SECONDA PARTE. Girless and The Orphan, The Circle and The Barrel Part 2

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Negli anni 90 si festeggiava il ventennale della musica degli anni 70, come adesso si festeggia quello della musica anni 90. Per i pivelli il Punk Rock era bello negli anni 90, immerso nella bambagia della cosa scoperta da poco. Col tempo non perdi la voglia di ascoltare Punk Rock ma hai voglia di scoprire altro, che è naturale, non significa che pisci sopra al passato. Come in ogni processo di scoperta, anche quello musicale si può concludere con l’inizio di un nuovo processo di scoperta e non significa ripudiare le cose vecchie, almeno non in assoluto, ma metterle da parte per un po’, forse per sempre, iniziare ad ascoltare anche altro. Ci sono periodi in cui la verità assoluta è una, oppure sono due o tre, altre in cui sei indeciso, alcune in cui butteresti molte cose nel cestino, altre in cui torni sui tuoi passi. Così ti prendi delle sbronze musicali travolgenti sin da quando sei giovane e se ci pensi sono diverse, nel senso di diverse le une dalle altre, o anche nel senso di molte, e di alcune poi pensi a come possa essere successo che ti sei preso una sbronza per quella cosa. Presente e passato s’incrociano di continuo e magari un giorno come tutti gli altri per caso stai sistemando i tuoi cd, te ne capita in mano uno che non ascolti da anni, lo metti su e diventa il tuo preferito, e non l’avresti mai detto. Tutto o quasi lascia un segno, si tratta di ricordi, di reazioni mentali innescate da cose piccole che ti fanno piacere un disco nuovo perché ti ricorda uno vecchio, o perché non ti ricorda uno vecchio che vuoi dimenticare. T’innamori perdutamente di un disco di cui non avresti mai pensato d’innamorarti, per motivi assurdi, perché piace a un tuo amico che ti ha dimostrato che lo puoi ascoltare in modo diverso, con un’altra prospettiva, rispetto a come l’hai sempre ascoltato tu. Può succedere e se può succedere significa che tra qualche mese potrai ritrovarti ad ascoltare una cosa che adesso detesti o almeno non prevedi. Le scoperte e le riscoperte si muovono in tutte direzioni in tutti i momenti. Alla fine, o quando ti sarai rotto, avrai ascoltato un sacco di roba diversa e ti sentirai ricco. Ma ti sentirai ricco anche se avrai ascoltato una cosa in tutta la tua vita, perché quella cosa ti ha soddisfatto sempre. Non esiste una regola.
The Circle and The Barrel Part 2 dei Girless and The Orphan è più veloce della Part 1. I Girless sono meno folk, più punk rock, più folk punk di quanto non siano mai stati. Il primo cambiamento sta nelle chitarre elettriche che non sono più solo ritmiche ma anche lead e in questo ricordano ancora i Motorpsycho, come alcune delle canzoni di Ntbwaeeby. La seconda cosa che è cambiata è la voce, che adesso suona più spesso gutturale e acuta. I Girless and The Orphan di Part 2 sono cambiati, hanno completato un percorso e ne hanno iniziato un altro, entrambi i percorsi fanno parte credo di un processo di scoperta. La canzone che mi piace di meno è Colon Ladle Pedlar Scenario, uno dei pezzi nuovi, quella che mi piace di