Viva EMINEM e abbasso N.E.R.D

Probabilmente alla domanda “Cosa ne pensi di Eminem?” risponderesti che è uno figo, che ci sapeva fare nell’intrecciare le parole con i suoni, con le rime, fortissimo a fare il cretino ma anche a lanciare delle sbombardate della madonna, poi poverino si è perso, non è stato bene, ha avuto qualche problema con la droga e la depressione, è stato lontano dalle scene, dal quarto al quinto album son passati 5 anni, tra l’ultimo e il penultimo 4, insomma è tornato a intervalli lunghi ma non so se è più lo stesso. E alla domanda “Cosa ne pensi di Pharrell Williams?” la tua risposta probabilmente è “una macchina da miliardi, uno con del talento eh, ma un venduto! sgrunt!”. Eminem? Un drogato, depresso, finito. Pharrell? La gallina dalle uova d’oro. Detto tutto ciò, chi aveva più possibilità di fare un disco bello quest’anno? Pharrell!! E invece col cazzo.

Alla fine del 2017 è successa una cosa incredibile. Lo stesso giorno (il 15 dicembre) sono usciti il nuovo disco di Eminem (Revival) e quello dei N.E.R.D (No One Ever Really Dies), il gruppo con cui Pharrell ha iniziato a sbocciare in tutto il mondo. Immaginando di trovarvi in uno di quei posti in cui Noè comprava la musica, cioè in un negozio di dischi, e di dover scegliere se comprare uno o l’altro perché le vostre finanze non è che siano proprio al massimo in questo momento dopo tutti i regali di Natale, voi quale disco comprereste a scatola chiusa, RevivalNo One Ever Really Dies? Io Revival tutta la vita. Uno dei motivi è la simpatia: Eminem mi sta più simpatico di Pharrell. Ma questo anche a voi, giusto? Considerate le risposte che mi avete dato alle domande che vi ho fatto all’inizio dell’articolo, si. Ma il mio motivo principale è che la musica di Eminem ha accompagnato alcuni momenti fondamentali della mia vita, è legato a ricordi esaltanti come mio fratello che mi dice di sentire la necessità di mettere The Marshall Mathers LP nell’mp3 per andare a correre perché gli dà una gran carica e due giorni dopo leggo una dichiarazione di Daniel Day Lewis che dice che quando va a correre in cuffia ha sempre Eminem. Oppure è legato ai resti del passato nel presente: 8 Mile, infatti, è l’unico dvd masterizzato che ho conservato anche se non funziona più. Una volta, poi, ero a Berlino con i miei amici in interrail, da qualche parte davano Without Me e io e Diego camminando ci siamo interrogati su quanto sono perfette le rime Now this looks like a job for me / So everybody, just follow me / Cause we need a little, controversy / Cause it feels so empty, without meBut sometimes the shit just seems / everybody only wants to discuss me / So this must mean I’m dis-gus-ting / But it’s just me, I’m just obscene. La risposta è stata che sono perfetterrime. E come tutte le più belle cose, vissero un solo giorno come le rose. Più di un giorno, più di un album (tre), poi Eminem ha fatto un po’ basta. Già, poi gli ultimi dischi, cioè i precedenti di Revival (Relapse e Recovery), sono meno sciocchini. Volevate Slim Shady tutta la vita? No, quando è finita è finita, è inutile tirarla lunga.

Oppure quel ricordo di mio fratello che dice (inizio dei 2000 credo) a una ragazza che è un periodo che ascolta solo Eminem e lei prende la cosa talmente poco sul serio che si mette a ridere ma lui diceva sul serio, glielo dice, e lei quasi s’innamora di lui, c’è mancato così secondo me. E poi basta, non mi vengono in mente altri ricordi su Marshall, non sono sufficienti?

Eminem in un’espressione intelligente. Col mullet? No, non lo farebbe mai, è lo schienale della sedia

Invece, ho comprato il mio primo disco dei N.E.R.D. in un negozio di Birmingham, la città più piovosa del mondo e più grigia d’Inghilterra, se si esclude il Selfridges Building a forma di ameba che diventa viola con la luce del tramonto. Un incubo. L’unico vero ricordo legato a quel disco è di me che entro, razzo, compro, esco e non posso neanche poter ascoltare il cd (era Fly or Die) perché non ho il lettore dietro e neanche la macchina e neanche il computer. E sono ancora oggi triste.

