CAPRA / Sopra la panca

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La vita della rock star era bellissima. Donne, sesso, droga, musica. O anche solo musica. Comunque, ogni minuto era alla grande. Il musicista famoso non era umano, e conduceva una vita sempre al massimo. Non come quella degli uomini normali, fatta di problemi, noia, abitudini e la domenica riposo.

Poi nel 1984 i Minutemen hanno fatto uscire Double Nickels on the Dime. Dentro c’è History Lesson Part II che parla della loro vita normale, delle origini nella classe lavoratrice e dei loro sentimenti e modi di pensare, che sono quelli delle persone che ascoltano la loro musica. La prima frase della canzone è “Our band could be your life”, cioè noi siamo uguali a voi. Non hanno azzerato il modo di vivere sopra le righe di tutti i musicisti del mondo, ma hanno dato una diversa visione della cosa.

Facebook è il Male, lo sappiamo. Però in alcuni casi Facebook permette di conoscere un musicista come se ci scrivesse una lettera al giorno. Se sei suo amico su fb e se condivide status in cui parla anche di sé e della propria vita (stare in casa, portare a scuola la figlia, andare a mangiare dalla mamma, parlare con la moglie, fare la pizza, mangiare un panino, pulire il pavimento, non fare niente di particolare) quello è il suo modo per dire che la sua vita è uguale alla tua. Gianni Morandi lo fa.

I momenti de noia, normali, di riposo, li abbiamo tutti. Anche i musicisti. Basta avere il coraggio e la voglia di dirlo. Non tutti lo fanno. Capra lo fa. Usa Facebook parlando di sé, della musica, della famiglia, delle sue giornate. Nel suo disco solista Sopra la panca (To Lose La Track, Garrincha Dischi) dice una cosa molto sincera: delle sue canzoni e del suo lavoro, che per un po’ di tempo è stato portare intensamente in giro Raudo, l’album del suo gruppo, i Gazebo Penguins, a un certo punto ne avrebbe fatto anche a meno. Poi la voglia ritorna, ma può succedere di stancarsi di andare in tour come può succedere di stancarsi di fare dei timbri in un ufficio. La canzone si chiama Il lunedì è la domenica del rock e dice che a Capra il lunedì piace tantissimo perché è il giorno in cui fa altro rispetto a quello che fa durante la settimana. Il testo si muove sul filo dell’ambiguità, perché mentre un impiegato al lunedì mattina si alza dal letto per riprendere a lavorare dopo il week end, Capra se la dorme. Quindi Capra vive diversamente rispetto a un impiegato. Ma è anche vero che mentre l’impiegato si gratta la pancia durante il week end, Capra sposta degli ampli su e giù da un furgone. Ed è vero che se io avessi un negozio, sarei a casa durante la settimana, un pomeriggio, mentre gli altri lavorano. La differenza non è tra la professione del musicista e tutti gli altri lavori, ma tra tutti i lavori tra loro, compreso quello del musicista. Non è una cosa scontata da dire in un disco. E non è discorso solo bianco o solo nero, ha una sfumatura non definita che non permette di scegliere una cosa sola da fare. Se Capra dice che al lunedì è contento di cazzeggiare non vuol dire che si è stancato di suonare. E magari a volte è difficile conciliare l’attività che ami con la vita di tutti i giorni, ma si fa. Lo dice Scaletta.

