La vera storia di Martin Bisi e del BC Studio

Foto: Nathan Kensinger

A Gowanus (Brooklyn, NY) c’è un canale. È lungo tre chilometri, oggi ha cinque ponti che lo attraversano e nell’800 era il centro nevralgico di un sistema manifatturiero molto redditizio. Vedeva due tipi di movimentazione: le merci venivano trasportate verso il porto di Red Hook, la merda e i liquami inquinanti rimanevano proprio tutti fermi lì, nel canale. Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi del settore manifatturiero trasformò quel quartiere nel posto in cui prendevano casa… i reduci. Allegria. Il canale invece si mantiene in forma e a quel punto in pratica è diventata un’entità non umana padrona di Gowanus, che nel frattempo cade pure sotto il controllo della Mafia, che (dicono) usa il canale come altre volte si usano i pilastri di cemento delle autostrade. Ah ma che bel posticino, BOB. All’inizio degli anni ’80 un po’ di artisti, che si sistemano in alcuni spazi inutilizzati, iniziano a popolare il quartiere. Per un paio d’anni, ‘81 e ‘82, l’ex fabbrica di proiettili diventa per esempio sede del Memorial Artyard, la compagnia che si prende bene a organizzare storie anche outdoor, lì nei dintorni del simpatico canaletto. Dopodiché ci sono 30 anni in cui, in un’atmosfera di abbandono e situazione generale comunque non salutarissima, il quartiere rimane abbastanza vivo dal punto di vista artistico. Negli anni ‘90 il canale si becca il premio “Most Polluted Body of Water of the USA”, grazie alla presenza di coliformi fecali, virus, batteri ed estremofili. Solo nel 2010 il Governo della città si accorge che proprio a Gowanus può sorgere una zona nuova da far diventare uguale a tutto il resto e inizia a ripulirla. Dal 2013 al 2016 un piano urbanistico dei residenti e del City Planning Department modifica non poco l’area. Oggi, si legge anche sull’internet, Gowanus è piena di localini e vita notturna.

Nel 1979, Martin Bisi, diciottenne di Manhattan con un passato musicale accademico alle spalle e la voglia sfrenata di smettere con quella roba noiosa, con Bill Laswell dei Material e l’aiuto economico di Brian Eno (fresco produttore di No New York)decide di aprire uno studio di registrazione per fare dell’avanguardia e rovesciare come un calzino tutti gli studi classici. Lo studio lo chiamano prima OAO (Operation All Out) e dove lo aprono? A Gowanus. Quando più o meno nell’84 Laswell se ne va perché gli stavano crescendo sul petto delle strane macchie, Bisi, che avrebbe potuto cogliere al volo l’occasione e cambiare location, visto che fuori proliferano i coliformi fecali, decide di rimanere e semplicemente cambiare nome allo studio, in BC Studio. La scusa ufficiale sarà che l’affitto cosa meno, a Gowanus.

I primi giorni di attività del BC sono assolutamente frenetici. Tutto fila liscio, a parte le puzze che vengono dal canal, per lo più c’è gente che va e viene e fa le prove. A un certo punto Martin va a fumarsi una paglia in riva al canale. La sua mente vaga senza sosta a quello che avrebbe voluto fare in quel posto, con le idee ben chiare in testa, ma anche un po’ spaventato, com’è normale che sia, di fronte al suo progettone di creare musica nuova, contemporanea. Gli mancano i soldi e deve trovarli! Così, immerso nei pensieri, ammaliato e incantato da quel posto che gli provoca talvolta entusiasmo talvolta una tristezza indescrivibile, soprappensiero casca nel canale. Passava di lì Brian Eno che accorre velocissimo. All’inizio si sbaglia e tira su il cadavere di un picciotto, poi però ce la fa e salva Martin. Che, a quel punto, sta delirando parole sconnesse come “accademia merda”, “avanguardia necessaria”, “need money”. Eno viene subito ammaliato da quello sconosciuto e gli presta un sacco di soldi, lì, sull’unghia.
Martin si è ripreso all’istante e da quel giorno non si è fermato un attimo, la sua energia inesauribile, la sua calma e la sua professionalità sono diventate famose a New York, tanto che tutti i musicisti più fighi sono andati da lui a registrare.

Ma cos’è successo quando Martin è caduto in acqua? È stato chiaramente contagiato: il demone della produzione manifatturiera, nascosto nell’acqua inquinata, si è impossessato di lui e lui registra, registra, registra comune un matto, produce, co-produce, co-produce. Energia infinita (per non dormire mai), calma (per avere a che fare con tutti quegli artisti) e professionalità (per fare il culo a tutti): questo è Super Bisi.