Pharrell col mullet? Si, gli piace così tanto che se l’è fatto alle braccia

Quindi, detto tutto ciò, a scatola chiusa comprerei Eminem.

Poi, il discorso è che, oltre ai ricordini dolcini, c’è la musica. La domanda è i N.E.R.D o Pharrell ha mai fatto cose potenti come White America o Cleanin’ Out My Closet al terzo disco, cioè quando era sul tetto del mondo in una situazione in cui è più difficile riaffermare il proprio talento di fronte ai dollaroni? La risposta è no. Eminem si. Intesi, i primi dischi dei N.E.R.D mi piacevano un sacco, ma poi è arrivato Pharrell-il personaggio, ha fatto Get Lucky – non con i N.E.R.D ma coi Daft Punk – e si è salvato per un attimo, ma lo stesso anno (e lo stesso anno, il 2013, è quello di Blurred Lines con Robin Thicke che lanciò il tormentone di tutti i segaioli del mondo: le tette di Emily Ratajkowski) ha fatto Happy.

Happy.

Poi trigliardi di collaborazioni. Ed eccoci, ebbene si, a No One Ever Really Dies, 12 dicembre 2017. Per tutto il disco (tranne la prima canzone con Rihanna, bellissima, ma ne parliamo dopo) sento risuonare Happy e nient’altro. Forse è il risultato della sovraesposizione nel corso del tempo, destino che non ha avuto Get Lucky ma che quando la sento per quanto ami i Daft Punk mi viene l’orticaria strana, perché penso a quanto mi piaceva quando è uscita. La sovraesposizione è una cosa seria. Happy invece ce l’ha avuto, quel destino. A me ha fatto sempre cagare quindi non faccio testo, ma la prova che la sovraesposizione sia un pericolo, anche per gente-caga-oro come Pharrell, sta in un episodio che mi è successo di recente. L’azienda in cui lavoro, per Natale, non fa la tradizionale cena ma organizza un buffett aperitivo preceduto da una convention in cui parla la proprietà e un povero uomo scelto per fare da anchorman, da collante tra un discorso e l’altro, e per introdurre la serata. Quest’anno c’era un tipo che ha iniziato con il video di Happy proiettato nel maxischermo della sala in cui eravamo radunati. Dovevate vedere le facce dei miei colleghi, tutte dicevano “eh ma che rottura di coglioniii”. In più, l’anchor man, a un certo punto ha detto che Happy è stato il singolo che ha lanciato Pharrell Williams, che prima non lo conosceva nessuno. Evidentemente in chi ha il coraggio di essere ancora un fan di Happy oggi s’innesca un processo per cui la mente viene oscurata e la verità viene cancellata, per far sembrare Pharrell la novità bomba del 2013, quindi relativamente recente e fresca, ancora del tutto spendibile, si, perché prima – dai – aveva collaborato solo con artisti sconosciuti come Madonna con Give It 2 Me (non so se ricordate, non si è sentito da nessuna parte) e Kanye West. Quindi, la sovraesposizione è un disastro sia per il diretto interessato (lo rende odioso) sia per i fan ancora carichi di Happy (li rincoglionisce). E se per caso l’anchorman ha scelto Happy come musica d’introduzione perché non sapeva che cazzo scegliere e ha pescato nel cappello delle canzoni tormentone degli ultimi cinque o sei anni perché tanto era di fronte a una platea di trogloditi, allora è ancora peggio, perché vuol dire che non piace neanche a lui, Happy.

E il disco nuovo non assomiglia a Happy ma il mio cervello è talmente sovraccarico di quella canzone che la sente in ogni angolo. Voi non siete vittima della Happiness (non le t-shirt)? Io si. La canzone con Rihanna, dicevo, è l’unica eccezione, perché suona nuova, la sua voce rende tutto brillante e tostissimo e il ritmo è una specie di videogioco irresistibile.