più Quite Old (Coff-coffin), più accostabile alla Part 1. La propensione alla ballata folk l’hanno sempre avuta, l’hanno ancora (il vecchio percorso non è completamente abbandonato), ma adesso l’hanno limitata, cioè hanno piazzato in questo ep una ballata e mezzo (Quite Old Coff-coffin e la seconda parte di Your Opinion Is Bullshit), tutto il resto è veloce. Part 1 era il contrario, più ballate, più lente. Non è il cambiamento che ho fatto io – perché in questo momento sono molto lontano dal folk punk ma tra poco tempo potrò ritrovarmi ad ascoltarlo, anche se non l’ho mai ascoltato, nemmanco il Pogues – ma è un bel cambiamento, le chitarre sono ben stratificate, la batteria si tira dietro tutto con una semplicità bella, il basso riempie tutto. Sarà una tappa definitiva, o solo intermedia. Magari è cambiato qualcosa nei loro ascolti, se non adesso un po’ di tempo fa, qualcosa che li ha portati altrove, anche se non del tutto. Il risultato è questo nuovo ep, che insieme alla Part 1 va a comporre il disco fisico intero, che quindi ci dà l’idea di come le cose possono modificarsi, non del tutto ma in parte (e non vuol dire che le cose cambiano e rimangono uguali perché se cambiano anche solo in parte vuol dire che cambiano e non sono uguali), con una tale rapidità da mostrare differenze anche solo passando da un lato all’altro di un disco. I due ep sono usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro ma sono stati ideati insieme, per marcare ancora di più quanto la differenza tra il primo e il secondo lato possa consumarsi in poco tempo, o possa essere il frutto di una scelta dovuta al fatto che si vogliono dare due corsi paralleli (cioè nettamente separati) a un disco. Da una parte le ballate folk con i tocchi personali dei Girless che appesantiscono il suono con accenti alternative metal, dall’altra i richiami più espliciti al combat folk. Da folk a folk, ma c’è un abisso tra le due parti.
Con Tommaso, maître à penser dei Girless, c’ho parlato una volta, non ha detto niente a proposito, viaggio mio, mi sembra però una persona che non rincorre il cambiamento per forza ma che semplicemente lo asseconda nel momento in cui c’è, senza paura di non piacere o non riuscire. Le cose che capitano, la vita, il lavoro, cambiano, la musica che ascolti cambia e/o rimane la stessa, per osmosi o per separazione con la vita. A me piace di più la Part 1. Ma questo importa poco, perché la cosa importante è che i Girless and The Orphan abbiano fatto un ep nuovo, che per la loro discografia è nuovo solo in parte, abbastanza da segnare un cambiamento e da farci dire che le canzoni della Part 2 sono sì un esito (da folk a folk) della Part 1, ma sono appunto un esito, e l’esito è una via d’uscita, che non è per forza una cosa a cui volti le spalle per sempre ma può essere una porta da cui ripasserai (se ti va) e che fa proseguire la ricerca e innesca il processo di scoperta. Un nuovo esito è anche una cosa interessante perché mette i fan di fronte a una svolta e gli permette non solo di capire se gli piace, ma anche di ascoltare un altro modo di scrivere canzoni, proveniente da uno stesso gruppo.

