The Human Face, Shipping News: pezzone del secolo

Fotta. Fotta totale. Fotta + il nome del gruppo, del film, della cosa che piace. Questo è il nuovo modo di dire che i ragazzi neanche giovani, ma di una certa età, usano. Non è una parolaccia, anche se sembrerebbe, è una roba che si dice. E allora la uso anch’io. Fotta Shipping News, fotta Flies the Field. E questa è proprio una fotta da una certa età. Devo ammettere che tutto è partito da un evento molto triste, la morte di Jason Noble (qui), il 5 agosto. Quel giorno ho tirato fuori un pò di cd che da ignorante (bisognerebbe sempre ripassare, di continuo) non ascoltavo da un pò. Tra questi, Flies the Field degli Shipping News. Siamo nell’anno 2005. Ragazzi che bomba. Lo è ancora.
E dentro a Flies the Field c’è The Human face, canzone numero 4.

La chitarra fa tutto. Nell’arpeggio iniziale ti fa venire una malinconia che ti spezza. Poi tira fuori un giro con un ritmo così pulsante che pensi di non aver mai sentito una cosa così, ancora adesso. Il cantato è una cantilena, opposta al groove strumentale che ci sta dietro: la dicotomia, ormai irrisolvibile perchè incisa e non più possibile ahimé dal vivo, è quello che innesca tutto. Per questo, Flies the Field è un pezzo del secolo. Non il pezzo del secolo, ma un. Non so chi altro c’è nella classifica, ma questo c’è di sicuro.

The Power of Rock 2, incontri ravvicinati del tipo dark glitter

Trovo piacere ultimamente nel sorseggiare il succhino di mela della Selex. Purtroppo la vita non può essere solo un piacere. Non fa piacere per esempio tagliarsi sotto a un piede con una cozza al mare; non fanno piacere l’incomprensione e l’incomunicabilità; non fa piacere rimanere scontenti dopo aver visto un film, così come non fa piacere la disillusione. Anni fa Dido ci deliziava con la sua dolce voce con canzoni ultrafamose in tutto il mondo ma altrettanto semplici e quasi banali, comunque piacevoli. Più o meno nello stesso periodo, Goldfrapp, uscita o quasi dal trip Tricky, dava alla luce il suo secondo album Black Cherry (2003). Non so perchè ma lo ricordo come un disco allora validissimo. Ma se dovessi riascoltarlo adesso, con il saggio senno di poi, non ne avrei voglia. Solo un anno prima era uscito il molto più apprezzabile (ancora oggi), molto più eroina We Are Science di Dot Allison: ecco cosa ci voleva in questi giorni, per farmi capire perchè ascoltavo certe cose. Senonché, preso dalla voglia matta di trovare qualcosa di simile ma più attuale, ho ascolato, fidandomi delle voci, One Second of Love di Nite Jewel. Mai cosa fu più sbagliata. Ecco allora che il secondo appuntamento con The Power of Rock diventa anche l’occasione per citare la pericolosissima deriva musicale dell’elettro pop verso un dark posticcio, rappresentata dagli Austra et similia, band seguite da nuovi strani intellettuali in pantacalze ghepardate che gridano al miracolo ogni volta che sentono un ritmo elettronico con uno sputo di anni ’80, mentre si trovano di fronte all’ennesima cacata in tuta dark con brillantini. Generalizziamo, si.
Scrolliamoci di dosso i brllantini e torniamo in noi, ho pensato poi in questi giorni. Di piacevole ascolto si parla quando si parla dell’ultimo dei Dirty Projectors, Swing Lo Magellan. Si tratta in effetti di una cosa che non c’entra nulla con ciò di cui si è parlato sopra, ma è uno di quegli album che fa allargare i bronchi e passare alcuni dolori, in grado sia di compiacerti un pò con passaggi che di più vecchi non ce n’è (la chitarra in Offspring Are Blank) sia di appoggiarti la mano sulla spalla con suoni d’altri tempi e ricordi solo un poco lontani (Swing Lo Magellan). Just From Chevron ha però un sapore nuovo, ed è in questi momenti che pensi che per fortuna ci sono dischi così: con un obiettivo, comporre e suonare in modo anche irregolare, ma melodico e personale. Maybe That was It è il pezzo più dondolante dell’album, un vero bjoux. Tra l’altro, i Dirty projectors hanno una discografia densissima (11 uscite dal 2003). Suona in modo assolutamente originale The socialites, un incrocio tra una canzone scema e una più che seria scrittura d’autore. Sentite come canta lei. Ultima canzone citata, che merita un applauso per la base bizzarra e i cori femminili molto ben piazzati: See What She Seeing.
Simili vaccate, ma sincere, potrebbero essere scritte anche per Huh? degli Spiritualized. Huh? è solo un pò più hard a tratti, ma ugualmente attaccato al passato con una spinta a un futuro decisamente impreciso. Jason Pierce un pò si è trasformato, un pò no. L’album è solo un pò forzato e quindi dopo l’entusiasmo iniziale per Hey Jane (forzatura cool e instopabili in stile Black Keys) o l’adorabile pinkfloideggiare di Mary e Get What You Deserve, subentra un pò di stufa. Non ditemi che non è una marchetta gigante Headin’ For The Top Now. Quella di Too Late rimane comunque una melodia ruffiana ma indimenticabile; e, per gli amanti di Sparklehorse e tiraggi folk anni ’90/’00 c’è la splendida Freedom.
Per chiudere in bellezza, e ritornare un pò ai suoni fake di cui agli Austra, ecco che arriva sulla nostra scrivania Red Night di The Hundred In The Hands, che pare eccitante e sopra le righe sin da Empty Station, canzone di apertura. A cosa vi fa pensare un pezzo come Come With Me? A niente in effetti… ma probabilmente loro (The Hundred In The Hands) sono contenti. La percezione è strana, perchè sembra di ascoltare del rumore sottovuoto. Ci sono passaggi più completi di quelli sentiti in passato e in quest’anno di esplosione elettro dark glitter (Keep It Low e Stay The Night), che rendono anche piacevole l’ascolto, ma poi scendiamo di nuovo nel baratro con i dududududu du du du di SF Summer. Sono un limitato, non è roba per me.
Ecco perchè The Power of Rock ha sbagliato. Scendendo a compromessi con simili realtà musicali non si ottiene che schifo. The Power of Rock ha deluso questa volta, e siamo solo all’episodio numero 2. Figuriamoci che futuro. Però sentitevi Swing Lo Magellan, che viaggia su livelli ben più alti.

