Spesso Lorenzo Nada è Godblesscomputers. Sotto le spoglie di Lorenzo Nada si occuperà del dj set al Prime Open Air III. Tre domande anche lui, per l’una e l’altra identità.
Al Prime Open Air suoni come Lorenzo Nada, non come Godblesscomputers. La domanda è un po’ da Gigi Marzullo (perdonami): che differenza c’è tra Lorenzo Nada dj e Godblesscomputers oltre al fatto che col secondo suoni composizioni tue e con il primo no? Con il moniker Godblesscomputers suono generalmente Live, questo significa che durante le mie performance utilizzo campionatori, effetti, drum machine e altri strumenti per risuonare le mie composizioni dal vivo. Come Lorenzo Nada faccio il dj, equivale a dire che miscelo e seleziono musica con giradischi e mixer. Comprendo bene che la gente, soprattutto se impreparata, faccia un pò di confusione e assimili le due cose.
Ho sentito dal vivo, al cinema Eliseo di Cesena, Lost in Downtown (The Beastie Boys re-works), uscito per Fresh Yo! Label. È un lavoro coraggioso. Le sette canzoni sono estratte da To The 5 Boroughs e spesso i suoni che aggiungi si differenziano dall’universo BB di quel momento (a parte forse Oh Word e Brrr Stick’Em) e abbassano la tensione ritmica del pezzo originale (a parte Triple Trouble). Insomma, il tuo re-works è un lavoro complesso. Come hai scelto le canzoni da remixare? Erano canzoni a cui non mi sentivo particolarmente affezionato, proprio per questo ho voluto donargli una luce nuova. Ora mi sono affezionato per forza 🙂
Da non molto è uscito Counter Future – A Sound Exposure 3, la compilation della Equinox Records che contiene la tua Romania. Mi parli di questo progetto e del tuo contributo? Equinox Records è un’etichetta discografica di Berlino con la quale ho fatto uscire il 10″ Freedom is O.K., forse il progetto musicale che mi rappresenta di più finora. Per la compilation Counter Future mi è stato chiesto di realizzare una traccia esclusiva e così ho composto Romaniadi cui tra l’altro è uscito pure il video.
Ndr In effetti a volte tre domande sono poche per parlare di tutto quello di cui si vorrebbe parlare. Per saperne di più su Godblesscomputers (info, streaming, progetti): godblesscomputers.com.
Su Equinox Records e Fresh Yo! Label: www.e-q-x.net, freshyolabel.bandcamp.com.
L’album nuovo Lightning Bolt (!) esce il 15 ottobre e la canzone si chiama Mind Your Manners. Gira dalla settimana scorsa ma l’ho scoperta all’inizio di questa settimana quindi eccola qui nella rubrica settimanale delle cose più belle che sono successe in sette giorni, di questa settimana. Farò un pò di casino cronologico, ma cercherò di prendere in considerazione quasi tutti i pezzi veloci dei Pearl Jam, escludendo i primi tre album, che sono un’altra storia, e Lost Dogs, la raccolta di bsides.
Sono un fan dei Pearl Jam, anche dopo World Wide Suicide (album: Pearl Jam). La maggior parte delle domande sul loro conto me le sono fatte dopo pezzi di quel tipo, rock’n’roll. Tranne Spin the Black Circle. Mind Your Manners è una canzone di quel tipo. Già Do the Evolution era un bel rospo, ma era troppo presto per allontanarsi dai Pearl Jam. Quando uscì ero a Bologna a fare il giovane studente di letteratura italiana, ero al primo anno e la maggior parte delle serate le passavo in casa, ma non sapevo pulire casa e quindi non era granché. Il video di Do the Evolution era un cartone animato, già sullo stile brutto della copertina di Backspacer e mi piaceva. Ogni volta che lo passavano in TV non cambiavo canale. Ero uscito dagli anni grunge, molti gruppi della mia città erano morti e poi si erano rigenerati incrociandosi, e mi ero preso una cotta per gli Shift. La mia band era in fase tristezza, come ho già scritto causa figa. Mi ricordo che un mio compagno d’appartamento che suonava la chitarra attaccava sempre Chiara dei Rats. Lo faceva per ridere ma quella canzone ha finito per piacermi. Se guardo adesso ai miei gusti di allora posso dire che mi piace ancora tutto quello che mi piaceva, gli Shift e Do the Evolution. Ma Chiara non mi piace più.