Il BC Studio diventa negli anni una specie di polmone musicale di New York, che si alimenta della vitalità più sotterranea della città e dell’acqua malsana del Gowanus. Vitalità e malasanità sono necessarie a Bisi per registrare quella musica, sono una fonte di energia e ispirazione inesauribile per tirare fuori le esperienze più significative della scena underground degli Stati Uniti e del mondo intiero. BC Studio complex of insanity, lo definisce lui. E la sua insanity conquista infatti tutta la città e richiama un sacco di gente che va a registrare lì: Afrika Bambaataa (qui una storia bellissima su di lui), John Zorn, Sonic Youth, Ruins, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, Maceo Parker, Arto Lindsay, White Hills, Cinema Cinema, Larkin Grimm, Boredoms, Helmet, Cibo Matto, Murder Inc, Ginger Baker, Dresden Dolls, Herbie Hancock eccetera. Circa 90 dischi registrati, missati, prodotti o coprodotti tra 1981 e ‘99. Circa 30 negli anni 2000 e ’10 fino al 2017 (oltre a otto dischi a nome suo). Senza limiti di generi musicali e per mille case discografiche: Polydor, SST, CBS/Sony, RCA, Landslide, Sacred Bones, Atonal, Elektra Musician, Celluloid, Homestead, Blast First, Virgin, Rough Trade, Parlophone, Big Cat UK, Geffen, Amphetamine, Matador, Alternative Tentacles, Warner Bros, Thrill Jockey. Ce n’è per tutti gusti. Ce l’ha il palmares Martin o no? Ed è grazie al bagno che si è fatto nel Gowanus! Powerful insanity. La lista completa dei dischi è qui.

Nel 1984, quando la gioventù e i superpoteri di Martin erano una coppia invincibile, Laswell, con la scusa di essere diventato famoso con i Material grazie alla canzone Rockit, oggi un classico dell’hip hop, registrata con un certo Herbie Hancock che frequentava lo studio e che con quella canzone vinse un Grammy, insomma Laswell se ne va. Il vero motivo sta nel fatto che la troppa vicinanza con Bisi lo stava contaminando. E poi Martin era insopportabile, non dormiva un attimo, lavorava solo. Laswell tornerà 4 anni dopo, praticamente tossicodipendente di Martin Bisi, che evidentemente aveva qualcosa… provocava dipendenza, per Laswell e per tutti i gruppi d’avanguardia di NY. Brian Eno invece si vedeva già poco dall’82. Quell’anno pure lui si registrò un dischino ai BC (Ambient 4: On Land), sfruttando, finché ne sopportò l’eccessiva vicinanza, l’incredibile potenza di Bisi, e poi non ci fece più niente. Lui aveva un ego più grande di Laswell e non tornò.

She’s in a bad mood, But I won’t fall for it, I believe all her lies, But I can’t fall for it”. No Martin, non sono i Creedence Clearevival o come si chiamano, sono i Sonic Youth e infatti te li sei accattati.

Quando Laswell se ne va, Martin non può smettere, è lanciatissimo. Non ci pensa proprio a trasferirsi e andare lontano dal canale. Cambia semplicemente il nome il BC Studio e lo fa decollare. Proprio nell’84, attirati dall’interesse che Martin aveva per l’hip hop, a Gowanus arriva Thurston Moore, per registrare Bad Moon Rising. Era chiaramente preso malissimo per quelle canzoni così obscure che aveva scritto ma la serenità d’animo e la tranquillità di Martin, nonché la sua energia inesauribile, hanno permesso a Thurston e al suo gruppo di terminare le registrazioni e addirittura tornare una seconda volta in quel posticino e fare Death Valley 69, con una Lydia Lunch appena ventiseienne e carica come una pallottola, e poi altre volte ancora. Con Michael Gira degli Swans, invece, è stata più dura vincere la gara a chi ce l’aveva più grosso, ma alla fine Martin ce l’ha fatta.

E invece no, cioè si, Martin Bisi ha fatto quasi tutto questo. Non ha fatto quella gara con Gira, non ha consolato Thurston Moore e non è caduto nel canale, però negli scantinati nello Studio c’è uno stagno (davvero) uno stagno, si vede bene nel documentario Sound and Chaos: The Story of BC Studio. Secondo me ogni tanto ci va a mettere a mollo i piedi, per tenere alto il livello della carica batterica). Ma tutto il resto l’ha fatto, ed è abbastanza esaltante che un’unica persona abbia concentrato intorno a sé talmente tanta musica e nomi importanti. Ha disegnato una linea concettuale musicale coerentissima. Ok, alla fine Gowanus è a New York e non è a Macerone, ma ha un valore anche l’arrivare a proporsi (e a essere considerato) come LO studio in cui a New York vanno/andavano a registrare i musicisti di un certo tipo. È uno status che va conquistato e mantenuto con scelte precise e non credo sia facile farlo per più di 30 anni. È un modo di proporsi e scegliere a priori e a livello concettuale i musicisti con cui lavorare: parti dall’idea, ti crei dei precedenti precisi che fanno la tua storia e la tua discografia e sarai identificato con loro, li scegli per essere scelto. Tutto questo a prescindere dal genere musicale.

