Se invece delle arti da giovani amassimo gli animali da cortile sarebbe più educativo, ovvero il ritorno del pollo romagnolo

Nel ‘400 in centro a Rimini c’erano orticelli in tutti gli angoli e 10 allevamenti di pesce. Si allevavano anche i polli e i colombi, oltre che il sempiterno maiale romagnolo. A un certo punto arrivarono anche le circolari dell’autorità che vietavano che le galline e i polli sgambettassero liberamente in città. Ma si produceva alla grandissima e si commercializzava pure. La commercializzazione del pollame era anche allora una consuetudine del resto. Si diceva in giro che se il padrone mangiava il suo pollo, o era ammalato il pollo o stava male il padrone. Sulle tavole atterravano tante cose, ma di pollo se ne mangiava in quantità industriali, anche per le sue caratteristiche nutrizionali.

L’allevamento era estensivo, a terra, all’aria aperta. I polli non erano costretti in gabbie infami. La carne era davvero nutriente, perchè tirava su tutte le bontà della terra e dell’ambiente in cui cresceva. Mica come i polli che mangiamo oggi, quelli presi a fettine o interi al supermercato, che crescono sul cemento culo contro culo in capannoni grandi ma molto piccoli perchè loro sono talmente tanti, talmente numerosi, che il loro spazio vitale è ridotto al minimo. E le caratteristiche nutrizionali crollano.
Strano, ma ho riflettuto. Che cosa mi insegna andare a un concerto, ascoltare un disco della band migliore del Mondo o vedere un film del regista più cazzuto della Terra? Vedo e sento le esperienze degli altri e imparo, sì, ma indirettamente. Vengo educato all’ascolto, alla visione, alla critica, alla non critica o cose così. Ma se qualcuno mi spiega il ciclo produttivo del pollo romagnolo so cosa finisce nel mio panciotto. La cosa è più diretta. Allora, pensavo, come sarebbe se fosse un pò più diffusa tra i giovani la cultura del pollo romagnolo? La cultura del pollo locale insomma, in qualsiasi posto si trovi uno. Invece che ai concerti o al cinema, andremmo a vedere conferenze sui polli, conferenze che oggi come oggi sono già piene quando le fanno, e non so se ci prenderebbero a vederle in massa a noi giovini, perchè l’età media è elevata. Però sono piene.