Lukin suonava diversamente, durava un minuto e 15 secondi e poi c’era Jack Irons alla batteria. Non era quello l’episodio debole di No Code, che non aveva episodi deboli. La trasferta a Milano per vederli dal vivo sarebbe stata ed è stata, quell’anno, una cosa al di sopra delle migliori aspettative. Avevo paura di non trovare un mio amico, arrivato prima di me ad Assago, ma lo vidi subito, perchè era alto 1 e 97 ed era magro schiantato. Parlavo dei Pearl Jam con gente che adesso non so neanche dove sia.
L’inizio di Pearl Jam (l’album) ha segnato un giro di boa anche per la voce di Eddie Vedder che ha iniziato più o meno a farsi il verso e perso il fascino che aveva prima, almeno su di me, si capisce. È come se venisse replicato all’infinito l’urlo di Jeremy solo invecchiato così come è invecchiato Bob Dylan. Come se il gruppo fosse stato incantato dalla bolgia di Do the Evolution e per questo avesse deciso di cacciare Jack Irons, il batterista più bravo della Terra, per prendere quel cinghione di Matt Cameron, velocizzare tutti i pezzi, soprattutto dal vivo, e scrivere album che non riescono a suonare davvero. Il fatto è che ci credo a queste cose e potrei offendermi se qualcuno mi contraddicesse.
Matt Cameron ha distorto e cambiato la storia dei Pearl Jam. Binaural, il suo primo, è l’album del mistero. Ricordo la delusione nel mio volto al primo ascolto di Breakerfall. Non ero e non sono contro i pezzi veloci dei Pearl Jam. Matt Cameron, che apprezzo tantissimo come batterista per quello che ha fatto in Badmotorfinger e Ultramega OK (il titolo più bello della Terra) coi Soundgarden, ha svuotato i Pearl Jam del suono, li ha rinsecchiti. Tutto funzionava perfettamente con Cornell, Thayil e Shepherd o anche Hiro Yamamoto. Spostato dal di lì, tutto suona allo stesso modo ma nel posto sbagliato. Una volta ho visto anche una “Matt Cam” su un dvd dei Pearl Jam e ne sono uscito benissimo, impressionato ma con in più la consapevolezza che l’aspetto dimesso e moscio di Jack Irons e il suo modo di suonare da hippie dava ai Pearl Jam un tocco di classe in più. In Nothing As It Seems sarebbe stato a suo agio, Cameron sembra una specie di leone in gabbia.
Per Riot Act Matt Cameron scrive o co-scrive 4 canzoni su 13, dopo l’esperienza Evacuation di Binaural, uno dei ritornelli più brutti mai incisi dai Pearl Jam, manifesto di Cameron e del suo drumming fuori dagli anni ’90. In Cropduster sembra più rilassato, cosa che non si può dire per You Are (sua) che non è un pezzo veloce ma eccede in sussurri e suggerimenti di dubbio gusto. La fregola del ritmo veloce gli è passata, ma ha messo quattro firme sull’album peggiore dei Pearl Jam. A questo punto non ho più ricordi legati a loro e temo di non averli persi, ma di non averne mai avuti. Cazzo, è tutta colpa di Matt Cameron.
Paragonato a Riot Act, Backspacer è un disco della madonna. Cameron firma due canzoni (una dopo l’altra, la tre e la quattro, così ci togliamo il dente) che a sentirle ti chiedi ma sono davvero contenti di questo pezzo? Più che altro sembra quella soddisfazione di persone consapevoli del fatto che gli anni migliori sono andati, l’ispirazione più fulminante pure, persone che dicono ora facciamo un disco perchè comunque qualcuno come noi un disco lo deve pur fare ogni tanto. Quindi, forse, non tutte le colpe sono di Matt Cameron. Questa però è solo un’impressione parziale sul disco. Johnny Guitar è uno dei due pezzi in cui Cameron ha messo lo zampino e a sentire il basso e la batteria insieme si potrebbe dire che è una specie di matrimonio perfetto. Rispetto al recente passato, qui si viaggia di brutto, e quasi con gusto, un gusto garage e rock’n’roll rivisitato da anni di ascolti, canzoni e sensibilità musicali diverse e modificatesi, senza più la velocità che serviva a scuotere tutti dal torpore dei primi reumatismi. Dopodiché, Backspacer infila una tripletta memorabile: Just Breathe, Amongst the Waves e Unthought Known. Cazzo, Cameron è sempre sul punto di arrivare prima di tutti, sempre perfetto nel battere il tempo, al contrario di Jack Irons che era sempre un pò indietro, ma non è più sul punto di scoppiare. E questo è l’album dell’intesa definitiva tra la batteria di Cameron e tutti gli altri Pearl Jam, basta sentire l’assolo di chitarra nel bel mezzo di Amongst the Waves o l’apertura alla Given to Fly di Unthought Known. Ho anche un ricordo di vita vissuta legato a queste canzoni: io che stiro una camicia e mi prende benissimo perchè sotto stanno girando Amongst the Waves e Unthought Known. Suonano come se i Pearl Jam dicessero semplicemente divertiamoci. E Supersonic è veloce ma, così per dire qualcosa, ha un corpo rigido e un pò imbarazzante a volte, ma robusto. Ecco, per questi motivi, Mind Your Manners non ci voleva.
