Elliot Smith live, puntata del Jon Brion Show – E cos’è il Jon Brion Show?

Oggi festeggio tre ritardi di Neuronifanzine. Il primo è un video (che gira già da ore su Facebook e che Freakoutmagazine.it ha già messo on line da altrettante ore) di un live rarissimo di Elliot Smith. Si parte con Son of Sam. Al secondo pezzo compare anche quella cartola di Brad Mehldau.
Il video in origine era un VHS, girato da Paul Thomas Anderson, che può piacere e può non piacere, e doveva essere la puntata pilota del Jon Brion Show, mai trasmesso. Jon Brion è quello accanto a Elliot Smith, è un produttore coi controcazzi (tra gli altri: Fiona Apple, Rufus Wainwright e Of Montreal… non sembra un tipo allegro da alcune sue produzioni e collaborazioni, ok, ma vedrete che è un simpaticone, quasi alla bolognese), all’occorrenza musicista con le palle, che aveva in testa di fare questo talkshow musicale.
Minuto 23:26, cover di Jealous Guy di John Lennon.
Nel 2013 sono già dieci anni che è morto Elliot Smith. Ci ha lasciato la sua discografia, la più triste, la più profonda. E che faccia. Ride, anche. Il polsino nero, mitico, ce l’ha. Tutto questo è sufficientemente bello.

Il secondo ritardo lo mettiamo su tra pochi minuti.

Vai nei negozi di dischi: Casa del disco Galletti, Faenza

Casa del disco Galletti, Faenza

IO! compro dischi in vinile da quando ancora i cd non esistevano, e ho visto tutte le stagioni della musica. IO, anche quando tutti dicevano che il vinile era morto, lottavo per la causa. Frequento negozi di dischi da quando mio zio mi portò per la prima volta in quella piccolissima bottega vicino al ponte, dove c’era un signore anziano espertissimo di anni ’70, un vecchio hippie che aveva fatto il Sessantotto. IO a casa ho 15.345 dischi in vinile. E mi ricordo che quando avevo 5 anni, c’era un negozietto vicino alla casa di mio nonno che aveva tutti i dischi dei Rolling, e c’era un amico di mio babbo che aveva tutti i dischi dei Beatles, ORIGINALI!, e mio babbo mi raccontava che da giovani lui e i suoi amici andavano sempre ad ascoltarli a casa sua. Ma sai quanto valgono adesso queis dischi?! Perchè, oggi, non è più come allora. Oggi si ascolta la musica con gli mp3, una volta ascoltare la musica era un rito, non lo si poteva fare mica dappertutto. Ascoltavi due gruppi, tre al massimo. Ecco, IO!, è da quando ho 5 anni che amo il vinile, il fruscio, il giradischi, la puntina, il piatto che gira, il suono caldo, le frustate dei dischi più ascoltati.

Casa del disco Galletti, Faenza

Casa del disco Galletti, Faenza

Cazzate. Ecco quello che non devi dire a uno squinzio se lo vuoi convincere che comprare dischi è bello e che il rock è meglio dell’aperitivo o della house o della dance che ascoltano lui e i suoi amici e con cui hanno sostituito l’hard core e il grunge e l’emo e tutti sti cazzi bellissimi, o (se si vogliono introdurre nel discorso cose potenzialmente ancora peggiori per piantarsi la zappa sui piedi) gli anni ’70 e la Swinging London. Diconsi squinzi tutti quei ragazzi (sulle squinzie non è possibile avere potere) tra i 12 e i 16 anni che non sanno che la musica si può comprare su un supporto e ti guardano come si guarda un pazzo quando gli fai vedere cd o peggio un vinile, non lo sanno e ti guardano così perchè quando sono diventati coscienti o sono andati alla ricerca di una passione da strizzare esisteva già il download e YouTube. Quindi non hanno nessuna colpa, sia inteso, sono squinzi nel e del loro tempo, come noi si era squinzi del nostro tempo quando la musica si ascoltava solo se si andava nei negozi e c’era un tipo che ti sotterrava di cd nuovi da ascoltare, lì seduta stante, perchè tutti potenzialmente ti piacevano, e tu ti facevi il tuo viaggio nel SoundCloud, inconsapevole che il futuro sarebbe stato proprio quello, solo su una scala non fisica (senza cd) e universale, per tutti, sull’internet.

