) bellissimo e che non ha niente di nuovo.

Johnny Mox, Obstinate Sermons – Ogni volta che Johnny Mox esce con una cosa mi stupisce. Fa roba che solo lui sa fare.

Fugazi, First Demo – Non è un album nuovo, con tutti i vantaggi del non esserlo, sono canzoni registrate nel 1988, presentate nella loro versione studio prima che i Fugazi diventassero i Fugazi e raccolte in un album, il che dà concretezza a una cosa che era già concreta prima di First Demo, solo impressa e bloccata nel passato, cioè che i Fugazi prima di essere i Fugazi e fare date ovunque avessero dei demo registrati in cassetta e li vendessero a chi andava a vederli o magari li dessero ai locali per trovare date da fare. Non sempre pubblicare un album con i primi demo di un gruppo è necessario. Apparentemente, far uscire adesso una raccolta su disco di canzoni già sentite (una in 13 Songs, altre in Repeater + 3 songs, State of the Union eccetera, solo Turn Off Your Guns è inedito, già uscito solo in versione live) non ha senso, se non per darci una buona idea per i regali di Natale. Ma è importante la prospettiva, guardare i Fugazi dal punto in cui hanno iniziato, dalle registrazioni madre delle prime canzoni, ascoltare quelle canzoni, non solo avere la certezza che c’erano, sapendo quello che è successo dopo. First Demo ha senso anche nell’ottica della catalogazione dei live che la Dischord sta facendo, per darci una cronologia di tutto quello che hanno fatto quando era il momento di farlo. Alimentano il mito, e non è per forza una cosa buona. Mi piace di più continuare ad ascoltare le canzoni e First Demo è molto buono per questo. Mi alimento di ciò di cui si alimenta il mito.

Topsy The Great, FamporBest viaggio 2014.

Lushes, What Am I Doing – Avrebbero meritato più attenzione, è un esordio incredibile, ho visto solo che è diventato disco di Marzo di Movimenta, altre segnalazioni o non ci sono state o me le sono perse. A parte la mia.

Sun Kil Moon, Benji – Stronzi si nasce o si diventa. Mettiamo che Mark Kozelek lo sia diventato per colpa della vita. Un disco che parla solo di gente morta non lo puoi portare in giro col sorriso. Il 2014 è stato il suo anno, quello in cui ha tirato merda con grande eleganza sul pubblico dei suoi concerti in generale e su The War On Drugs in particolare. A monte di tutto sta un album che alla prova dei fatti ha zittito e messo d’accordo tutti, e ai concerti ci siamo fatti trattare a schiaffi sul culo senza problemi.

Die Abete, Tutto o niente – Anche perché è necessario mantenere in vita la parte di se stessi che odia.

Io e la Tigre – Ogni volta che le vedo dal vivo, dopo, vorrei dire a tutti quanto rendono IO e la TIGRE sul palco. Parlerei per lo meno dell’elettricità che s’impasta là sopra e non si libera finché non finiscono. IO dice “Questa è la canzone che io e la Tigre cantavamo insieme quando eravamo piccole” e altre cose tenere con quella voce tenera, ma quando suonano, sì, c’è pure qualcosa di tenero, ma il resto è un grande vaffanculo. Quando è uscito l’ep le avevo già viste dal vivo e ho pensato che l’ep fosse all’altezza del concerto, adesso credo siano meglio dal vivo. L’ep è la più grande sorpresa del 2014.

Lucertulas, AnatomiakUn disco pazzesco con un tiro micidiale e scritto in maniera divina.

Flaming Lips, With a little help from my fwends – Cover album di Sgt.Pepper. Sono stato il più grande fan al mondo dei Beatles e l’album dei Flaming Lips è migliorativo, l’originale non era più adatto da diversi lustri a rappresentare LO PSYCHY POP ROCK e i Flaming Lips l’hanno rifatto. Collaborando (anche) con gruppi non troppo noti e portandoli alla luce, un lavoro importantissimo.

Miglior e peggior disco da ascoltare mentre si fanno le patate al forno
Ho fatto le patate al forno circa una volta alla settimana quest’anno, se escludo agosto. Con gli Shellac (Dude Incredible) sono venute molto bene: le ho infornate nella pirofila, con poco olio, le ho tenute dentro circa un’ora, girandole ogni 20 minuti, girando anche la pirofila perchè il forno cuoce di più in cima che in fondo. 180°, patate del contadino, taglio a cubetti irregolari. Alla fine erano doratissime, croccanti. Con gli Interpol (El Pintor), stessa formula stesso procedimento, qualcosa è andato storto, sono venute mosce. Per non avere la vittoria facile già dopo il primo turno, ho ripetuto l’operazione quattro volte, in quattro settimane: due volte Shellac, due volte Interpol. Il risultato è sempre quello, e non voglio più fare patate al forno mosce. Da tutto questo consegue che Dude Incredible è uno degli album dell’anno. Sono cattivi e tengono viva la concentrazione con la loro operosità. Per fare le patate al forno bisogna stare concentrati e non si può mai perdere il contatto visivo. Il mio desiderio per il 2015 è quello di fare patate alla cenere nel camino.

Miglior cd+libro
Santa Massenza, Gazebo Penguins+Johnny Mox. Non è cd+libro ma vinile+racconto, ma la categoria mi sembrava più generico, e quindi sensato, chiamarla così. Due racconti, due grandi pezzi dei Gazebo Penguins, due grandi pezzi e mezzo di Johnny Mox. I ricordi, il sangue, l’America, il piacere di sapere che chi ha scritto le canzoni ha scritto anche i racconti, la ricerca di un significato comune, i poster grandi in cui sono scritti i racconti, il cartoncino ruvido della copertina, i font. Dai tempi di quello su Luigi Tenco non compravo una cosa come vhs+libro o libro+cd così bella.

Miglior anniversario
Metroschifter, The Metroschifter Capsule (1994). Le ricorrenze legate ai mega dischi non m’interessano, questo album ha ancora tutto il valore che aveva 20 anni fa, è scritto al punto giusto, distortissimo, urlato ancora di più, non troppo cantato, ma suonato come deve essere, oltre ogni revival emo.

Miglior voce femminile che dal vivo sembra maschile
Il 12 febbraio il premio era già assegnato: incenso su Shannon Wright per la data al Bronson, concerto che ha fatto dare ai matti tutti quelli che c’erano, me compreso, una donna con un carisma, una chitarra, capelli e labbra da guerra, più un batterista che era praticamente il prolungamento del suo cervello. E lei ha una voce veramente maschia. Un concerto perfetto. Dopo mesi arriva il 7 dicembre e anche le Coathangers dal vivo, sempre al Bronson. Concerto opposto rispetto a quello di Shannon Wright, grande baracca garage punk con tutti i crismi delle ragazze maldestre. Bello, si, però boh. A parte quando schizzavano sugli strumenti e sui microfoni, allora lì è stato veramente divertente. A un certo punto la batterista prende il microfono e lascia la batteria alla bassista, o una cosa simile, comunque la batterista canta da lead singer, non è più solo seconda voce che ogni tanto canta. Canta due canzoni intere, con la voce dell’uomo più uomo di tutti, sembra che sia l’effetto di una bolla in gola, in realtà purtroppo sarà stato senz’altro il whiskey. Dal punto di vista del premio, Shannon Wright è solo un ricordo, perchè la sua voce è profonda, ma quella dell’altra è un tuono in lontananza. Puro maschio trasformato in femmina, Stephanie Luke. (Concerto dell’anno, invece, Deerhoof al Bronson. Locale dell’anno, a questo punto, il Bronson).

Buon Natale.