Il BC Studio è stato l’anello di congiunzione tra la musica di New York e qualsiasi tipo di realtà produttiva (piccola, media, grande, grandissima), denominatore comune superpartes a cui frega un cazzo di chi fa uscire il disco, l’importante è incidere musica che vada nella direzione della sperimentazione, della novità. Martin vuole che vadano a suonare da lui, vuole sentire il suono che viene fuori da musicisti diversissimi tra loro ma che hanno in comune una cosa: un luogo, in cui converge tutto. Martin Bisi ha avuto il potere di leggere dentro alla scena underground di NY e di tirarne fuori il suono. Se quei dischi li avesse fatti qualcun altro in qualche altro posto sarebbero stati sicuramente diversi, meglio o peggio, forse ugualmente rappresentativi, non lo so, ma la realtà inevitabile è che quei dischi, che hanno dato un corpo a un sacco di musica underground, sono stati registrati lì, in un quartiere imperfetto, in una caverna imperfetta, al BC Studio. La cui discografia è come la lista di Kurt Cobain, però per l’underground newyorkese: ascolti i dischi e hai una panoramica completa. Bisi supereroe davvero per questo. Mettiamola così: la compilation No New York, prodotta da Brian Eno nel 1978, un anno prima di cacciare i soldi per il BC Studio, è quella della No Wave, registrata altrove, ai Big Apple Studio di NY. Da quel momento in avanti e per un tot di tempo ci pensa il BC a registrare quello che succede a NY.

Mancano i Suicide. Perché mancano i Suicide? Ho cercato sull’internet, ho letto addirittura un libro, ma non ho trovato niente a riguardo. Se qualcuno sa qualcosa, parli ora.

Uno splendido supereroe di mezz’età

Negli anni ‘10 Martin Bisi ha rallentato un po’ il ritmo. Anche un supereroe con i superpoteri con il tempo che avanza ha bisogno di rallentare. Nel 2016 ha deciso di fare una festa per i 35 anni della BC: un weekendone di concerti nella sua caverna a Gowanus con tutti i suoi amici. Così, un po’ ammaliato da se stesso e da quello che è riuscito a fare da quel giorno in cui è caduto nel canale e ha acquisito i superpoteri di Re(gistratore) dell’underground newyorkese, di quella serata c’ha fatto un disco. La particolarità del disco, oltre a fissare per sempre il weekend celebrativo, è quella di non essere una semplice raccolta o un best of delle robe registrare al BC, ma un concerto che non si ripeterà a cui hanno partecipato moltissimi musicisti della Bisi crew che si sono organizzati in gruppi di improvvisazione misti e hanno registrato pezzi originali di fronte a un pubblico selezionato (fan dello studio, matti del quartiere e così via). 13 canzoni tra noise, art-rock, punk, free jazz, hip-hop eccetera, missate ad Abbey Road.. no, scherzo, ovviamente lì al BC Studio da Martin Bisi.

Dopo la festa e chiuso il missaggio, era un po’ triste, perché il canale e il suo stagno personale non erano più quelli di una volta, e lui lo avvertiva forte. Per questo motivo, Martin si è messo a cercare come un pazzo su internet un posto, un fiume, uno specchio d’acqua, qualcosa che fosse simile al suo Gowanus pre-riqualificazione. Ed è finito a scoprire la riviera romagnola su google immagini. Ha prenotato un aereo e c’è andato subito. Dopo aver chiesto un po’ in giro, e comunque volendo assolutamente partecipare almeno una notte alla proverbiale baldoria rivierasca, scopre un posto che fa proprio al caso suo, che tra l’altro si chiama come un film che gli piace molto, Hana-Bi, in una città con un nome composto: Marina di Ravenna. Ci va, ci trova proprio una festa anni ’90 e a fine serata conosce il proprietario del locale, Chris. È amore a prima vista, reciproco. Martin scopre tutto un modo, e anche che Chris ha un’etichetta. Dopo la festa al BC, Martin era un po’ triste anche perché non sapeva a chi dare il suo disco. A New York sempre gli stessi nomi, le stesse etichette, due palle. Deve sempre continuare a rimpensare il proprio approccio alla musica: come negli anni ha registrato di tutto cambiando direzione, anche nella scelta dell’etichetta voleva cambiare direzione. A Marina di Ravenna ha trovato quella che lo ispira: la Bronson Recordings.

