(LUCERTULAS, ANATOMYAK) Un album bello da ritornare

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La musica veloce non mi piace sempre. La musica veloce è come le giornate che passano veloci, alcune volte una cosa positiva, altre no. La velocità nella musica per me significa più o meno hardcore e se penso a qualcosa di veloce adesso penso a Minor Threat e Gorilla Biscuits. Ci sono stati anni in cui ascoltavo i Gorilla di continuo, in macchina, a casa, a correre. Poi per qualche motivo hanno perso quel calore al vitriolo e ho smesso. Quando facevo uso massiccio delle Playlist di iTunes ho scaricato i Gorilla, perché avevo anche cambiato casa e mio fratello col cazzo che mi ha dato i dischi, CIV compresi. Anni dopo il computer si è spaccato e ho perso tutto quello che c’era dentro. Era un po’ di tempo che non sentivo una nota dei Gorilla Biscuits, da allora, fino all’altro ieri. Ci sono altre cose veloci nel mondo, e il mio rapporto con loro corrisponde in modo molto preciso al mio rapporto con la musica veloce, ne ho voglia, non ne ho voglia. Il mio è l’atteggiamento della figa che scopre di averla e per anni conduce al massacro l’adolescente maschio che le piace più degli altri. “Ci sono posti da ritornare per la voglia” diceva mia nonna Lidia, che del verbo ritornare usava il significato intransitivo ma gli anteponeva la preposizione di quello transitivo, e io ho sempre voluto sentirmi libero e coraggioso come lei. Di ascoltare certi dischi ti ritorna la voglia. Stamattina ho ascoltato The Brawl dei Lucertulas, di cui poco tempo fa ho comprato copia fisica. È un disco teso, con un’inclinazione noise non tanto profonda quanto quella del precedente Tragol de Rova ma ancora presente, è quasi un respiro unico, fino alla sesta canzone, dopodiché c’è un attimo di riposo significativo poi si riparte. È un disco veloce che ritorna, ma non riesco ad ascoltarlo più volte di seguito. Anatomyak (di cui ho già scritto un po’ qui prima della pubblicazione ma su cui ho voglia di ritornare) è uscito in aprile quindi ritorna in modo diverso, più sorprendente, non solo perché è più nuovo, ma perché cambia i Lucertulas conosciuti fino a oggi. Messe da parte le scricchiolature noise, è più pestato e io adesso ho voglia delle cose che mi dà Anatomyak, = chitarre che cambiano tempo e che non è (sempre) corretto dire che rallentano, ma rimangono piene e lasciano suonare la distorsione, le danno più lunghezza, non la spezzano (The SailorA Good Father sono i pezzi in cui questo si sente meno, Sickness è IL PEZZO del disco). Non discuto la superiorità di uno di questi tre dischi sugli altri, ma penso alla capacità della musica di allontanarsi e avvicinarsi da/a te, cambiando con gli anni tu stesso e le sonorità di un gruppo, oppure no, e innescandosi un rincorrersi tra le due parti che è tanto più bello quanto è meno definito da scelte dettate dalla consapevolezza di un suono prediletto. Anatomyak è l’approdo, non posso dire se temporaneo o no, ma comunque un approdo, di un discorso che cambia e una parte del discorso sono io, che cambio, oppure no, ma in questo caso ho incontrato questo disco, l’ultimo dei Lucertulas, che è diverso dal penultimo e che continuo a riascoltare.

[Lucertulas, AnatomyakMacinaDischi / Robotradio Records, streaming].

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