Il disco contiene un’analisi personale, semplice ma definita, dell’assenza, proprio a partire da Il lunedì è la domenica del rock, dove l’assenza è il risultato del rigetto momentaneo di cose che hai fatto tante volte e che adesso stai meglio senza. Poi c’è un ritorno, un ripristino, una soluzione, che ti porta su strade diverse, che ti fanno respirare ancora di più, come un disco da solo, e poi magari ti riconducono ancora sulla strada da cui sei partito. Potrebbe essere così, oppure no, per Capra in parte sembra essere così.
Legata all’assenza c’è la fine. Santa Massenza ne parlava già. Là la fine era la morte, qui è la morte insieme ad altre cose, come la fine dell’amore (La fine non è la fine). All’inizio volevo che il mio articolo su Sopra la panca fosse solo su Mio padre faceva il fabbro. Poi ho capito che quella canzone non è solo sulla fine e che Capra descrive un passo più avanti rispetto a Santa Massenza, dove faceva fatica a dire la parola fine di fronte alla morte di una persona vicinissima. Nei due dischi parla di due persone diverse, qui è a uno stadio successivo di rielaborazione. E mi sono ricordato che una volta io e un mio amico ci siamo detti che più avanti guardando la foto dei nostri padri ci sarebbe venuta una gran forza. Capra dice che:

“la prima volta che sei svenuto ero a suonare e anziché smettere per sempre eccomi qua / ma poi col tempo ho imparato a fare a meno di te”.

(Tra l’altro, anche qui, come in Non morirò dei Gazebo Penguins, innesca questo corto circuito direttissimo tra il testo della canzone e la propria vita, dove il testo che sta cantando dimostra che quello che sta cantando è vero).

Così non ho più scritto un pezzo triste sulla fine ma ho spostato la mia attenzione su tutte le cose che ci sono nel disco e ho cercato di metterle insieme. Per esempio, ho pensato robe sul futuro, quello di cui parla Capra, che chiude il disco con Reset, dove non solo guarda in avanti e passa sopra alle paure, ma rende esplicito anche il motivo per cui riesce a cancellarle, cioè sua figlia. La frase è: “Non voglio illudermi ma guardarti addormentare cancella un po’ di paure”. E la cosa enorme è che ad accompagnare Capra a cantare questo verso, che chiude il disco, c’è sua moglie. Our band could be your life.

Non è facile scrivere testi sulla famiglia e sulle proprie ferite, e non testi vaghi o pipposi, da interpretare, ma che parlano chiaro e diretto (con parole dritte a raccontare cos’è successo e come stanno adesso le cose) e confrontano il presente col passato. A questo proposito e sempre a proposito di paura, dopo aver sentito Margherita di Savoia ho pensato lucidamente a quanto sono stupide la paura di affrontare le cose e la difficoltà di trovare il coraggio per affrontare le persone. Le parole, scritte da un amico di Capra, sono: “Mia nonna dice che non bisogna aver paura di niente che non sia fare del male. Oggi mi sento coraggioso e farò molti più chilometri” e mi hanno fatto venire in mente Parete Nord di Caso, che di sicuro è un testo più metaforico ma ha la stessa voglia di attaccare le cose difficili.

Sulle chitarre di Sopra la panca è stato fatto un lavoro pauroso. Ci sono quelle pese che riempiono tutto, poi ci sono quelle sotto, precise come le gocce d’acqua che cadono dove devono. La canzone è Pierre Menard, o anche Reset: le altre chitarre scalano dietro quella solista e intraprendono una strada diversa, su gradini diversi. Sono piccoli passi che si sentono come se fossero amplificati da un’eco. Quante metafore ho messo in un paragrafo. Oppure ci sono le chitarre tutte insieme come in MLVGRL, che è la canzone più garage di tutte, non un garage alla Ty Segall/Fuzz ma più alla Go!Zilla, cioè meno dispersivo o psych e più diretto, anche se l’uso della chitarra di Capra ricorda quello del garage, cioè l’accostamento spinto della chitarra solista che se ne va per la sua strada con quella ritmica è QUASI lo stesso della prima canzone di Fuzz dei Fuzz. La differenza sta nel fatto che Capra inverte la coppia, cioè la chitarra solista è sotto quella ritmica. Alcuni suoni della chitarra sono lontanissimi dai Gazebo ma altri sono proprio quelli (Il lunedì è la domenica del rock con Casa dei miei, Galline con Difetto). Le batterie sono diverse, qui sono asciuttissime, nei Gazebo Penguins sono più sporche, il basso non c’è ma ci sono le tastiere. La scrittura è quella libera di Capra che anche con due strofe e un ritornello fatto una sola volta ti butta giù una canzone che alla fine ti fa venire voglia di riascoltarla perché ti dà la sensazione di non finito ma che è una canzone fatta e finita perché dà voce a un testo dal significato enorme.

