Cosa bolle in pentola: musica di questo tempo roba per starci dentro

In questo tempo di distruzione della politica italiana, in cui nessun ci sta dentro e ci permette di credere in un futuro migliore, come invece succedeva ai tempi di Berlinguer – mi raccontava mio babbo – è necessario trovare qualcosa per farcela passare al meglio possibile. La musica è sempre stata una fantastica medicina da questo punto di vista, e lo è ancora. Certo oggi è difficile scegliere cosa ascoltare, perché internet e bla bla bla. È un momento in cui saltano tutti i punti di rifermento e anche figure fondamentali della musica e della critica musicale sbarellano e sbroccano, o semplicemente cambiano direzione prendendo le strade più assurde e iniziando ad ascoltare roba che non avresti mai detto. E io cosa faccio? Rimango lì a dire ma cosa sta succedendo? E cerco comunque di capirci qualcosa e non perdere la bussola e il tempo, non rovinarmi ad ascoltare cose di cui non m’interessa assolutamente niente semplicemente perché bisogna ascoltarle perché tutti ne parlano. Il percorso musicale. È quello che uno cerca sempre di costruirsi, giusto? Deve essere diverso da quello degli altri, o può essere anche simile, l’importante è che sia vero. E se mento anche a me stesso mi trovo dritto dentro a un film in una scena qualsiasi in cui si dice “ho mentito a me stesso”. Per quanto sia bello vedere i film, lo sarebbe un po’ meno vivere in un set perennemente. Quindi devo ascoltare quello che mi fa stare bene, o anche male, basta che mi faccia stare in qualche modo davvero. Bello essere musicalmente onnivori, ma c’è un limite e consiste proprio nel godere di quello che si ascolta, guardare aventi e pensare voglio ascoltare questo per sempre. Oppure a un certo punto anche guardarsi indietro e dire “questa è la mia musica, ne voglio ancora”. O anche cambiare direzione, purché sia una svolta sincera.

Quindi, in questo periodo di fanatismi complottari e di post verità M5S su qualsiasi cosa (l’altro giorno un collega mi ha detto “chi usa il foglio di carta potenzialmente è un assassino”) ho bisogno di certezze, o anche di qualcosa che sia l’opposto di una certezza per farmi capire cos’è la certezza. I tempi cambiano. Per esempio, qualche anno fa in certi momenti avevo la certezza che mi sarei preso quattro schiaffoni di lì a breve da mia mamma (mia mamma non ha mai esercitato la violenza su di me eh, si parla solo di quegli schiaffoni educativi): a una festa a casa mia, a un certo punto un amico ha preso la pentola più grande che c’era, l’ha messa sul fuoco e c’ha buttato dentro tutto quello che gli andava. L’ha chiamato il Cosa bolle in pentola. Il giorno dopo la pentola era tutta bruciata, da buttare. Il giorno dopo ancora mia mamma è tornata a casa, l’ha scoperta, mi ha dato quattro schiaffi e io ero sicuro che l’avrebbe fatto. Dicevo, i tempi sono cambiati perché le certezze sono diverse, oggi. Ma neanche tanto, a pensarci bene. Quella volta di questo gioco incredibile del mio amico, dopo averle prese da mia madre, mi sono chiuso in camera non a piangere ma ad ascoltare a ripetizione What’s the Frequency, Kenneth? I R.E.M mi piacciono tantissimo ancora oggi: sono una certezza. Quindi, le cose (oggi) non sono cambiate neanche tanto perché, in questi tempi bui e in cui nessuno sa darti al di fuori della tua famiglia una sicurezza che sia una, una buona idea che sia una, una soddisfazione, in questi tempi in cui neanche mia mamma mi dà più gli schiaffoni, in cui nessuno sa riempirti lo stomaco con una cosa bella, bisogna far ricorso alla musica che ti piace e trovare qualcosa che sia nel percorso. La certezza vuol dire speranza, sicurezza e consapevolezza che si può cambiare e in meglio. Casualmente ho trovato tutto questo in tre dischi, ultimamente.

