David Thomas Pere Ubu

David Thomas di Pere Ubu (foto: Giacomo D'Attorre)

David Thomas di Pere Ubu (foto: Giacomo D’Attorre)

L’altra sera ho visto David Thomas dal vivo. Avevo già avuto il piacere di vederlo qualche anno fa, senza Pere Ubu. Tre giorni fa a Bologna era invece con Pere Ubu, o con quello che ora chiamano Pere Ubu, e soprattutto era con se stesso. Il concerto è stato piuttosto bello ed eravamo tutti contenti di essere lì con lui. Per ogni canzone, una breve introduzione parlata. Alla settima si è animato anche il tipo che stava ai synth.
Mentre li ascoltavo pensavo alla quantità massima di alcol e nicotina che un uomo di 60 anni spaccati può assumere in un’ora senza tramortirsi. Certo è soggettivo, ma sembra comunque che da una certo tot in sù non faccia bene in generale. Qualche anno fa avrei provato molta simpatia per David Thomas che si beve una bottiglia di rosso mentre sibila. Oggi non provo antipatia. Solo per tutto il concerto ho pensato che sarebbero state necessarie alla fine una barra due buone anime per tirarlo su dalla sedia. Sarebbe stato necessario un intervento esterno. E invece mi sbagliavo.
Il mio comunque era un sentimento contrastante, un pò bacchettone. David Thomas l’ho visto molto dimagrito e non dovrebbe, ho pensato, comportarsi in questo modo. Mi preoccupo per la sua salute. Una volta non l’avrei fatto, avrei solo riso di lui.
Cercando su google “quantità di alcol possibile a 60 anni” ho trovato su yahoo answers “Festa: quantità di alcol necessaria per 200-250 persone?” e ho rinunciato alla mia ricerca scientifica.
Il succo del discorso è che ho cambiato atteggiamento di fronte a certe cose, non è vero che mi cristallizzo. Nessuno mi ha accusato di questo naturalmente, e’ solo una riflessione. Per esempio, David Thomas qualche anno fa aveva fatto calare sulle mie palpebre la coltre di Piròn, perchè in quel momento ascoltavo probabilmente solo cose che facevano tupatututupà tupatututupà; tre giorni fa mi è piaciuto molto, perchè avevo voglia di sentirlo gorgheggiare e di sentire intorno a lui un buon ritmo. Lui è stato il veicolo della mia riflessione.
E con il prossimo che mi dice “vedi, lui beve molto e con gli anni è migliorato, tiene duro” m’incazzo come un furetto.

Grazie a Giacomo D’Attorre per la foto di David Thomas.

Lee Ranaldo, Steve Shelley and The Dust (Faenza, Teatro Masini)

Lee Ranaldo, Steve Shelly and The Dust

Prendi il sosia di Nick Cave da giovane e del mio amico Okipa e mettilo (qui) a suonare la chitarra con uno stile piuttosto classico; poi prendi il secondo sosia conosciuto al Mondo di Lou Barlow, dagli l’aspetto del Pizzo e di Igi (che sono altri due miei amici) e le dita di Moroccolo. Il primo sarebbe Alan Licht, il secondo Tim Luntzel. Se ci attacchi Lee Ranaldo vengono fuori The Dust. E se ci aggiungi Steve Shelley viene fuori la formazione con cui Lee Ranaldo è in tour ora, e in Italia la settimana che và a concludersi, con Beetween the Times and the Tides e qualcosa del nuovo album previsto per l’inizio del 2014.
Lee Ranaldo dà come la sensazione di aver raggiunto una specie di serenità (cosa che non si può dire per Pere Ubu), sembra aver capito che a una certa età non è necessario fare nient’altro che suonare come uno è capace di suonare, senza aggiungere cose che non vengono e che le si forza a venire fuori. Così, sul palco si diverte, giù dal palco parla e fà foto con tutti, anche quattro scatti alla volta.
Steve Shelley è sempre stato ed è il mio preferito. Senza il suo supporto ritmico i Sonic Youth sarebbero stati grandi la metà. Tutto quello che bisogna dare sul palco, Shelley lo dà, oggi come ieri. E giù dal palco è simpatico come il più verace amico d’infanzia. Ok, forse esagero.
Alan Licht e Tim Luntzel non sapevo chi fossero prima del concerto. Ma alla fine del concerto erano seduti sul divano di velluto del foyer del teatro, ridevano se andavi a salutarli, e sul palco erano il primo dimesso, il secondo in possesso di movenze morbide e rotondeggianti.
Tim Luntzel è l’unico bassista americano con lo stile di Gianni Moroccolo, non perchè i bassisti americani non abbiano stile, ma perchè non hanno le dita di Moroccolo, e il conseguente impasto sulla tastiera.
Alan Licht è un chitarrista molto controllato, con un passato vicinissimo a Sonic Youth e ballotta, anche con una certa musta, che svisa ma lo fa in modo preciso e freddo. Se lo metti di fianco a Ranaldo, che ha fatto diventare quello che fà un marchio facendolo sempre allo stesso modo, il risultato è l’unione di due modi diversi di controllare lo stesso strumento. Un risultato come direbbe mio nonno formidabile.
Al concerto (messo in cartellone da Strade Blu) tutto questo giova molto, soprattutto ai pezzi di Beetween the Times and the Tides e di questi in particolare a Waiting On A Dream e Xtina As I Know Her. Sulle canzoni che finiranno nell’album nuovo, che ha da uscire comunque piuttosto lontano nel tempo (deve passare la torrida estate), sono sembrati tutti più indecisi, e una canzone (di cui non ricordo il titolo, ma Ranaldo l’ha detto) è almeno in alcuni passaggi un pò confusa, perchè tira in ballo una ritmica troppo poco caratterizzata.
Il resto è stato il risultato della bellezza e della sonica classicità dei pezzi (due su tutti: LostFire Island Phases) più la grandezza del personaggio, anzi dei personaggi, e della loro esperienza. Insomma, tutto particolarmente eccitante.
E il teatro è il posto ideale per qualsiasi ascolto alla fine. In certi casi basta sradicare le sedie in platea e via andare. Poi, è costato dieci euro.