Revival invece è un disco dritto. Chiariamo subito un punto: c’è solo una cosa in comune tra Revival e No One Ever Really Dies (sto cazzo tra l’altro) ed è una cosa che dobbiamo mettere da parte e non considerare, perché è brutta: entrambi hanno un featuring con Ed Sheeran. L’unica cosa che si può dire è che il talento di Eminem per la struttura classicissima rap+ospite che canta il ritornello catchy riesce a far fare una cosa bella anche a Ed Sheeran. I N.E.R.D non ci riescono. Eminem poi è il Michael Bay del crossover rap rock chitarra zarra e batteria in 4/4 tu-tu-cia. Remind me (campione cambiato di I Love Rock’n’Roll) è No Sleep Till Brooklyn, Fight For Your Right e Walk This Way tutte insieme. Subito dopo, Revival interlude e Like Home feat. Alicia Keys. E dite che non provate la stessa sensazione contrastante di quando siete di fronte a un volo di camera di Michael Bay: potenza e poesia allo stesso tempo. E altre sorprese, tipo una Pink molto in forma e (reggetevi forte) un campionamento di Zombie. Questo è Revival.

How come you can be a low illusion
How come, how come, you can be a liar and a good father?
A good dad, but a bad husband
Why are you a good father?
A great dad, but a bad husband
(Bad Husband feat X-Ambassadors, Eminem, Revival)
😥
E si, uso la faccina!

Quindi, anche dopo averli ascoltati su Spotify, comprerei il cd di Revival. Per la befana ci sono andato a un tanto così ma ho rinunciato, solo perché però ho preso Unapologetic di Rihanna, che mi mancava, per regalarlo alla mia morosa. Regalo con il pelo.

C’mon Yeah All Right: Wrong Creatures dei Black Rebel Motorcycle Club

Immagine triste ma anche un po’ cool (per il foliage) e un po’ metropolitan urban (per le macchine parcheggiate)

Non sono mai stato un fan dei Black Rebel Motorcycle Club. Lo sono ancora meno da quella volta in cui (2008?) li ho visti dal vivo, a Livorno mi pare, all’Italia Wave, in una seratona in cui c’era una serie scoppiettante di headliner, tipo anche i Cypress Hill. Concerto dei Cypress Hill ad alto tasso di psicotropie messicane, fosse stato dieci anni prima sarebbe stato una bomba, quello dei BRMC solo a base di psicotropie. Anche quel viziato Julian Casablanca dal vivo l’avevo visto (qualche anno prima) più eccitato.

Secondo me, un gruppo come i BRMC non ha mai avuto alcun senso e meno senso ancora ha il loro successo. Non c’è una virgola delle loro canzoni che sia originale, continuano a tirare su caratteristiche di altri gruppi, metterle insieme, rimasticarla neanche tanto e sputare fuori un disco. Dal passato, dal presente, prendono dappertutto. Ma soprattutto dal passato. Di tutto, David Bowie, i Cousteu, Nick Cave, i Kula Shaker, i Primal Scream, gli U DUE, un briciolo di quegli invertebrati degli Stereophonics? Siii. Mettono su un suono di una chitarra un po’ GROSSO e BLUESROCK e il disco è fatto. È sempre stato così, e anche per questo sono sempre stati un gruppo molto prevedibile.

Ma la cosa che sopporto meno è la coolness insita in ogni pezzo. Ogni canzone DEVE uscire sborona, il modo di cantarla deve metterlo in evidenza, anzi il modo di cantare da sboroni una melodia con un mood triste deve essere una delle caratteristiche principali della canzone. Sempre. La ritmica deve essere quella tipica che ti spinge a muovere la testa ma non troppo velocemente e senza troppa violenza, con una flemma di base che ti assicura un posto nel mondo tra i fighi che affrontano le cose con la SCIALLA. Mettete su un pezzo, Spook, per esempio, il secondo del disco nuovo, e provate a capire se non sentite una spinta irrefrenabile a muovervi in quel modo. Oppure mettete su una qualsiasi altra canzone dello stesso disco. O di un altro.

Odio l’idea della canzone rock come necessariamente cool, che fa sentire fighe le persone, che s’insinua e invade col seme della coolness. È come se un corpo estraneo entrasse dentro di noi e si sostituisse a noi. Non va bene. La canzone dovrebbe (secondo il mio discutibilissimo parere) farci stare bene o male, non prendendo possesso di noi ma offrendoci qualcosa che condividiamo e che sentiamo nostro per farci stare bene, o qualcosa che odiamo per farci stare male. O imporci degli opposti: per esempio, descrivendo uno stato d’animo di merda in modo che se l’ascoltiamo quando stiamo bene pensiamo che il peggio non è mai morto, e stiamo ancora meglio, o il contrario insomma.