The Circle and The Barrel Part 2 è uscito per Stop Records, To Lose La Track e Fallo Dischi e se lo vuoi ascoltare è qui.

SPARKLEHORSE

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Quasi di sicuro oggi gli Sparklehorse sono un gruppo che piace a molti, o che quasi tutti conoscono almeno per sentito dire o perché il cantante si è suicidato. Al di là del suicidio però, credo che la sua caratteristica (o eredità) più grande, un cuore gigante strizzato dentro alle canzoni, abbia colpito davvero molte persone. Lui era Mark Linkous, che era gli Sparklehorse, e Scott Minor era il bastone della sua vecchiaia, collaboratore di fiducia, ma soprattutto bravissimo batterista, con un gusto musicale gigantesco e una capacità di fare suonare le pelli con pochissimo che ti stendeva qualsiasi altro batterista dalla tecnica migliore. La vita di Mark Linkous finirà musicalmente un po’ lontano da lui e simbolicamente terminerà con la canzone che dà il titolo all’ultimo album, del 2006, Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain, una delle più belle che abbia mai scritto dentro un disco che non è il migliore tra i suoi, quindi una specie di pianto sofferto in mezzo a un deserto. Dopo, solo collaborazioni, fino al 2010.

Gli Sparklehorse li conosco in un momento triste della mia vita, in cui dico ufficialmente che ascolto solo roba lenta, e lo dico di continuo. Mi spacco con quelle cose che ad ascoltarle senti il sangue che cola dal polso e giocciola per terra con la lentezza dello stillicidio, più è lento più mi piace, i For Carnation sono i miei eroi. Eels e Turin Brakes stavano però a indicare che un pericoloso buonismo mi stava conquistando. Sparklehorse era quello che spezzava il cerchio del buonismo in modo violento, esplicito, lo sporcava con la malattia delle note, il dolore, quello fisico, e la fragilità, che vengono fuori già da Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Oggi gli Sparklehorse sono quel gruppo che basta la prima nota di una canzone per farmi ricordare quanto è stato grande. Tutto quello che si può dire su Mark Linkous (che sperimentava i suoni, i rumori le voci) è vero, ma conta molto poco rispetto alle canzoni che ha scritto. Dal vivo, fatte con la chitarra bassissima e la voce flebile, erano le più potenti mai suonate, potenti come quelle degli Shellac, che ho visto proprio nello stesso posto in cui ho visto Sparklehorse, sotto al tendone dell’Estragon, quindi posso anche paragonarli. In quel concerto c’era solo lui, Linkous, un uomo minuscolo di dimensioni, gigantesco per sensibilità e talento. L’ho visto tre volte dal vivo (Edimburgo, Sant’Aquilina, appunto Bologna) e stava sempre peggio, si accartocciava ogni volta di più sul palcoscenico. La prima volta non era drittissimo ma si sbatteva per stare in piedi, anche se si era già fatto l’overdose di valium che quasi gli costò le gambe (era il tour di It’s A Wonderful Life), la seconda era sulla sedia a rotelle. L’ultima volta era immobile sulle gambe piegate a X, con le ginocchia che quasi si toccavano, nel periodo di collaborazione con Fennesz, che quella sera gli fece da spalla.

Sparklehorse aveva una capacità millimetrica di incastrare i suoni uno dentro l’altro, uno dopo l’altro, quei suoni erano una cosa estremamente seria. Che siano stati trasformati in cose stupide e senza senso da chi l’ha imitato volendo aumentare il ritmo o volendogli dare una lucidata funny nerd (Beck in Midnite Vultures nello specifico) o un copiata totale (gli Yuck nel primo album, negli altri non saprei) non è un fatto interessante. Beck (con cui Sparklehorse ha pure collaborato per il tributo a Daniel Johnston – da cui Sparklehorse ha imparato tantissimo per fortuna, ma da cui Beck non ha imparato un cazzo, del resto la sensibilità e il talento non s’imparano) ha creato il ribaltamento interpretativo peggiore che si potesse dare del suono di Mark Linkous, l’ha svuotato di ogni cosa. In It’s A Wonderful Life c’è lo xilofono, o il giochino da bambini che suona come lo xilofono. Lo xilofono l’hanno usato anche i Radiohead in OK Computer per esempio, in un modo molto diverso, seriosi come sempre, non se ne scappa. E i Radiohead erano già talmente seri prima di Ok Computer che Mark Linkous l’overdose se l’è fatta proprio quando era in tour con loro nel 96. Lo xilofono in It’s A Wonderful Life Linkous lo usa in modo molto diverso da loro, lo impasta in tutto il resto, compresa la sua voce. La sua voce sembra quella di uno che si è ubriacato, addormentato e poi si è svegliato (da poco) da un sonno durante il quale non si è riposato per niente, ed è diversa rispetto ai primi due album, sembra meno effettata con gli effetti ma più effettato in modo naturale. It’s A Wonderful Life non è la cosa migliore della carriera di Linkous, ma comunque è più profondo di qualsiasi cosa interessante gli altri gruppi volessero tirare fuori dalla sua influenza. Non credo che i Radiohead siano stati particolarmente influenzati dalla musica di Sparklehorse, ma per una strana ragione a un certo punto hanno orbitato nello stesso universo, e Thom Yorke ha pure collaborato con lui in una cover di Wish You Were Here. La cosa più figa di Mark Linkous era che, oltre a se stesso, distruggeva qualsiasi tipo di riferimento venisse fatto (o facesse lui stesso) in merito alla sua musica. Io ho comprato Sword Fish Trombone di Tom Waits perché Linkous in persona diceva che era stato un disco fondamentale. Solo che tutto quello che ha fatto Linkous ispirandosi a quel disco è molto meglio di quel disco.

Vivadixiesubmarinetransmissionplot e Good Morning Spider sono il tentativo riuscito di scavare dentro se stesso tra gli alti e bassi dell’umore e della salute, e il tentativo di opporre alla vita proprio quel risultato lì, la musica, il disco, che tira fuori suoni ammalati, e anche un po’ di compiacimento per il dolore fisico e il tormento psicologico. Il dolore fisico non è però la miccia che accende il fuoco ma semplicemente una delle cose che vanno a comporre la personalità di Mark Linkous. Vivadixiesubmarinetransmissionplot esce prima dell’overdose ma contiene già un ottimo livello di difficoltà verso le cose.

