Settimana. Bufera tangenti sui Muse, non si parla d’altro

Muse

I Muse hanno pagato una bustarella bella gonfia per sparare i fuochi d’artificio durante il concerto del 6 luglio all’Olimpico di Roma, parola di Matt Bellamy.
Anzi no, hanno solo pagato le tasse.
Che un inglese scambi una tassa italiana per una tangente ci può stare. Ma suona tutto un pò strano. Bellamy si è sbagliato: ha dichiarato una cosa e poi il suo Bonaiuti l’ha smentito. Bustarella o bustarhimes, è sicuro che si parla sempre meno della musica dei Muse e sempre di più di quello che ci sta attorno. Ho letto un pò di recensioni dei concerti all’Olimpico e a Torino di quest’estate, poche righe erano dedicate alle canzoni, molte agli effetti speciali, ai camion che sono serviti per trasportarli e ai soldi che ci volevano per il biglietto. I titoli dicevano cose come “Spettacolare concerto”, “Lingue di fuoco e robot”, “Mille luci e mille impulsi”. Quando poi l’abbigliamento diventa quello della Carrà, per un musicista alternative è finita, egli è definitivamente corrotto, asservito allo showbiz del pop. Nel caso dei Muse, tutto torna per l’appunto.

In fondo, però, fare un assolo in mezzo al palco in solitudine, lontano da tutto e tutti, su Piazza Bellamy, per i tour estivi il punto più ventilato di qualsiasi stadio, è l’atto che meglio rappresenta la condizione dell’uomo contemporaneo: tecnologico, ma solo. Quello che paghi, tu, spettatore, è la filosofia contemporanea, non i fuochi d’artificio.
Per parlare con i compagni di band ci volevano gli auricolari. Tutte cose di questo calibro nelle recensioni, e a inizio settimana è venuta fuori anche la tangente. Adesso tocca alla Commissione provinciale di vigilanza sull’ordine pubblico scoprire la verità, che verrà senz’altro a galla.

Non sono stanco dei concerti baracconi, non provo neanche sdegno nei confronti di chi mi dice che il POP Tour degli U2 fu bellissimo e rivoluzionario, e anche i Flaming Lips portano in giro il loro luna park. Però adesso c’è la crisi e c’è bisogno di contatto umano, vorrei che la gente sudasse sul palco, insieme a me. Non che noi del pubblico si soffre il caldo e loro lassù freschi come se uscissero da un frigorifero perchè devono concentrarsi su quando verrà schiacciato il bottone che farà partire i fischioni o perchè hanno l’aria condizionata sul palco. Ecco, secondo me i Muse hanno l’aria condizionata sul palco (facile: scrivono canzoni che s’intitolano Big Freeze) e sono convinto che se cerco su google qualcosa trovo a riguardo.

Settimana, Guns & Rubyes

Madonna, oggi

E mentre in Egitto sostenitori e oppositori di Mohamed Morsi si scannano e (vedo adesso) è morta Margherita Hack (RIP), io sono qui a scrivere stronzate sul blog. Questa è stata la settimana dei concerti. Vasco ha chiuso il suo INPS tour a Bologna. La notizia più interessante è che la Guardia di Finanza ha sequestrato migliaia di migliaia di migliaia di biglietti falsi e che c’erano più bagarini fuori che gente dentro al Dall’Ara. Sempre la GdF ha sequestrato 7.000 capi falsi tra cappelli, magliette, fascette e sciarpe per 880.000 euro, denunciando 48 persone per contraffazione. Ma andatevene affanculo. Tranne che per il sequestro delle fascette e delle sciarpe, per le quali mi sento di fare i più vivi complimenti alla Guardia di Finanza.
Altro concerto della settimana, ieri sera e in replica (lo stesso, ripetuto identico, registrato, vedete voi se andare) stasera: quello dei Muse a Torino, per il quale nessuno ha sequestrato niente. Dicono che il palco sia così grande che per parlarsi i Muse debbano usare gli auricolari come faceva Boncompagni con Ambra e per incontrarsi debbano fare la stessa camminata che faccio io per andare da casa mia al forno in centro a Gatteo.
I leoni sono tornati a ruggire, comunque, fuori dai grandi palchi. Snoop Dog ha dichiarato che da ora in poi si chiamerà Snoop Lion. “Who’s the king? Lion is the king. So Snoop Lion”, ecco la motivazione. L’altro leone, dopo Snoop, è Berlusconi: all’inizio della settimana è stato condannato a sette anni e all’interdizione dai pubblici uffici per il Ruby Gate, dopo la sentenza si sono scatenati animali di qualsiasi razza, anche un lupo mannaro, ma l’unico leone re della foresta italiana rimane Silvio Berlusconi che alla faccia di tutti ha detto che rifonderà Forza Italia e il capo sarà lui. Non ce ne liberiamo più, ma qualcosa almeno fino alla sentenza dopo il ricorso del fantasma Ghedini cambierà di sicuro. Fino a quel momento non può più essere eletto, quindi un pò gliel’abbiamo buttato ar culo.