Ascolta Haunt. Ti senti triste? Si? Però allo stesso tempo ti senti anche un po’ figo, dì la verità. A me è questo che mi sta sul cazzo. Il rock che in fondo ti fa sentire uno sborone anche nella sofferenza è roba da adolescenti, siamo grandi ormai. Vi ricordate che Stephen Malkmus disse di essere pro love my self contrapposto all’ hate my self attribuito a Kurt Cobain negli anni 90? È dal di lì che abbiamo superato il problema del rock come espressione del dolore per forza, dalla lezione di Malkmus. Che figo storico Makmus. Poi sono venuti fuori i BRMC o gli Strokes che hanno preso il dolore, l’hanno declinato in scazzo e hanno scritto canzoni che lo rendessero bello. Gli Interpool c’hanno messo sopra la ciliegina wave e un’altra varietà di gusti è stata accontentata. E ancora oggi escono dischi di questo tipo, come Wrong Creatures dei BRMC, la cui release data 12 gennaio 2018, ed è fighissimo, ballabilizzimo, ma triste, e così malinconico!

È poi una cosa assurda, perché questo malessere fico viene espresso da quel blues mischiato al metal pop tutto arrotondato e cantato con la cadenza alla Gillespie, senza uno spigolo, quindi alla fine dei conti se ci pensi bene di doloroso non c’è un bel niente. Va bene che l’emo ci ha insegnato che niente è sincero, ma almeno deve essere ben gestito. E non sono qui a dire che un gruppo come i BRMC debba fare un album ISPIRATO, ma almeno quando sei sul tavolino a scrivere con quelli della Vagrant che ti dicono “sarà una bomba son 5 anni che non uscite con un disco, devi fatturare fatturare fatturare” (quanto è U DUE il live di 3 anni fa? brrrr, ndr), cerca almeno di scegliere uno stile che venda, ok, ma credibile, una chitarra che possa essere almeno presa sul serio. Come pretendi che possa credere davvero a una chitarra come quella di Question of Faith? Prima di tutto è così vecchia che sa di Rolling Stones, poi senti quante moine fa? Ammetto di averci sentito una certa progressione, ma quella specie di pianto blues sporco ma non del tutto, su un ritmo per far ballare le signorine (e qui casca l’asino: chi mi convince che i BRMC non fanno musica per scopare?) e i signorini è il classico colpo al cerchio colpo alla botte che alla fine accontenta tutti e non accontenta nessuno, tranne i fan dello zoccolo duro, quelli che non mollerebbero i BRMC neanche con gli schiaffoni.

Quando i BRMC hanno perso credibilità tra i fan più accaniti di primo livello? Ai tempi di Howl? Perché? Li avete trovati eccessivi nella loro flawlessness scazzata? Questo nuovo disco non vi farà cambiare idea. Rimangono solo i fan accaniti di secondo livello (lo zoccolo duro, appunto), quelli ci saranno sempre, sennò ai BRMC gli tocca riciclarsi in un bar di NY a fare i cocktails.

La fine del disco (da Little Thing Gone Wild) rappresenta l’ennesimo annioversario della fine delle idee e lo show della prevedibilità. A partire dal titolo (ripeto: Little Thing Gone Wild), i BRMC si svaccano totalmente nel sound maledetto-polleggio-rocknroll e fa capolino addirittura un po’ Marilyn Manson, quello di adesso, senza smalto e brio (di una volta). Fate due conti, cosa vi rimane in mano dopo Carried from The Start? Quale sensazione diversa dal vuoto? Ho capito, non ci si deve più aspettare niente da gruppi così sputtanati, ma il vuoto spinto è più intenso di Carried from The Start. È mai stato cool il vuoto spinto? Neanche secondo me. Detto questo, mi viene quasi dire che i BRMC sono sempre stati così, quindi di base sono un gruppo inutile, la cui collocazione nel contesto inizio 2000 è chiara quanto priva di significato. Che tipo di sound hanno creato? nessuno, dicevo. Che immaginario hanno generato o copiato fino a diventarne almeno la copia carbone? Nessuno, neanche questo. Ma soprattutto, che canzoni memorabili hanno scritto? Vuoto cosmico.  A volerli proprio confrontare, ci hanno lasciato di più gli Interpol (il primo disco era figo) e gli Arctic Monkeys (il primo disco poteva piacere o non piacere, come la grigliata di pesce ratto, ma ad ogni modo era tirato).