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Il mercato degli avicoli è importantissimo, in scala globale: di tutta la carne che consumiamo, gli avicoli costituiscono una bella fetta. Naturalmente, anche il suino e il bovino hanno una presenza imponente sul mercato. Gli avicoli sono tanti. Pollo, tacchino, anatra, faraona, piccione, oca, quaglia… Questa può essere una classifica dei consumi, anche se le carni citate, dal tacchino alla quaglia, vengono consumate soprattutto nei periodi festivi, perchè richiedono una lavorazione lunga.
Poi c’è la gallina a fine carriera. Una volta era molto buona per fare il brodo, oggi la gallina industriale a fine carriera perde di brutto, perchè non vive più nei campi, ma nei capannoni, s’intristisce e non è più buona come una volta. Certo, costa meno la gallina industriale, perchè per farla ingrassare serve un periodo di tempo più breve. Così è anche per il pollo: 60 giorni in batteria, 6 mesi a terra. Ma è cambiato anche il sapore del pollo: oggi è più tenero, una volta era più sapido e ruspante.
È cambiata anche la normativa. Fino a non molto tempo fa, vedere polli o galline allevate nei capannoni faceva venire i brividi: li si allevava in gabbie di 40 centimetri, 4 o 5 per gabbia. L’uomo, in condizioni simili, durerebbe pochi giorni, la gallina è un animale forte e dura di più. È come se noi dovessimo vivere per due mesi nel bel mezzo di un eterno concerto degli U2, come densità di persone da sopportare intendo. O come se dovessimo vedere a ripetizione Breaking Dawn in anteprima all’UGC, per due giorni di seguito.
La biodiversità è un tema sui cui vale la pena di argomentare: è fondamentale quando si parla di animali da cortile. In Emilia Romagna, per esempio, ci sono un sacco di razze di galline, oche, polli e tacchini, e una volta ce n’erano anche di più. L’oca romagnola era in tutta Italia (le oche del Campidoglio erano oche romagnole). Sono arrivate anche in Inghilterra, all’inizio del ‘900. Ma perchè? Perchè l’Emilia Romagna era così ricca di razze avicole? Perchè era zona di passaggio migratorio, adatta all’attuazione del processo di domesticazione degli animali autoctoni. “Domesticazione” vuol dire che da selvatici li si faceva diventare animali da piatto. Tutti, ma non i polli, perchè i polli non sono originari italiani ma vengono da lontano, dall’India. Questo succedeva al tempo di SPQR.
Il Medioevo è un brutto periodo, si sa, ed è un periodo in cui la biodiversità diminuisce, perchè diminuisce la popolazione umana. Nessun problema però, perchè le razze avicole sono in grado di generare biodiversità per mutazione, quando vengono a mancare i vincoli della natura. Nascono così le galline col ciuffo, le galline con 5 dita e le galline che depongono uova rosse.
A proposito di biodiversità, la razza del pollo romagnolo presentava tante livree diverse, molto interessanti da un punto di vista genetico. Siamo venuti a conoscenza delle varie livree perchè sulla razza è presente un’iconografia molto diffusa, grazie alle cronache dell’epoca e agli studiosi e appassionati di polli romagnoli. I ravennati, pare, erano particolarmente appassionati.
Il pollo romagnolo è molto diffuso fino al 1960. Però, una delle sue caratteristiche più interessanti, la biodiversità molto spinta, a un tratto diventa un problema: era troppo diversificato ed era troppo difficile fare una selezione per chi lo allevava. Il ’60 segna lo spartiacque: dopo quell’anno il pollo romagnolo non viene quasi più allevato ma conservato solo a scopi espositivi e amatoriali. Inoltre, con il passare del tempo, il contadino si persuade che il pollo industriale, già diffuso alla fine degli anni ’50, era molto più produttivo, e abbandonò il pollo campagnuolo.
Ma nel 1997 fu individuato un allevamento che tirava su i polli romagnoli. Il contadino andò in un ricovero e i polli (circa 30) furono portati all’Università di Parma, da dove si riprodusse, in semplici incubatrici o con metodo estensivo nelle fattorie, una stirpe che è arrivata fino a oggi. Per i mammiferi, quando la numerosità si riduce, insorgono problemi genetici che rendono molto difficile la riproduzione. I polli e le galline sono invece molto più resistenti e, in più, hanno un tasso riproduttivo altissimo: in un anno una gallina può fare 100 o 200 uova. Così, lentamente, si è preparato il terreno al ritorno del pollo romagnolo ruspante. Questa razza era stata sradicata dal suo territorio, quasi non esisteva più. L’operazione di recupero dell’Università di Parma, durata anni, dal ’97 a oggi, l’ha fata ringalluzzire e oggi il pollo romagnolo (intendo, con “romagnolo”, ruspante) comincia a tornare sui piatti. Ma attenzione, se uno è fraudolento e vi vende un pollo dicendovi che è romagnolo ma siete in dubbio che non lo sia, potete smascherare facilmente il truffatore grazie a un sistema di tracciabilità che vi può dire “si, è un romagnolo” o “no, non lo è”. E’ giusto riconoscere la biodiversità ed è giusto garantire la qualità del pollo allevato a terra, che costa di più, ma è più buono.
In origine, quando il pollo era ruspante, YouTube non esisteva. Riteniamoci fortunaci: ci hanno quasi tolto il vero pollo rosso e sapido ma in cambio ci hanno dato YouTube. E adesso che sò cosa mangio*, festeggio, accendo YouTube.


* L’ho imparato grazie alle relazioni di Oreste Delucca e Alessio Zanon nel corso della serata dedicata agli animali da cortile, organizzata a Santarcangelo di Romagna il 30 novembre.

