Le ferie senza wi-fi.

foto: achille

A luglio il futuro immediato si prospettava nero. Tutto ebbe inizio un anno fa, quando decidemmo di passare da TIM a Fastweb. Non è che TIM non andasse bene, era solo per risparmiare due lire. All’inizio era tutto bello, il nuovo router era un’astronave dalle luci grandissime verdi che di notte non davano fastidio (quelle di TIM sì). La nuova connessione non era una scheggia, ma lo streaming funzionava a meraviglia, quindi le cose andavano bene tra noi. La storia dei tentativi di vedere qualcosa in streaming da casa di Gatteo è, infatti, una lunga scia di insuccessi, motivo ufficiale di sempre dalle autorità della telefonia: “perché la centralina è lontanissima, è a Savignano”. Dieci minuti a piedi. Quindi, avere uno streaming buono per noi era una conquistona. Le cose andavano proprio bene insomma.

Poi dev’essere successo qualcosa, dev’essersi spostata ancora più lontano la centralina, perché è arrivata la bolletta di aprile maggio ed era spropositata, tipo più di tre volte tanto quanto avremmo dovuto pagare. Da quel momento, siamo entrati nella giungla delle segnalazioni all’192193: il 5 luglio è la data ufficiale della prima. L’192193 è il numero che chiami quando hai una gran voglia di provare quella bellissima sensazione, dopo 30 minuti di attesa almeno, della cornetta che non si stacca, si scolla, da un orecchio sudato e bollente, che poi è il tuo. Solo in quel momento riesci a dare al tempo libero il valore che ha davvero. Fino al 1° agosto quella che solitamente provavo solo durante le telefonate con mia mamma, un paio di volte a settimana non di più, è diventata un’emozione quotidiana. Troppa energia per noi, troppa grazia, abbiamo pensato a casa, io e la mia ragazza, che conviviamo. Già viviamo nel peccato, così ci siamo distribuiti le telefonate per non andare all’inferno per lussuria, o per lo meno per andarci insieme. I nostri problemi erano due: internet era fermo (e le luci del router erano diventate rosse, si vedevano di notte); il telefono non è che non andava, la linea c’era ma il tu tu tu era diventato un Bonghin’1000, una grande festa di merda con mille bonghi che suonavano e un digiridù che procurava un fastidioso e ininterrotto fruscio di fondo. Impossibile parlare. Praticamente, tutti i problemi che potevamo avere, li avevamo.

Quelli di Fastweb hanno una strategia infallibile per cui quando li chiami fanno tutto quello che è in loro potere, lo fanno sempre, ma non serve mai a niente. Chiami e vieni messo in attesa, minino 10 minuti, poi ti passano un operatore, di cui ti danno un nome inventato e il numero di matricola che però non si sente mai perché in quell’istante salta sempre la voce. Ogni volta, spieghi daccapo quello che ti sta succedendo, ti fanno staccare e riattaccare anche il cavo del phon se per caso l’hai lasciato nella presa di corrente, ti danno una speranza, seppur piccola, che tutto torni a funzionare, ma alla fine è vana. E ogni volta che riattacchi oltre all’orecchio devi recuperare anche la fiducia nel web. È terribile. Ti fanno arrabbiare un po’ e, alla fine di tutto, fai la segnalazione di guasto. Se non fai le verifiche, niente ticket. È tutto necessario, nulla è superfluo. L’operatore solitamente sta a Durazzo ma se per caso ti richiama al cellulare, per completare i logici controlli che hai già fatto dieci volte, il prefisso è di Milano. Incuriosito, chiedi perché e John parte con un discorso sui server, tu rispondi “ah ok” perché di base non ti frega un cazzo, vuoi solo che ti funzioni la linea, lui percepisce la tua noncuranza, s’innervosisce e ti ripete la storia del server però leggermente diversa, così, per confonderti, nella speranza che ti dimentichi il vero motivo della chiamata. Ma non succede. John è anche quello che a un certo punto mi ha chiesto se gentilmente potevo staccare la spina a cui era attaccato l’elettrodomestico più grande di casa perché c’era il caso che interferisse.