Tornando a Wrong Creatures. Finalone romantico al sapor di pianoforte con All Rise, che immaginavo che crescesse ed esplodesse a un certo punto in una ballatona gonfia di lacrime. E infatti indovinate cosa fa?

Un grande 2017: i dischi dell’anno sono ben 15

Essendo io un grande osservatore defilato della realtà su internet, ho notato che quest’anno in pochi si sono lagnati del tipo “fare la classifica di fine anno mi fa schifo però la faccio perché sennò si risvegliano i brontosauri e rovesciano l’ordine divino delle cose terrene” o del tipo “non ha senso fare le classifiche perché bla bla blablabla” a cui io avrei risposto “e caccia sta classifica e statti buono, ci saranno dei dischi che ti sono piaciuti più di altri, no?” ma non posso rispondere così perché non in tanti si sono lagnati dell’inutilità della classifica dei dischi da fare a fine anno. Al contrario, è aumentata la percentuale di titoli semplici come “i 5 dischi migliori”, “i dischi del 2017” e bella lì, e alleluia. E a chi si azzardasse ancora a lamentarsi dico: la devi fare perché lavori in un sito vero? Falla, che farla è bello. Scrivi su un blog così, tra un passatempo e l’altro, svogliato, prima di scaccolarti e dopo il riposino della bellezza? Allora non farla e addio.

Quest’anno è l’anno delle playlist, dellA playlist, quella di Calcutta per il Capodanno di Bologna. Lui non sarà neanche presente ma si è fatto dare 5000 euro per farla! Secondo me, ha fatto bene. C’è chi avrebbe detto no sono troppi, non li valgo, non sta bene. Lui invece se ne fotte. Il mondo è bello perché è vario. Pensavate che avrebbe avuto delle remore? Non ha mai dichiarato di schifare la fama che ha raggiunto. Quindi bona. Più che altro, è interessante quest’idea di mettere in anteprima le canzoni su spotify il 30 dicembre, così la gente se le può ascoltare. Che senso ha? Uno va al dj set e sa già cosa ci sarà. Divertimento alle stelle eh. Calcutta monetizza con spotify? No, le canzoni sono di altri. Ci guadagna in visibilità, ok. Oppure, mattacchione quale è, per la festa del 31 ne fa mettere su un’altra: bubusettete! Avevo trovato questa cosa intelligentissima e originalissima da scrivere quando ho scoperto che la playlist verrà diffusa in filodiffusione quindi insomma, cioè, ci può pure stare che ci sia l’anteprima su Spotify. Ma e poi, scusate, tutte queste lagne che lui non sarà a Bologna gne gne, ma se la playlist è in filodiffusione, cosa deve fare? Girare per le strade e salutare chi incontra vestito da San Silvestro? Aspettare i fan sotto l’albero in piazza? Questione chiusa, passiamo alle cose per le quali questo post è stato pubblicato.

Quest’anno sono scagliatissimo contro gli ammutinamenti dei MIEI blogger, sia quelli a cui l’ho chiesto che quelli a cui non l’ho chiesto, che non vogliono più scrivere le classifiche di fine anno. Io, la mia, la faccio, dopo essermi grattato una chiappa e aver spostato di un millimetro il vaso sul tavolo perché sta meglio. E la faccio con tale e tanta voglia che ho messo non 5, non 10, non 11, ma 13 dischi, più addirittura 2 posizioni fuori lista (la 0 e la 00) per motivi a caso (calcolatissimo è invece il 15 del titolo, 13 + 2 fanno 15: è corretto). Se fossi coerente avrei messo il disco della posizione 13 alla posizione 000 ma ormai ho fatto la story su instagram in cui l’ho messa come 13 e mi vergogno a cambiare perché quella story l’hanno vista in ben 72 persone.