Sopra la panca è l’insieme di tutte queste cose e non so dire quale prevalga sulle altre. Accosta attimi seri a attimi divertenti (Diciottenni e Galline) e forse anche in questo è simile alla vita di tutti. A proposito di galline volevo dire anche che il mio interesse di ragazzo di città per loro e in generale per gli animali da cortile, anche se lui ha più spazio per tenerli, è affine all’interesse di Capra. Our band could be your life.

Bandcamp.

Intervista a GIUSEPPE RIGHINI

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Era un po’ di tempo che non intervistavo nessuno. Riprendo con Giuseppe Righini, che ha fatto da poco uscire Houdini per Ribéss Records.

Rispetto a In apnea Spettri sospettiHoudini ha un suono e una scrittura diversi. Rimangono alcune delle influenze, come Tom Waits, ma sembra superato Vinicio Capossela, e prevalgono i suoni più cupi. Come hai concepito e ottenuto quel suono, anche insieme a Ribéss Records che ti produce, e cosa ti ha spinto a cambiare direzione?
Certamente a livello di scrittura Houdini è probabilmente il disco più pop che abbia licenziato fino a ora e, come hai giustamente sottolineato, sono le sonorità più dense, cupe e resinose a sopravvivere e imporsi sotto l’aspetto dell’impostazione generale. Già questo, di per sé, non è così usuale: pop da una parte e, contemporaneamente, elettronica tendenzialmente scura dall’altra. Non è una scelta casuale: con Fulvio Mennella, produttore artistico del disco, abbiamo deciso di assecondare il più possibile ogni sfumatura lunare che avremmo incontrato lungo il percorso in fase di provini, arrangiamenti, registrazioni e così via. L’idea era di impostare a monte il tutto con un’attitudine di lavoro sensibile verso una deriva elettronica che era nelle nostre intenzioni spingere comunque il più possibile. Crediamo di esserci riusciti. Ribéss Records e Giulio Accettulli, produttore esecutivo, ha sostenuto questo canone e tutto il progetto con una fiducia e un entusiasmo che mi gratificano e fiancheggiano sodali. Questo nuovo codice per me è conseguenza diretta di un percorso antico, dato che i miei primissimi album acquistati da ragazzino erano targati Depeche Mode e via discorrendo. Poi il doppio disco di remix Enciclopedia completa di uno sconosciuto ha senza dubbio favorito la genesi di Houdini. Ma vedo tutti questi episodi come passi di un cammino più ampio. Per esempio, nel mio lavoro, non c’è mai stato, intenzionalmente, alcun riferimento ai dischi di Waits e Capossela. Forse condividiamo gli stessi riferimenti, chissà: la canzone d’autore retrò, il teatro tedesco anni 30, un certo tipo  di approccio roots in senso lato e l’amore per le storie, la narrazione e il mondo onirico e immaginifico.

Al di là delle mie impressioni, quali sono i dischi che ti hanno accompagnato mentre scrivevi e registravi l’album nuovo?
Sono stato molto più influenzato lungo il cammino da libri, film, luoghi, viaggi, teatro e arte visiva in genere. È sempre stato così per me, per ogni disco, ogni tappa del mio percorso musicale. Houdini non fa eccezione. Certamente ho comunque consumato anche parecchia musica. Se  proprio devo fare dei nomi, ti confesso che nei mesi spesi intorno all’album mi è capitato di ascoltare più di altri Rowland S. Howard, Milva che canta Brecht, Dirty Beaches e il lavoro di moltissimi autori popolari sovietici finiti nei gulag, ripreso dagli autori più disparati. Si tratta di uno studio a cui mi sono dedicato negli ultimi tempi. Sono appassionato da sempre di canzoni popolari d’amore, di guerra e torch songs in genere.