Il disco è uscito il 20 aprile.

Angolo incertezza. Il futuro dello studio è incerto (timore mio, nessuno mi ha fatto la soffiata) perché Gowanus adesso sta diventando cool e sta subendo un processo di gentrificazione che sa dio e finirà per alzare i prezzi degli affitti costringendo ad andarsene alcuni degli abitanti e degli artisti che sono lì da tempo. Tra questi, Super Martin, che non può nulla contro il Mostro della gentrificazione e della riqualificazione. Però c’ha lasciato più di cento dischi da ascoltare. Alcuni dei quali per anni li ho solo ascoltati e riascoltati, senza chiedermi da dov’è che venissero. Vengono da Gowanus e da Martin Bisi, produttore, antagonista culturale, selettore selezionato, Supereroe. Speriamo che la contaminazione, dentro di lui, non si esaurisca mai.

Bandcamp di BC35
www.martinbisi.com

La prima foto è di Nathan Kensinger, la seconda di Nicole Capoblanco e le ho rubate tutte e due da internet.

Quando niente è proibito: Cayman the Animal, Black Supplì

black supplì cayman

La mia ragazza ha una libreria in cui vende i dischi di alcune etichette indipendenti italiane. Qualche anno fa è iniziata una collaborazione anche con la Sonatine e in quell’occasione ho avuto per le mani per la prima volta l’EP dei Cayman the Animal Aquafelix, che fino ad allora avevo visto solo in foto. La differenza tra una fotografia e la realtà a volte può essere sorprendente. Il packaging era pazzesco, ma pazzesco nel senso di divertente, un cartonato con una chiusura di un genere mai visto, almeno io non l’avevo mai visto (non sono appassionato di scatole, anche se in casa ne abbiamo tante). E poi era di sicuro la prima confezione di un disco in 3D della storia: vedi la scatola e caschi nel mondo delle illustrazioni che ci sono sopra, quando ti ripigli la apri e trovi un sacco di roba vera. Quando ho aperto il disco successivo, Apple linder, ho scoperto che la copertina era un mega poster di un gigante che pisciava, a dimensioni 1:1, più incredibile di quello di Anna Falchi uscito su Max tanti anni fa. Ma la sfida più eccitante è stata l’ultimo disco, Black supplì (No Reason Records e Mother Ship): la copertina è un gratta e vinci. E, insensibili come la vita che avanza, i Cayman the Animal, quando gratti, scrivono “HAI PERSO” e ti sbattono in faccia l’inasprirsi dei tempi: una volta si usava scrivere “Non hai vinto”. Il risultato è un groppo in gola. E proprio con questo groppo in gola – provocato da un affronto violento e antiautoritario (gli stessi aggettivi, preceduti da un “talvolta”, che su wikipedia hanno usato per descrivere i disegni di Raymond Pettibon) nei confronti rispettivamente tuoi e dell’istituzione Gratta E Vinci – ho messo su il nuovo cd dei Cayman (sarà legale chiamarli così?).

Ma prima di tuffarsi dell’ascolto, c’è da chiedersi: chi è l’illustratore ufficiale dei Cayman the Animal? Ratigher, che con il suo tratto tremolante farebbe sentire instabile nel mondo anche Putin. Se dovessi cercare cosa c’entra lo stile di Raymond Pettibon (visto che prima è stato chiamato in causa) con quello di Ratigher direi niente. Però c’è tutta una storia dietro al rapporto tra illustratori e gruppi punk, diventata anche mainstream in Italia perché Zerocalcare ha ripetuto giusto qualche volta che all’inizio lui faceva le locandine per i concerti hard core. Insomma, non mi pare ci sia nessuna somiglianza tra il tratto di Pettibon e Ratigher ma di sicuro c’è tutto un mondo in comune e c’è anche una differenza: mentre Pettibon è, è stato, fu “talvolta” violento e antiautoritario, Ratigher lo è sempre, in particolare quando disegna le copertine per i Cayman. E il perfetto incontro tra la violenza del primo e la cattiveria dei secondi è quel HAI PERSO.