Dopo Good Morning Spider Mark Linkous perde se stesso e in It’s A Wonderful Life una parte di lui è andata a farsi friggere, distratta (credo un po’ volutamente) dalle collaborazioni, elettroniche e no, con Danger Mouse, Fennesz e tutti gli altri. Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain ha un decimo dell’intensità dei primi due, anche se Linkous lo ha descritto come l’album della depressione, riempito con alcuni pezzi che dovevano finire in It’s A Wonderful Life. Gli effetti sulla voce cambiano radicalmente, adesso le canzoni di Linkous sembrano il contrario di quello che dichiara: più serene. Il passaggio di testimone agli altri per la voce in It’s A Wonderful Life è una specie di segnale di distacco dalle cose, distacco che si annulla quando esce Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain dove Linkous torna a cantare tutte le canzoni. Io credo che ascoltare la sua voce sia un bel modo di seguire e studiare il percorso artistico musicale di Mark Linkous. E credo che queste parole testimonino bene che nel 2006 si era già più o meno arreso, lo dico per la sufficienza con cui parla della propria musica:

“Well, I’d quit working for a while and it started to get really difficult to live and pay the rent. So it was really getting down to the wire where I had to turn a record in. I had some stuff written that I didn’t put on the last album, because they were just really pop songs. They felt like anachronisms on the last record. So I saved all these little pop songs” (Pitchfork, 2006)

Sparklehorse si è bruciato in fretta, coi primi due dischi. Oggi quello che mi rimane è che Good Morning Spider è ancora il mio disco preferito, semplicemente perché mi fa ancora tremare. Saint Mary, dedicata alle infermiere dell’ospedale in cui Linkous fu ricoverato, è tutt’altra cosa rispetto a quello che ti aspetti da una canzone dedicata a persone che in fondo hanno contribuito a salvarti la vita. È una marcia funebre. La vita continua, ma prima o poi ci riprovo sembra dire la canzone.
I primi due album sono un mondo a parte. Ci sono due accordi in Vivadixiesubmarinetransmissionplot (i primi due di Weird Sisters), che se li metti proprio dopo Homecoming Queen, che equivale a metterli dopo a un’altra cosa delicata come il silenzio, ti arrivano dritti in faccia. Alla fine credo che in buona parte Mark Linkous fosse questo: un essere debole come un insetto, ma in grado di generare chitarre che ti distruggono. È come pensare che, nella scena di Ritorno al Futuro in cui Marty va a casa di Doc e prova l’amplificatore gigante, al posto di Marty ci sia un insetto: quell’insetto che fa partire l’accordo che tira giù tutto è Mark Linkous. Però dal vivo non aveva bisogno di un ampli gigante. La prima volta che l’ho visto aveva la band e sembrava di guardare un gruppo che ti suona in salotto con quello che gli hai dato tu, amplificatori normali, batteria normale, tranquilli, alzando i toni quando bisognava. La seconda volta era col batterista, presumo Scott Minor, e un’effettiera, la terza era solo come un cane. Penso fosse musicalmente bipolare perché, nei primi due album, il passaggio dalla tristezza alla forza aveva un comune denominatore nella sua voce ma era netto, regolare come un orologio, così calcolato da sembrare consapevole ma spontaneo.

Insetto, piccolo, debole. Dipende a cosa ti riferisci. Se lo metti di fronte alle sue chitarre, Linkous sembra un insetto debole. Ma da un altro punto di vista non è così. Il 6 marzo 2010 Mark Linkous si è ammazzato e da quel momento abbiamo perso una persona grande come uno degli insetti di Tremors. Uno che scriveva canzoni non per liberarsi dell’inquietudine ma per testimoniare che al mondo non ci stava per niente bene, e che poi, finito di dire quello che voleva dire, se n’è voluto andare. Un piccolo insetto, debole, ma che ti smuoveva la terra sotto i piedi e sembrava enorme per l’aria che spostava e, se t’innamoravi della sua musica, ti inseguiva ovunque tu andassi, e enorme lo diventava davvero. Almeno, per me per un po’ di tempo è stato così. Ho messo quella foto perché mi è sempre piaciuta molto.