Come dicevamo poco fa Houdini è un album quasi del tutto elettronico (ma Amsterdam e Licantropia no, o almeno non interamente). Nonsense dance mi ha ricordato sia i Daft Punk sia la pop dance anni 80. Dal punto di vista delle basi elettroniche ci sono alcuni momenti ballabili (Tic Toc Bar), altri più dilatati (Lungo la strada). Comunque si avverte un distacco con la linea vocale, che va sempre in cerca di una melodia differente, tranne forse in Non siete soli dove tutto sembra più omogeneo. Dal punto di vista melodico, il tuo lavoro sulla scrittura dei testi sembra a volte superiore rispetto a quello fatto dal lato strumentale. C’è questo tipo di distacco tra voce e musica, che non dà disarmonia: alcune volte l’elettronica è molto semplice e la voce ricerca sempre una perfezione d’autore più complessa. Non mi dispiace, ma alcune volte mi spiazza. È una sensazione solo mia?
Con Fulvio abbiamo volutamente spinto molto su questa dicotomia: canzoni classiche da una parte, produzione elettronica minimale e salda dall’altra. Dividendoci anche alcuni ruoli, e tenendo sempre a mente l’economia e la lezione operativa di realtà centratissime come Suicide, Soft Cell etc. Quando scrivo, il pezzo deve stare in piedi già anche solo voce e chitarra. L’arrangiamento e la produzione, pur fondamentali, arrivano in un secondo momento. L’intero album avrebbe avuto senso anche realizzato con un combo voce, chitarra, basso e batteria. Ma non era quello che volevamo. Quello che cercavamo era un luogo in cui far convivere pop, elettronica, melodia, passione e parole pensanti. AmsterdamLicantropia e Non siete soli hanno un vibe leggermente diverso forse perchè sono gli unici pezzi che ospitano gli interventi di altri collaboratori, nello specifico Miscellanea Beat e Daniele Marzi. Era poi nostra intenzione, dove possibile, sottolineare elementi di natura fisica e ritmica all’interno dell’album. Nonsense DanceTic Toc Bar, con tutta la loro deriva di elettronica d’oltralpe, passano di lì. C’è anche una profonda componente spirituale in alcuni pezzi, su tutti il gospel digitale di Lungo la strada. Ma anche il mantra di Bye Bye Baba, o la stessa ninna nanna di Non siete soli, che non sfigurerebbe anche in versione minimale e spoglia, ma che nell’arrangiamento di Fulvio assume una veste davvero corale. Certamente il lavoro di scrittura su testi e melodie è stato profondo, ma davvero non riuscirei a pensare a una veste migliore, musicalmente parlando, per queste mie nuove canzoni. Difendo sincero questa produzione. E credimi, il fatto che in qualche maniera l’ascolto sia per chi sente l’album leggermente spiazzante è dal mio punto di vista un elemento positivo. Decontestualizzare, per il fruitore, i “luoghi” delle canzoni è sempre stata un’aspirazione per me.

Elettronica e cantautorato: hai fiducia in questo binomio, per te e per gli autori italiani?
Per me certamente. Mi sento assolutamente a mio agio in questa formula, e trovo molto soddisfacente il risultato del disco dal punto di vista finale. Io stesso ironicamente ho battezzato Houdini come un esempio di electrorato. Ma si tratta essenzialmente proprio di quello, non fosse altro che dal punto di vista tecnico: canzoni scritte da qualcuno che le interpreta anche e prodotte in chiave elettronica. Per quel che riguarda la scena italiana, ti confesso che la seguo con una certa distrazione e dunque davvero non saprei dirti chi o quanti stiano facendo lo stesso percorso intorno a me, meglio o peggio. Non dico questo per spocchia ma più semplicemente e banalmente perchè inciampo nelle cose che mi seducono indipendentemente da carte d’identità e passaporti. Mi è capitato in genere di infatuarmi più spesso oltre confine, questo sì. Sono comunque onnivoro. Ma anche molto critico. Qualunque siano le latitudini.