Allora si parte. Alla posizione numero 13 troviamo gli Antlered Aunt Lord, con Ostensibly Formerly Stunted. È un disco del 2015 ma io l’ho ascoltato quest’anno ecc ecc. Un suono vecchio, scanzonato e in fin di vita che in confronto i Neutral Milk Hotel hanno voglia di vivere, quel folk che ha come caratteristica più evidente la svogliatezza, con la stessa espressione di un bambino che deve fare i compiti al sabato pomeriggio mentre suo fratello più grande in camera sua pirulla nella chitarra elettrica facendo fuoriuscire un sound psichedelico. Son 20 anni che gira questo mood, ma quando ho sentito ‘sto disco ho goduto tantissimo e mi sono messo sul divano a fare il gesto della schitarrata rigirandomi su me stesso come un invasato, pur sempre mantenendo un certo contegno.
Ma andiamo avanti. La prima a rientrare nella sporca dozzina, cioè piazzata alla posizione 12), è Jlin con Black Origami. Rispetto agli album di elettronica che ho ascoltato quest’anno, mi è sembrato quello più vicino al delirio vero e proprio, fatto di percussioni continue che mi hanno ricordato l’inferno di quando andavo alle feste a 20 anni e intorno c’erano otto mila bonghi che suonavano e io li odiavo (non erano feste afro, è che andava di moda il tamburello). È stato un ricordo bellissimo, si sa i ricordi sono sempre più belli di quello che è successo davvero. E Black Origami è l’inferno delle percussioni lontano da quelle maledette feste. 11) (le gambe delle donne!) Unsane, Sterilize. Gli Unsane festeggiano i 26 anni di cazzutaggine senza averne persa neanche un centimetro. Anche dal vivo. Per un’ora e mezza, Chris Spencer ha suppurato suono arrogante e alla non me ne frega un cazzo ma è stato dolcissimo con il ragazzo del locale che si dimenticava sempre di portargli gli asciugamani sul palco. Quella scena è stata una delle mie cose preferite di quest’anno e dovevo trovare il modo di metterla in classifica. Touch Down! Nel disco si sente ancora questa voglia di straboccare nervi, ma in fondo sono dolci vecchietti, che fanno la loro cosa come dei selvaggi mandati in terra dal dio del pisello turgido (questa metafora potrebbe in effetti essermi sfuggita di mano, quasi cit. Nanni Cobretti) da più o meno trent’anni. Quando la stagionatura fa la differenza. Non del pisello eh. (si, mi è sfuggita di mano).

Attenzione perché le posizioni iniziano a scaldarsi un po’, siamo alla 10), rullo di tamburi (lo sentite? sentitelo): gli Alvvays con Antisocialites. Un disco al di sopra del precedente, con melodie ancora più belle e testi disillusi, ironici e cattivi come piace un casino a me. Una conferma anche dal vivo, dove la batterista (nuova) mena come un fabbro, le chitarre e il basso vengono fuori con l’arroganza necessaria a far scomparire la patinatura che un po’ pervade il disco e la cantante con la voce fa ciò che vuole: potrebbe cantare un’ “osteria” e renderla raffinata, un coro da stadio e farlo sembrare un pezzo di Edith Piaf. Via avanti veloce con (9), i Montana di La stagione ostile. In assoluto il disco tranchant 2017, perentorio, beffardamente ostile, in tre parole il disco con meno pugnette dell’anno. Dopo il cambio di formazione, i Montana tornano (e io sono molto contento che l’abbiamo fatto) con un suono concreto e testi dritti al punto. Tanto che su un blog era uscito un pezzo intitolato Rifare tutto e rifarlo più ostile. Sono d’accordo su tutto quello che dice quel blog. Alla 8) c’è Enjoy The Great Outdoors di Spencer Redcliffe. Le migliori chitarre neilyoungomorfe e leeranaldomorfe dell’anno sono le sue, la 8 se la merita tutta, forse anche un pochino di più ma lasciamolo qui. Perché Enjoy The Great Outdoors è meglissimo del precedente ma Spencer può fare ancora meglio, non so come, ma può farlo. Il gas elettro psycho pop di Looking In (2015) è andato a farsi friggere e ha lasciato il posto a una sana voglia di mettere giù delle chitarre sciallate prive di qualsiasi ritmo sostenuto o distorsione esaltante e c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo scrivendo canzoni senza quegli aggeggi elettronici, lì, quelli che usano gli artisti di oggi. C’è lo slancio, c’è la fotta di cercare. Indispensabile Spencer.

