SPARKLEHORSE

marklinkous

Quasi di sicuro oggi gli Sparklehorse sono un gruppo che piace a molti, o che quasi tutti conoscono almeno per sentito dire o perché il cantante si è suicidato. Al di là del suicidio però, credo che la sua caratteristica (o eredità) più grande, un cuore gigante strizzato dentro alle canzoni, abbia colpito davvero molte persone. Lui era Mark Linkous, che era gli Sparklehorse, e Scott Minor era il bastone della sua vecchiaia, collaboratore di fiducia, ma soprattutto bravissimo batterista, con un gusto musicale gigantesco e una capacità di fare suonare le pelli con pochissimo che ti stendeva qualsiasi altro batterista dalla tecnica migliore. La vita di Mark Linkous finirà musicalmente un po’ lontano da lui e simbolicamente terminerà con la canzone che dà il titolo all’ultimo album, del 2006, Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain, una delle più belle che abbia mai scritto dentro un disco che non è il migliore tra i suoi, quindi una specie di pianto sofferto in mezzo a un deserto. Dopo, solo collaborazioni, fino al 2010.

Gli Sparklehorse li conosco in un momento triste della mia vita, in cui dico ufficialmente che ascolto solo roba lenta, e lo dico di continuo. Mi spacco con quelle cose che ad ascoltarle senti il sangue che cola dal polso e giocciola per terra con la lentezza dello stillicidio, più è lento più mi piace, i For Carnation sono i miei eroi. Eels e Turin Brakes stavano però a indicare che un pericoloso buonismo mi stava conquistando. Sparklehorse era quello che spezzava il cerchio del buonismo in modo violento, esplicito, lo sporcava con la malattia delle note, il dolore, quello fisico, e la fragilità, che vengono fuori già da Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Oggi gli Sparklehorse sono quel gruppo che basta la prima nota di una canzone per farmi ricordare quanto è stato grande. Tutto quello che si può dire su Mark Linkous (che sperimentava i suoni, i rumori le voci) è vero, ma conta molto poco rispetto alle canzoni che ha scritto. Dal vivo, fatte con la chitarra bassissima e la voce flebile, erano le più potenti mai suonate, potenti come quelle degli Shellac, che ho visto proprio nello stesso posto in cui ho visto Sparklehorse, sotto al tendone dell’Estragon, quindi posso anche paragonarli. In quel concerto c’era solo lui, Linkous, un uomo minuscolo di dimensioni, gigantesco per sensibilità e talento. L’ho visto tre volte dal vivo (Edimburgo, Sant’Aquilina, appunto Bologna) e stava sempre peggio, si accartocciava ogni volta di più sul palcoscenico. La prima volta non era drittissimo ma si sbatteva per stare in piedi, anche se si era già fatto l’overdose di valium che quasi gli costò le gambe (era il tour di It’s A Wonderful Life), la seconda era sulla sedia a rotelle. L’ultima volta era immobile sulle gambe piegate a X, con le ginocchia che quasi si toccavano, nel periodo di collaborazione con Fennesz, che quella sera gli fece da spalla.

Sparklehorse aveva una capacità millimetrica di incastrare i suoni uno dentro l’altro, uno dopo l’altro, quei suoni erano una cosa estremamente seria. Che siano stati trasformati in cose stupide e senza senso da chi l’ha imitato volendo aumentare il ritmo o volendogli dare una lucidata funny nerd (Beck in Midnite Vultures nello specifico) o un copiata totale (gli Yuck nel primo album, negli altri non saprei) non è un fatto interessante. Beck (con cui Sparklehorse ha pure collaborato per il tributo a Daniel Johnston – da cui Sparklehorse ha imparato tantissimo per fortuna, ma da cui Beck non ha imparato un cazzo, del resto la sensibilità e il talento non s’imparano) ha creato il ribaltamento interpretativo peggiore che si potesse dare del suono di Mark Linkous, l’ha svuotato di ogni cosa. In It’s A Wonderful Life c’è lo xilofono, o il giochino da bambini che suona come lo xilofono. Lo xilofono l’hanno usato anche i Radiohead in OK Computer per esempio, in un modo molto diverso, seriosi come sempre, non se ne scappa. E i Radiohead erano già talmente seri prima di Ok Computer che Mark Linkous l’overdose se l’è fatta proprio quando era in tour con loro nel 96. Lo xilofono in It’s A Wonderful Life Linkous lo usa in modo molto diverso da loro, lo impasta in tutto il resto, compresa la sua voce. La sua voce sembra quella di uno che si è ubriacato, addormentato e poi si è svegliato (da poco) da un sonno durante il quale non si è riposato per niente, ed è diversa rispetto ai primi due album, sembra meno effettata con gli effetti ma più effettato in modo naturale. It’s A Wonderful Life non è la cosa migliore della carriera di Linkous, ma comunque è più profondo di qualsiasi cosa interessante gli altri gruppi volessero tirare fuori dalla sua influenza. Non credo che i Radiohead siano stati particolarmente influenzati dalla musica di Sparklehorse, ma per una strana ragione a un certo punto hanno orbitato nello stesso universo, e Thom Yorke ha pure collaborato con lui in una cover di Wish You Were Here. La cosa più figa di Mark Linkous era che, oltre a se stesso, distruggeva qualsiasi tipo di riferimento venisse fatto (o facesse lui stesso) in merito alla sua musica. Io ho comprato Sword Fish Trombone di Tom Waits perché Linkous in persona diceva che era stato un disco fondamentale. Solo che tutto quello che ha fatto Linkous ispirandosi a quel disco è molto meglio di quel disco.