A proposito, c’è qualcuno che HA VINTO grattando Black supplì? No perché nel caso ci fosse secondo me non partirebbe con il piede giusto. Perché poi se, oltre a guardare le figure, alla fine vi tuffaste davvero nell’ascolto del disco, notereste, oltre al fatto che è un disco di musica pesa, anche che HAI PERSO era lì per prepararvi al mondo di pessimismo, introspezione e fastidio dei suoi testi. Se non credete che un gruppo che suona i concerti in romanesco possa essere anche introspettivo, vediamone alcuni. Per esempio, un verso dalla prima canzone dice “Destination cold black worms”. Vediamo anche tutti quelli della seconda, che si chiama The colors deniers club:

The other day I bumped into my former band
What happened is that I could not recognize myself
It sounded pretty good nothing’s forbidden
But how could I be so joyful if everything was black?
Next time I won’t try
For the umpteenth (“ennesimo”, ammetto di averlo cercato su wordreference, ndr) time
It will pass me by
Next time I won’t try
Let’s not even start

Sarà l’ultimo disco dei Cayman? Io spero di no, voglio che ne facciano almeno un altro con un disegno di Ratigher. Non pensiamoci. Piuttosto, in questa canzone c’è un insegnamento importante, a proposito di introspezione e capire se stessi: le cose che si fanno non devono essere fatte per creare la cosa più bella del mondo, ma per fare la cosa che vogliamo fare. Poi sarà la cosa migliore del mondo? Tanto meglio. Ma è più importante che sia venuta come la volevi tu. Come dice Simon Reynolds, la musica va ascoltata col cuore. Allo stesso modo, le canzoni vanno scritte col cuore e gli articoli sulle canzoni anche. Insomma, testi riflessivi e musica potente e veloce, come i Nirvana e gli Husker Du e il contrario dell’emo core, dove musica e testi hanno spesso la stessa intensità. Questo non è un disco emo.

Da piccolo mi chiamavano Presobene, oggi “talvolta” la mia ragazza mi chiama Raggio di sole. Quindi a me piacciono i testi dei Cayman the Animal. Che nella terza canzone dicono: “Would I ever be so mean just years ago? A sad black supplì”. Vi ricordo che l’aspetto del supplì nero è questo

real black suppli

Questo per dire che l’immaginario dietro al disco è tutt’altro che accomodante. In più, quello dei Cayman the Animal non è solo un supplì nero ma è anche triste. Siamo di fronte a un’immagine scoraggiante, definirsi un supplì nero e triste va oltre il punk, oltre il rock, è introspezione analitica, fisico-psicologica.

Parlando invece della musica, che mi sembra una parte importante di un disco, a me i Cayman the Animal ricordano tantissimo gli Hot Snakes ma a voler dire tutta la verità, rispetto ad Apple linder, in Black supplì sono meno Hot Snakes e più solo snakes, cioè proprio biscioni: rallentano, fanno i loro giri su se stessi e poi scattano e staccano, in generale sono più guardinghi e attenti a distaccarsi un po’ dai dischi precedenti. Continuiamo su quella strada, ragà, sembrano dire le parole The colors deniers club, siamo sempre noi ma non siamo sempre noi. Un insieme di cose positive e negative da un lato gli fa pensare “Next time I won’t try / Let’s not even start” dall’altro gli permette di cambiare passo dal punto di vista musicale. È il quarto disco insieme (c’era anche il primo, Too old to die young del 2011, e non considerando il demo di incomparabile bellezza, cit.), ok, potrebbe essere deleterio, ma c’è un tesoro da conservare vivo, e sta in “It sounded pretty good nothing’s forbidden”. Dal primo disco all’ultimo, pur all’interno del punk-rock, ogni volta c’è qualcosa di diverso: Too old to die young era un po’ crossover, Aquafelix noise e anche un po’ hard rock, Apple Linder più Hot Snakes (e secondo me è il migliore finora e – osservazione statistica – l’unico in cui non c’è una canzone che si chiama Here comes the end). Ma nessuno ingrana un’altra marcia. Black supplì invece lo fa: è più definito nei passaggi, più preciso. Magari non fa un passo verso (o per allontanarsi con decisione da) un tipo o l’altro di musica e prende un po’ di tutto dai dischi precedenti, ma dà più potenza, meno velocità e un’impostazione più tosta e resistente alla scrittura. Anche dopo un po’ di tempo, anche se si è accesa la spia del rischio ritualità, i Cayman hanno trovato la strada da percorrere al meglio, senza imporsi divieti, tanto che l’ultima canzone è post-punk (mai successo prima). Niente è proibito (ed è vietato farsi venire in mente Piero Pelù). Musica scritta seguendo un principio-base importantissimo: lasciare il punk rock libero di correre felice nei prati. E con frasi brevi, quasi appunti, concetti veloci e immediati, i testi rappresentano lo specchio della musica intesa così. In questo modo, ogni volta che escono con un disco, i Cayman the Animal non sono una sorpresa ma un inno alla libertà di fare le cose come vogliono. E questo funziona anche verso l’esterno, come una specie di generatore di stimoli inaspettati per gli ascoltatori.