E dal vivo? Chi ti aiuta a suonare Houdini
Dal vivo io e i miei due collaboratori, Stefano Spada e Marco Pandolfini, stiamo portando in giro il disco con una formula che prevede due laptops, un paio di launch pads e un po’ di chitarra elettrica. Dunque sequenze e files, elaborazioni e manipolazioni in tempo reale e parti suonate. Fine. E devo dire che performare su questo tipo di trama e tessitura mi eccita moltissimo. Come già accennato la mia è una formazione sia elettronica che più tradizionalmente indie, rock e wave, per cui per me avere nei monitors dei campioni sintetici piuttosto che una chitarra elettrica, filosoficamente, è esattamente la stessa identica cosa. Scrittura pop, produzione electro e attitudine live rock, narrativa e teatrale. Funziona in platea. E a noi sul palco piace tanto. La strada di Houdini è questa, su disco e dal vivo.

Le canzoni di In apnea e Spettri sospetti sono perfette. Suonano pulite, con arrangiamenti calibratissimi e rime baciate. Non c’è mai un eccesso di scrittura ma c’è (appunto) teatralità: tu canti e reciti (sul tuo sito i concerti sono nella sezione “spettacoli”). Da una parte in questo modo sveli un lavoro molto accurato, attraverso il quale hai ripulito i pezzi da tutto ciò che può essere diverso dalla sintonia che comunicano. Dall’altra rischi di ottenere canzoni che non suonano vere. Non pensi che si appiattisca un po’ la profondità dei pezzi in questo modo?
Spettri sospetti viene concepito e generato da una precisa esigenza e intenzione teatrale e narrativa a livello performativo e di scrittura. Il recupero della lingua italiana, la volontà di raccontare storie e di rifarsi a un canone preciso di storytelling etc. Scrissi e portai in scena anche uno spettacolo con Elena Bucci, il produttore di allora Marco Mantovani e Mauro Ermanno Giovanardi, intitolato come una delle mie canzoni poi finite nell’album, Ninna LandaIn Apnea mette in comunicazione tutto il mio passato cold wave in inglese che precede l’uscita di Spettri con la nuova esperienza acquisita di cantautore. È un lavoro indubbiamente più incestuoso, il tipico album di passaggio in cui si intuiscono nitidamente le due teste di ponte del cammino che avrebbe poi portato a Houdini. Amo molto quel genere di dischi. In entrambi il lavoro di scrittura e approccio è certamente chirurgico ed equilibrato. Dal mio punto di vista ciò non dà un senso di assenza e distacco. Anzi. È solo un altro tipo di comunicazione, forse semplicemente più algido. Poi, ovviamente, credo moltissimo dipenda anche dai leciti gusti e trasporti di ognuno. E dai momenti in cui si scrive e/o conosce un’opera. E mi pare sacrosanto avere visioni anche distanti. Ma, estremizzando, ad esempio c’è chi trova Beckett insopportabile, chi assolutamente irresistibile. Probabilmente per gli stessi aspetti. Trovo tutti i miei dischi per tematiche, luoghi e sfumature peculiari ugualmente nudi e mascherati. Houdini incluso. Nè più, nè meno degli altri. In maniera differente, certo. Ma nè più, nè meno degli altri.

