Le cose che finiscono ma che poi riniziano (Van Pelt)

van-pelt-sultans

L’estate ha sempre un momento in cui ti insegna qualcosa, in cui ti permette di fissare l’attenzione su quello che poi ti lascerà in eredità. E’ così da quando ho letto Il buio oltre la siepe, è così per me e per tutti quelli che l’hanno letto prima e dopo di me, e quando ti guardi intorno e finisci di credere che quella cosa l’estate l’abbia insegnata solo a te perché capisci che in tanti hanno imparato quello che hai imparato tu, è la fine dell’adolescenza, cioè di un’illusione, che era bella ma era un pacco, perchè peccava di non-realismo, chiudeva la cose dentro a un recinto in cui c’eri tu e pochi altri, per lo più amici.
L’estate continua a insegnarti cose sempre. Dopo l’estate non sai mai se quello che è successo ci sarà ancora, hai in mano i ricordi, e sai che qualche capitolo si è chiuso. L’estate mette sempre fine a qualcosa. Il 14 agosto quest’anno (domani) è il giorno in cui suonano i Van Pelt all’Hana Bi, e per me sarà la fine di anni di attesa, perché vedrò i Van Pelt dal vivo per la prima volta, poi a un certo punto della serata mi volterò e vedrò che tante altre persone sono lì e tante altre persone porranno fine con quella serata a un’attesa. La fine di un ciclo, iniziato quando è uscito Stealing From Our Favorite Thieves, portato al suo climax con Sultans Of Sentiment, interrotto con la scissione del gruppo, ricucito un po’ con i pur bravissimi The Lapse e la carriera solista di Chris Leo (ha scritto pure un libro), ripreso con la reunion e il disco quasi nuovo, e chiuso con il concerto del 14 agosto 2014. La fine di un percorso che è come la linea di un desiderio, quello di vedere dal vivo un gruppo che hai amato tanto da dondolare la testa da solo mentre ti canti un ritornello nella mente, anche senza auricolari.
Il 14 sarà anche il giro di boa di un revival di cui i Van Pelt fanno parte a pieno titolo. Più che un revival un ricordo di chi era adolescente negli anni ’90, quando ogni cosa bella volevi che fosse solamente tua o di pochi altri. L’inverno 2013-2014 è stata un’epifania in questo senso, e la cerchia di persone che sapevo sarebbero state interessate a un ricordo della musica degli anni ’90 si è ampliata, a persone che ho incontrato una volta sola o mai, ma che esistono. L’esperienza di Non ti divertire troppo, su cui abbiamo scherzato ma scherzando, ha allargato il mio orizzonte, ho parlato con persone che conoscevo ma con le quali non avevo mai parlato troppo, ho visto le presentazioni piene di gente e il libro andare in sold out. Non so se tutto questo continuerà a succedere. Le cose continuano a finire, alcune per sempre altre no, l’adolescenza è finita da tempo, ma solo dopo anni ho capito davvero che è molto più bello che certe cose siano di molti.
Domani sera ci sono i Van Pelt all’Hana Bi. Quando ascoltai per la prima volta Sultans Of Sentiment, nella mia testa si aggiunse un tassello nuovo a quello che avevano detto i Pavement con Slanted and Enchanted, cioè che si poteva arrivare dentro allo stomaco delle persone anche smontando le chitarre clamorose di Seattle. Si poteva farle piangere, le chitarre o anche le persone, con un tono che stava tra quello crudo e spietato dei Nirvana e quello più divertito, divertente o divergente dei Pavement. Ecco, era il modo di suonare la chitarra di Chris Leo, che per un po’ di tempo è stato il mio chitarrista e scrittore di canzoni preferito, poi anche quest’amore totalizzante è finito perché dev’essere arrivato qualcun altro. L’ho visto dal vivo due volte, mai con i Van Pelt. Il revival dei loro anni li ha riportati in vita e in giro, come se non si potesse fare a meno di riaprire dei libri e continuare a scrivere una storia che a un certo punto avevi lasciato esaurirsi, da sola, senza troppa attenzione perché eri passato ad altro. La storia dei Van Pelt è una delle mille che sono finite e poi ripartite. I gruppi ti danno l’illusione di riunirsi per poter chiudere il tuo cerchio, ma lo fanno spesso per fare un po’ di portafoglio, e io tendenzialmente me ne sbatto, mi godo il momento se è buono e assecondo quello che succede. Perché c’è anche un altro modo di fare, non prendere in considerazione le reunion, come facevo una volta, ma non voglio fare in quel modo, perché a questo punto di reunion ne stanno facendo talmente tante, e tali gruppi, che me le potrei anche perdere, ma non voglio. Quest’anno, anno di grazia 2014, i Van Pelt si sono riuniti e stanno benissimo col titolo dell’articolo.
Poi non ha nessun senso pensare di essere superiori a certe cose perché si è diventati grandi e scappare e inseguire qualcos’altro di più adulto. Si possono fare tutte e due le cose, essere grandi e amare molto la musica, ci sono dei miei amici che lo dimostrano. Che la musica salvi la vita l’ho imparato da adolescente, poi c’è stato un momento in cui alcune cose sono finite e l’ho dovuto imparare di nuovo, e forse è un percorso necessario, o forse no, ma comunque è una strada che, mentre la fai, se apri bene gli occhi e li fissi dove li devi fissare, vedi che una costante c’è, anche se per un po’ ti è sembrato di poterne fare a meno. Mi è successo di credere di pensare che la voglia di ascoltare musica e vedere concerti fosse roba da ragazzini, che una volta passata una certa età bisognasse andare oltre. Cagate. Non mi è mai successo di pensare che il mondo sarebbe stato bello allo stesso modo anche senza The Good, The Bad & The Blind dei Van Pelt.

