Radiohead, The King of Limbs ben 11 mesi dopo

Thom Yorke

Thom Yorke

Il 2 gennaio 2012, orfano del 2011, essendo in ferie e non sapendo che cosa fare, mi sono incazzato e ho pensato che era ora di scrivere un post contro The King of Limbs dei Radiohead, a 11 mesi dalla sua pubblicazione. Sempre sul pezzo, Neuroni!
Perchè non si può non pensare nulla sul fatto che i Radiohead abbiano fatto uscire un disco così loffio, con sole 8 canzoni – abbiamo aspettato 4 anni dopo In Rainbows, la prossima volta, siate meno stitici! Così mi sono messo a ri-ascoltare a ripetizione The King of Limbs (in questo momento sul piatto gira Feral), forse anche perchè volevo dargli una seconda chance, non per forza però. Ora, più l’ascolto, più m’incazzo: sono giunto alla conclusione che è un album senza slancio.
So che se mai uno degli Déi che muovono il Mondo leggerà queste righe lancerà i suoi strali sul mio IP; so che l’album non è stato accolto come un capolavoro dalla Critica e che non compare in molte delle tradizionali dicembrine classifiche dei best del 2011 di siti e riviste (tanto che leggendole mi è venuto il dubbio: è uscito nel 2010 o nel 2011?); però so anche che nessuno l’ha stroncato senza mezzi termini; so inoltre che molti hanno parlato di quanto sia stato geniale il marketing pre-pubblicazione (basato sull’irreperibilità totale dei nuovi pezzi sul web e sul fatto che la notizia che l’album era pronto sia giunta all’improvviso e all’insaputa di tutti un pò come è successo ai tempi della Risurrezione di Cristo, l’opposto di quello accadde con In Rainbows, scaricabile a un prezzo a scelta già tempo prima dell’uscita ufficiale), strategia di marketing a contrasto di se stessi che non possiamo certo ignorare, ritenendola radioheadcentrica e funzionante, ma che non possiamo nemmeno anteporre alla musica; so, infine, che chi, da Kid A in poi, ha sempre distrutto la band, con The King of Limbs l’ha apprezzata per un motivo o per un altro. Ma, Cristo Risorto, come si fa ad apprezzarlo davvero?
Ricordo. Pablo Honey l’ho conosciuto interamente (a parte Creep) solo dopo l’uscita di The Bends, e l’ho sempre ritenuto un disco di un’ingenuità evidente. Di The Bends e Ok Computer (decisamente il miglior album dei Radiohead) invece mi sono innamorato subito, cosa che non è successa con Kid A che poi ha iniziato a piacermi perchè contiene Everything In Its Right Place, The National Anthem e Idioteque. Amnesiac mi ha lasciato un pò indifferente, così come Hail to the Thief. In Rainbows invece no, a partire da 15 Step, la prima traccia.
The King of Limbs ha incipit meravigliosi. Tralasciando quello poco eccitante di Bloom, partiamo da quello Morning Mr Magpie, in 4/4 ma dal taglio sghembo, e da quello pieno e arpeggiato allo stesso tempo di Little By Little. Proseguiamo con quello contorto di Feral e finiamo con quello di Lotus Flower e con quelli “ritmicamente” assimilabili di Separator e These Are My Twisted Words: tutti grandi storie (quello di Codex non è nulla di nuovo sul fronte sonoro dei Radiohead). Ma. Quali di questi incipit si evolve in qualcosa di davvero interessante? These Are My Twisted Words si gonfia, poi graffia e si sgonfia, poi si gonfia di nuovo (non sto parlando di un membro maschile anche se mi rendo conto che potrebbe sembrare) ma è l’unica canzone che segue un iter simile, nel senso di variegato nel suo andamento. Devo dire, parte della colpa va al cantato di Thom Yorke, quasi sempre cantilenante. Bloom si apre una volta, con fiati e canti di uccellini, poi si chiude con un loop troncato. Di veramente buono Morning Mr Magpie ha anche quella (credo) chitarra che incalza sotto e il charleston della batteria che segue il riff dell’incipit. Little By Little procede non male: è tutta uguale a se stessa e la sua brevità le permette di non annoiarci e di non farci pensare “Poi?!”.
Feral è una presa per il culo.
Lotus Flower non è un fiore di varietà di arrangiamenti ma ha una cosa che mi piace: Thom Yorke si è risvegliato, canta, non miagola. Altrimenti rischiava di diventare come Mariah Carey che a un certo punto della sua carriera ha smesso di cantare e ha iniziato a imitare un micio timido ma in calore. Yorke continua a cantare anche in Codex, dove il pianoforte a un tratto si unisce a un’atmosfera Blade Runner e Vangelis che spacca. Codex però è breve, troppo. Davvero si sente che qualcosa manca. Give Up the Ghost ci suggerisce che Jonny Greenwood sa ancora usare la chitarra in modo tradizionale: suonando un, seppur breve e ripetuto, arpeggio senza fronzoli. Piccola interruzione per Thom Yorke, che si lascia andare a un paio di lamenti, ma torna in Separator, che è sempre se stessa, senza variazioni se non poco oltre la metà, ma fa il suo sporco, ipnotico lavoro.
Tutte le canzoni si basano sulla ripetitività. Tutte hanno una base, spesso ma non sempre consistente nelle ritmiche di Phil Selway, che si trascina per quasi tutta la durata del pezzo…
Raccolgo le idee. In fondo, non è così male The King of Limbs. E io invece sono come tutti gli altri: non l’ho stroncato senza mezzi termini. Così gli Déi non mi cancelleranno dalla faccia della Terra. The King of Limbs gli slanci ce li hai in fin dei conti, a volte appaiono incompleti, ma li ha. Davvero These Are My Twisted Words ha una struttura unica nel contesto dell’album, ma gli altri 7 pezzi sono come un hula hoop che gira intorno alla vita di una ragazza e che si sposta di poco dall’alto al basso ripetendo sempre lo stesso movimento circolare. Affascinante, no?
Me meschino.

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