Perchè 12 anni come estremo inferiore del range temporale che definisce gli squinzi? Perchè a quell’età circa incomincia a salirti la fotta, una qualsiasi. E perchè 16 anni? Perchè a 16 anni decidi se la scuola superiore ti ha fatto dimenticare la musica per la figa. In pochi riescono a coniugare le due cose, ad approfondirle entrambe e a non (semplicemente, solo) sfruttare la prima per ottenere la seconda.
Ecco quello che non gli devi dire, allo squinzio, per convincerlo che comprare un disco è bello: nè quello che è scritto sopra, tra la prima e la seconda foto, nè che il rock è meglio dell’aperitivo e della house o della dance che ascoltano lui e i suoi amici e con cui hanno sostituito l’hard core e il grunge e l’emo e tutti sti cazzi bellissimi, o (se si vogliono introdurre nel discorso cose potenzialmente ancora peggiori per piantarsi la zappa sui piedi) gli anni ’70 e la Swinging London.

Se vuoi convincere uno squinzio, parti già svantaggiato, perchè se lo devi convincere vuol dire che lui è già oltre e si piega ad ascoltarti solo perchè gli fai un pò pena. Per avere una possibilità di riuscire devi portarlo: portarlo o a un concerto dei Gazebo Penguins e fargli comprare Legna, o in un negozio di dischi.

Qualche giorno fa sono andato a Faenza, alla Casa del disco Galletti (casadeldiscofaenza.it) e ho comprato un disco del 1981. La cosa interessante è che quando entri una ragazza alla cassa ti saluta, e ti passa dalla testa il fatto che in un negozio di dischi ci possa lavorare solo un maschio che non ha voglia di averti lì. A parte l’Underground di Bologna in effetti di ragazze dietro un bancone di un negozio di dischi non mi sembra di averne mai viste, ma non sono stato in tutti i negozi di dischi del mondo e potrei sbagliare.

Alla Casa del disco Galletti trovi vinile usato a prezzi ottimi, vinile nuovo con un buon assortimento di novità e catalogo, generi diversi, per una buona soddisfazione di molti gusti. 7”, 33 giri, cd e t-shirt di alcune etichette indipendenti italiane hanno una parete tutta per loro, e questa è una cosa che fa onore a Galletti. Confezioni deluxe di album vari sono sparse un pò ovunque nel negozio e uno spazio speciale è riservato ai cd Nice Price, soprattutto roba anni ’90 e ’80, molte cose che farebbero vomitare tutti coloro che ora schifano la musica con cui sono cresciuti perchè sono gli intellettuali in calza maglia e i pionieri delle nuove musiche lisergiche e psichedeliche senza droga, ma cose che spesso sono perle del recente passato e che avere in casa accattandosele a un prezzo Nice non sarebbe proprio male per niente. Allo squinzio gli si potrebbe far vedere tutto questo e: o ti dice “Ti aspetto fuori mentre fumo una paglia” o sceglie definitivamente, per tutti gli anni di un futuro prossimo e limitato del tempo, la musica e non la figa. Poi, dopo, forse cambierà idea e non è mai una cosa buona: se passerà dalla figa alla musica sarà troppo tardi, se passerà dalla musica alla figa sarà impossibile. Ancora più tardi verrà travolto da una coda di paglia grande come una volpe e penserà che al posto della musica (o della figa) dovrà trovarsi una nuova passione, da adulto. Ma, comunque, per un pò di tempo l’hai convinto a compiere un atto di riconoscenza nei confronti delle band o dei musicisti che gli piaceranno: comprarne la musica.

Anch’io sono della generazione perduta, GENERAZIONE X, ma ho dei valori legati alla musica. Preferisco il vinile al cd, più o meno dal 1992, quando avevo 14 anni – quindi il range temporale ipotizzato sopra è perfetto e realistico. Il primo disco MIO, che ho comprato con la paghetta, è il singolo in picture disc di Midlife Crisis dei Faith No More, in una specie di succursale della Dimar che c’era (non c’è più, è scomparsa prima dell’avvento dell’mp3) nella mia città. Nonostante i prezzi fossero bestiali, ho un grande rispetto e un ricordo molto piacevole di quel posto. Nella stessa occasione ho comprato anche Ten dei Pearl Jam, ma ho detto prima Midlife Crisis perchè è meno anacronistico (sono un intellettuale in calzamaglia).