No all’horror vacui – The Evens, The Odds per Dischord Records

Yo Danelectro

The Evens sono Amy Farina e Ian MacKey. Ian MacKey è il mito, ex Minor Threat, ex Fugazi, ex un sacco di altre robe da chiodi. Amy Farina è sua moglie. The Evens hanno fatto tutto con la Dischord Records: nel 2005 S/T, quello con l’elefante in controluce in copertina, nel 2006 (ricuttato nel 2010) Get Evens, nel 2011 il 7” 2 Songs e nel 2012 (out 20 novembre, da poco) The Odds, quello con il bambino in controuce in copertina. The Odds è stato registrato negli studi Inner Ear di Don Zientara. Amy Farina suona la batteria, Ian MacKey la chitarra baritono – gran Danelectro. Tutti e due cantano.
Hanno un figlio piccolo, che si chiama Carmine, quello in controluce in copertina.
La breve lista degli album di The Evens comprende cose potenzialmente inaffrontabili. Una chitarra e un batteria da sole possono generare un disastro. Ma la chitarra e la batteria a volte non sono sole: la chitarra si fa sentire due volte, sovraincisa (Wonder Why, This Other ThingWarble FactorLet’s Get Well). Ma quando non ci sono sovraincisioni, The Odds ci fa capire ancora una volta che una chitarra baritono può riempire vuoti cosmici, contro l’horror vacui, contro la demolizione (quella spiacevole) della stabilità (quella piacevole). Broken Finger è lì per questo, e anche Let’s Get Well, a riprova che una canzone può essere un sacco di cose insieme. Tra l’altro, Broken Finger ha un coro da paura. Come anche Architects Sleep.
Anche questa volta, anche The Odds, in nuce compreso nella lista delle cose potenzialmente inaffrontabili, ma non ex usu, vince. Anzi trionfa. Una chitarra e un batteria da sole possono generare un disastro, ma anche una cosa grande, perchè si moltiplicano in un modo o nell’altro, pista su pista oppure no.
In Competing With The Till fanno capolino però una trombetta e un piccolo pianoforte. Addirittura.
Mai avrei pensato di ricordare i Fiery Furnaces ascoltando un “prodotto” di o con Ian MacKey, ma This Other Thing ha la raffinatezza proprio di Bitter Tea.
Ian MacKey e Amy Farina si punkeggiano, jazzano, emoeggiano, crossoverizzano e, per giunta, si timbuckleyzzano. A volte fanno dell’hard core bossanova, senza utilizzare sempre o esplicitamente i tempi sincopati della bossanova, ma richiamandone le melodie e le atmosfere. Tutto questo e le piccole imperfezioni alla batteria (Architects Sleep) fanno parte di un disegno in cui il punto non è smontare il ritmo e le regole, stabilite con gli album precedenti e solide, o creare cacofonie o cacate volutamente non curate, ma far correre gli strumenti e le voci facendo sì che tutto abbia uno stile definito: i suoni semplici, radicali, ma calibratissimi; gli stacchi sgaffi infilati dove devono essere infilati; la creazione di ritmiche che si trascinano e poi cambiano e menano, adesso cantilena, adesso no; il cantato imponente e talvolta quasi spoken word.
Volendo venire alla faccia impegnata di The Evens: Wanted Criminals recita “Jails in serch of prisoners”. Con poche bastarde parole si può creare un testo poetico secco come l’asfalto d’estate, alla facciaccia delle care metafore.
C’è anche la ballata (Timothy Wright) se così vogliamo chiamarla perchè ha un ritmo più dolce, un coretto da innamorati e un falsetto di Ian MacKey che vale oro.
E, lunga vita alla Danelectro.

(streaming su sentireascoltare.com)

Topsy the Great, l’intervista: arriva la bestia rumorosa

Bando alle ciance tutte nostre che di solito sbrodoliamo su queste paginacce e spazio a chi si sbatte per fare un po’ di musica. È arrivata l’ora dell’intervista. Questa è la nostra prima e l’abbiamo fatta con Topsy the Great, un power trio che porta nelle casse dello stereo il suono della bestia rumorosa che risiede in noi. Il primo ep omonimo con sette tracce l’hanno fatto uscire nel 2009, il secondo, Vol. II (5 tracce), nel 2010. Il loro primo disco è uscito nell’ottobre 2012, si chiama Steffald ed è realizzato da FromScratch Records e Santa Valvola. FromScratch è viva dal 2002 ed è l’etichetta con il sito dalla grafica più simpatica e indiavolata del web. Produce cose decisamente fighe, curiosate nel sito. Ringraziamo Peppe di FromScratch per avere fatto da ponte con i Topsy. E grazie anche e proprio a loro, ai Topsy, per aver simpaticamente dialogato con noi. Si va.