Per esempio, la mia canzone preferita è Here comes the end part III che inizia come la Part II (che era in Aquafelix) ma va in tutt’altra direzione: mi ricorda tantissimo la sigla di Domenica Sprint anni ’80. (Aspettate, vale la pena riascoltarla, dal secondo 0:46:

)

E adesso sentite Here comes the end part III, sentitela tutta ma in particolare prestate attenzione a cosa succede dal minuto 1:44. A parte il cambio di tempo clamoroso e il modo di incrociarsi esaltante delle voci e delle chitarre, non ricorda tantissimo Domenica Sprint? È tutto un passato che ritorna, dove mio zio e mio babbo guardavano i goal e a me piaceva tantissimo farlo con loro. Adesso non posso più farlo con loro e non m’interessano tanto i goal ma quella canzone è stata parte delle mie domeniche ed è ancora lì, è un ricordo legato a una cosa che non m’interessa più ma è ancora forte ed evocativa. Questa può essere la forza del punk rock, talvolta: quelle volte in cui come i Cayman lo fai da un po’ di tempo, qualcosa (tu) è inevitabilmente cambiato, ma ci metti dentro la libertà e il vantaggio creativo di suonare con gli amisci.

E i testi delle altre canzoni come sono? Per leggerli comprate il cd, è bello anche fare il gratta e vinci, scoprire il disegno di Ratigher e vedere se siete gli unici in tutto il mondo a non avere perso.

Un titolo senza pretese: Spotify ha cambiato la visione del presente?

You Before Spotify

C’era una volta una libreria indipendente che comprò un treno di copie di un libro non facile da vendere. Cosa pensate voi dei padroni della libreria? Sbruffoni! Cosa ve la tirate?! Fate fatica a campare! Stronzi! E via dicendo, punti esclamativi a buffo. Però, fermate il rigurgito di onniscienza e riflettete almeno un secondo. Riassumete. Una libreria indipendente. Di solito ha una sua clientela, affezionata perché si fida, legata ai consigli di chi ci lavora, perché sono sempre giusti. Se questo tipo di clientela un giorno entra nella sua libreria preferita e trova una pila di Vacanze di Blexbolex cosa pensa? La stessa cosa che avete pensato voi? No, pensa: se ne hanno presi mille ci deve essere un motivo: dev’essere bellissimo! Lo porta alla cassa e lo compra.

Questo si chiama influenzare la domanda con l’offerta ed è il punto di partenza di questo post interessantissimo. Pensavo a un altro post, di circa un mese fa, di un mio amico, costretto ad ascoltare il disco della Michielin perché ne parlavano tutti. Qualcuno anche bene. Il tono del mio amico era scherzoso ma rispecchiava una realtà. Per essere sul pezzo, poter scrivere o anche solo parlare delle cose di cui tutti parlano, per essere letti o cagati in qualche modo, si finisce per ascoltare cose di cui altrimenti non ci fregherebbe un cazzo, oppure cose che per esempio 20 anni fa non ci saremmo neanche sognati. Ed è grazie, cari milioni di lettori, è grazie al download, al peer to peer e allo streaming che possiamo farle. Paghi o ti ciucci la pubblicità, aspetti che il torrent abbia finito, ma comunque hai la possibilità di ascoltare. E, alla fine, ci provi pure gusto ad ascoltare certe maranzate. Gente insospettabile che un tempo sentiva solo musica (facciamola corta con un aggettivo) alternativa, adesso è fan, o molto fan, o fan un casino, di Rihanna, Lady Gaga. O addirittura M.I.A. Va bene che ci si ammorbidisce con gli anni ma il punto non è questo. Il punto è che non dobbiamo fare grandi sforzi fisici o economici per sentirle ‘ste canzoni. Cioè, anche se mi piaceva Everybody (Backstreet’s Back) quando è uscita, stavo zitto e cagato, ballavo e cantavo dentro di me e mi limitavo a sentirla in radio o a godere guardando di nascosto nella cameretta il video su MTV. Di certo non compravo il cd, perché col cazzo che spendevo 15 mila lire per il singolo. Mi ricordo che qualcuno (non ricordo chi) mi regalò, appena uscito fresco di stampa, il singolo di In the end dei Linkin Park. A me sembrava una cosa assurda. Ricordo (quella sì) la disapprovazione nel volto di Diego, perché avere in casa un cd di roba “commerciale” era una bestemmia. Adesso non mi piace In the end ma mi piace tantissimo Million Reasons di Gaga e, a parte che tutti ascoltano tutto senza peli sulla lingua proprio, mi posso ascoltare quanto volte voglio tutto l’album di Gaga su Spotify, con un abbonamento che costa poco meno di quanto non costasse il singolo dei Backstreet. Lo pago una volta al mese, non one shot come il cd, OOOK, ma mi permette di ascoltare anche tutto il resto del mondo. Ai tempi avrei potuto ascoltare Take That, Backstreet Boys, NSync e Snoop Dog uno dietro l’altro senza dover comprare i cd e farmi scoprire. E se mi avessero followato? Avrei fatto un profilo sotto falso nome. Facile. Purtroppo, però, una volta non poteva succedere… SIGLA DELLA PUBBLICITÀ: adesso, invece, posso anche ascoltare tutto dappertutto, faccio un abbonamento decente alla rete mobile, è mensile anche questo ma vale la pena. FINE MESSAGGIO PROMOZIONALE. Mi rendo conto di aver scritto una serie di banalità imbarazzanti fin’ora ma mi servivano per arrivare a dire la cosa intelligente. E cioè: questo tipo di offerta ha modificato la domanda alla grande. Ah.. lo sapevate già? Va bo. Non ha fatto solo quello però. Se 20 anni fa più che ammettere che mi piaceva Back for Good dei Take That mi sarei fatto tatuare ROBBIE WILLIAMS sul petto, e avrei poi giocato in seguito con gli amici la carta del “si è sbagliato il tatuatore: io volevo scrivere Robin, lui ha scritto Robbie”, adesso difenderei la musica di – per dire – Rihanna a qualsiasi costo. E il fatto è che ci credo davvero. Non sono l’unico, eh, chiaro, e proprio perché non sono l’unico – tra quelli che una volta dichiaravano di ascoltare solo musica conosciuta al massimo da 100 persone – che darebbe sinceramente un braccio per aver un disco nuovo di Rihanna, qui, subito, ora, è chiaro che l’offerta di musica facile ha modificato anche la testa delle persone. Non può essere solo una questione di ammorbidirsi con l’età. Quando danno la Michielin in radio io fermo sempre lo zapping per ascoltarla, e mi piace anche. E la cosa determinante per capire che tutto questo mio discorso è vero è che anche Diego mi ha detto che fa la stessa cosa.