Dal 1992 mi piace sperperare così i soldi, una parte della paghetta o dello stipendio. Anche oggi che c’è la crisi, sono recidivo. Entrare in un negozio di dischi mi ha sempre dato una sensazione piacevole, mi fa sentire in qualche modo bene, e avere la possibilità di starci per ore mi rasserena. Come qualsiasi donna in un negozio di scarpe o borse belle, credo. Penso sia questo il motivo per cui continuo a frequentare i negozi di dischi e a lasciarci una parte del mio portafoglio. Magari la sera dopo non esco, così bevo qualche birra in meno. Continuo ad avere quella passione, anche se alcuni ridono, perchè hanno passioni più adulte, più utili, più concrete. Per una qualche legge non scritta è stato stabilito che a un certo punto devono estinguersi le passioni che avevi da adolescente e devi iniziare ad averne altre: non va bene trovare il tempo o spendere per ascoltare musica, ma va bene trovare il tempo o spendere per qualsiasi altra cosa da grande. Quindi, compri un disco o un cd e sei un bamba che non sa resistere (ecco la mia, di coda di paglia). Una volta ti sentivi contento, ora non dovresti più.
Molti hanno mille ragioni valide per deridermi, in rapporto al fatto che compro ancora dischi.

Casa del disco Galletti, Faenza

Casa del disco Galletti, Faenza

Non sono uno che non scarica. Impossibile non farlo se vuoi potenzialmente ascoltare tutto, TUTTO, chè tutto non si può comprare. Ma mi piacciono le edizioni vinile+cd+codice per scaricare l’mp3 perchè spendi 20 euro e puoi ascoltare musica in casa, in macchina, a piedi, senza rinunciare a togliere dalla busta il vinile e metterlo sul piatto. Mi piace scaricare roba indipendente e poi comprare a 8 euro un cd o un vinile sul sito dell’etichetta discografica, mi piace supportare gente che crede che la musica non sia una passione da adolescenti, o una roba da supermercato, ma una passione preziosa da alimentare, la gente che mette le chiappe sulla piastra del fuoco, le mette in gioco e porta avanti un progetto, come un’etichetta e una band indipendenti. Mi piace l’idea di avere una serie di dischi miei, in casa, non è feticismo, è la soddisfazione che ti dà la certezza che se vuoi ascoltare qualcosa lo puoi fare, non solo dal computer, ma da due casse che sbombano.

Moonrise Kingdom, portami un Wes Anderson e te lo scambio con un usato garantito

Moonrise Kingdom

Non sono un fan di Wes Anderson ma non sono neanche uno che lo sfancula. Anch’io dico le parolacce. Il Mondo non è diviso in chi ama Wes Anderson e chi lo odia, non è così importante come regista. Non lo dico per disprezzo, poichè in passato ho subito anch’io il suo fascino.

Il rigore formale, i personaggi definiti anche solo con i vestiti che indossano, il senso dell’umorismo sarcastico. C’è il momento in cui tutto questo ti affascina, il momento dei Tenenbaum, ancor più che del precedente Bottle Rocket, il momento in cui ti rifugi nel sollazzo un pò autocommiserativo di Anderson, dove si ride degli sfigati e ci si sente tutti parte di un’unica famiglia, gli Sfigati, e un pò ci si compiace di questo. Tutti come i personaggi di Wes Anderson, dei disadattati simpatici. Poi questo tempo finisce, almeno per molti, almeno per alcuni. E si va via dalla famiglia, perchè non c’è più sintonia. Certo, è un fenomeno che si verifica in diversi momenti della vita e nei confronti di tipologie diverse di persone: gli amici, la fidanzata, la famiglia di sangue, i colleghi di lavoro. Ma anche con i musicisti e i registi.