Domanda della genesi: quando e come sono nati i Topsy the Great?
Abbiamo cominciato a suonare insieme alla fine del 2008, senza tanti progetti o premeditazioni. L’intenzione era quella di suonare senza avere un cantante e fare cose che ci divertissero. Ci siamo conosciuti prima di questo “inizio”, condividendo alcuni palchi locali con le nostre esperienze in gruppi precedenti. C’era un’affinità di fondo identificabile nel rumore.

Lalboom è la canzone che apre il vostro primo album, Steffald. È un inizio fulminante, i suoni metallici e la ripetitività sono l’esempio perfetto di come si possano coniugare la ricerca e la tradizione del punk rock. Alcune volte, in Steffald, pare ci sia equilibrio tra le due cose, altre volte o una o l’altra vince alla grande. Rispetto al disco, secondo voi è un’impressione giusta o sbagliata? Ah, e complimenti per il video di Lalboom, veramente liberatorio, alla fine.
Grazie per aver apprezzato il video, da molte delle persone alle quali lo avevamo fatto vedere prima di farlo uscire veniva obiettata una carenza di cose tipo “non vi si vede suonare” e “potrebbe essere più a tempo”; sentirci dire che invece può essere un lavoro valido ci rinfranca e rinfranca la fatica di chi lo ha fatto. Per quello che riguarda l’equilibrio tra punk (intesa come attitudine) e ricerca, non sappiamo dirti in che modo riusciamo ad amalgamare il tutto; facciamo che il punk rappresenta per noi  una via per poter liberare con sincerità e franchezza quello che sentiamo. La ricerca, o meglio il fatto che quello che facciamo venga percepito anche come ricercato, non è una cosa che ci imponiamo, è un risultato instabile in cui anche la melodia dialoga con la scompostezza e il rumore.

Alcune canzoni hanno una freschezza incredibile, mi viene in mente Slurp. È perché sono immediate. Cioè: ci vuole un poco per sentire le diverse sonorità e soluzioni, ma tutto è molto vero, e anche un po’ truce. Come si fa a ottenere un risultato così, profondo e spontaneo allo stesso tempo? Come si articola, in fase di registrazione, la realizzazione dei pezzi?
Molto probabilmente andremo fuori tema ma ti raccontiamo (male) come facciamo a fare una canzone di solito. Ci troviamo, parliamo un po’ di cose normali ed extramusicali, montiamo le cose per suonare e iniziamo. Può succedere (ma non è sempre così) che qualcuno abbia pensato qualcosa, un riff o un tempo di batteria, ce lo raccontiamo come meglio ci riesce e cominciamo a suonare quella cosa. Dopo un po’ che suoni, senza jammare, succede che quello che suoni cambia (per i motivi più svariati che non sappiamo dire). Prendiamo un cambiamento che ci piace, se ce lo ricordiamo, e lo mescoliamo a tutto. (Questo racconto si esaurisce qui: ci rendiamo ora conto che è molto ovvio quello che stiamo dicendo, ma è davvero quello che succede: è tutto naturale). Per quello che riguarda la registrazione, arriviamo in studio con i pezzi già pronti; il lavoro di “pre-produzione” viene fatto su un registratore a cassette.

Torno un attimo sul video. Si vede un signore, con i capelli ricci, seduto sugli scalini di un monumento, che scuote le mani al ritmo delle rullate della batteria… Sicuramente mi sbaglio ma mi pare di averlo già visto. Ora, non sapevo se farvi questa domanda perché un po’ mi dico avrai sognato, ma alla fine la faccio. Mi potete dire chi è quel signore così mi tolgo definitivamente il tarlo? Ho letto alla fine del video i ringraziamenti a due persone ma non le conosco. È possibile che io abbia già visto quell’uomo da qualche parte e non ne conosca il nome o ci sono definitivamente rimasto?
Quel signore si chiama Francesco Massei (“un ciccio tosto” cit.) ed è un amico della persona che ha fatto il video. Forse lo hai già visto, chi lo sa… ci speriamo.

Chi ha montato il video?
Il video l’ha montato la stessa persona che l’ha girato, ossia Fabio Lombardi, che ringraziamo per la passione e tutte le idee: quando gli abbiamo chiesto di farlo l’unica cosa che avevamo in mente era una persona a cui vibra la mano perché in realtà è un cellulare e Fabio ha fatto tutto quello che hai visto (Francesco Massei compreso).