Un’altra tattica che usano è quella di fare finta che la tua segnalazione precedente non esista. C’è poco da fare, loro nel terminale non la vedono. Poi, se insisti, all’improvviso gli salta fuori sullo schermo. In un modo o nell’altro, ed è una regola scritta sulla pietra visto che queste telefonate hanno una sceneggiatura di ferro, le segnalazioni valgono un lasso di tempo preciso: se entro 72 non è intervenuto il tecnico, si può rifare un nuovo ticket, altrimenti assolutamente no. Dal 5 luglio al 1° agosto ogni tre giorni abbiamo fatto una segnalazione e le uniche due volte in cui s’è visto, anzi sentito, un tecnico sono state: la prima, quando ha telefonato, dopo 30 secondi è caduta la linea e lui è scomparso per sempre; la seconda, quando ci ha detto che che era impossibile risolvere il nostro problema. Nel frattempo, quasi ci spiassero e ascoltassero tutto, gli squali TIM telefonavano per dirci che era impossibile che i tecnici Fastweb risolvessero il problema, perché le linee sono TIM e Fastweb non sa intervenire. Tornate a TIM, il prezzo è stracciato (alla prima telefonata), no è un po’ più alto (alla seconda), ma signore! chi le ha detto questa tariffa, è impossibile, il prezzo è lo stesso di sempre (alla fine).

Chiude la vicenda un operatore, credo Willy, che ci ha detto che i rumori erano dovuti al fatto che sulla centralina vicina a casa nostra (forse l’avevano spostata ancora) c’era stata una grande tempesta che aveva incasinato tutto e che era difficilissimo per il tecnico risolvere il problema. Era il 20 luglio e la tempesta era stata così forte che nessuno di noi ne conservava memoria. Quella è stata la scintilla che ha fatto scattare l’orgoglio, il BASTA PRESE IN GIRO, basta bonghi. Per evitare di cascare dentro al tifone successivo, che avrebbe potuto portare via la casa, non solo la linea telefonica, e dopo una decina di segnalazioni valide 72 ore, all’alba del 3 agosto abbiamo mandato un fax all’Amministrazione di Fastweb, che deve funzionare un po’ come gli Affari Interni perchè dopo due giorni è venuto un tecnico e ha sistemato tutto. Fino all’altro ieri, ci hanno telefonato tutti il giorni per chiederci se andava tutto bene. Tutto sommato, non si può dire che non abbiano un buon servizio clienti. Nel 2018 disdiciamo senza pagare i costi di disattivazione, che ti toccano per forza se mandi tutto in vacca prima di due anni di contratto.

Prima del fax, all’improvviso, in una notte caldissima, di quelle che solo questa lunga estate della telefonia bollente ci ha saputo regalare, le luci del router sono tornate verdi e internet ha ripreso a funzionare. Ma, anche dopo, ogni giorno si viveva nell’incertezza, tra una tempesta invisibile ma fortissima e una linea telefonica strafatta di digiridù che avrebbe potuto abbandonarci per sempre, da un momento all’altro, lasciandoci per tutto agosto senza web e soprattutto senza la possibilità di seguire su Instagram l’Athens Popfest 2017. Ok, avrei potuto farlo dallo smartphone ma succhiando del credito e succhiare credito quando sono in casa mi sembra una cosa stupida.

E si, questa è una storia di denuncia.

Concludendo, sono stato all’Athens Popfest nel boh, durante un viaggio negli Stati Uniti in cui siamo stati anche a Savannah. Suonarono The Music Tapes, c’andammo su consiglio del commesso di Wuxtry, dove comprai anche un poster di Real Emotional Trash, quindi era sicuramente almeno il 2008. Mi piacerebbe abbastanza tornarci. Quest’anno, da qui, la mia classifica dei quattro gruppi migliori, oltre a Lingua Franca, è 4) Schande, 3) Saline 2) Antlered Aunt Lord, 1) The Foresters, ma QUI c’è un post più dettagliato sull’Athens Popfest 2017. Da là proprio.

STRIPPI D’AGOSTO. Alla fine, si festeggia.

