RNDM, Acts – Sbadigliamo e rimettiamo la muffa su Peter Gabriel

RNDM, ActsI Pearl Jam mi piacevano perchè hanno fatto il secondo disco (VS, dopo Ten) più selvaggio della storia. Joseph Arthur all’inizio non mi piaceva perchè ero prevenuto e perchè era il pupillo di Peter Gabriel, ma poi ha iniziato a piacermi e il suo primo album Big City Secrets (Real World Records, 1997) in effetti aveva una saporognolo alla Mago (Peter) Gabriel ma anche un suo perchè, e piaceva anche a Michael Stipe. Mi ricordo di essermi innamorato di lui (di J.A. non di P.G. e neanche di M.S.) quando sentii cigolare il pedale della batteria in Come To Where I’m From (2000) che però sapeva (a volte) un pò troppo di Beck e Folk Implosion, quindi il mio amore fu breve e non troppo intenso, non perchè non mi piacessero Beck e i Folk Implosion (che avevano fatto uscire rispettivamente Odelay nel 1996 e Dare To Be Surprised nel ’97), ma perchè il loro suono era così loro che sentirlo provenire da un’altra entità mi colpiva le parti basse. Tra l’altro, che Dio mi fulmini perchè ho pronunciato nella stessa frase due robe come Beck e i Folk Implosion. Beck e i Folk Implosion non suonano alla stesso modo, ma Joseph Arthur alcune volte li affiancava, li metteva vicini.
Non ho mai comprato Come To Where I’m From perchè la copertina era troppo brutta.
Joseph Arthur era una mole di musica enorme, dentro c’erano anche un pò di Leonard Cohen e di Kurt Cobain, oltre che all’originalità nuova del modo di fare uscire i suoni come se fossero prodotti con strumenti del nonno con una flemma con cui solo un bradipo poteva competere. Questo lo differenziava veramente dai Folk Implosion, la flemma inguaribile. Ecco perchè mi piaceva Joseph Arthur. Comunque, in Big City Secrets Come To Where I’m From non ricordava MAI gli U2.
Richard Stuverud era il batterista dei (tra e dopo gli altri) Three Fish, quindi all’inizio mi è piaciuto poi però mi sono dimenticato di ciò che aveva fatto.
Gli RNDM sono Jeff Ament (basso dei Pearl Jam), Joseph Arthur e Richard Stuverud.
Non è possibile che Jeff Ament abbia pensato di mettere su un progetto nuovo in cui ha pensato di suonare il basso in quel modo, non è possibile che non avesse in mente altri tocchi, altre sensibilità. In Acts degli RNDM (uscito per Monkeywrench) il suo strumento è ovunque, è il basso invadente.
Non è possibile che Joseph Arthur abbia pensato di mettersi a cantare come Bono Vox, anzi molto meglio.
E non è possibile che non ci fossero brani migliori da cacciare sull’album: il singolo Walking In New York è favoloso, un umore sublime alla John Frusciante, per quasi tutto il resto sembra di ascoltare un disco indeciso se ricordare resuscitandolo il tempo andato del Grunge, anche di quello più tossico, o se scrivere e incidere canzoni senza troppo spessore. Facciamo una roba media, si sono detti, dentro ciondoliamo un pò tra i Brad della prima ora e altro (Modern Times) oppure facciamo un pò Mark Lanegan (Darkness, che potrebbe essere uno dei pezzi migliori dell’album) e un pò, horribile dictu, di U2 (What You Can’t Control è solo l’inizio). E infiliamoci pure un classicone da aprire il cielo, alla Baba O’Riley, come The Disappearing Ones. E poi andiamo avanti un pò come ci pare, perdiamo una grande occasione di fare un disco della madonna.
Hollow Girl riesce a dare una bella prosciugata anche agli Screaming Trees e un tocco di banale agli Alice In Chains (a proposito, avete sentito l’album degli Alice In Chains del 2009? Arrestateli).

Joseph Arthur miagola un pò in Look Out! (mai sentito miagolare Joseph Arthur) e poi non ci sono più ragioni di interesse. A meno che non vi vada di sentire un basso in preda alla crisi di mezza età. In effetti però sembra il basso dei Minutemen… Qualche lampo di chitarra rassicurante non basta a evitare il disastro.
Williamsburg a me non sembra una cosa seria e Letting Go Of Will è più stanca di uno sbadiglio.
Chiude l’album Cherries In The Snow, un arrangiamento classico per una strumentazione classica che riassume tutto Acts, mettendone però in discussione la bruttezza, riportandolo a un livello leggermente più alto rispetto alla maggior parte degli episodi, dopo Darkness Walking In New York, che a sole cinque canzoni di distanza sembravano già così lontane. Meno male? Boh. Acts riporta il suono di Seattle al 2012 davvero poco, con interpretazioni bizzarre e discutibili: non suona vecchio, suona superficiale e stanco.