INTERVISTA AGLI HAZY LOPER

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Qualche anno fa andavo al Velvet con gli amici, al sabato sera. Al ritorno ci fermavamo all’autobar di Santarcangelo di Romagna per mangiare una pizza al taglio di Gianni. Per quanto mi riguarda, Santarcangelo (che è a 25 km di Via Emilia da dove sono nato) è stato questo per tanti anni. A volte c’ero andato a vedere qualche concerto durante il Festival dei Teatri, ma se qualcuno mi avesse detto Santarcangelo, io avrei pensato subito a Gianni dell’autobar. Poi ho finito di studiare, mi hanno dato un lavoro ed è successo che Santarcangelo è diventato il paese in cui lavoro io, lavora la mia ragazza, il posto in cui passo la metà della mia giornata. Santarcangelo è bellissima, ha dato i natali a tre poeti dialettali incredibili e c’è un sacco di gente che fa della legna per organizzare cose. C’è anche un etichetta discografica, la Ribéss Records, che fa per lo più musica malinconica. La Ribéss Records è del mio amico Giulio, che un giorno mi ha detto OH, ho un gruppo americano, due californiani. Ne abbiamo parlato un pò. Fumano le canne? gli chiesto io che sono una persona con un sacco di pregiudizi, e Giulio mi ha risposto di no. Poi è nata l’idea che invece di farle a lui le domande avrei potuto farle a loro.
Gli Hazy Loper sono Patrick Kadyk e Devon Angus ed esistono dal 2003. Dal 10 al 22 ottobre sono in Italia per un po’ di concerti, qui, per promuovere il disco nuovo, Ghost Of Barbary, uscito su Out of Round e Ribéss Records. Ghost Of Barbary è scritto e arrangiato con la collaborazione dei Closer to Carbon, dei quali, se fossi bravo, avrei chiesto qualcosa a Patrick e Devon. Abbiamo parlato di San Francisco, della sua scena musicale, della musica folk e del loro album. Eccole qua, le risposte (quelle in inglese sono sotto).

Ciao ragazzi, voi siete di San Francisco, ci sono stato una volta, voglio andarci a vivere. Non che qua la vita sia una merda, però sono curioso di sapere come ve la passate là.
Patrick: La bella San Francisco è stata a lungo il rifugio di artisti, vagabondi e outsiders ma ora si ritrova gestita da gente che ha fatto i soldi da poco; una popolazione di maschi bianchi privilegiati, che pensano che tutto gli sia dovuto, di mentalità quadrata e superficiale. Questo ha portato a un aumento dei prezzi in generale e all’allontanamento di tanti artisti e della classe media, e la città si è trasformata in una specie di parco giochi per bambini ricchi. Siamo letteralmente appesi a un filo. Una triste realtà…
Devon: Avrei parecchio da dire sull’argomento. Mi interesso della storia della città, e la amo tantissimo. A dispetto dei tanti difetti San Francisco è sempre stata una città che quasi non fa parte degli Stati Uniti. Patrick ha ragione, San Francisco è sempre stata un magnete per artisti, rinnegati, amanti e dissidenti, e in questo momento la sua identità è messa in difficoltà da un iper-capitalismo senza regole portato dall’industria dell’hi-tech con l’aiuto del governo locale. Una buona percentuale dei miei amici è stata costretta a trasferirsi a causa degli affitti impossibili: ma voglio essere ottimista, la storia dimostra che la città può resistere a molto… non è ancora morta, non morirà mai.

Ascoltandovi ho pensato a Wovenhand acustico e ai Three Fish. Da una parte c’è una delicatezza cupissima, dall’altra le ritmiche Eastern music. Quali sono i dischi che avevate sempre nel lettore nel momento in cui avete registrato Ghost Of Barbary?
P: Difficile da dire ma probabilmente un sacco di Bad Seeds, in particolare Push the sky away, Smog, Califone, Another Green World, Beethoven, Blind Blake, i nostri compagni di etichetta Bancale, Mingus, Mark Lanegan, Eric Dolphy, Chopin, Cohen, Townes.
D: Ho ascoltato i miei cantautori preferiti come Leonard Cohen, Townes Van Zandt, Nick Cave, Bob Dylan, Guy Clark, e Richard Thompson. Ho ascoltato molto anche band di San Francisco amiche come Trainwreck Riders, Dory and the Skirtheads, Two Gallants, and The Naked Cult of Hickey. Anche Unwound da Olympia, Washington, erano sempre nel lettore.