Potrebbe avere senso il liscio fatto da gente di Memphis? Ridi, si. All’inizio. Poi se potessi prenderesti un aereo e andresti là a dire “O ma non senti come ti viene? Il liscio è una cosa della nostra terra. Della Romagna!”. Sgrunt. Proprio ti sembrerebbe fuori luogo sentirlo suonare dagli americani. Non perché non si può permettere allo straniero di suonarlo, ma perché il liscio ha senso suonato da chi appartiene alla terra in cui è nato, così non prende quella piega comica che non per forza deve avere. Come il blues, di cui ci siamo appropriati anche se non è nostro e non possiamo sentirne né trasmetterne il significato. Un sacco di italiani fanno il blues e pensano per giunta di farlo bene solo perché usano, non so, un’armonica importata dagli Stati Uniti. Ma lo rendono comico. Comicissimo, quando rincarano la dose e nei testi parlano di serpenti scuoiati, ossa, maledizioni e libellule del Mississippi. Come i Four Tramps. Pensate a, non so, un signore sessantenne di Memphis che per hobby ha suonato il blues per 40 anni e poi ha sentito i Four Tramps. Cosa potrebbe dire mai. Al contrario di quello che è successo con punk e new wave, non si è mai creata una tradizione blues italiana, neanche con Pino Daniele. Il massimo che ha fatto l’Italian bluesman è mescolarsi con il rock all’italiana di chitarristi che adorano Braido e i Pearl Jam e batteristi a cui piace avere 30 PELLI e 20 piatti davanti, di gente che fa concerti con i teschi infilati nelle mutande o a cui piace fare musica in 1000 a 1000 metri, quelle cose da Rock che devono essere esagerate in qualcosa di parallelo alla musica perché con la musica non sanno dire niente di proprio. E alla fine è davvero un disastro. Il disco dei Four Tramps si chiama Pura Vida e lo trovi su Spotify. TRB records.

Four Tramps

I Mush dalle ceneri dei Kaleidoscopic hanno fatto un disco omonimo punk post-hc sulle orme di Fine Before You Came, Distanti, Montana, Bruuno. Mi piacciono Vona e L’inverno, le idee ci sono, i suoni anche e non è un disco malvagio. Ma a volte le canzoni crollano (Non è più agostoIl mio grido più forte). Edè colpa di quello schema, spremutissimo, di chitarre che partono calme, poi s’ingrossano, poi tornano di nuovo calme eccetera. C’è in giro il generatore automatico di chitarre fatte così.
Le doppie voci sono più CCCP che emo, quindi c’è anche un legame con la tradizione tradizione, ma la cosa più invadente sono i testi poco realistici e totalmente piegati al dolore costruito: un classico romantico core italiano, è evidente che ci dev’essere in giro anche il generatore automatico di testi disperati. Tra un generatore automatico e l’altro, in pochi (i Montana, per esempio) hanno saputo trasformare questo punk in un’aggressività più originale. Mi chiedo se tutto il vomitare odio e disperazione senza speranza di cui tutti si riempiono la bocca non sia.. non sincero (quando mai), ma non sia ora di fare basta. Streaming. Labelz: Dreamingorilla Records, Valuum Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Entes Anomicos, Dotto, Controcanti, Atomic Soup Records, ’58SRS e Insonnia Lunare Records.