Altro che bello e buono a ‘sti babbi gli dò fuoco, Niente da dirti di Moder

“Non conta fare sogni se ogni volta resti sempre più deluso/il conto non è ancora chiuso/aspetto il colpo a pugno chiuso”. Questa è la profondità di Moder. Le parole si ripetono conta-conto-chiuso-chiuso e si crea un circolo che ti entra in testa di prepotenza.
“Lo sai che siamo fuori dall’ordinario/Assen e Moder questo è il suono del massacro/se non ti piace allora fuori di qua/ma se ti piace resta sotto e fallo sentire in città”. Questa invece è la sua potenza, sulla forza che un suono può avere.
“Volevi il rap fresco/io non te l’ho portato/ma ti ho fatto un affresco/con il sangue che ho sputato/(…)/Non far lo spiritoso/sto rapper sta loco/altro che bello e buono a ‘sti babbi gli dò fuoco”. E questo è quanto è incazzato.
Sarebbe meglio che tutti ascoltassero e sentissero come girano le rime e come gira la musica in questo mixtape Niente da dirti (datato 2011) di Moder.
Moder fa parte de Il lato oscuro della costa (ravennate e romagnola, check: www.myspace.com/latooscuro), gruppo hip hop attivo dal 2003, insieme a Max Penombra, Tesuan, DJ Nada. Tre sono gli album del Lato oscuro della costa: Il promo, Artificious, Amore Morte Rivoluzione; Kill the Vultures è uno dei nomi che spicca tra le sue collaborazioni. Non ce ne frega se nel 2010 Il lato oscuro ha aperto un concerto di J AX, ce ne frega di come sfonda le casse.
Ma siamo qui per Moder. “Tieni la bocca chiusa/tanto è solo una scusa/tra chi vive la vita/e chi l’accusa/Solo notti insonni/perso nel delirio dei miei sogni/penso a te che non ritorni/dimmi perchè non dormi mentre sfogli/l’album dei ricordi/tra quanti giorni storti gli altri son passati e non ci siamo accorti”. Questa è Notti insonni, che ha un respiro internazionale, una melodia splendida e un testo sull’amore e la vita. Dunque, universale. Seguendo il filo, Grida più forte suona esattamente come dovrebbe suonare l’Album del gruppo hip hop totale. Niente paura: il testo parla di disperazione e liberazione, la base vola ancora più alto, con una strizzatina d’occhio al trip hop, la voce femminile ha un’armonia geniale.
A proposito, qui potete scaricare il mixtape. La tracklist è:
1. Dicono di no
2. Solo andata
3. Il suono del massacro feat. Lord Assen
4. Mai dire mai
5. Ricalcolo pericoloso
6. Notti insonni
7. Ancora feat. Tesuan.
8. Grida più forte
9. SOS Remix
10. Resta che parliamo feat. Lord Assen
11. Anche se lo sapessi
12. Al termine feat. Blodi B
13. Un po’ di strofe a caso

Spezziamo il ritmo (noi all’ascolto) e il sederino (Moder, al microfono) con Resta che parliamo. Poche melodie dolci (pochi pugnetti, come si dice), solo suoni duri, ammalati e assassini. Negativo, si, ma molto chiaro: “È un gioco a somma zero/non hai scelto che parteciperai/per un passo avanti ce n’è un altro indietro/il resto è l’illusione che ti fai”, così parla un ritornello che spezza un trito di parole con le rime più stridenti e cattive di tutto il mixtape. Insieme a quelle di Al termine.
Un’occasione per vedere Moder dal vivo è Black Sun, il concerto con i Uochi Toki all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, domani 23 agosto.
Ci sono ritmi che hanno la pretesa di dirti chissaché e non ti dicono nulla. E non è il caso di Moder. Ci sono invece strofe e ritmi che ti entrano dentro perchè, si, parlano di amore, morte, illusione della vita, difficoltà di cambiarla, più o meno merda che devi ingoiare, aggressività, aggressione, pessimismo e fastidio, ma anche perchè contengono batterie perfettamente calibrate con suoni in loop nei quali senti un mondo brutto, ma anche la bellezza e la potenza della reazione. Questo è Moder.