Si sono rotti i ponti tra musica alternativa e commerciale. Si dice sempre. Piuttosto quindi parliamo di un’altra cosa che secondo me c’entra con il tema (caldissimo) della domanda e dell’offerta. Parliamo del parlare delle cose di cui tutti parlano. Non è che lo fai perché sei un poser, lo fai perché ti piace farlo, ti interessa l’argomento, ti piace (“ti” generico, non riferito a me, io sono sempre preso male sui social) quella possibilità di confrontarti ovunque tu sia che danno i social network. Una volta potevi parlarne al massimo al telefono, ma di solito ci si scambiava dischi o opinioni a un concerto, a una festa o nella tua cameretta, dove il tuo amico pensava che il pomeriggio precedente avessi ascoltato Wowee Zowee dei Pavement e invece ti eri sparato Backstreet’s Back a ripetizione, cose che succedono ancora (gli scambi, non la heavy rotation dei Backstreet), ok, ma adesso non sono le uniche possibilità di scambiarsi opinioni. (Parentesi nostalgia per dire che coi primi SMS era un gioco bellissimo). Adesso la cosa ancora più bella è che la Michielin in Io non abito al mare dice (cito testualmente) “queste cose vorrei dirtele a un orecchio mentre urlano e mi spingono a un concerto, per vedere se mi stai ascoltando”. Parla di cose d’amore, emozioni da evitare, ma è una bomba il fatto che un concerto sia ancora il posto in cui parlare delle cose che ti stanno più a cuore. È uno spazio condiviso tra noi e la Michelin (TV Sorrisi e Canzoni dice 23 anni), tra chi in passato ha fruìto diversamente della musica rispetto alle modalità di oggi e i giovanissimi per i quali Spotify è una cosa normale. Il campo comune in cui parlare dei cazzi a cui teniamo di più sono i concerti, per tutti. La trovo una cosa entusiasmante e non è un caso per esempio, se vogliamo proprio dire una cosa statistica, che la musica dal vivo non abbia perso di appeal in questi anni in cui è cambiato totalmente il modo di ascoltare i dischi. Questo per dire che è difficile ragionare imponendosi una linearità e una razionalità. Si trovano punti in comune anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarli, tra il mondo di 20 anni fa e quello di adesso, e quei punti li trovi dentro a una musica che sulla carta avresti dovuto snobbare, per esempio un testo della Michielin. È impossibile ragionare in modo dogmatico. E questo valga come temibile monito nella prosecuzione del discorso ma anche della vita, una cosa scalpellata su una targa di pietra inchiodata al muro in fondo all’aula magna