C’è molta poesia nei tuoi testi, sia perché citi alcuni poeti (come Rimbaud o Baudelaire, in Tic toc bar) sia perché utilizzi spesso le metafore o, per esempio, il non sense, cioè i mezzi della tradizione poetica. Prima dicevi che l’influenza dei libri è importante, hai letto qualche poeta nuovo, o vecchio, che ti è piaciuto particolarmente ultimamente, o che hai riscoperto?
Abbiamo già citato Beckett. Mi schiero dalla parte opposta a quella dei detrattori riguardo le sue poesie. Mi è recentemente capitato di leggere alcune interessanti raccolte di certi musicisti come Leonard Cohen, Marc Almond, Patti Smith. Poi Tadeusz Rozewicz, Alda Merini. Ho sentito le registrazioni di alcuni readings di Kerouac, davvero buone. Boris Vian. Certe cose di Bella Achatovna. Molte altre poesie in cui sono inciampato del tutto casualmente negli anni di autori che fatico a ricordare. Davvero citando i primi, e dimenticandone mille altri. Potrei continuare per Bataille, Artaud e così via, ma la sostanza cambierebbe poco. La mia formazione poetica è di natura prettamente scolastica, da sussidiario oserei dire. Pensa a tutti i pezzi da novanta, sia pop che più crepuscolari, che vanno dai greci al ventesimo secolo di vecchio e nuovo mondo, bendati gli occhi e pesca nel mucchio. Ma più dei poeti amo gli scrittori. I pittori. Gli artisti visivi. E comunque sia, la mia forma di poesia favorita resta il cinema.

Cosa ti piace di Tadeusz Rozewicz? È un artista di cui non conosco nulla.
È un autore polacco polimorfo e seminale, scomparso l’anno scorso, dalle vicende umane e professionali davvero cangianti, di cui ammiro profondamente la viva capacità di rinnovamento del linguaggio e delle tematiche nei decenni, oltre che il sensibile talento. Ultranovantenne, la sua vita ha attraversato davvero tanto e basta sbirciare anche solo la sua biografia su wikipedia per averne una vaga idea. La mia affezione nei suoi confronti passa in origine dal suo rapporto con uno dei miei registi favoriti, Krzysztof Kieślowski. Anni fa ebbi l’immenso onore di essere invitato, insieme al pianista Marco Mantovani, a uno studio che tributava le sue opere, quelle di Kieślowski e le musiche di Zbigniew Preisner. Il tutto si concretizzò in un reading in italiano e polacco insieme a Zbigniew Zamachowski, protagonista di Decalogo 10 e Film Bianco. È stato indubbiamente uno dei momenti più toccanti e gratificanti della mia carriera, essendo io un sincero fan di Zibì e dell’opera del cineasta polacco.

Hai usato l’espressione “sono inciampato del tutto accidentalmente” in autori che non ricordi. Forse, anche se non li ricordi, questi autori ti hanno influenzato e ispirato, forse no. Al di là di questo, come funziona l’ispirazione? È una cosa che quando arriva arriva, quindi bisogna assecondarla in ogni momento, oppure ti (e le) imponi tempistiche e momenti prestabiliti? Se tu dovessi costringerti a scrivere un disco in un periodo di tempo limitato, saresti a tuo agio? Il risultato trarrebbe vantaggio da questa “pressione”?
Il processo di scrittura, per quel che mi riguarda, segue un iter ogni volta differente a seconda del caso. Qualunque cosa può dare il via a una stesura, allo sviluppo di un’idea che a volte si concretizza immediatamente, altre volte ci mette tantissimo, persino anni a completarsi. Procedo comunque sempre in maniera, per così dire, tendenzialmente circolare e non lineare. Un sasso cade nello stagno e si formano degli anelli che, allargandosi, completano il tutto. Può essere un titolo che mi colpisce, una melodia, un concetto, un riff. Non importa da dove si parte. Quel che conta è che quel punto di partenza (che infine potrebbe essere un punto posizionato ovunque lungo l’intera opera o in qualunque aspetto) mi dia la scintilla per cominciare un nuovo pezzo, e possibilmente per portarlo a termine. Negli anni ho mutato moltissimo il mio approccio. In passato avrei riscritto più volte la stessa cosa fino alla soddisfazione finale su ‘quel’ brano specifico. Oggi preferisco lavorare come in una serra: la stessa idea piantata in più vasi, lo stesso processo di nutrimento e sviluppo e poi la selezione del fiore sbocciato meglio. Questo metodo mi dà un senso di distacco ma anche di giudizio più chiaro. Non sempre, emotivamente parlando, siamo i soggetti più adatti a valutare le nostre cose se il coinvolgimento è tale da metterci in una posizione di sudditanza verso le canzoni. Mi sento, in parole povere, più artigiano che artista. Credo nell’opera come parto ma anche e soprattutto come architettura. Per quel che riguarda le tempistiche di scrittura, a volte sono estremamente prolifico, altre estremamente lento. E generalmente mi piglio tutto il tempo necessario, ma mi piace molto anche lavorare sotto pressione, con una deadline obbligata e dietro l’angolo. Mi è capitato di farlo, e i risultati sono spesso sorprendenti. Ciò conferma una mia teoria: le canzoni sono nostre, ma altro da noi, e alla base della comunicazione in genere c’è spesso, in buona fede, un solido elemento di fraintendimento, promesse mancate, aspettative tradite, sia dalle penne che dai fruitori. Credo bisognerebbe far quello che più ci piace dei dischi e della creatività altrui in genere. Deviare, sdoganare, se si crede, dall’idea di partenza dell’autore. Io lo faccio spesso con gli altri. Mi piacerebbe si facesse altrettanto con me.