Justin Timberlake è più simpatico di Clint Eastwood in Di nuovo in gioco

Justin Timberlake è senz'altro più simpatico di Clint Eastwood in Di nuovo in giocoCi sono quelle volte in cui i vecchietti ti fanno tenerezza, e ci sono quelle volte in cui li strozzeresti. Quando si tratta di vecchietti al cinema, di attori, ce ne sono pochi che li si andrebbe a vedere fino alla fine dei giorni. Con attori vecchietti intendo gente che siamo abituati a vedere con i capelli bianchi – che poi a un tratto spuntino fuori con la cute rosa-blu perchè hanno sbagliato la tinta, non importa. Tra i vecchietti cinematografici non sgodibili ci sono Michael Caine e Tommy Lee Jones. E c’è anche Clint Eastwood. Poi senz’altro ce ne sono altri. È strano che ancora non mi sia rotto le scatole del modo di fare di Clint, perchè lui è sempre il cowboy dalle palle di ghiaccio in fondo. Poi non ne voglio fare una questione politica perchè non è il caso. Simpatico è un’altra cosa. Però quando si pianta sullo schermo, o dietro, e in qualche modo partecipa alla produzione, alla regia o alla scrittura di un film è quasi sempre un successo. Ha fatto anche Hereafter ultimamente, il quale Hereafter non riesce a fare due passi senza barcollare, ma il resto dei film è una bomba. J. Edgar è l’ultima sua fatica da regista ed è ancora lì, come un film recitato benissimo, scritto benissimo, diretto ancora meglio. Sono convinto che tutte le volte che Clint se lo riguarda si compiace molto. Ma quando arriva il trucco di Leonardo Di Caprio si risente.
Come attore, Clint Eastwood è tornato, da poco, dopo Gran Torino, in Di nuovo in gioco, di Robert Lorenz (produttore di Ha prodotto Mystic RiverFlags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima), con Amy Adams, John Goodman, il figlio di Clint e Justin Timberlake. Timberlake si conferma un simpatico ragazzo.
Mi diverto molto quando Eastwood (qui Gus, talent scout del baseball) fa il burbero e crea intorno a sè, con due parole, il vuoto. Qui è alle prese con la vecchiaia, non simpatica, il contrario di Timberlake. La tragedia è dietro l’angolo per quello che ne sappiamo fino a un certo punto: Gus sta perdendo la vista e non riesce più a lavorare come prima. I padroni se ne accorgono, più o meno. Ma si percepisce quel moto di speranza che non sempre c’è, rappresentato per primo dall’amico Pete (John Goodman, altro grande vecchio sempre al top). La vittoria più bella di Gus comunque è quella contro Matthew Lillard (qui Phillip), lo squalo che gli vuole rubare il lavoro approfittando delle sue debolezze.
Chi invecchia male davvero è però Robert Patrick (alias Vince), il Terminator cattivo di Terminator 2. Non mi sento di dire che Clint Eastwood cammina sciancato e allora è messo peggio di Patrick: Eastwood cammina sciancato perchè la parte lo richiede, Terminator 2 ha finito di rigenerarsi dal metallo fuso e ora è rigido, rigidissimo.
Capitolo Amy Adams (Mickey). La sua storia in Di nuovo in gioco è la stessa del padre Gus: ha fatto scelte forzate nella vita, che l’hanno fatta stare bene ma non resa felice, perchè ha rinunciato a qualcosa, al baseball, per diventare avvocato rampante come voleva il padre. Gus dal canto suo ha rinunciato a lei per farsi gli strafatti suoi, e basta. È un livello inferiore e più egoista di rinuncia, ma è pur sempre un atto di rinuncia indesiderata. E mentre c’è ancora chi cerca nei film di Leone l’espressione migliore di Clint, Clint gliela fa qui, in questo film di secondarissima importanza, gliela fa quando guarda la figlia. E si apre un mondo. Un mondo che va da ieri a oggi, anzi ad Adesso! per dirla con Renzi: dall’occhio intirizzito di Per un pugno di dollari a quello piangente di questo Di nuovo in gioco, dalla chioma fluente di Brivido nella notte alla chioma bianca e spiluccata del talent scout di baseball. In Di nuovo in gioco c’è il risultato migliore di anni e anni di Clint. E guardate che è un risultato strabigliante. Era il capitolo Amy Adams ma ho parlato di Clint, perchè lui si rivela in lei, grazie a lei si rinvigorisce, nota le somiglianze ed è stranito, ma anche felice. E lei non è affatto male. Considerando poi che s’innamora di Justin Timberlake (qui Johnny) va tutto molto bene.
Capitolo Justin Timberlake. Quando dice a Mickey/Amy Adams “non sapevo di essere un ballerino nato” è un meta-personaggio da paura.
Per aggiungere una vaccata qualunque, si potrebbe dire che è un film sul cinema, perchè il circolo di vecchietti amici di Gus parlano di cinema e dicono cose brillanti tipo che The Rock è un attore più completo di Robert De Niro.
Per ovviare alla mancanza di tematiche cool, Di nuovo in gioco, il cui titolo italiano è triste come l’operazione che hanno fatto i distributori italiani sfanculando quello originale Trouble with the Curve, utilizza temi super classici, al pari della pizza. Il film è una botta di perfezione. Justin Timberlake non ci credeva, e infatti nella prima scena compare all’improvviso e poi scappa, ma poi risorge da se stesso, come la Fenice, e diventa il ragazzo simpatico. C’erano state le avvisaglie, quando nel 2010 aveva fatto la voce di Bubu in L’orso Yoghi.
Dimenticavo che lo sfondo di quasi tutto il film è la Nord Carolina e che quindi andare a vedere questo film al cinema è come mangiare una bistecca alta un dito, di carne buona.
Ma il figlio di Clint, chi è?

Noisy Punk Sub Pop, Wet Blanket dei Metz

Wet Blanket dei Metz (Sub Pop Records) dal vivo. Roba da chiodi. Dopo il 7” è uscito a ottobre il primo album, che si chiama solo Metz.