Tantissime persone che ascoltavano rock alternativo, ai tempi in cui quelli che ascoltavano hip hop erano “gli altri”, adesso magari ascoltano un sacco di trap. È la dimostrazione del cambiamento e del fatto che ci sia stato un travaso massivo di fan da un genere all’altro. Ed è curioso che lo scambio sia avvenuto anche tra due generi i cui fan una volta erano lontanissimi tra loro. La trap attualmente in Italia, più della musica elettronica, è il genere che se lo ascolti sei al passo coi tempi, perché assecondi il cambiamento, te ne interessi, ti piace. Qualsiasi dubbio tu abbia sulla trap ti catapulta automaticamente dall’altra parte della barricata. La trap come unità per misurare la tua capacità di essere nel presente. Ma i modi di essere nel presente sono tanti. Anche ammettere che ti piace la Michielin è un modo di farlo, di uscire dagli schemi rigidi di un tempo e capire che la musica è impossibile amarla a settori. Poi è chiaro che se mi chiedi il mio gruppo prefe non ti dico la Michielin ma i Van Pelt o Stephen Malkmus & The Jigs. Tutti giovinastri. Ma è un cambiamento dell’atteggiamento e non riguarda il gusto musicale, non riguarda la ricerca di nuove sonorità che rappresentino il presente o tendano al futuro ma è comunque un passo in avanti. Ognuno fa quello che gli viene spontaneo fare, per essere nel presente. Oppure non lo fa, ma lì siamo in un altro campionato. È difficile poi liquidare come retrogrado l’atteggiamento di qualcuno che ascolta sempre lo stesso tipo musica, perché ognuno nella musica ci sente quello che ci sente. PER ESEMPIO. Un gruppo che suona con evidenti riferimenti musicali al passato non è per forza indietro, può al contrario comporre con estrema creatività ed essere innovativo nel taglio che dà all’interpretazione di quella musica. Grazie ad Aaron Rumore per la riflessione su Facebook sui Nap Eyes:

“Un gruppo incredibile di ragazzi bianchi, istruitissimi, fissati con la linea genealogica della loro musica rock (VU/lou reed/modern lovers/feelies/television/indie pop scozzese/pavement) e che compongono “testo alla mano”, accuratamente. È pura nostalgia, ma a suo modo estremamente creativa, e questo nuovo album è sicuramente il loro miglior sforzo in questo senso. Questo anche per ribadire che ogni posizione dogmatica rispetto passato e futuro, specialmente in ambito musicale, lascia il tempo che trova”.

Poi l’elettronica di sicuro è la musica in cui è più facile sperimentare e quindi, di fatto, si sperimenta di più, per questo è la musica del futuro. Ma sono passati così tanti anni e siamo arrivati al punto in cui la musica ci ha dato talmente tante cose che, a concedersi la libertà di ascoltarle senza pregiudizi, un musicista può rielaborarle in mille modi diversi e se ha talento nel farlo tira fuori una visione sua, diversa da quella degli altri e quindi sperimentale. I Nap Eyes fanno questo, Spencer Radcliffe fa questo, e lo fanno in modi diversi l’uno dagli altri. Se l’ascoltatore coglie queste cose, può darsi che ci trovi il suo modo di stare nel presente e di vedere il futuro della musica. Se invece nonostante i tentativi non prova gusto più di tanto ad ascoltare l’elettronica, non può continuare a cercare il suo futuro musicale lì. Se la trap non gli dice niente, non può cercarci il presente. Deve andare a cercarli da un’altra parte, presente e futuro. Secondo me la cosa importante è cercarli, avere la curiosità, non fermarsi solo a quello che ascoltavi quando avevi 20 anni, perché in men che non si dica quello che ascoltavi a 20 anni diventerà quello che ascolti a 40 e a 60, sempre che tu abbia ancora voglia di ascoltarlo. Un destino macabro. È legale ascoltare anche spesso quello che ascoltavi 20 anni fa, questo la Corte lo concede, ma non lo è ascoltare solo quello.

Ascoltare la Michielin significa cambiare atteggiamento. E questo ti permette di conoscere un sacco di cose nuove, diverse, senza rigidità precostituite. Allargare la concezione e la visione del presente: una volta il presente musicale era solo determinate cose, adesso è tanto di più. Essere nel presente vuol dire anche questo, non vuol dire solo ascoltare la trap o vedere il futuro nell’elettronica. Vuol dire avere un atteggiamento aperto verso tutto quello che ho voglia (se non ne ho voglia, non lo faccio) di papparmi grazie a Spotify, Soulseek, YouTube, Bandcamp o altro, e dare un giudizio sincero a quello che si ascolta. E posso avere quell’atteggiamento aperto proprio perché posso ascoltare tutto con facilità. Quindi insomma, SI. Spotify ha cambiato la visione che abbiamo del presente. Più precisamente lo streaming e il download (si, dai, mettiamoci dentro anche il gemello diverso dello streaming perchè io Soulseek lo vedo ancora popolatissimo) sono i mezzi che del presente ci permettono di esercitare una visione diversa.

E ora, solo per ricordarvi quanto spaccava (partite pure da 1 minuto e 37):