Ci sono state altre tre notizie interessanti di sesso. La prima è che la Corte Suprema americana ha detto sì ai matrimoni gay, e c’è già la fila; la seconda è che la biancheria della Lewinsky è stata messa all’asta (anche la sottoveste nera) e a proposito del Sexy Gate Clinton ha detto che non ha mai avuto rapporti sessuali orali con Monica; la terza è che Boy George sarà dj (uno dei) della Molo Street Parade a Rimini, stasera. Facile umorismo si potrebbe fare anche sul fatto che Miguel Bosè (e questa è una nostizia bomba, non di sesso ma di amore paterno) ha dichiarato alla rivista spagnola Shangay di non avere solo due figli ma quattro: dopo Diego e Tadeo sono arrivati Ivo e Telmo. Lo sanno in pochissimi. Per diventare padre per la terza e quarta volta, il cantante ha usato una madre surrogata, soluzione suggerita da Ricky Martin che ha fatto ricorso allo stesso metodo di riproduzione per Matteo e Valentino, che tra l’altro è padrino di Tadeo. Intrecci.
Due notizie di musica anocora, così per pareggiare i conti con la coscienza. La prima è che è iniziata la famosa kermesse musicale a Glastonbury in Inghilterra, dove se cercate bene nel fango troverete anche un braccio di Mick Jagger. Tenetelo e congelatelo perchè poi lo potete vendere all’asta. La seconda è che Madonna al grido GUNS DON’T KILL PEOPLE, PEOPLE KILL PEOPLE ha messo su YouTube un video di 58 secondi del suo ultimo #Secret Project dove spara in testa a uno dei suoi ballerini. La vera notizia è che Madonna è sempre più uguale a un incrocio tra Shakira e Beyoncé e che JLO ma soprattutto Britney Spears sono molto risentite perchè non assomiglia a loro due. Moira Orfei e la Santanché invece sono felici perchè assomiglia un pò anche a loro.
Tra l’altro, domenica 23 è scomparso anche Richard Matheson. RIP.

Lee Ranaldo, Steve Shelley and The Dust (Faenza, Teatro Masini)

Lee Ranaldo, Steve Shelly and The Dust

Prendi il sosia di Nick Cave da giovane e del mio amico Okipa e mettilo (qui) a suonare la chitarra con uno stile piuttosto classico; poi prendi il secondo sosia conosciuto al Mondo di Lou Barlow, dagli l’aspetto del Pizzo e di Igi (che sono altri due miei amici) e le dita di Moroccolo. Il primo sarebbe Alan Licht, il secondo Tim Luntzel. Se ci attacchi Lee Ranaldo vengono fuori The Dust. E se ci aggiungi Steve Shelley viene fuori la formazione con cui Lee Ranaldo è in tour ora, e in Italia la settimana che và a concludersi, con Beetween the Times and the Tides e qualcosa del nuovo album previsto per l’inizio del 2014.
Lee Ranaldo dà come la sensazione di aver raggiunto una specie di serenità (cosa che non si può dire per Pere Ubu), sembra aver capito che a una certa età non è necessario fare nient’altro che suonare come uno è capace di suonare, senza aggiungere cose che non vengono e che le si forza a venire fuori. Così, sul palco si diverte, giù dal palco parla e fà foto con tutti, anche quattro scatti alla volta.
Steve Shelley è sempre stato ed è il mio preferito. Senza il suo supporto ritmico i Sonic Youth sarebbero stati grandi la metà. Tutto quello che bisogna dare sul palco, Shelley lo dà, oggi come ieri. E giù dal palco è simpatico come il più verace amico d’infanzia. Ok, forse esagero.
Alan Licht e Tim Luntzel non sapevo chi fossero prima del concerto. Ma alla fine del concerto erano seduti sul divano di velluto del foyer del teatro, ridevano se andavi a salutarli, e sul palco erano il primo dimesso, il secondo in possesso di movenze morbide e rotondeggianti.
Tim Luntzel è l’unico bassista americano con lo stile di Gianni Moroccolo, non perchè i bassisti americani non abbiano stile, ma perchè non hanno le dita di Moroccolo, e il conseguente impasto sulla tastiera.
Alan Licht è un chitarrista molto controllato, con un passato vicinissimo a Sonic Youth e ballotta, anche con una certa musta, che svisa ma lo fa in modo preciso e freddo. Se lo metti di fianco a Ranaldo, che ha fatto diventare quello che fà un marchio facendolo sempre allo stesso modo, il risultato è l’unione di due modi diversi di controllare lo stesso strumento. Un risultato come direbbe mio nonno formidabile.
Al concerto (messo in cartellone da Strade Blu) tutto questo giova molto, soprattutto ai pezzi di Beetween the Times and the Tides e di questi in particolare a Waiting On A Dream e Xtina As I Know Her. Sulle canzoni che finiranno nell’album nuovo, che ha da uscire comunque piuttosto lontano nel tempo (deve passare la torrida estate), sono sembrati tutti più indecisi, e una canzone (di cui non ricordo il titolo, ma Ranaldo l’ha detto) è almeno in alcuni passaggi un pò confusa, perchè tira in ballo una ritmica troppo poco caratterizzata.
Il resto è stato il risultato della bellezza e della sonica classicità dei pezzi (due su tutti: LostFire Island Phases) più la grandezza del personaggio, anzi dei personaggi, e della loro esperienza. Insomma, tutto particolarmente eccitante.
E il teatro è il posto ideale per qualsiasi ascolto alla fine. In certi casi basta sradicare le sedie in platea e via andare. Poi, è costato dieci euro.

Grazie a Giacomo D’Attore per la foto di Pere Ubu.