Alcuni cantanti italiani (Colapesce, Vasco Brondi) stanno avendo un buon successo. Spesso mancano totalmente di forza comunicativa, ma si (e li) ritengono cantautori, quando è piuttosto confusa anche la stessa definizione di cantautore. Cosa deve fare secondo te un cantautore in e con una canzone? Tu sei un cantautore?
Personalmente non ho mai particolarmente amato la definizione in sé. Io vedo come cantautori Lou Reed, Neil Young, Cate Le Bon, Jacques Brel, Eels, Paolo Conte e Nick Cave ad esempio. E mi pare che i risultati siano piuttosto distanti, sia tra di loro che all’interno di alcune produzioni. Intendo ovviamente in termini di codice, non qualitativi. Se per cantautore intendiamo un soggetto che scrive canzoni in forma “classica” e poi le interpreta, beh, la lista si fa infinita. E sicuramente i nomi che hai citato rientrano dunque nella cerchia. Ma temo che in Italia ci sia un duplice problema: o si è condannati, per definizione mediatica, a fare/rappresentare qualcosa di natura inevitabilmente derivativa rispetto a nomi mastodontici e non del passato storico e recente oppure, qualunque tipo di cosa si proponga, basta dedicare una minima attenzione a testi e forma e vedrai che l’etichetta di cantautore non te la leva più nessuno. Spesso con grande superficialità di giudizio. Io fin da ragazzino ascoltavo indifferentemente, che so, A-ha, Tenco e Joy Division, e ben prima del crossover culturale tanto in auge e trasversalmente sdoganato di oggi. Nel bene e nel male, me ne sono sempre infischiato delle etichette per cui, infine, lascio che sia la canzone in sé a difendersi o affondare. Con le sue forze, le sue carte, i suoi numeri. Credo che chiunque faccia dischi (osservando la faccenda dal punto di vista prettamente etico e d’essenza e mettendo per un attimo da parte l’aspetto professionale e imprenditoriale) non debba preoccuparsi di molto altro. Tutto il resto, per fortuna e purtroppo, spesso non dipende da noi. Se io sono un cantautore? Se lasci la definizione a me, la risposta è: accidentale. Non mi concedo altro (e oltre) questa definizione: cantautore accidentale.

Houdini su Soundcloud.

Ribéss Records

gli WAND al beaches brew

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Gli Wand salgono sul palco piccolo del Beaches Brew alle otto e mezza di venerdi e fanno il soundcheck. Quasi nello stesso momento arrivano anche le zanzare, la loro missione è fare un party di circa due ore con tutti gli umani. Sangue di rocker o simili. Ma grazie al Golem informe che le spaventa, l’assalto è meno potente rispetto a mercoledì, i giorni di pioggia dell’inizio della settimana sono più lontani e le zanzare si sono già ubriacate, due sere di fila. Ognuno di noi ha la sua versione dei fatti di questa guerra, in base alla qualità del sangue che si porta dietro, io, venerdi, ho l’impressione che si sia respirato di più.

