Spara J. Edgar Hoover spara

J. Edgar Hoover, the real one

J. Edgar Hoover, the real one

“Al cuore, Clint!”. Il giorno 6 gennaio 2012 avrei voluto urlarlo mentre entravo in sala per vedere J. Edgar, ma non l’ho fatto, perchè mi sembravo un invasato. Però l’ho pensato. Mi ero anche attrezzato con il mio personale corpetto antiproiettili in metallo riciclato perchè sapevo che, dopo lo sfuocato Hereafter, il colpo sarebbe stato ben assestato. E infatti.
Invictus e Gran Torino (ma anche Million Dollar Baby) erano stati grandiosi grazie alla capacità di Clint di toccare corde un pò ruffiane in modo brutale, senza fingere di non volerlo fare. Changeling ha dato vero spessore anche ad Angelina Jolie e Lettere da Iwo Jima e Flags of Our Fathers sono due meravigliosi film di guerra. Mi fermo qui. No, anzi, dal momento che ultimamente ho visto Brivido nella notte (1971), aggiungo che anche quello è un grande film, per motivi diversi e numerosi, primo tra tutti perchè in quell’occasione al (già) texano dalle palle di ghiaccio i coglioni gli si sciolsero un pò, soggiogato com’era da una donna folle d’amore per lui.
Ma torniamo al presente, e un pò anche al futuro. Leonardo Di Caprio sarà (di sicuro) Jay Gatsby nel Grande Gatsby di Baz Luhrmann, Calvin Candie in Django Unchained di Tarantino e (forse) Frank Sinatra in Sinatra di Martin Scorsese. In J. Edgar di Clint Eastwood è J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI dal 1924 al 1972, attraverso otto presidenti tra i quali F.D. Roosevelt, Kennedy e Nixon.
Attenzione, che Leo non voglia farci capire che è diventato uomo. Vorrà forse lasciare il segno? “Non sono più un pischello, sono diventato grande, e sono un attore con le palle!” potrebbe dire. Ed è vero, lo dimostra in J. Edgar.
J. Edgar Hoover ha tenuto per i coglioni otto presidenti USA perchè era in possesso di scottanti dossier. Se non fosse morto per cause naturali, avrebbe tenuto per la palle anche quel succhiasangue di Nixon. Era un personaggio ambiguo e spaventoso. Era ambiguo perchè alcuni suoi principi erano corretti ma diventavano sbagliati perchè macchiati da una sete di potere che lo ha portato a fare cose terribili (tipo piazzare le cimici per spiare i Presidenti in modo da conoscere i loro segreti e rimanere a capo dell’FBI). E questo fa di lui un personaggio spaventoso. Ce lo aveva già insegnato James Ellroy. Una scena soltanto: poco prima di morire Hoover dice alla sua segretaria (Naomi Watts) di non permettere a nessuno di mettere le mani sull’archivio “confidenziale”. Perchè si vuole portare quei segreti nella tomba? Mmmm… Perchè quelle sono informazioni delicate che minerebbero il Sistema? Mmmm… Perchè vuole essere il più potente e vuole che a nessuno derivi il potere che ha avuto lui che conosceva cose inaudite? Più probabile.
Il potere, insomma, ce l’ha perchè nasconde e usa a proprio vantaggio segreti segretoni. La stessa battaglia che conduce pubblicamente, la conduce in privato, ma per motivi differenti: pubblicamente nasconde segreti di altri, sinonimo di potere per lui, in privato nasconde la propria omosessualità e la propria balbuzie, che ritiene segni di debolezza. La rigidità tenuta in pubblico è un’imposizione utile a celare difetti personali inaccettabili: la madre (di cui è totalmente succube) non li permette, la società (che egli controlla) non li ammette.
J. Edgar combatte il crimine e arresta gli assassini. Non lo fa mai in prima persona, nelle retate manda sempre avanti i suoi uomini, perchè ha paura. Anche questa debolezza è inammissibile, anche questa è da nascondere, e lui racconta la storia come vuole, ponendosi come protagonista assoluto delle “missioni compiute” dall’FBI, con la pistola in mano puntata contro i criminali.

