gli WAND al beaches brew

golem

Gli Wand salgono sul palco piccolo del Beaches Brew alle otto e mezza di venerdi e fanno il soundcheck. Quasi nello stesso momento arrivano anche le zanzare, la loro missione è fare un party di circa due ore con tutti gli umani. Sangue di rocker o simili. Ma grazie al Golem informe che le spaventa, l’assalto è meno potente rispetto a mercoledì, i giorni di pioggia dell’inizio della settimana sono più lontani e le zanzare si sono già ubriacate, due sere di fila. Ognuno di noi ha la sua versione dei fatti di questa guerra, in base alla qualità del sangue che si porta dietro, io, venerdi, ho l’impressione che si sia respirato di più.

Per i concerti è stato il giorno migliore, escluso Mikal Cronin, perfetto Power folker ma freddo come il ghiaccio del Coca e Jameson del mio amico. I Go!Zilla sono andati a palla, JC Satàn un po’ più lenti e forse un po’ troppo blackmountaniani ma comunque butta via. The Oh Sees, con due batterie perfettamente sincronizzate a parte la campana del ride, sono stati gli unici (sul beach stage, dove hanno suonato anche: Strand Of Oaks, Babes In Toyland, Ought, Viet Cong e Mikal Cronin) a reggere il faccia a faccia con il mare infinito, presenza invadente e difficile da contrastare con gli amplificatori.

Gli Wand fanno il soundcheck quindi. Sono un bassista con i capelli abbastanza lunghi, un ragazzo schivo e annoiato con la chitarra, un batterista con un taglio di capelli da college e un chitarrista col ciuffo alla Beverly Hills 90210. A un certo punto quello col ciuffo fa partire un giro degli Iron Maiden, che riconosco solo perché me lo dice quello davanti a me. Moltissimi se accorgono e bisbigliano sorridenti ai rispettivi vicini di mangiatoia per zanzare. È la migliore captatio benevolentiae degli ultimi anni: in tanti da quel momento hanno sentito il feeling, il cuore braccato dalla compartecipazione. Tutti presi bene, anch’io. Qualche minuto dopo gli Wand iniziano a suonare.

Golem è il loro secondo album. Ha una componente psycho non troppo invadente, a volte (Flesh Tour) molto sixty, una garage ancora meno dominante e una noise che è la più insistita, quella che preferisco. In questo senso (nel senso di noise) due riferimenti recenti potrebbero essere Metz e Pissed Jeans. I/gli Wand su questo disco alleggeriscono (Floating Head) momenti fortissimi di chitarre distorte a istanti sognanti, con assoli così puliti che solo dentro a Marquee Moon.

Dal vivo rifanno esattamente lo stesso suono che hanno su Golem. Nel desiderio di chi era lì vince di brutto il noise. La più lunga fase d’interruzione della chitarra distorta, e della batteria che le mena dietro, aiutata dalla voce del cantante, sottile come quella di Wayne Coyne ma ancora più hippy e JohnLennonizzata (The Drift), hanno permesso a Cory Thomas Hanson di guadagnarsi un SUONA PUTTANELLA, di cui non s’è neanche accorto. Ma è stato un simpa che gliel’ha detto, niente d’importante, il concerto ha girato come un discorso perfetto e lo sapeva anche lui, visto che era lì che si dimenava. Planet Golem è la canzone che, dopo la captatio benevolentiae e l’esposizione (l’ordo artificialis, più che altro una presa di posizione sulla propria estetica, che corrisponde al fissare i puntini sulle i del proprio suono), ci porta all’argomentazione, con una confirmatio molto forte delle proprie ragioni: noise alternato e sovrapposto a psichedelia. In Planet Golem la batteria gira di continuo, anche su se stessa, e porta dritto a due esplosioni che ricordano ancora i Pissed jeans ma li fanno pure impallidire. Dopo i momenti più dilatati, i suoi ingressi improvvisi insieme alla chitarra sono la caratterizzazione migliore del loro modo di fare noise psichedelico. Si sente anche nella prima canzone di Ganglion Reef, il disco precedente, uscito per l’etichetta di Ty Segall, la God?, che per il resto è molto meno chitarroso e più lost in the space.

L’epilogo del concerto è un ulteriore sviluppo dell’argomentazione: spinge sul noise. E per questo sviluppa più l’idea del secondo album che non quella del primo. Tocca le corde vive degli headbangers presenti e impazienti di dare un senso all’olio che hanno messo sull’osso del collo, e si può considerare vera e propria peroratio, il coltello sulla ferita fresca dei sentimenti, per chiudere il discorso e portarsi a casa un concerto della madonna, il migliore di tutto il Beaches Brew 2015.

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