Vivere in campagna. Malkmus and his Jicks: Sparkle Hard

Sporty
Le nuotate alla piscina comunale di sera dopo i compiti erano sempre una palla, ma alla fine ero contento. Arrivavo là che non ne avevo mezza e uscivo sfasciato, di quella stanchezza bella però, come si dice, perché sei soddisfatto e pensi che sia utile. Il mio stile preferito era la rana ma nessuno dei simpatici istruttori che ho avuto nel corso del tempo mi ha mai permesso di farne tanta: avevo bisogno di allargare le spalle, non di stringerle, e la rana ti fa chiudere a guscio. La mia cassa toracica era stretta come quella di un ciclista, “ma non sei un ciclista, ah ah!”, mi ha detto una volta un istruttore, facendomi veramente sbellicare di risate. Anche lo stile libero ni. Dovevo fare il dorso o il delfino. Che palle.

Però nuotare mi piaceva, perché ero sicuro che fosse un modo per migliorare quella forma fisica di cui non andavo mica tanto fiero. Momento minimo della mia autostima fisica: il dottore alla visita medica militare che vedendomi nudo nato urla: “Attenzione, arriva Schwarzenegger!”.

In piscina con me veniva Rigi. Poi c’era Zigartina, uno del liceo. Lo avevamo chiamato così perché dopo 50 vasche io e Rigi andavamo a prendere un ovino kinder, lui si fumava una bella sigaretta a polmone aperto. Spesso ci portava e veniva a prendere mio nonno, che a volte rimaneva in gradinata a guardarci. Se durante la lezione sentivamo “Vai Giacomo!”, o anche “Dai Rigi” (per par condicio, è sempre stato un po’ democristiano) allora voleva dire che era rimasto. Una volta ha urlato anche “Vai Zigartina!”.

Il 24 novembre 1992 in piscina non c’erano né Rigi né Zigartina e mi aveva accompagnato mia mamma. Aveva portato anche mio fratello proprio lì di fronte, al Carisport. Suonavano i Sonic Youth, e di spalla i Pavement. Anch’io volevo un sacco andare ma mi fu proibito, perché era meglio non saltare nuoto. Una storia veramente triste. La lezione fu stancante e soddisfacente come le altre volte ma mi beccai una sgridata dall’istruttrice (la Paola) perché non l’avevo ascoltata e avevo fatto troppa rana. Il mio spirito ribelle contro le regole dei genitori si manifestava contro le regole dell’istruttrice. Inutile sottolineare l’inutilità del gesto. Mio babbo lavorava sempre fino a tardi e quella sera mia mamma fece tre avanti e indietro da casa. Il terzo fu per andare a ri-prendere mio fratello e io saltai in macchina, solo per vedere la sua faccia all’uscita dal concerto. Mi ricordo che aveva il Barbour. E che era molto gasato. Io invece ero l’uomo rana…

Garage
Anni dopo la piscina, io e altri miei amici regaz avevamo l’abitudine d’incontrarci nel garage di Giordano, al sabato nel pre-serata. Parlavamo di massimi sistemi, bevevamo un paio di bicchieri di sangiovese, passavamo ore a decidere cosa fare e intanto ascoltavamo un po’ di musica. Ma non poltrivamo solo così miseramente, andavamo anche a un sacco ai concerti insieme. Oggi quel modo di andare ai concerti è solo un ricordo, per farlo succedere ancora bisogna che venga giù il Signore. Adesso mettiamo lo stesso entusiasmo, non so, per andare a fare una camminata in montagna. I tempi cambiano, i legami rimangono ma si crea una distanza maggiore. Quando ci si vede è tutto uno stare benone ma, comunque, non si va ai concerti insieme. Tanto meno ci si becca al sabato sera nel garage di Giordano ad ascoltare Wowee Zowee. I Pavement sono stati tra i king indiscussi di quel periodo. Momenti che segnano.