C’è stato un momento in cui abbiamo smesso di parlare dei Cani e abbiamo iniziato a parlare dei The Giornalisti. Si sono dati il cambio nell’influenzare la musica italiana che vuole arrivare. I The Giornalisti hanno fatto un passo in più: hanno davvero invaso le radio, cosa che i Cani avevano fatto in minima parte. Non so se è una cosa reale ma di sicuro è quello che percepisco ed è un incubo: gruppi che prima mi ricordavano i Cani adesso mi ricordano i The Giornalisti, i gruppi nuovi uscivano e prima ricordavano i Cani, adesso ricordano i The Giornalisti. Colombre prima ricordava i Cani, adesso i Giornalisti. Il più affermato diventa il più copiato, a prescindere da quello che fa e da quello che fanno gli altri. È una questione di percezione, ma è così. Il problema è anche la musica dei gruppi di seconda fila, così anonima da poter essere associata a uno o all’altro influencer, indifferentemente. Poi, il mercato ha preso il sopravvento e occupa, dentro al tuo cervello e anche fuori, la prima posizione tra tutti gli influencer. Siamo al punto in cui il mercato influenza il mercato e si alimenta con se stesso.
Giornalisti e Cani sono diversi tra loro ma il passaggio è stato abbastanza veloce, in peggio e indolore. In mezzo c’è stato Calcutta. A livello di scrittura i Cani e Calcutta hanno un loro ambiente, un loro modo di essere e di confrontarsi col mondo, parlano di quello. Che ti piacciano o no, quando iniziano a scrivere una canzone hanno voglia di finirla e parlano di qualcosa. Pamplona o Riccione invece menano il can per l’aia sul significato delle frasi. È il modo di fare che mi dà fastidio: i testi vengono scritti a volte azzeccandoci un po’ di più (prendo a schiaffi le onde come se fossero te eccetera), altre senza voglia, cioè senti proprio che Paradiso ha messo giù la prima cagata che gli è venuta in mente (il mezzo panino), tanto è estate, chi vuoi che se ne preoccupi. Le strofe non girano bene, spesso deve forzare la pronuncia e gli accenti. Manca la voglia di scrivere tutta una canzone almeno con un po’ di grazia. C’è svogliatezza. Sono pigri. E le basi lo sono altrettanto, non c’è un’idea che sia una. Eppure, stanno facendo lo sfacelo.
I Vangarella Country Club appartengono alla scuola dei Cani e col disco sono usciti appena in tempo (fine maggio-metà giugno) per non appartenere alla scuola The Giornalisti. Per Noia dischi, intitolano l’album ai Fuccboy, cioè a quei tipi che vanno in giro con i vestiti tutti firmati e il cavallo dei pantaloni basso. Per capire bene chi sono, c’è questo precisissimo articolo. I testi si muovono su un sentiero le cui tappe sono lamentela, descrizione della realtà e darsi delle arie. Non sono testi da fuccboy e questo genera proprio un fottuto corto circuito col titolo. Le basi assottigliano quelle dei Cani a tal punto da poter sembrare il cuneo verso Ghali, senza il reggaetton. Vengono da L’importanza del Liceo Classico (2016), si sono ripuliti molto, adesso sono vicini ai primi M+A, Humana avrebbe potuto essere una hit, ma solo al livello dei Cani, non di più. Gramsci campeggia sulla testata del loro bandcamp.

Festeggiamo oggi anche la prima mail arrivata dall’estero IN REDAZIONE: il nuovo singolo dei Borghesia di Lubiana, Rodovnik, dedicato a Srečko Kosovel, poeta sloveno del primo ‘900. Completamente all’oscuro della sua esistenza, ho cercato subito di informarmi. La cosa più interessante di tutte è che per alcune delle sue poesie Kosovel ha usato i simboli matematici. Ma anche che, comunque, è difficile dire se fosse costruttivista, impressionista, espressionista o dadaista. Certo è che fosse sempre impegnato politicamente contro l’oppressore straniero. E questo piace molto ai Borghesia. La sua presa male per la decadenza dell’Europa e la speranza per una nuova alba sono altre sue caratteristiche, evidenti da subito, anche a un occhio poco esperto come il mio. La presa male con speranza è sicuramente anche la caratteristica prima dei Borghesia, nei dischi vecchi (godetevi su Spotify) come nell’ultimo singolo. Insomma, un matrimonio annunciato. Loro erano una band new wave elettro pop, poi sono diventati aggrotech e feticisti, alla fine si sono politicizzati. Difficile scegliere un’etichetta sola, anche per loro. Certo è che sono sempre stati oscuri ma anche molto ballabili. Ed estremante lucidi: il futuro in cui Kosovel riponeva le proprie speranze è adesso, e l’Europa litiga per Fincantieri. Infatti, visto che i Borghesia sono ballabili ma non fuori dal tempo, come testo per Rodovnik hanno scelto il Kosovel contro il potere più gelido e laconico, così laconico da essere ironico, ma non ironico solare, ironico per starci dentro. No hope for a new dawn. Del resto, Srečko morì a 22 anni dopo aver preso un colpo di freddo che si trasformò in meningite mentre aspettava il treno per Lubiana. Sfiga sempre viva. Cosa festeggiamo a fare.

