Micah P. Hinson all’Hana Bi

micah p. hinson maggio 2014

Arrivo che ha già iniziato, la tettoia dell’Hana Bi è piena fino al bar, inizia a piovere, ma solo un po’. Comunque poi c’è questo tipo sul palco vestito come un hipster che ha rubato il giubbetto di jeans a un motociclista e ci ha attaccato sopra delle toppe da skater, lento, che sposta e risposta le sedie e inizia le canzoni poi le molla lì. C’è anche sua moglie che suona la batteria, che ne ha poca idea di come si possa fare a stargli dietro e lo guarda preoccupata e sorridente. A ogni battuta di lui lei sorride e io a quel punto incomincio a sentire davvero tutto il fottuto amore che c’è su quel palco. Lei sembra davvero uscita dalla prima casa del cazzo di Memphis e immagino il supporto che dà a lui quando lui strippa, in casa. Lo aspetta con pazienza seduta sullo sgabello della batteria quando è solo lui a suonare, io la fisso (non è bella, non è per quello) mentre ascolto lui che suona, non è una situazione che percepisco come normale, ma tanto di lui vedo la schiena, la toppa della Bones con le due ossa e quella più in basso Skateboarding is not a crime. Fisso quella ragazza e penso che o lui l’ha sedata con qualcosa o lei è la donna migliore che possa stare con Micah P. Hinson, che intanto continua a far battute oltre che a suonare e sembra che le faccia per lei, per farla ridere, per conquistarla. Sarò anche l’ultimo dei romantici ma è questo che ho visto. Più della gente che cantava a occhi chiusi in prima fila, ho visto due persone che se la intendevano alla grande sul palco, uno tirava fuori tutto il fottuto talento che si ritrova e faceva finta di fare gli onori di casa in realtà non ci stava dentro per niente, l’altra faceva finta di essere lì per caso, in realtà forse musicalmente lo era, ma aveva tutto sotto controllo e il suo supporto morale è quanto di più provvidenziale dio ci potesse mandare sulla terra l’altra sera. Lui sembra che suoni per lei e per questo tutto va liscio – anche se non va liscio – e il concerto è stato uno dei più intimi che io abbia mai visto. Il microfono cade sempre, è comico si, però guardate lei (che poi si chiama Ashley e l’ha sposato nel 2008), e poi gli occhi abbassati di lui che dice “OH”, e guardate che massa di volersi bene c’è tra quei due. Hinson ha pure il bocchino nella sigaretta, è pure non poco teatrale, e purtroppo ricorda un po’ l’attore che fa Sherlock Holmes nel telefilm, ma questo non mi distoglie da come cazzo ha cantato. Alla fine con la voce fa quello che vuole, la tira fuori alla Johnny Cash o la spacca a metà. E la chitarra elettrica la fa suonare, si può dire, non si può dire altrimenti, schitarrando. Per tutto il tragitto verso Marina di Ravenna ho tentato di pensare a qualcosa che rappresentasse tutta la personalità di Micah P. Hinson in un colpo solo, o in un album solo, e non l’ho trovata questa cosa. L’ho trovata dopo, in tutti i momenti in cui si è fatto girare attorno al collo e alle spalle la stracca della chitarra acustica, con la sigaretta col bocchino in bocca, la sciarpina per proteggere la gola, il giubbetto stretto, tutto sotto una stracca cortissima, e sembrava uno sfigato grandissimo. Ma quella stracca la metteva con grande classe e alla fine sfigato non lo è perché quando poi si mette a suonare la chitarra, quella che uccide i fascisti, intorno scompare tutto, pure la mogliettina, oltre alla gente che sussurra, e rimane solo lui che mi sfonda lo stomaco. E non lo è (sfigato) perché quando si mette alla tastiera, suona come se si credesse un incrocio tra Cash e Mark Linkous. E lo è. Di canzoni dell’ultimo album ne ha fatte, e alla fine sul palco schiacciate per terra c’erano cento sigarette mezze fumate, e ha fatto anche il bis. L’ultimo album, possono dire tutti che è una merda, ma a me è entrato dentro formando un grumo grosso e pesante che ritorna ogni volta che attacco a suonare il disco sullo stereo. Tra una gag che non sembrava una gag ma lo era, o tra una non gag che era una gag oppure no, ho visto un concerto di musica suonata davvero e ho visto pure l’amore trattenuto da quei due sul palco e lasciato andare al pubblico solo per finta. E sono andato a casa che mi ero dimenticato di aver cannato i primi 10 (o 20) minuti di concerto. Take Off That Dress For Me colonna sonora nella mia testa durante tutto il viaggio di ritorno.
Micah P. Hinson l’ho visto girare per l’Hana Bi dopo il concerto, con la moglie dietro, cercava qualcosa, sicuramente il cappotto. L’ho guardato un po’, come tutti quelli che erano lì, e lui era proprio quello che era sul palco. Io sarei curioso di vedere dove abita, cosa fa, ma so che è un pazzo e alla fine quello sguardo perso che fissa anche solo per un attimo il vuoto e poi se ne va col resto del corpo a cercare una sedia per mettersi al piano mi spaventa. L’altra sera mi sembrava solo uno sguardo accostabile a quello precedente, quello abbassato, concentrato, o a quello successivo. Ma non sono più così sicuro che sia uno sguardo qualsiasi, o che trovarselo accanto sia così rassicurante. Non andrò mai a cercarla la famiglia Hinson, rimango qui, e mi accontento di ascoltare e ritrovare tutto l’andirivieni, la confusione mentale e il male di stare al mondo che erano sul palco dentro all’ultimo disco, oppure dentro a Micah P. Hinson and the Gospel of Progress, che forse rimane il più bastardo di tutti. Non so se la trovo nei dischi sta roba, perché alla fine alcuni dicono che Micah P. Hinson dal vivo fa schifo, e invece sono due giorni che ci penso, a quelle chitarre, a quella voce, a quelle orecchie, e a sua moglie. E questo pensiero non mi dà una sensazione di pace, ma mi butta dentro a una specie di breve storia ambivalente, la storia del concerto di due giorni fa, raccontata da una parte come se il mondo fosse una merda ma anche no, dall’altra sapendo cantare questa cosa poco illuminante ma vera a volte con il sorriso altre con molta sicurezza altre ancora con la più disarmante insicurezza.