Cavalli
Molta di quella vita, di 20 anni fa, l’abbiamo solo vissuta, è rimasta inesaminata e ha bisogno di essere compresa. Quello che succedeva, succedeva e basta, con una specie di assenza di coscienza che rendeva belle le cose proprio perché erano immediate, spontanee. Non era proprio assenza di coscienza, piuttosto assenza di indecisioni o di analisi delle possibili alternative. Ai tempi Stephen Malkmus era il cantante dei Pavement, che erano ancora in attività. Poi si sono sciolti e Malkmus ha iniziato la carriera solista, per lo più coi The Jicks, che continua tuttora. All’inizio, viveva la musica e il gruppo da dentro, c’era dentro fino al collo proprio. Adesso, a quello sguardo, ne ha aggiunto un altro, dall’esterno, per esaminare quello che ha fatto e continuare a farlo approfondendo e sviscerando quello che gli piace, che è poi il suo mestiere. Sono passati anni ma Malkmus è ancora lì a fare quella musica, sognando. Lo stile è lo stesso ma lo fa con questo atteggiamento nuovo, diverso. E io lo ascolto ancora perché c’è ancora molto da scoprire. È un maestro, non è un bambino, e con Sparkle Hard, il suo ultimo disco, ha cambiato la sostanza del proprio sguardo.

E per cambiare la sostanza, ha cambiato anche la forma, cioè modo di suonare la chitarra. Niente più aggressività ma solo super relax, limbo, la vita in una fattoria con i cavalli. La melodia prevale sulle svise di chitarre psyco seventy. Ed è questo il modo in cui è arrivato alla tenera età di 52: piuttosto sereno direi. Questo è il suo modo di vedere le cose da fuori. Continua a lavorare il cuore della questione e rallenta tutto quello che c’è attorno. È una sospensione che lo aiuta a osservare meglio. Non fare più tante svise significa non essere più completamente travolto dalla musica e dalla scrittura, controllarle di più. Anche solo rispetto all’album precedente, questo cambiamento è chiaro. Malkmus e i Jicks hanno scritto Sparkle Hard cercando di guardare il passato dal presente e il presente dal presente.

Ha senso? O è sensato solo uno sguardo dal presente al futuro? La musica come le altre arti deve contribuire allo sviluppo della mente umana. Quindi bisogna cercare il futuro, perché servono sempre input nuovi e bisogna progredire. Una parte dei musicisti in attività ha questo ruolo. È normale che altri musicisti sentano invece ancora la necessità di esprimersi con modalità simili a quelle usate in passato: accanto a chi stimola con cose nuove, c’è chi ha il compito di rassicurare. All’ascoltatore la facoltà di scegliere. È normale che convivano questi e quegli artisti, questi e quei fruitori. Però non è che chi continua a fare le stesse cose debba per forza lacrimare nostalgia. La sincerità nell’arte è sopravvalutata, perché forzare se stessi può portare a superare i propri limiti e quindi potenzialmente a risultati eccellenti. Questo non toglie che proseguire un discorso iniziato in passato sia un ottimo punto di partenza se è quello che si vuole. Se ti muovi dentro al passato cercando punti di vista nuovi può diventare interessante.

“Even if it’s risky and it can really turn bad, no doubt!” (cit. Malkmus nel link sopra). A fare dischi simili a quelli prima ci si prende un rischio, perché potrebbero non piacere più a nessuno o, più realisticamente, solo a quelli della tua età. Potrebbe essere deprimente, dice Malkmus. Suona come se fosse la sua ultima occasione e il suo ultimo tentativo. Io non lo so se lo sarà, ma Sparkle Hard è un disco esaltante. Malkmus è stato in grado di tenere alto il livello delle sue uscite per tutti questi anni e adesso ci fa anche vedere come si fa a non cadere nell’imitazione di se stessi. Arrivarci così, alla tua età. It’s time to shake your ass Stephen, again.

Passo e chiudo
Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Me lo stavo chiedendo anch’io, quando all’improvviso ho scoperto la risposta. Non mandarmi al concerto fu per il mio bene, e questo lo apprezzo. Però. Adesso, da un lato, sono ancora rachitico come quando mi sgridavano perchè facevo troppa rana. Dall’altro, la prima volta che ho sentito i Pavement, poco prima del loro concerto al Carisp, all’improvviso sono diventati quello che mi era sempre mancato: sono cose che succedono, prima pensi di vivere bene poi conosci una cosa nuova e ti chiedi come hai fatto a stare senza (più o meno così è andata quando ho scoperto il caffè). Da quella volta, prima o poi un disco di/con Stephen Malkmus è sempre arrivato, continua ad arrivare sempre e io continuo ad aspettarlo ogni volt a. Penso: se tutta la mia vita andasse a rotoli, potrei andare a vivere su un’isola deserta. Ma, metti caso che là il wi-fi non funzioni, poi mi perdo il prossimo disco di Malkmus. No?