Vaffanculo, anzi no

non-ti-divertire-troppo

Nel 1996 i Sex Pistols si riuniscono per la prima volta e partono con il Filthy Lucre Tour. Tra amici se ne parla, si discute, chi è contrario, chi a favore e chi non gliene frega. Io ero contrario, il mio amico Romano a favore. Diceva che per fortuna non sono tutti problematici come Kurt Cobain e non tutti vanno in crisi se fanno successo e guadagnano soldi. Il mio amico Romano quella volta non l’ho mandato affanculo perchè era più grande e anche grosso, però avrei voluto. Nel ’96 avevo 18 anni e nel desiderio di mandare affanculo e alla fine non riuscire a farlo stanno un po’ i miei anni novanta. Uscivo spesso con gli amici, poi a un certo punto ho cambiato gruppo perché in quello vecchio non c’era nessuno che venisse con me ai concerti. Un gesto di rottura. Ma questo gesto di rottura, ecco, non era inserito in uno stile di vita altrettanto di rottura. Io credevo di essere alternativo, ma quando andavo ai concerti c’era spesso un sacco di gente, ed era bello, quindi il gioco dell’alternativo aveva davvero poco respiro, e infatti poi si è esaurito, proprio come la musica che mi piaceva, che i giornalisti chiamavano “alternative”, definizione che naturalmente ripudiavo.
Quando andavamo ai concerti o altrove ci divertivamo molto e quasi sempre, ma il basso profilo era la nostra regola non scritta e mai stabilita. Per esempio nessuno di noi si è mai tolto la maglietta rimanendo a petto nudo sotto a un palco. Oppure per esempio abbiamo smesso di andare alle giostre perché era il regno di quelli dell’autoscontro, quelli che si mettevano a sedere sul bordo della macchina, non sul sedile. Ecco quelli erano proprio il contrario di noi, però si divertivano, si vedeva, avevano un sacco di ragazze, facevano paura a tutti. Una sera un gruppo di quelli ci ha fermato, ci ha chiesto da accendere, ci ha accerchiato e ha tentato di darci un sacco di botte con il tirapugni. Noi eravamo in tre, veloci come gazzelle, e siamo scappati. Non credo sia appropriata la parola LOSER per descriverci (l’ho sempre odiata), l’espressione giusta è esattamente basso profilo, uno stile di vita. E pensavo No se faccio questo però dopo non va bene per questo motivo, Se vado là però poi dopo non va bene perché… (Lo penso ancora). Bello divertirsi, ma c’era sempre un limite dettato dalla, boh, coscienza, o più che altro da una tendenza naturale a limitarsi. Mi ubriacavo, andavo alle feste, non da solo, con i miei amici, ma stavo da una parte, non al centro della pista. Nanni Moretti non l’avevo neanche sentito nominare. Stavo ai bordi della pista quando c’era Mrs Robinson, che era una bolgia storica, e pogavo con quelli che erano vicino a me, non con quelli al centro che tenevano i gomiti alti urlando che ce l’avevano grosso. Io sapevo che quella Mrs Robinson era la cover dei Lemonheads, non l’originale. Loro no. Era la più bella cover mai fatta e mi divertivo un sacco, ma non limonavo mai.

Non ti divertire troppo è un libro della Flying Kids Records che racconta l’alternative rock americano anche di quel periodo, oltre che degli anni ’80; un racconto per ogni gruppo, copertina di ZeroCalcare, spoiler di Capra dei Gazebo Penguins sui Neutral Milk Hotel e introduzione di Mike Watt. Esce il 21 maggio e lo si compra qui.