Gli Unwound non me li aspettavo nella vostra lista, mi piacevano molto, e li ho conosciuti per caso, perché un amico aveva dimenticato un loro cd nella mia macchina. Tu come hai fatto a conoscerli?
D: Ho visto gli Unwound a Santa Cruz, California, quando ero un ragazzino nei primi anni 90. Sono impazzito per loro e ne ero abbastanza ossessionato. Li ho visti in concerto diverse volte anche nelle cantine delle case e nei secret show, dove c’è l’atmosfera perfetta per le loro esplosioni di feedback e per le loro bellissime ritmiche. Ed erano veramente dark! Non li vedo da 15 anni, credo che si siano sciolti.

Dentro al disco ci sono sonorità tutte vostre, cori da chiesa, accordature dissonanti e rumori nascosti sotto uno strato a volte consistente a volte meno di arrangiamenti, ma le melodie che reggono tutto sono sempre orecchiabili. Il disco è folk, genere ampissimo che in questo momento sforna un nuovo interprete al minuto, molti noiosissimi. Quanto ve ne sentite parte e quanto no? Vi interessa? Cosa pensate del grande interesse che si è creato attorno a questo genere da un po’ di tempo?
P: Non so tanto del fatto che ci sia un maggiore interesse verso il folk ultimamente, mi è sempre sembrato un po’ marginale, poi noi in particolare siamo abbastanza fuori dai giri in generale e a me sta bene così. Mi sono sempre sentito lontano dalla cultura pop e non aspiro a farne parte. Detto questo, credo che l’immediatezza e la crudezza della musica folk o acustica sia molto interessante specialmente se contrapposta a quella che è la maggioranza della musica odierna, omologata e troppo prodotta.
D: Quando ero un ragazzino e avevo vent’anni, negli Stati Uniti e a Londra, durante gli anni 90 ero molto coinvolto nella scena anarcho/punk squatter. Il mio amore per la musica folk e country è nato quando ero un teenager ma mi sono accorto subito che quel tipo di musica veniva totalmente ignorata in molte scene musicali in quegli anni. Ascoltavo segretamente in cuffia Leonard Cohen ai concerti punk. Da allora il genere è esploso ma ancora non mi sento parte di esso. Scappo ancora dalle feste per ascoltare Leonard Cohen

Anni fa pareva che negli Stati Uniti la musica indipendente funzionasse molto meglio rispetto a tutto il resto del mondo. In questo momento la produzione indipendente italiana sta tirando fuori un sacco di cose valide e c’è un movimento incredibile. Raccontatemi cosa succede negli USA.
P: Sembra essere viva e vegeta almeno a San Francisco e soprattutto a Oakland. Ci sono davvero migliaia di band che suonano ogni genere musicale. Un sacco di roba buona e un sacco di roba ordinaria. C’è ancora una forte scena underground con concerti ogni sera in luoghi non convenzionali: magazzini, gallerie, case, e show improvvisati all’aperto e simili. Ma il successo economico è più difficile che mai da ottenere e direi che davvero la musica migliore si suona in questi luoghi particolari.
D: Credo anch’io che il segreto per sostenere la scena musicale sia negli show underground. Show in casa, nei salotti, nelle gallerie, in metropolitana, sotto i ponti, per strada… come ha detto Patrick San Francisco ha dozzine di serate organizzate ma l’energia viene dai gruppi di regaz che si mettono insieme per fare musica al di fuori della scena musicale convenzionale. Molte band di successo a San Francisco sono tornate alle origini (come i Two Gallants or Grass Widow) a dispetto del loro successo perché è lì che sono le loro radici. Un caso eccellente è il malfamato Clarion Alley block party a San Francisco, durante il quale tante band e artisti celebrano una delle più grandi e ribelli strade degli Stati Uniti, a dispetto della crescente pressione dei soldi e dell’influenza della gentrificazione.