Detto tutto questo adesso ditemi: mi è servito di più il nuoto o Stephen Malkmus?

Appunti disastrosi su Middle America di Stephen Malkmus & The Jicks

I Pavement possono ridurti così

Qualche anno fa, a due chilometri da casa mia, hanno suonato i Pavement. I miei genitori non mi hanno permesso di andarci perché ero un cinno e il giorno dopo dovevo andare a scuola. Avevo 14 anni, giudicate voi se a quell’età uno è troppo piccolo per andare a un concerto oppure no (aka: a che età mandereste al primo concerto vostro figlio?). Pure Stephen Malkmus non era proprio vecchio: aveva 26 anni nel 1992 (quindi adesso.. 52, angolo TV Sorrisi e Canzoni) quando uscì Slanted Enchanted e con il resto della cumpa lo suonò nella mia città.

Negli anni successivi i Pavement hanno pubblicato dischi bellissimi, aggiustando il tiro uno dopo l’altro. Avevo talmente voglia di rifarmi dalla volta precedente che quando sono venuti in Italia per il tour di Terror Twilight ho fatto la doppietta, al Vox e al Velvet. Al Velvet erano coi dEUS e siccome l’impianto dei dEUS saltava di continuo, hanno suonato i Pavement, tutta la sera. Poi si sono sciolti, mai più visti, la reunion l’ho snobbata perché ero contro le reunion. Adesso penso mah, che coglione. Quando ha suonato Stephen Malkmus & The Jicks al Covo tre anni fa per Wig Out at Jagbags, mi sono fiondato. A un certo punto hanno suonato Summer Babe, la prima canzone di Slanted Enchanted, mio fratello ballava e cantava e io volevo essere andato al Carisport e aver visto almeno una data del tour della reunion. Ho pensato che a volte la vita ti rida’ le occasioni che hai perso.

Quando ho sentito per la prima volta i Pavement non mi sono preoccupato di niente. Di cose tipo da dove viene questo suono? Chi gliel’ha data questa idea? Ascoltavo, me lo godevo e basta. Poi ho scoperto che dietro tutto quello c’erano Mark E. Smith e The Fall. Mark E. Smith è morto il 24 gennaio di quest’anno e non ci sono più occasioni per vederlo suonare dal vivo. Mai visto. È andata così e basta. Bisogna essere cinici, altrimenti non ce la si fa. Essere cinici per le cose del passato è abbastanza facile. Per quelle che avrebbe potuto succedere è più difficile anche perché, di sicuro, la vita non potrà più darmi questa occasione.

L’altro ieri è uscita la canzone nuova di Stephen Malkmus & The Jicks, Middle America, a quattro anni da Wig Out at Jagbags e a due settimane dalla morte di Mark Smith. Non c’è nessunissima relazione tra la prima e la terza cosa, MA. L’inizio di Middle America mi ricorda Homebody dei The New Year, che a sua volta ricorda l’inizio di Tigers, la prima di Mirror Traffic, il disco di Malkmus and The Jicks del 2011, o anche Water and A Seat di Pig Lib. Hanno lo stesso modo di usare le corde della chitarra, come se fossero da pizzicare e come se fossero il divertimento di uno scemo. Ma invece. Tigers e Water and A Seat hanno quel modo di divertirsi di Mark Smith, sui dischi ma anche in una delle sue foto sdentato. Poi Tigers dice:

We need separate rooms
We are so divided
Let us in
Change is all we need to improve
Call me petty, I mean every word
The “and’s”, the “if’s”, the “but’s”, and the “the’s”
Trust me because I’m worth hating