Rocket, (Sandy) Alex G. Alcune volte è un omaggio a Elliott Smith, altre lo senti che si libera del passato e parte, si spinge oltre e rischia. Alex Giannascoli, polistrumentita di Philadelphia, studente della Temple University, ex The Skin Cells, dal 2010 sull’onda di un ego trip profondo e teso che gli ha fatto fare passi da gigante. Lui è la speranza che abbia ancora senso scrivere canzoni indie rock e ha voglia di dare spazio al gioco e alla sperimentazione. Il suo modo di scrivere sembra non-sentito da nessun altra parte. Quello che mi piace di questo disco è che, prima, imposta i suoi modelli (il country, Elliott Smith) poi li abbandona. Qualche volta tornano ma i pezzi più sperimentali ritagliano uno spazio all’evoluzione e alla speranza che ci sia ancora qualcosa di significativo da dire a partire dai riferimenti, al di là dei riferimenti, spesso sinceri e bellissimi, ma pur sempre fotocopiativi. Quando sperimenta, Alex G è dark e psichedelico, scattoso e ruvido. Ma anche capace di melodie che potrebbero andare avanti per ore. Passa da jazz al blues, da pezzi strumentali country-Carpenter a robe alla Beastie Boys e Talibam, dalla ballata al pianoforte. E autotune, che sembra una malattia, invece è una tendenza, da cui si è fatto prendere anche lui e l’ha messo dentro al pop rock, rubandolo all’hip hop. Lo tollero.

Snow dei New Year. Quando pensi di essere rimasto senza parole e trovi il disco che dice quello che vorresti sentirti dire. Snow è proprio quello che mi aspettavo, lo volevo così e me l’hanno dato così. Alex G e The New Year rappresentano due modi diversi di interpretare il passato e svilupparlo nel presente, entrambi abbracciabili. Il presente è il passato non sviluppato, decontestualizzato ma ancora incantevole: forse perché l’hanno vissuto, The New Year non hanno intenzione di cambiarlo. Oppure è il coraggio di forzare e osare e forse Alex G lo riesce a fare perché quel passato l’ha semplicemente amato ma non vissuto. Non so, però mi servono entrambi, adesso, per capirci qualcosa.

An Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis è un disco del 2010 tornato a galla grazie a un amico su Facebook. Walter Schreifeis ha suonato in gruppi come Gorilla Biscuits, Quicksand, Youth of Today eccetera. Una volta erano il meglio, almeno per un po’ di tempo, ho sempre preferito l’indie rock all’hardcore ma comunque mi facevano partire il testosterone queste band, nel senso che mi caricavano le gambe. Ma Walter Schreifeis è l’esempio di come si possa cambiare in meglio seguendo il corso del tempo e della vita (diventando vecchi ndr) e seguendo miracolosamente lo stesso percorso di chi ascolta. Se avesse fatto un altro disco hardcore mi avrebbe bollato il cervello, An Open Letter To The Scene invece è la sicurezza che le cose possono migliorare con il passare del tempo. E (ti dirò di più) rimanere migliori anche a sette anni di distanza dalla pubblicazione.

QUELLO CHE NON MI È SERVITO.
Spiral Stairs, Doris and the Daggers. Pensavo di trovarci almeno un po’ di orgoglio, un po’ di vita da nonno. Invece è un disco di jingle, pieno di quella gioia che trovi solo quando hai una certa età e sorridi senza motivo. Niente a che vedere con The Real Feel.
Guided by Voices, August by Cake. Robert Pollard è ancora capace di scrivere 31 canzoni per un disco, stupisce la forza fisica, il suo portentoso andare avanti e ancora avanti e avanti. È un prova fisica, una maratona senza doping. Un disco bellissimo, una roccia dell’indie rock, il Presidente. Ma non mi ha dato per ora quello che volevo. Per me Pollard è un’Istituzione, come la Chiesa o lo Stato. Ma adesso non volevo un’Istituzione.
Dichotomy Desaturated di CFM è un bella cavalcata sulla chitarra, una chitarra di quelle convinte di bastare a se stesse per andare lontano con la mente, e che non serva il peyote. Questa chitarra può essere una certezza per molti, non lo è per me perché in fondo l’ho ascoltata come ne ho ascoltate molte altre simili. E perché questo disco mi ha fatto venire un dubbio: non l’ho mai provato, ma se l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata meglio se a un certo punto avessi preso il peyote?
Feedtime, Gas. Alcune cose sanno di muffa ma è il blues senza speranza. Che per ora lascio stare.