“The stars they fall like suicides / It’s the last night of the earth” sono i versi che attaccano Ghost Of Barbary, apocalittici e violenti, come altri momenti dei vostri testi. Le parole hanno molto peso per voi. Fino a che punto sono vere e quanto fingete?
D: La canzone Last Night Of The Earth parla del devastante terremoto che ha colpito San Francisco nel 1906. Per me contiene, simbolicamente, la devastazione di tutto il 20esimo secolo. Questo sentimento ritorna in Yanka’s Lament, una canzone sulla tragica morte della grande cantante e dissidente russa Yanka, annegata in circostanze misteriose, probabilmente uccisa dalle autorità durante la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per me queste canzoni rappresentano l’attrazione e la paura che ho nei confronti del 20esimo secolo. E non è che abbia una gran speranza nel 21esimo secolo…
P: Le parole sono molto importanti. Per me sono tutte vere. In realtà sono l’emblema di una realtà amplificata, che esplora le profondità dell’emozione e delle cose possibili, e che ha sempre a che fare con l’esperienza. Questi elementi elusivi non sono necessariamente definiti e cambiano continuamente ma sono in qualche modo intrinseci agli eventi reali o al loro racconto. Perché aiutano a creare un’immagine più realistica di un evento, un’esperienza o anche un modo di vedere la realtà. Scrivere bene è riuscire a mettere insieme questi elementi in modo sensato e evocare il sentimento e la profondità dell’emozione.

Così, giusto per mettervi al corrente di una cosa che di sicuro non v’interessa, in questi giorni ho rispolverato i dischi e anche la maglietta degli Sparklehorse. Siete fan?
D: Non li ho mai ascoltati, ma lo farò.
P: Mi piacciono gli Sparklehorse.

Ciao.
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A few years ago I used to go to Velvet club with my friends on saturday nights. On the way home we used to stop to the “Autobar” in Santarcangelo di Romagna to have a pizza slice made by Gianni, who worked there. As far as I was concerned the town of Santarcangelo (that’s 25 km away from where I was born) has been not much more than that for many years. I had been there a few times at the Theatre Festival venues but if someone mentioned “Santarcangelo” the first thing that came to my mind was Gianni from the Autobar. Then I wasn’t a student anymore, and I was given a job and now Santarcangelo is the town where I work, where my girlfriend works, where I spend half of my day every day. Santarcangelo is beautiful, 3 incredible vernacular poets were born there and is full of guys arranging venues and stuff. There’s also a record label called Ribéss Records specialized in glum music. Ribéss Records is my friend Giulio. Once Giulio said to me Hey, I’m having an american band, 2 guys from California. We talked about them. I said Do they smoke weed? because I have preconceptions. He said no they don’t. Then we thought that I could ask them things about themselves instead of asking Giulio.
Hazy Loper are Patrick Kadyk and Devon Angus and they are a band since 2003. They are in Italy from October 10th to the 22th for a few gigs (here) to promote their new record, Ghost Of Barbary, produced by Out of Round and Ribéss Records. Ghost Of Barbary has been written and arranged in collaboration with Closer to Carbon, about whom I would have asked Patrick e Devon if I was good. We have talked about San Francisco, its music scene, folk music and their album. And here you go, the answers.

Hi guys. You are from San Francisco. I’ve been once, I wanna live there. How are you doing?
Patrick: Beautiful San Francisco, having long been a haven for artists, bohemians and outsiders is currently being overrun by new money. A population of over privileged, entitled, and entirely square, clueless young white men, resulting in the whole scale eviction and systematic pricing out of so many artists and middle class people in general, making it little more than a playground for rich children. We are hanging on by the skin of our teeth literally. A sad reality…
Devon: I have much to much to say about this. I am an historian of the city, and I love it dearly. Despite its many flaws San Francisco has always been a city that sits almost outside the U.S. Patrick is right, she has long been a magnet for artists, misfits, lovers, and rogues, and right now that identity is being challenged by an unregulated hyper-capitalism thanks to the tech industry, with ample help from the office of the mayor. A goodly percentage of my friends have left due to impossible rent; yet I remain optimistic. History has shown her resilience… She ain’t dead yet, nor shall she ever be.

Your stuff reminded me of an unplugged by Wovenhand and of Three Fish. There’s a very delicate darkness and Eastern music rhythms all together. Which records were you listening to while recording Ghost of Barbar
P: Hard to say, but probably a lot of Bad Seeds, especially Push the sky away, and most likely Smog and Califone, Another Green World, Beethoven, Blind Blake, label mates Bancale, Mingus, Mark Lanegan, Eric Dolphy, Chopin, Cohen, Townes.: I was listening to my favorite songwriters, namely Leonard Cohen, Townes Van Zandt, Nick Cave, Bob Dylan, Guy Clark, and Richard Thompson. I was also listening to my favorite local S. F. friend’s bands like Trainwreck Riders, Dory and the Skirtheads, Two Gallants, and The Naked Cult of Hickey. Unwound, from Olympia, Washington, were also in heavy rotation.