Secondo me alla 7 e alla 6 Mark Kozelek e i Bennett sono una coppia stupenda. Immaginiamoli in una jam session. Un sogno. Finito di immaginarli, passiamo all’analisi dei perché. 7. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White. Nient’altro da dire se non che Mark Kozelek è il Kanye West del folk e proietta il folk in una dimensione diversa, dalla profondità e durata infinite, dove non ci sono limiti ai giri di canzone e ritornello che si possono fare e alle variabili possibili, dove per la prima volta, come nel gioco delle carte o al casinò, bisogna sempre tenere conto delle variabili e buttarle dentro alla canzone se succedono. Così ti metti lì, con due musicisti amici, inizi a suonare e a cantare, la canzone prende forma, poi cambia e dai! butta dentro sto cambiamento e uniformalo al resto della canzone, tanto tra poco ce n’è un altro e il circolo è vizioso e senza confini. Il disco, Mark Kozelek, Ben Boye e Jim White, secondo me l’hanno fatto così e se lo suonassero adesso dal vivo potrebbe anche essere diverso. 6. Bennett, s/t (rece). Mi grattavo la schiena, i piedi e la barba da gran che mi mancava qualcosa alla Disquieted By. C’erano gli Zambra ma erano troppo metal per me che sono un fichetto melodioso. Finalmente eccola quella cosa. Stessa potenza, stessa melodia, ancora più fighi.

Arriviamo nelle posizioni (più) calde, per quanto i Bennett fossero già caldissimi. 5) Lingua Franca, Lingua Franca. Ogni volta che ascolto il disco vengo investito dalla fisicità di Lingua Franca, la cui tagline su bandacamp dice “linguist by day. lunatic lady rapper by night”. Mi affascina molto chi studia e conosce bene le lingue, anche il latino, di cui andavo matto. Bravissima con le parole, eccezionale nel dosare la loro potenza su ritornelli e strofe unstoppable, lei è un toro della lingua rappata e mi ha fatto provare le stesse sensazioni di Kate Tempest l’anno scorso. Un fiume di parole alle quali non voglio resistere. 4) (Sandy) Alex G, Rocket. Di fianco a Lingua Franca Alex G è un tenerone ed è proprio questo che mi è piaciuto del suo disco, oltre alla sua voglia di provare a cambiare qualcosa nel modo di scrivere canzoni per una chitarra, come Spencer Redcliffe. Loro due, coppia dell’anno delle chitarre giovani e innovative. Potrei dire anche green e sostenibili, ma poi esagererei. Ho messo prima Alex G perché si spinge ancora oltre, mi sembra più aperto a sonorità diverse, più vicino alla capacità innovativa di Sufjan Stevens. Insomma, dà ancor più speranza alla galassia di chi è alla ricerca di qualcuno che sappia scrivere canzoni con un po’ di pepe nel culo e senza adagiarsi troppo sugli allori delle grandi eredità di Elliott Smith o Jason Molina. O Neil Young.

Adesso siamo dove prendono fuoco le sedie sul podio da che è rovente. Alla 3) i Gazebo Penguins, Nebbia. Avranno anche fatto il disco della maturità ma io di fronte alle loro canzoni divento un bambino e mi faccio tutto sensibilone e mi immedesimo. Al di là di questa, che comunque è un osservazione critica importantissima perché bisogna anche tenere in considerazione il cuore quando si scrive, hanno fatto un album calibratissimo, con chitarre misurate al millimetro, passaggi di ritmo precisissimi e giustissimi (li devi aspettare, ma quando arrivano, arrivano), voci che raccontano anche le vite e le esperienze di altri e ampliano l’orizzonte dello sguardo. I testi sono ancora poesia delle cose semplici come piace a noi ungarettiani ma hanno acquistato una sfumatura universale che in Raudo non avevo mai avvertito. Alla 2) ci sono gli R. Ring, Ignite the Rest. Io l’ho chiamato disco cucciolone dell’anno, ma voi potete dire anche disco tequila sale e limone, gelato salato, carcadè, uova benedette della nonna o biscotti bucaneve, qualsiasi cosa vi dia una sensazione composta da ricordi da un lato e forti, nuove e rinnovate sensazioni dall’altro.
Vincono la classifica del 2017, piazzandosi all’ultimo piano del podio, dove le fiamme al di sopra di se stesse hanno solo l’anno prossimo venturo che è ancora tutto da scrivere, The New Year, il cui album si chiama Snow, il più muffoso di quest’anno e bello che è. Niente è cambiato rispetto al 2008 ma che diavolo di canzoni ci sono dentro. Non vi tedierò con il fatto che la musica è vita, ma in un altro modo, cioè dicendovi che in Snow ogni cosa è caramellosa e triste allo stesso tempo, quella voce è tranquillizzante e spaventosa, grunge ma anche l’ideale per essere ascoltata di fronte a una bella stufa a legna ad alto rendimento, di quelle che scaldano bene la casa e s’installano adesso (quando c’era il grunge non esistevano) che siamo patiti di risparmio energetico. È un disco antico e contemporaneo al tempo stesso, e infatti tutto torna perché alcune canzoni sono di sette o otto anni fa e altre no. Tombola.