Disco nuovo dei Borghesia entro l’anno, per Moonlee records.

IN AGOSTO. Io e la Tigre, Per sempre

I grandi della mia famiglia non hanno mai avuto una passione fulminante per la musica italiana. Ci sono canzoni che, per l’età che hanno, non possono non amare, di Celentano, della Caselli o dell’Equipe 84. Gino Paoli non lo includo perché mi sta sul cazzo, ma nella lista c’è anche lui. Ma non c’è mai stato nessuno in fissa, che mi abbia passato dischi con i cuori negli occhi, per dire. Mio zio era il più interessato, molto interessato per esempio alla trasgressione di Zucchero, alla voce di Gaetano Curreri degli Stadio o alla carriera e alla vicenda personale di Luigi Tenco. Però, interessato, niente di più. Il primo appassionato di musica in famiglia è stato mio fratello, che non includo tra i “grandi” e che ha iniziato credo coi Bad Brains, nel ’90 circa. Di strada da fare per arrivare a quella musica italiana ce n’era. La prima tacca l’ha segnata con Ivan Graziani. Poi un po’ di De Gregori. De André gli sembrava politica vecchia in cui già non c’era più da credere, Lucio Dalla era un figo, su quello zingaro di Rino Gaetano eravamo d’accordo: non ci hai mai avuto. La musica italiana, quella della tradizione e dei cantautori, non è mai stata comunque una sua priorità. Mai visto un Sanremo per più di dieci minuti. Io invece, vi dirò, la sfangavo e a un certo punto ci sono andato sotto. Degli autori che conoscevano anche i miei genitori mi piaceva che raccontassero un’epoca finita, un periodo fatto di semplicità e di estati in cui il refrigerio dalla calura lo cercavi in un ghiacciolo alla menta e non nel condizionatore, un periodo in cui nelle campagne ti stupivi ancora quando arrivava il cemento. Degli altri invece mi piaceva che raccontassero un mondo più vicino nel tempo, anche se già lontano, in modo più ironico, come in Banana Republic. O che raccontassero le cose attraverso la poesia, che pensavo avrebbe avuto un valore per sempre. Ma più di tutto mi piaceva il fatto che quella musica fosse lontana da quella che ascoltavano gli altri ragazzi che avevo intorno, dal metal, dal punk o dall’hard core. Mi piacevano da matti gli Shelter ma mi piaceva anche Luigi Tenco e non la trovavo una contraddizione.
Su IO e la Tigre, con il tempo, si sono scoperte un sacco di cose interessanti, ma la più interessante è che IO ascolta un certo tipo di musica, la Tigre un’altra. Generalizzo al massimo: IO ascolta i cantautori, la Tigre ascolta il punk. I ruoli all’interno del gruppo sono divisi anche in base ai loro gusti musicali, lo dicono anche loro da sempre: la carezza e lo schiaffo. Le canzoni sono spesso a metà tra una e l’altro, a volte prevale una, a volte l’altro – perché IO e la Tigre sono due vasi comunicanti non due monoliti – ma spesso ci sono tutti e due: prendi per esempio Il lago dei ciliegi e Cuore nel primo EP, Lei sa e Io e il mio cane in 10 e 9. Su quest’idea forte hanno costruito un ep e un disco.
Poi è arrivato Non finirà e qualcosa è cambiato. La cosa nuova è il rap di Slat, che s’inserisce su una melodia che ha quell’abbandono alla Luigi Tenco e una progressione che ti tira via. Poi, in Tu per me e Bianconiglio ritornano IO e la Tigre. Ma una cosa nuova c’è anche in L’indifferenza. Chiude l’ep e per la prima volta azzera tutto, come neanche Buonanotte o Lentamente (di 10 e 9) avevano fatto, e mantiene solo Cristina Donà e tutti gli autori italiani che piacciono ai grandi di casa mia in un colpo solo. Non finirà è il segno della curiosità di fare le cose partendo sempre, ok, dall’idea iniziale, ma anche volendo provare a vedere come viene e come va, sottraendo e anche aggiungendo. Non so, ma c’è qualcosa di così costruttivo..

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