È cattivo, ma vi pesa che lo sia? Cioè, Malkmus scrive testi pesanti? No. Riesce a essere terribile serenamente, e di fianco ci mette una chitarra quasi dolce. Forse con dolce esagero, si può dire sempre morbida. Quella chitarra mi piace dal 1992, questo significa che sono un po’ in fissa e che ha qualcosa che proprio mi attira. È distorta senza essere troppo disturbante, è come se ti desse uno schiaffo e poi se la ridesse e facesse ridere anche te. È come dire: Malkmus, sei un ragazzo magnifico e per questo ti odio. Poi ci sono le ballate, che escono un po’ da questo tracciato e sfiorano i confini tollerabili del languore ma è giusto così: la forza che fa partire le scosse telluriche c’è perchè assaggi gli opposti. Le canzoni di Mark Smith sono impietose, ambigue, dritte al punto ma ironiche. In tutto, testi e musica, anche quando è diventato più pop. Mi mancherà un sacco quella sua capacità di tagliare il mondo con crudeltà e realismo, ma anche di dirgli vai a cagare. Ecco, c’è sta roba in comune tra lui e l’altro, Malkmus. Ti guardano in faccia, si comportano in un modo e allo stesso tempo stanno facendo altro, suonano una cosa, ne cantano un’altra e un attimo dopo distorcono, ma non ti dà fastidio.

Mark Smith, Stephen Malkmus, Matt e Bubba Kadane sono quattro nomi che creano un mondo. Solo l’inizio di una canzone unisce Malkmus ai The New Year, per il resto si tratta di due mondi non diversi, ma comunque almeno un po’ distanti. Il suono dei Bedhead era differente, tutto pieno. Non hanno idea di come si faccia a scrivere una canzone con la stessa fregola di Malkmus, non sono così attivi, agitati, protagonisti e sono sicuro che schiferebbero, se dovessero suonarle loro, quelle supercode hardrock. Sono più rilassati, piano piano poco poco (4 album in 17 anni, con gli Overseas in mezzo) che alla fine diventa tanto tanto. Aggiungi il carico da 10 di Chris Brokaw alla batteria in stile Come e Codeine e siamo a posto. Poco ma tanto. Neanche Stephen Malkmus è così come loro, la cosa è reciproca. Il suo mondo è fatto di rime baciate, che ti prendono per il culo ma pur sempre baciate sono. Il loro di baciato non ha niente, al massimo le parole e la musica ti suggerisce uno sguardo inquieto, che è più chiaro, più immediato, univoco, non interpretabile, senza doppi significati. Un significato solo. Questi sono The New Year.

Ma le loro (The New Year/Malkmus) carriere partono insieme, entrambe dopo esperienze grandi (Bedhead e Pavement) negli stessi anni. Hanno plasmato il mondo di tanti di noi, costruendo due correnti che negli anni ‘90 si sono sviluppate in parallelo, emo core e slow core da una parte, rock più classico e post punk nella sua versione più assurdamente melodica dall’altra (come definireste i Pavement? non è facile). E hanno attraversato da protagonisti quel decennio, pieno di casino e di cose che poi di colpo sono finite. The New Year e Malkmus ne hanno raccolto l’eredità nel modo più sincero possibile, non allontanandosi dalle esperienze precedenti ma rendendole incredibilmente longeve, fino a oggi. Di fronte a tutte le novità che vengono da altri orizzonti (pop e rap), l’ultimo disco di The New Year (dell’anno scorso) e Middle America tengono alla grande.

E The New Year e The Fall, cosa possono avere in comune. Certi momenti super sazi e saturi di Grotesque scrollano come Newness End. Scrollano? Scavano.. portano con sé una specie di inerzia della distorsione e del malessere all’infinito, come un cane che si morde la coda, che i fratelli Kadane riprendono e non solo: hanno pure il coraggio di piazzarci dentro anche dello slowcore, in una dose pesante.
Malkmus > The New Year > Malkmus > Mark Smith. Quanto ha senso? Secondo me tantissimo, ma è ovvio che si tratta di un ragionamento personale. Uno potrebbe anche non trovare nessun legame tra The New Year e The Fall ma secondo me, se dei secondi fai finta che non esista la parte più noise acida e dei primi tieni quella più sfasata e sommersa nelle distorsioni intese come trip, il discorso torna.