Gwyneth Paltrow e Luke Wilson in I Tenenbaum

Con Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore Wes Anderson non ha fatto nulla per evitare che i fan si allontanasssero, per evitare di perderli. Non è cresciuto, rimanendo vincolato sempre allo stesso atteggiamento. Se i Ramones hanno fatto o i Dinosaur Jr fanno sempre la stessa canzone, Wes Anderson fà sempre lo stesso film. Cambiano i personaggi, cambiano le storie ma il punto in cui lui ci vuole colpire è sempre lo stesso: vuole andare a solleticare l’angolo dolce e nerd della nostra sensibilità artistica e cinematografica. Bottle Rocket, Rushmore e I Tenenbaum sono il periodo d’oro di Anderson. Capivo tutto della sua poetica, la musica era in sintonia con i miei pensieri, le immagini tanto calibrate e studiate da mettere ordine anche nel mio cervello, limitatamente al tempo in cui il film durava, i personaggi erano per me tutti eroi.

Avventure_acquatiche_di_Steve_Zissou

Poi qualcosa si è inclinato, con Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Ho iniziato a frequentare persone diverse, ho trovato un lavoro stabile, sono andato a vedere Zissou e qualcosa mancava, non c’era più quella simpatia automatica sulle atmosfere che c’era stata. Cosa incredibile, io mi ero evoluto, Anderson e chi per lui avevano fatto passi da gigante per la fotografia e la messa in scena, ma i personaggi e la storia, seppur più avventurosa, rocambolesca e al di fuori della realtà di tutti i giorni, rispetto alle precedenti non aggiungeva niente. Sempre carino, sempre costruito alla perfezione, con dialoghi perfetti, calibrati parola per parola con un’attenzione eccezionale (nel senso di non tanto comune in fondo, o almeno non così esplicita ed evidente in tutti gli Autori che certamente calibrano per filo e per segno tutte le battute), sempre con sequenze fortemente sue, caratterizzate, cinematografiche (quello è cinema!), ma fermo al palo, sempre fondamentalmente triste, ma felice di esserlo.

Il treno per il Darjeeling

Avevo trovato in Il treno per il Darjeeling un nuovo respiro, nuove avventure, meno smancerie, meno cattiverie per piacere, più cattiverie per far male, un tentativo di uscire dal mondo confezionato di Wes Anderson, con lo stesso rigore, anzi con un rigore più maturo, meno attento a se stesso, più coinvolto nella storia narrata. Avevo trovato personaggi più freschi, nuovi e travolgenti, dialoghi perfetti (come sempre) ma anche non simpatici per forza, ma simpatici davvero. Avevo trovato una storia sconsolante che andava a toccare sentimenti nuovi. Avevo trovato. Ma è stato solo un episodio.

Fantastic Mr. Fox è un film d’animazione e qui non voglio considerarlo come gli altri, all’interno del discorso che sto cercando di sviluppare. Comunque, Mr. Fox ha rappresentato una scelta diversa.

Moonrise Kingdom

Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore ha qualche problema in più rispetto a Zissou, e quindi le cose stanno peggiorando. I dialoghi e la musica sono sempre il massimo, la regia è impeccabile. I carrelli iniziali (e finali), accompagnati dalla voce che presenta gli strumenti della musica in campo, sono la migliore trovata del film perchè esplicitano con una forza incredibile il vuoto dei luoghi e la lontananza che c’è tra tutti i personaggi, eccetto i due protagonisti.

I personaggi però sono tutti macchiette. In più, in peggio, Moonrise Kingdom è freddo, distante. Il regista è lontano dalle sit che dirige: Anderson è rimasto talmente fermo che si è allontanato troppo dai temi e dai personaggi. E non è che ha troppo rigore personale e quindi risulta freddo, risulta freddo perchè i suoi canali ormai sono stereotipati, talmente indagati che risultano privi di altro da scoprire anche per lui che li ha inventati. Anderson ha preso quella strada e non l’abbandona, con quella ha trovato il suo pubblico e ha creato un grande mondo. A questo mondo può aggiungere i bambini, la tenerezza, le ambientazioni differenti, ma rimane sempre lo stesso. I Ramones ci fanno ancora scuotere la testa, i Dinosaur Jr ci fanno ancora trasalire, Wes Anderson no.

4 a 2 per i film di Wes Anderson che mi sono piaciuti. Ma allora che cazzo vuoi? Le prove negative pesano di più rispetto a quelle positive, come sempre. Il pesante vuoto lasciato dalla freddezza e dal distacco di Zissou e Moonrise Kingdom non viene riempito con il ricordo di un passato, lontano o più recente, glorioso e simpatetico.