J. Edgar è un uomo che, pur di mantenere il potere, forza se stesso a essere quello che non è, perchè era omofobico e razzista, perchè la società non può (non può, anche oggi) essere in mano ai deboli. La sua sete di potere deve essere più forte della sua vera personalità. Di fronte all’uomo che ama (che, ammalato, gli chiede prima di essere comprensivo, poi di mollare tutto) ammette di non poter fare sentimentalmente e nella vita a meno di lui, ma gli impone di essere professionalmente lucido e forte. Un personaggio simile è terrificante, ma anche umano.

“Al cuore Ramon, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore”. Sin da Per un pugno di dollari, Clint ci ha insegnato come uscirne vivi, in generale, ma anche dai suoi (in senso lato) film: indossando un giubbetto antiproiettili.

Smokin’ Priscilla di Green Mind in mostra a NY

Smokin' Priscilla, Green Mind (1991)

Smokin' Priscilla, Green Mind (1991)

La fotografia di Priscilla che fuma una sigaretta, di Joseph Szabo (che è poi diventata la copertina di Green Mind dei Dino, nel 1991), sarà esposta in una mostra all’Heckscher Museum of Art, Huntington, New York, dal 14 gennaio al 25 marzo 2012.
Andiamo?
La mostra si chiama “Coming of Age in America: The Photography of Joseph Szabo” e comprenderà le opere di molte fotografie realizzate al Jones Beach State Park, dal 1969 al 2007.
Yeah.