Vivadixiesubmarinetransmissionplot e Good Morning Spider sono il tentativo riuscito di scavare dentro se stesso tra gli alti e bassi dell’umore e della salute, e il tentativo di opporre alla vita proprio quel risultato lì, la musica, il disco, che tira fuori suoni ammalati, e anche un po’ di compiacimento per il dolore fisico e il tormento psicologico. Il dolore fisico non è però la miccia che accende il fuoco ma semplicemente una delle cose che vanno a comporre la personalità di Mark Linkous. Vivadixiesubmarinetransmissionplot esce prima dell’overdose ma contiene già un ottimo livello di difficoltà verso le cose.

Dopo Good Morning Spider Mark Linkous perde se stesso e in It’s A Wonderful Life una parte di lui è andata a farsi friggere, distratta (credo un po’ volutamente) dalle collaborazioni, elettroniche e no, con Danger Mouse, Fennesz e tutti gli altri. Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain ha un decimo dell’intensità dei primi due, anche se Linkous lo ha descritto come l’album della depressione, riempito con alcuni pezzi che dovevano finire in It’s A Wonderful Life. Gli effetti sulla voce cambiano radicalmente, adesso le canzoni di Linkous sembrano il contrario di quello che dichiara: più serene. Il passaggio di testimone agli altri per la voce in It’s A Wonderful Life è una specie di segnale di distacco dalle cose, distacco che si annulla quando esce Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain dove Linkous torna a cantare tutte le canzoni. Io credo che ascoltare la sua voce sia un bel modo di seguire e studiare il percorso artistico musicale di Mark Linkous. E credo che queste parole testimonino bene che nel 2006 si era già più o meno arreso, lo dico per la sufficienza con cui parla della propria musica:

“Well, I’d quit working for a while and it started to get really difficult to live and pay the rent. So it was really getting down to the wire where I had to turn a record in. I had some stuff written that I didn’t put on the last album, because they were just really pop songs. They felt like anachronisms on the last record. So I saved all these little pop songs” (Pitchfork, 2006)

Sparklehorse si è bruciato in fretta, coi primi due dischi. Oggi quello che mi rimane è che Good Morning Spider è ancora il mio disco preferito, semplicemente perché mi fa ancora tremare. Saint Mary, dedicata alle infermiere dell’ospedale in cui Linkous fu ricoverato, è tutt’altra cosa rispetto a quello che ti aspetti da una canzone dedicata a persone che in fondo hanno contribuito a salvarti la vita. È una marcia funebre. La vita continua, ma prima o poi ci riprovo sembra dire la canzone.
I primi due album sono un mondo a parte. Ci sono due accordi in Vivadixiesubmarinetransmissionplot (i primi due di Weird Sisters), che se li metti proprio dopo Homecoming Queen, che equivale a metterli dopo a un’altra cosa delicata come il silenzio, ti arrivano dritti in faccia. Alla fine credo che in buona parte Mark Linkous fosse questo: un essere debole come un insetto, ma in grado di generare chitarre che ti distruggono. È come pensare che, nella scena di Ritorno al Futuro in cui Marty va a casa di Doc e prova l’amplificatore gigante, al posto di Marty ci sia un insetto: quell’insetto che fa partire l’accordo che tira giù tutto è Mark Linkous. Però dal vivo non aveva bisogno di un ampli gigante. La prima volta che l’ho visto aveva la band e sembrava di guardare un gruppo che ti suona in salotto con quello che gli hai dato tu, amplificatori normali, batteria normale, tranquilli, alzando i toni quando bisognava. La seconda volta era col batterista, presumo Scott Minor, e un’effettiera, la terza era solo come un cane. Penso fosse musicalmente bipolare perché, nei primi due album, il passaggio dalla tristezza alla forza aveva un comune denominatore nella sua voce ma era netto, regolare come un orologio, così calcolato da sembrare consapevole ma spontaneo.

Insetto, piccolo, debole. Dipende a cosa ti riferisci. Se lo metti di fronte alle sue chitarre, Linkous sembra un insetto debole. Ma da un altro punto di vista non è così. Il 6 marzo 2010 Mark Linkous si è ammazzato e da quel momento abbiamo perso una persona grande come uno degli insetti di Tremors. Uno che scriveva canzoni non per liberarsi dell’inquietudine ma per testimoniare che al mondo non ci stava per niente bene, e che poi, finito di dire quello che voleva dire, se n’è voluto andare. Un piccolo insetto, debole, ma che ti smuoveva la terra sotto i piedi e sembrava enorme per l’aria che spostava e, se t’innamoravi della sua musica, ti inseguiva ovunque tu andassi, e enorme lo diventava davvero. Almeno, per me per un po’ di tempo è stato così. Ho messo quella foto perché mi è sempre piaciuta molto.

2 pensieri su “SPARKLEHORSE

  1. sì devo dire che a riascoltarli nel tempo gli Sparklehorse emergono prepotentemente come tra i massimi artisti di tutto quel calderone che è l’indie-rock-alternativo. Ammetto però che il concerto all’Estragon mi era sembrato piuttosto sciatto e striminzito, non mi aveva colpito particolarmente. Peccato non ci sia stata una seconda volta.

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