Il fatto che i vostri pezzi siano strumentali può far venire alla mente diversi gruppi. Trovo però che il vostro modo di suonare (e questo viene fuori moltissimo in Steffald) sia diverso da ogni altra cosa. Per esempio, vi hanno accostato spesso ai Lightning Bolt, ma il vostro suono è nuovo rispetto al loro. Cosa ascoltate ultimamente? Quali sono i vostri gruppi totem?
Prima di rispondere ti dobbiamo dire: grazye. Adesso possiamo rispondere. Cominciamo con cosa ascoltiamo ultimamente. Ascoltiamo, secondo una breve indagine del momento, i Ronin, i Black Moth Super Rainboiw e Zedd. I nostri gruppi “totem” potrebbero essere: i Fugazi, i Black Sabbath, i Sonic Youth, i Big Black e i Black Flag.

Dal vivo rendete benissimo, siete diversi rispetto all’album, quando vi ho sentito ho apprezzato tantissimo la botta. Steffald ha molto del suono live, ma nel nuovo album avete catturato meglio, rispetto ai concerti e a Vol.II, la dimensione artigianale e la ricerca sul suono, per tutti gli strumenti. Come e quanto avete lavorato in sede di produzione?
Come ti dicevamo prima, la nostra pre-produzione è merito di un registratore a cassette. Vol. II lo abbiamo registrato da soli, con una scheda audio a otto canali, è venuta fuori una cosa. Quella cosa ci è piaciuta, tanto che ci abbiamo fatto un ep e abbiamo cercato di farla quasi uguale anche dal vivo. Steffald lo abbiamo registrato e mixato in quattro giorni, in presa diretta analogica: il fatto che suoni diverso è merito dei nastri e di una strumentazione reale a livello di prese, c’erano più di otto canali.

Siete in tre. Vorrei che ognuno di voi mi desse una risposta. Quali sono i pezzi che non vedete l’ora di suonare dal vivo? Io personalmente non vedo l’ora di sentire Ciro Pasticche, ha cambi di tempo spettacolari.
Quando suoniamo la voglia è un po’ in tutti i pezzi, ci sono brividi un po’ diversi per noi quando suoniamo Lyndia o Usduk, che sono pezzi nuovi, non inseriti in quella che è la scaletta del disco. Cose verso Fampor insomma.

La scena musicale indipendente italiana è piuttosto viva, grazie a band e a etichette che fanno un lavoro che se nessuno lo facesse bisognerebbe farlo fare a qualcuno. La vostra etichetta è FromScratch, ed è una di queste. Per voi che ci siete dentro, qual è lo stato di salute della musica indipendente italiana?
Noi, se ci siamo dentro, speriamo che stia almeno bene; se invece proviamo a immaginarci di esserne fuori ti possiamo dire che la salute della musica indipendente italiana è un mistero. Un mistero vasto. Tralasciando il significato della parola indipendente, misterioso come la questione della salute, succede che in Italia, accanto alla virtù del semplice suonare ci sono un sacco di necessità manovrate da terzi. I gruppi e le etichette che vivono l’indipendenza italiana sono costretti a scontrarsi con tali necessità; di chi sia la colpa della creazione di questo sistema, non lo sappiamo. Per noi è importante capire, e riuscire a discernere, tra chi cerca di sollevarsi da questo disagio e chi invece lo cavalca abilmente.

Grazie ragazzi e… domanda classica di chiusura: dov’è che possiamo vedervi prossimamente dal vivo?
Dipende da quando questa intervista uscirà: a oggi, potreste vederci a Frosinone, alla Cantina Mediterraneo il 30/11; a Latina, al Sottoscala09 l’1/12; a Roma, al SinisterNoise il 2/12; a Macerata, all’OnlyfuckingLabels #2 Festival il 23/12; a Prato, al Cinema Terminale 28/12. Ne stiamo confermando altre su dicembre, se volete aggiornamenti contattateci pure. Grazie a te, a voi, a tutti per quest’intervista; ci siamo divertiti parecchio. Grazie per il sostegno che ci date, è stato un piacere incontrarvi (inconsapevolmente) a Santarcangelo. Grazie, a presto.
Abbracci,
Topsy the Great

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