Grazie a Giacomo D’Attore per la foto di Pere Ubu.

Settimana (in ritardo). Imprecisioni.

Les Horribles Cernettes

Settimana scorsa è stata la settimana in cui è morto Thomas Balsamini. Questa è stata la notizia più grossa, e anche la peggiore. Le altre notizie erano difficilmente raccontabili e così questa settimana Settimana, che lo so solo io ma è l’appuntamento fisso del fine settimana di Neuroni da un sacco di tempo, almeno due settimane, lo pubblico in ritardo. Sabato mi sono attapirato e non ho pubblicato Settimana. Perchè la cosa più eccitante è stata la scoperta di un anniversario bomba che non cadeva neanche settimana scorsa (fuori tempo quindi: imprecisione) ma questa settimana: il 18 luglio (oggi) ricorre il 21° anniversario della prima volta che una foto è stata messa su internet. La foto è di Silvano De Gennaro. Prima di essere messa a disposizione del ludibrio di internet venne truccata e il risultato è quello che vedete. Con tutte le volte che è stata poi ripubblicata mi ci lavo il sedere e la ripubblico. Anche perchè lo stile è veramente attuale.

È successo altro, nel corso della settimana scorsa.
Kim Deal ha lasciato i Pixies. Mah.
Il 15 giugno 1989 è uscito Bleach dei Nirvana, e quindi il 15 giugno 2013 era l’anniversario.
Ci sono stati gli MTV Music Awards Italia e un pò di serenità questa rubrica l’aveva trovata, poi è svanita.
Su RAI 1 invece di scrivere Italia 1 – Haiti 0 hanno scritto Pepepepepe 1 – Quaquaquaqua 0. In sovraimpressione.

Five Horizons è la prima retrospettiva fotografica sulla storia dei Pearl Jam. Le immagini cominciano dal 1984, quando Stone Gossard e Jeff Ament hanno formato i Green River, durati solo tre anni e trasformatisi nei Mother Love Bone con il cantante Andrew Wood, morto nel 1990 per un’overdose di eroina.
Da quel momento è entrato in scena Eddie Vedder, allora cantante dei Bad Radio e benzinaio di San Diego. Con l’arrivo del batterista Dave Krusen, la nuova formazione decise di chiamarsi Pearl Jam.
Nel 1991 la band ha debuttato con l’album Ten, ed è diventata presto un gruppo fondamentale del movimento musicale grunge di Seattle. Le settanta fotografie di Five Horizons raccontano soprattutto i concerti dei Pearl Jam, considerati il momento in cui il gruppo mostra la sua vera essenza.
La mostra Five Horizons è ospitata nel foyer dell’Auditorium Parco della Musica fino al 30 luglio.” (889 battute spazi inclusi).

La settimana è migliorata quando ho letto questo trafiletto agghiacciante su Internazionale.it. Non vorrei essere accusato di revisionismo, ma la storia dei Green River e via dicendo così sembra quella prima quella di una band del SERT (cosa per altro forse vera) e poi quella dei soliti cinque sfigati che si mettono insieme e fanno la botta, nel mondo. Il limite di battute spazi inclusi è una bestia da combattere e la sintesi è un dono di Dio, ma l’approssimazione è il Diavolo.
I Green River li ha formati Mark Arm, insieme a Steve Turner. Stone Gossard, Jeff Ament (e Alex Vincent) si sono aggiunti dopo. Poi Bruce Fairweather ha sostituito Steve Turner. Sono durati solo tre anni ma anno pubblicato un album, due EP e un singolo, oltre a una raccoltaccia e oltre ad aver partecipato a una decina di compilation, anche postume (a quel punto erano sciolti, ma presenti).
I Green River non si sono trasformati nei Mother Love Bone perchè non sono dei Mutaforma e perchè dei Green River nei Mother Love Bone c’erano solo i 2/5, Stone Gossard e Jeff Ament, gli altri 3/5 erano Andrew Wood, Bruce Fairweather e Greg Gilmore.
Eddie Vedder pare abbia almeno all’inizio risentito di un confronto con Andrew Wood (tutto documentato su Pearl Jam 20) ma non la metterei giù così, che pare che sia stato scelto perchè doveva farne le veci. Non è così. E questo è talmente vero che i Pearl Jam non erano i Mother Love Bone meno Andrew Wood.
Ai concerti i Pearl Jam mostrano la loro vera essenza. Boh, si. (1014 battute spazi inclusi).

Le informazioni dovevano riguardare solo i Pearl Jam perchè la mostra fotografica su cui verte il trafiletto è sui Pearl Jam. Forse si, ma, comprendete, è stata una settimana difficile ed era poco lo sforzo di scrivere neanche troppe battute spazi inclusi in più. Lo spazio c’era.