Vaffanculo, anzi no

non-ti-divertire-troppo

Nel 1996 i Sex Pistols si riuniscono per la prima volta e partono con il Filthy Lucre Tour. Tra amici se ne parla, si discute, chi è contrario, chi a favore e chi non gliene frega. Io ero contrario, il mio amico Romano a favore. Diceva che per fortuna non sono tutti problematici come Kurt Cobain e non tutti vanno in crisi se fanno successo e guadagnano soldi. Il mio amico Romano quella volta non l’ho mandato affanculo perchè era più grande e anche grosso, però avrei voluto. Nel ’96 avevo 18 anni e nel desiderio di mandare affanculo e alla fine non riuscire a farlo stanno un po’ i miei anni novanta. Uscivo spesso con gli amici, poi a un certo punto ho cambiato gruppo perché in quello vecchio non c’era nessuno che venisse con me ai concerti. Un gesto di rottura. Ma questo gesto di rottura, ecco, non era inserito in uno stile di vita altrettanto di rottura. Io credevo di essere alternativo, ma quando andavo ai concerti c’era spesso un sacco di gente, ed era bello, quindi il gioco dell’alternativo aveva davvero poco respiro, e infatti poi si è esaurito, proprio come la musica che mi piaceva, che i giornalisti chiamavano “alternative”, definizione che naturalmente ripudiavo.
Quando andavamo ai concerti o altrove ci divertivamo molto e quasi sempre, ma il basso profilo era la nostra regola non scritta e mai stabilita. Per esempio nessuno di noi si è mai tolto la maglietta rimanendo a petto nudo sotto a un palco. Oppure per esempio abbiamo smesso di andare alle giostre perché era il regno di quelli dell’autoscontro, quelli che si mettevano a sedere sul bordo della macchina, non sul sedile. Ecco quelli erano proprio il contrario di noi, però si divertivano, si vedeva, avevano un sacco di ragazze, facevano paura a tutti. Una sera un gruppo di quelli ci ha fermato, ci ha chiesto da accendere, ci ha accerchiato e ha tentato di darci un sacco di botte con il tirapugni. Noi eravamo in tre, veloci come gazzelle, e siamo scappati. Non credo sia appropriata la parola LOSER per descriverci (l’ho sempre odiata), l’espressione giusta è esattamente basso profilo, uno stile di vita. E pensavo No se faccio questo però dopo non va bene per questo motivo, Se vado là però poi dopo non va bene perché… (Lo penso ancora). Bello divertirsi, ma c’era sempre un limite dettato dalla, boh, coscienza, o più che altro da una tendenza naturale a limitarsi. Mi ubriacavo, andavo alle feste, non da solo, con i miei amici, ma stavo da una parte, non al centro della pista. Nanni Moretti non l’avevo neanche sentito nominare. Stavo ai bordi della pista quando c’era Mrs Robinson, che era una bolgia storica, e pogavo con quelli che erano vicino a me, non con quelli al centro che tenevano i gomiti alti urlando che ce l’avevano grosso. Io sapevo che quella Mrs Robinson era la cover dei Lemonheads, non l’originale. Loro no. Era la più bella cover mai fatta e mi divertivo un sacco, ma non limonavo mai.

Non ti divertire troppo è un libro della Flying Kids Records che racconta l’alternative rock americano anche di quel periodo, oltre che degli anni ’80; un racconto per ogni gruppo, copertina di ZeroCalcare, spoiler di Capra dei Gazebo Penguins sui Neutral Milk Hotel e introduzione di Mike Watt. Esce il 21 maggio e lo si compra qui.