Radiohead, The King of Limbs ben 11 mesi dopo

Thom Yorke

Thom Yorke

Il 2 gennaio 2012, orfano del 2011, essendo in ferie e non sapendo che cosa fare, mi sono incazzato e ho pensato che era ora di scrivere un post contro The King of Limbs dei Radiohead, a 11 mesi dalla sua pubblicazione. Sempre sul pezzo, Neuroni!
Perchè non si può non pensare nulla sul fatto che i Radiohead abbiano fatto uscire un disco così loffio, con sole 8 canzoni – abbiamo aspettato 4 anni dopo In Rainbows, la prossima volta, siate meno stitici! Così mi sono messo a ri-ascoltare a ripetizione The King of Limbs (in questo momento sul piatto gira Feral), forse anche perchè volevo dargli una seconda chance, non per forza però. Ora, più l’ascolto, più m’incazzo: sono giunto alla conclusione che è un album senza slancio.
So che se mai uno degli Déi che muovono il Mondo leggerà queste righe lancerà i suoi strali sul mio IP; so che l’album non è stato accolto come un capolavoro dalla Critica e che non compare in molte delle tradizionali dicembrine classifiche dei best del 2011 di siti e riviste (tanto che leggendole mi è venuto il dubbio: è uscito nel 2010 o nel 2011?); però so anche che nessuno l’ha stroncato senza mezzi termini; so inoltre che molti hanno parlato di quanto sia stato geniale il marketing pre-pubblicazione (basato sull’irreperibilità totale dei nuovi pezzi sul web e sul fatto che la notizia che l’album era pronto sia giunta all’improvviso e all’insaputa di tutti un pò come è successo ai tempi della Risurrezione di Cristo, l’opposto di quello accadde con In Rainbows, scaricabile a un prezzo a scelta già tempo prima dell’uscita ufficiale), strategia di marketing a contrasto di se stessi che non possiamo certo ignorare, ritenendola radioheadcentrica e funzionante, ma che non possiamo nemmeno anteporre alla musica; so, infine, che chi, da Kid A in poi, ha sempre distrutto la band, con The King of Limbs l’ha apprezzata per un motivo o per un altro. Ma, Cristo Risorto, come si fa ad apprezzarlo davvero?
Ricordo. Pablo Honey l’ho conosciuto interamente (a parte Creep) solo dopo l’uscita di The Bends, e l’ho sempre ritenuto un disco di un’ingenuità evidente. Di The Bends e Ok Computer (decisamente il miglior album dei Radiohead) invece mi sono innamorato subito, cosa che non è successa con Kid A che poi ha iniziato a piacermi perchè contiene Everything In Its Right Place, The National Anthem e Idioteque. Amnesiac mi ha lasciato un pò indifferente, così come Hail to the Thief. In Rainbows invece no, a partire da 15 Step, la prima traccia.
The King of Limbs ha incipit meravigliosi. Tralasciando quello poco eccitante di Bloom, partiamo da quello Morning Mr Magpie, in 4/4 ma dal taglio sghembo, e da quello pieno e arpeggiato allo stesso tempo di Little By Little. Proseguiamo con quello contorto di Feral e finiamo con quello di Lotus Flower e con quelli “ritmicamente” assimilabili di Separator e These Are My Twisted Words: tutti grandi storie (quello di Codex non è nulla di nuovo sul fronte sonoro dei Radiohead). Ma. Quali di questi incipit si evolve in qualcosa di davvero interessante? These Are My Twisted Words si gonfia, poi graffia e si sgonfia, poi si gonfia di nuovo (non sto parlando di un membro maschile anche se mi rendo conto che potrebbe sembrare) ma è l’unica canzone che segue un iter simile, nel senso di variegato nel suo andamento. Devo dire, parte della colpa va al cantato di Thom Yorke, quasi sempre cantilenante. Bloom si apre una volta, con fiati e canti di uccellini, poi si chiude con un loop troncato. Di veramente buono Morning Mr Magpie ha anche quella (credo) chitarra che incalza sotto e il charleston della batteria che segue il riff dell’incipit. Little By Little procede non male: è tutta uguale a se stessa e la sua brevità le permette di non annoiarci e di non farci pensare “Poi?!”.
Feral è una presa per il culo.
Lotus Flower non è un fiore di varietà di arrangiamenti ma ha una cosa che mi piace: Thom Yorke si è risvegliato, canta, non miagola. Altrimenti rischiava di diventare come Mariah Carey che a un certo punto della sua carriera ha smesso di cantare e ha iniziato a imitare un micio timido ma in calore. Yorke continua a cantare anche in Codex, dove il pianoforte a un tratto si unisce a un’atmosfera Blade Runner e Vangelis che spacca. Codex però è breve, troppo. Davvero si sente che qualcosa manca. Give Up the Ghost ci suggerisce che Jonny Greenwood sa ancora usare la chitarra in modo tradizionale: suonando un, seppur breve e ripetuto, arpeggio senza fronzoli. Piccola interruzione per Thom Yorke, che si lascia andare a un paio di lamenti, ma torna in Separator, che è sempre se stessa, senza variazioni se non poco oltre la metà, ma fa il suo sporco, ipnotico lavoro.
Tutte le canzoni si basano sulla ripetitività. Tutte hanno una base, spesso ma non sempre consistente nelle ritmiche di Phil Selway, che si trascina per quasi tutta la durata del pezzo…
Raccolgo le idee. In fondo, non è così male The King of Limbs. E io invece sono come tutti gli altri: non l’ho stroncato senza mezzi termini. Così gli Déi non mi cancelleranno dalla faccia della Terra. The King of Limbs gli slanci ce li hai in fin dei conti, a volte appaiono incompleti, ma li ha. Davvero These Are My Twisted Words ha una struttura unica nel contesto dell’album, ma gli altri 7 pezzi sono come un hula hoop che gira intorno alla vita di una ragazza e che si sposta di poco dall’alto al basso ripetendo sempre lo stesso movimento circolare. Affascinante, no?
Me meschino.