I didn’t expect Unwound on your list. I like them so much and I knew them by chance, because a friend of mine left a cd in my car. How did you know them?
D: I saw Unwound in Santa Cruz, California, when I was a teenager in the early nineties. They blew my mind and I became quickly obsessed with them. I would see them in punk house basements and other secret shows; perfect atmospheres for their feedback squalls and lilting beauty. And they were dark! I haven’t seen them in over 15 years now, I believe they’ve broken up…

The record has a very personal sound, with church choruses and dissonant tunings and noises disguised by arrangements that can be very strong sometimes. On top of all this, the melodies are always pretty catchy. It’s a folk record, and the folk genre right now is a wide place that gives birth to a new musician every other minute, most of them very boring by the way. What do you think about the large interest that’s around folk as genre lately? Do you feel part of it or not? Do you even care?
P: I don’t know about more interest in folk as a genre these days, it always seems fairly marginal, regardless we’re pretty out of the loop in general which is fine by me.  I’ve always felt out of step with pop culture in general, nor do I aspire to be a part of it. But that said I do believe that the immediacy and rawness of acoustic or folk music has a great appeal especially when juxtaposed by what is the majority of  music culture, slick, whitewashed, and overproduced.
D: When I was a teen and in my young twenties in the U.S. and London during the mid 90’s I was heavily involved in the anarcho/punk squatter world. My love of folk and country music came from my early teens, but I found that such music was ignored in many scenes at the time. I would secretly listen to Leonard Cohen at the punk shows on my cassette headphones. Since then the genre has exploded, but I still feel apart from it. I still sneak away from parties to listen to Leonard Cohen.

Years ago independent music seemed to be working very well in the US, better than the rest of the world. Right now here in Italy independent music is doing great and a lot of awesome stuff is coming out. Tell me what’s going on in the States right now.
P: It seems to be alive and well at least in San Francisco and especially Oakland. There are literally thousands of bands playing in every type of genre you can think of. Lots of great stuff and lots of ordinary stuff. There is still a big underground concert scene with shows every night in unconventional venues: warehouses, galleries, living rooms, outdoor guerrilla-type shows and the like. But financial success is even more elusive than ever, and I would say that by far the most original and interesting music is within these outsider venues.
D: I really believe that the key to a sustainable music scene lives and dies by underground shows. House shows, living room shows, gallery shows, shows in the subway, under bridges, on the streets… Like Patrick said, while San Francisco has dozens of venues, much of the energy comes from groups of folks coming together to create outside of the established music scene. Many successful bands in San Francisco return to this truism (such as Two Gallants or Grass Widow), despite their success, because that’s where their roots lie. An excellent case in point would be the infamous Clarion Alley block party in San Francisco, a coming together of disparate bands and artists to celebrate one of the great rebel alleys of the United States, despite the increasing pressure of money and influence from the forces of gentrification.

“The stars they fall like suicide / It’s the last night of the earth” are the lyrics at the beginning of Ghost Of Barbary. Violent and apocalyptic lyrics appear every now and then. Words seem to be pretty important to you. How real and how fake are them?
D: The song Last Night Of The Earth is about the devastating 1906 earthquake that leveled San Francisco. To me it ushered in, symbolically, the considerable devastation of the entire 20th century. This sentiment is echoed again in Yanka’s Lament, a song about the tragic death of the great Russian dissident singer Yanka who mysteriously drowned, likely killed by the authorities, during the crumbling of the soviet union. For me these songs bookend my fascination and horror of the twentieth century. I don’t have a great deal of hope for the 21st for that matter…
P: Words are extremely important. For me they are all real. Emblematic of a heightened reality really. One that explores the depths of the emotion and possibility that is always intertwined with actual experience. These more elusive elements are not necessarily literal or defined, and are subject to constant change, but they are in some ways more elemental or intrinsic to the actual events themselves or the retelling of them. Because they help to create a more realized picture of what truly encompasses an event or an experience or even a way of seeing reality. Whether or not one can bring these elements together in a way that makes sense and that evokes feeling and depth of emotion is what makes good writing.

You probably do not care but lately I found my old t-shirt by Sparklehorse and that got me listening to the records again. Are you fans?
D: I never have listened to them, but I’ll check them out.
P: I like Sparklehorse.

 

Ciao.