0) Walter Schreifels, An Open Letter to the Scene. È uscito nel 2010 e l’hanno ristampato quest’anno. In pratica nel 2010 non me l’ero cagato per niente e quest’anno è il disco che ho ascoltato di più in assoluto (ecco perché questa geniale idea della posizione 0). Si possono fare tutti i discorsi più o meno intelligenti più o meno sensati rispetto al presente e al futuro della musica, si possono dare sguardi significativi e penetranti sul contesto, sul significato e sugli sviluppi di una musica piuttosto che di un’altra, delle chitarre o dell’elettronica, sul fatto che le prime non hanno al momento troppo da dire e la seconda è il presente-futuro, si possono fare tutti questi discorsi, condivisibilissimi, ma poi arriva lo sfigato cinquantenne, ironico e gigione, che ha pure una storia musicale ultradatata alle spalle (Rival Schools, Youth of Today, Gorilla Biscuits, Quicksand) nonostante le rinascite (dei Quicksand quest’anno) e spazza via tutto con dieci canzoni ascoltabilissime e senza troppe pretese ma che sbombardano. I riferimenti sono precisi (Wilco?) e il bisogno di cui sopra di sentir rinnovata la canzone d’autore, puf, dov’è?, svanito. Walter l’incantatore. Quest’anno ha fatto uscire anche Whatever Witch You Are con i Dead Heavens (no in classifica, segnalo solo).
In realtà dovrebbe esserci anche una posizione 00) per Moder, che ha fatto uscire 8 dicembre appunto l’8 dicembre 2017. Straccia tutti i dischi hip hop italiani che ho ascoltato quest’anno, ghali se lo mangia a colazione col caffellatte, Gue Pequeno di fronte a lui torna a casa bello ridimensionato. I testi di Moder sono così efficaci, le ritmiche e i suoni così quadrati e calibrati, sia quando distorcono sia quando sono catchy, e così lontano da qualsiasi moda, quindi così innegabilmente personali, che basta, non c’è gara con nessuno.

Quest’anno mi son piaciuti un sacco di dischi e un sacco di dischi di chitarre. Nella mia classifica ho messo anche l’hip hop e un pelo di elettronica, perché in proporzione ascolto più musica con le chitarre ma – ci tengo a dirlo – sento la questione dei gruppi affetti da Retromania, la sento. Ho messo zero pop (inteso quello alla poptopoi), perché come già qualcun altro ha avuto l’accortezza di scrivere prima di me leggendomi nel pensiero e quindi rubandomi l’idea, non c’è stato un disco pop che mi abbia fatto sbarellare come Anti di Rihanna nel 2016. Quello era bello perché era del 2016 ma sembrava del 2030, con un sacco di idee, di ritmi diversi, di voci, di generi musicali, canzoni tamarre e canzoni raffinatissime. Il pop deve essere così, tanti pezzi di tante cose che compongono una cosa più grande senza limiti e che ha lo scopo di esprimere tutte le voci dentro all’artista, senza paura di tirarle fuori per timore di disattendere le aspettative o per chissà quale altro motivo. E, o c’è un artista che sa regalarci un disco pop simile, oppure fuori il pop dalla mia classifica! E poi sono tutte mezze seghe a parte Rihanna e Lady Gaga. Su, ritira fuori le chitarre, anche quelle che sanno di muffa come nient’altro al mondo, che neanche dentro al mio frigorifero. Iam tandem (latino), a proposito di chitarre dal sapore antico ma significative, aggiungo quelle incredibili dei MT. ZUMA.

Titolo sbagliato, sono 16.