Per i concerti è stato il giorno migliore, escluso Mikal Cronin, perfetto Power folker ma freddo come il ghiaccio del Coca e Jameson del mio amico. I Go!Zilla sono andati a palla, JC Satàn un po’ più lenti e forse un po’ troppo blackmountaniani ma comunque butta via. The Oh Sees, con due batterie perfettamente sincronizzate a parte la campana del ride, sono stati gli unici (sul beach stage, dove hanno suonato anche: Strand Of Oaks, Babes In Toyland, Ought, Viet Cong e Mikal Cronin) a reggere il faccia a faccia con il mare infinito, presenza invadente e difficile da contrastare con gli amplificatori.

Gli Wand fanno il soundcheck quindi. Sono un bassista con i capelli abbastanza lunghi, un ragazzo schivo e annoiato con la chitarra, un batterista con un taglio di capelli da college e un chitarrista col ciuffo alla Beverly Hills 90210. A un certo punto quello col ciuffo fa partire un giro degli Iron Maiden, che riconosco solo perché me lo dice quello davanti a me. Moltissimi se accorgono e bisbigliano sorridenti ai rispettivi vicini di mangiatoia per zanzare. È la migliore captatio benevolentiae degli ultimi anni: in tanti da quel momento hanno sentito il feeling, il cuore braccato dalla compartecipazione. Tutti presi bene, anch’io. Qualche minuto dopo gli Wand iniziano a suonare.

Golem è il loro secondo album. Ha una componente psycho non troppo invadente, a volte (Flesh Tour) molto sixty, una garage ancora meno dominante e una noise che è la più insistita, quella che preferisco. In questo senso (nel senso di noise) due riferimenti recenti potrebbero essere Metz e Pissed Jeans. I/gli Wand su questo disco alleggeriscono (Floating Head) momenti fortissimi di chitarre distorte a istanti sognanti, con assoli così puliti che solo dentro a Marquee Moon.

Dal vivo rifanno esattamente lo stesso suono che hanno su Golem. Nel desiderio di chi era lì vince di brutto il noise. La più lunga fase d’interruzione della chitarra distorta, e della batteria che le mena dietro, aiutata dalla voce del cantante, sottile come quella di Wayne Coyne ma ancora più hippy e JohnLennonizzata (The Drift), hanno permesso a Cory Thomas Hanson di guadagnarsi un SUONA PUTTANELLA, di cui non s’è neanche accorto. Ma è stato un simpa che gliel’ha detto, niente d’importante, il concerto ha girato come un discorso perfetto e lo sapeva anche lui, visto che era lì che si dimenava. Planet Golem è la canzone che, dopo la captatio benevolentiae e l’esposizione (l’ordo artificialis, più che altro una presa di posizione sulla propria estetica, che corrisponde al fissare i puntini sulle i del proprio suono), ci porta all’argomentazione, con una confirmatio molto forte delle proprie ragioni: noise alternato e sovrapposto a psichedelia. In Planet Golem la batteria gira di continuo, anche su se stessa, e porta dritto a due esplosioni che ricordano ancora i Pissed jeans ma li fanno pure impallidire. Dopo i momenti più dilatati, i suoi ingressi improvvisi insieme alla chitarra sono la caratterizzazione migliore del loro modo di fare noise psichedelico. Si sente anche nella prima canzone di Ganglion Reef, il disco precedente, uscito per l’etichetta di Ty Segall, la God?, che per il resto è molto meno chitarroso e più lost in the space.

L’epilogo del concerto è un ulteriore sviluppo dell’argomentazione: spinge sul noise. E per questo sviluppa più l’idea del secondo album che non quella del primo. Tocca le corde vive degli headbangers presenti e impazienti di dare un senso all’olio che hanno messo sull’osso del collo, e si può considerare vera e propria peroratio, il coltello sulla ferita fresca dei sentimenti, per chiudere il discorso e portarsi a casa un concerto della madonna, il migliore di tutto il Beaches Brew 2015.