QUELLO CHE MI È SERVITO ANCORA MENO.
Liberato è su Spotify. Liberato è la fotta per i neo melodici che viene quando si avverte un forte desiderio di smettere di ascoltare le cose per prendere altre strade e dimostrare a se stessi di aver fatto il giro di boa e aver capito. La musica di Liberato non la trovo nemmeno attuale perché quando partono Nove Maggio e Tu T’e Scurdat’ ‘e Me il cielo si fa subito All That She Wants. La mistica del linguaggio mesculato è come la confusione delle lingue, una babele nella Napoli dell’amore e della guerra, ma non ce la faccio a non ridere. Non so se lui l’ha fatto per far ridere. Non posso farci niente, mi viene in mente il cantante napoletano, quello biondo, naturalmente no Nino D’angelo, ma quello ch’è andato a X Factor. Marco Marfé, arrestato perché era coinvolto in un giro di usura. Un altro invece è Raffaello Migliaccio, che ha sparato a un tipo. Questo brodo di malavita è quello dentro al quale crescono (spesso). In effetti loro sono piuttosto anni 90, storie da gangster, vita nell’illegalità e cose così, ripropongono esattamente il modello di musicista napoletano-americano che mi aspetto. ma agli americano gliel’abbiamo insegnato noi a fare i gangster, quindi si potrebbe dire che Liberato riproduce un modello italiano, rifatto dagli americani nel gangsta rap e ripreso per rivendicarne la paternità dai melodici della tradizione e dai neo melodici. Non so se Liberato delinque, però non mi suona un granché innovativo, né nazionalmente né internazionalmente parlando. È tutto gliccioso e spumoso come i suoi colleghi neo melodici e mi pare di sentire uno di quei dischi dance che ballavano a Non è la Rai. Mi pare un ascolto del giro di boa e non mi pare una certezza, o una garanzia di futuro. Il futuro non deve essere una garanzia, ok, si costruisce sulla rivoluzione, sulle cose nuove nuovissime e imprevedibili. Ma le categorie di rivoluzione e cose nuove e nuovissime uno se le costruisce un po’ come vuole, magari sbagliando rispetto all’oggettività, ma sapendo che quelle categorie sono sue.

È molto triste sentire Volare di Rovazzi-Morandi e rimanere apatico fino a quando Morandi non fa il suo solo. Il vecchio oscura il giovane. Che brutta immagine del futuro. Ma è il giovane che ha scritto il testo e ha lasciato al vecchio la parte migliore, per far credere ai frignoni come me che il vecchio sia migliore del giovane. Un punto per Rovazzi, quindi. Peccato però per quella cosa del rimanere apatico per quasi tutto il pezzo, Andiamo a comandare era una bomba sin dall’inizio. Un po’ Blink 182 Volare, nel suo incipit. Rovazzi, al contrario di Liberato, è davvero contemporaneo, perché è la summa di youtuber, musica da tamarri da prendere alla leggera, ma anche da studiare come fenomeno musicale. Ma si è già sgonfiato. E soprattutto è quello che chiamano geniale perché è troppo stupido. La stupidità è un regalo degli anni 90, ma quella era una stupidità costruttiva, Rovazzi distrugge, soprattutto distrugge le palle già alla sua terza canzone.

Passo e chiudo con il testo di Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis.

A good man has gone
Into the great beyond
Straight edge or skinhead
Often both at the same time
He had a good influence on many people´s lives
You’ll bend up the eyes

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene
And not everybody liked him all the time
But at the sunday matinee he filled the sky

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.

Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.