Tutto mi si è incrociato nel cervello da quando sono partite le prima note di Middle America e sono rimasto un po’ inchiodato. Una volta ascoltata a rullo Middle America, che lo ricordiamo è uscita tre anni dopo Wig Out at Jagbags – che era molto bello, visto dal vivo ancora di più, in particolare Chartjunk, Indipendence Street, Lariat e Houston Hades (le ha fatte tutte o ho edulcorato sognando?) – posso dire che Stephen Malkmus si è riconfermato una bestia e ha sostituito Michael Stipe sul podio del più grande scrittore di canzoni pop rock. Visto che Stipe è in pensione. Due parole: Surreal teenager. Questa canzone mi porta via come The Great Beyond mi portava via nel 1999.

Qual è il ruolo di Stephen Malkmus in tutto questo? Con i Pavement ha cresciuto un sacco di ragazzi e ragazze alla fine dell’adolescenza e verso i 20. Con i Jicks ci ha dato sicurezza, non ci ha mai lasciato, fino a oggi che abbiamo ormai 40 anni o anche di più. Dal punto di vista musicale, prima ha definito l’estetica del non sapere suonare, l’ha cristallizzata, poi l’ha fatta evolvere in una personalità che potrebbe suonare qualsiasi cosa, l’ha provato al concerto al Covo facendo cover hard rock. C’ha fatto credere per un po’ di non saper suonare poi c’ha smentito. In questo non ci ha dato sicurezza. Che mattacchione, ve lo dicevo che ha fatto tutto sotto l’ala di mr. Bolgia ma anche Strippo Mark E. Smith. I due non hanno mai ammesso di amarsi ma questo non importa, che si odino (ormai la cosa non può neanche più essere reciproca purtroppo), l’importante è che ci abbiano lasciato le canzoni che ci hanno lasciato o (uno dei due può) che continuino a lasciarcele.