Threelakes è Luca Righi e l’ultimo ep tre pezzi Uncle T l’ha registrato con i The Flatland Eagles. Tutti insieme suoneranno il 31 luglio a Fusignano (Ravenna) al Prime Open Air Festival. Ecco la mini-intervista a Luca. Andiamo.
Uncle T ha un respiro grandissimo. Già solo il primo accordo di The Accordion Player è immenso, come poco dopo l’ingresso della batteria. Il terzo pezzo è The Summer I Was Born. Mi parli un po’ di queste due canzoni? Così, a ruota libera. Liberiamo la ruota libera. The Accordion Player parla fondamentalmente della vita di mio nonno. Per farlo son partito da Sant’Anna Pelago, il paesino dell’appennino modenese di cui è originario. In poche parole durante la seconda guerra mondiale i tedeschi trovarono una radio in casa sua (che utilizzava per ascoltare la musica) e credendo venisse utilizzata per informare i partigiani decisero bene di bruciargli la casa. A questo punto lui riesce a scappare tirandosi dietro la fisarmonica con la quale va a suonare lo swing per gli americani al di là della linea gotica. Qui conosce mia nonna e da lì ha origine la storia della mia famiglia materna. Questa introduzione epica serve per far capire di cosa parla veramente la canzone. Mio nonno ha passato la sua vita a fare lo spazzino di giorno e il musicista di notte. Il testo di The Accordion Player parla della sua giornata e dei suoi pensieri in una giornata tipo. “Brown suits in the sunrise, they start to work” è la partenza. Nelle loro divise marroni iniziano a lavorare….
The Summer I Was Born è molto più semplice. È una descrizione accurata dei primi ricordi sensoriali che un bambino ha. Anche qui la scrittura è partita da uno stimolo esterno. Stavamo ospitando a casa nostra due gruppi americani, Ancient Sky e Little Gold. Mentre tutti eran fuori a visitare la città Chris (leader del progetto Little Gold) stava in casa a scrivere canzoni. Io stavo iniziando a comporre le prime robe per Threelakes e mi chiedevo come faceva a scrivere senza cercare l’ispirazione fuori, nel mondo reale. La domanda si fece così pesante nella mia testa che glielo chiesi e lui mi rispose: “I’m tripping with my mind and I’m writing about my past”. Ecco. The Summer I Was Born.
Ho visto su YouTube un video di un concerto in acustico in cui hai una maglietta dei Minor Threat. Anche dal punto di vista musicale ma non solo: oggi quanto sei lontano dall’hardcore, anni luce, neanche più di tanto o proprio per niente? Bè, l’hardcore è stato una parte molto importante della mia formazione musicale e tutt’ora quello che mi ha insegnato me lo tengo stretto. Diciamo che la parte che mi ha sempre affascinato di questo movimento, oltre alla musica, è l’attitudine DIY. Mi ha insegnato a impacchettare dischi, a distribuirli, mi ha allenato alla ricerca di un certo senso estetico a suo modo raffinato e mi ha messo nella condizione di scegliere. Il conflitto più grande della mia vita l’ho avuto nei confronti del posto in cui sono nato. L’hardcore mi ha messo l’energia nelle gambe per uscirne. Non è una cosa da poco per un movimento nato dalla musica.
Sul tuo bandcamp la presentazione di Uncle T fa riferimento a una persona che si dedica all’educazione dei bambini alla musica bella. Di cosa si tratta? Se vuoi, e se non è una cosa troppo personale. Quella persona è mio zio Tiziano! Da lì Uncle T! Anche sulla copertina c’è lui in una foto che gli feci nel 2010. È stato lui a farmi ascoltare i primi dischi di Bob Dylan e di Bruce Springsteen. Io delle volte lo trovavo in camera al buio che ascoltava i dischi quando tornava dal lavoro e stavo lì anche io ad ascoltare questi suoni di cui non capivo nulla. Credo di averci messo una ventina d’anni per digerirli. Grazie Uncle T!