Stephen Malkmus & The Jicks – Wig Out At Jagbags

Stephen Malkmus & The Jicks - Wig Out At Jagbags

A 14 anni mi hanno detto che non potevo andare a vedere i Pavement perché ero troppo piccolo. Poi c’è stata tutta la carriera dei Pavement durante la quale ero proprio nell’età giusta per andare ai loro concerti e saltellare, infatti l’ho fatto. Nel frattempo, cioè tra adesso e la fine dei Pavement e la reunion dal vivo, Stephen Malkmus ha fatto un po’ di dischi da solo. E a 35 anni vado a vederlo al Covo, per il tour di Wig Out At Jagbags, dopo tre anni che non fa un disco. E mi dicono cosa vai a fare, io quello non l’ascolto più da un pezzo. Sono quindi ritornato ad avere un’età inadatta per lui. Ma tornare a vederlo è come andare al mare la prima volta dopo tutto l’inverno. Quindi, fanculo.
Arrivo a Bologna da Bolzano, dove sono stato a una fiera di edilizia, cioè a venerare l’unico dio della mia terra, il mattone, il che significa che arrivo al concerto che di anni ne ho almeno 50, dentro. Sapete, no, che Malkmus una volta ha ironizzato su Kurt Cobain per il fatto che voleva chiamare In Utero I Hate Myself and I Want to Die. 2 anni è durato Kurt Cobain da quando Malkmus è uscito col primo disco coi Pavement. Nel senso che poi si è ucciso. Malkmus e Kurt Cobain sono due cose diverse successe nello stesso decennio e convivono nel cuore di un sacco di gente. Io non ho mai visto Cobain dal vivo, Malkmus lo volevo perdere anche se sono diventato grande, perché, a giudicare da Wig Out At Jagbags, ero sicuro che sarebbe stato una specie di simpatico schivo animale musicale che gioca con le canzoni come nessun altro, come ci giocava una volta, ed ero sicuro che avrei rivisto sul palco almeno una parte degli anni 90. Non so perché mi è venuto in mente di fare questo confronto, anche perché di “parti” negli anni 90 ce ne sono molte, ma l’altra parte (Cobain) non è più possibile vederla. Così, per contrastare una mancanza, non mi sono perso quello che è possibile vedere.
Malkmus secondo me è l’espressione più alta di una grande invenzione, il rock indipendente americano partito spacciandosi per storto per poi assumere col tempo una forma più dritta pur conservando sempre un po’ quell’atteggiamento di sfida nei confronti dei tecnicismi, che pure ci sono. E questo rock indipendente americano partito spacciandosi per storto per poi assumere col tempo una forma più dritta pur conservando sempre un po’ quell’atteggiamento di sfida nei confronti dei tecnicismi è proprio un genere eh.
Insomma vedo Stephen Malkmus coi Jicks dal vivo e capisco – quest’anno ancor più che coi Pavement, perché il contrasto con i mattoni mi ha portato così lontano dai mattoni che mi ha permesso di concentrarmi ancora di più sul concerto, come quando in un momento preciso apprezzi tantissimo una cosa perchè è l’opposto di qualcos’altro che non ti piace tanto, come prima per Kurt Cobain – che è un chitarrista mostruoso al limite pornografico del Prog e dello Psych rock e che i musicisti che si è scelto compongono una tra le migliori band viste dal vivo negli ultimi anni.
Continuare a ragionare per opposti potrebbe essere fuorviante: non mi piacciono Malkmus & The Jicks solo perché sono quello che rimane dopo Kurt Cobain e il mattone, ma soprattutto per tutto il resto.
Quindi. Quando mi trovo più o meno di fronte al palco, mi giro e vedo gente che non ho mai visto alzare il braccio e cantare, per esempio mio fratello, provo l’incredibile, e non so se sono a un concerto di Vasco oppure no, ma sono in bolgia. (Mio fratello ascolta Vasco, un po’ gli piace, il famigerato primo Vasco, ma non l’ha mai visto dal vivo, e lo ascolta solo su Spotify, non ha mai comprato dischi suoi.) Ma il bello è che sembriamo a un concerto di Vasco e sul palco grazie a dio non c’è Vasco, c’è Malkmus. Io l’età, in questi casi, non la prendo neanche in considerazione; chi era a vedere Malkmus a Bologna ha visto quattro musicisti cazzutissimi mettere in piedi un’ora e mezza di musica che potrebbe ascoltare anche per sempre e presentare un disco tanto allineato al passato quanto no, una cosa così figa da farmi pensare che fosse la più figa. Wig Out At Jagbags non tradisce nessuna aspettativa. Questo non significa dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma riuscire a rispondere alle esigenze di chi ascolta, sia a quelle che spingono a desiderare di sentire quello che ti piacerà perché ti è già piaciuto, sia quelle che ti fanno desiderare qualcosa di nuovo. Oppure significa creare esigenze musicali nuove, perché io ricordo che da Malkmus mi aspettavo un bel disco alla Malkmus e nient’altro. Sapete quando pensate ai pilastri che non possono crollare, ne siete sicuri, e in effetti non crollano. Malkmus è uno di quelli; ha superato tutti gli anni 90 ed è arrivato ad ADESSO come se niente fosse, sul disco, e sul palco. Sul palco mostra distacco e grande professionalità. Allo stesso tempo è chiaro che si diverte un sacco; più o meno è una macchina che sputa canzoni con una semplicità e una precisione sorprendenti, e una specie di smania più forte di lui, e tira la fila di una band che funziona a perfezione, anche a cazzeggiare. Sul disco controlla tutto, usa la chitarra come strumento di comando: tranquillizza e tiene legati a se gli altri strumenti che tendono a scappare (Planetary Motion), chiude un discorso (The Jenitor Revealed) oppure fa casino con gli altri (Houston Hades). Il suo modo di scrivere è sorprendente, come se le canzoni gli uscissero così, senza fatica, con quei cambi di suoni e tempi, con quelle dilatazioni contrapposte alle ritmiche più pop, con quelle linee vocali. L’inquietudine si sente, nel modo frenetico che ha di arrangiare. Secondo me, se prendiamo un mattone e sopra ci mettiamo una foto di Kurt Cobain abbiamo tutto quello che c’è dentro a Stephen Malkmus adesso: una certa stabilità e quel non so che di irrequieto.

Shannon Wright, Joanna Bolme e quello che con l’aiuto di San Valentino ho scoperto sulle donne che suonano strumenti elettrici ma non solo

di Mauro T.

shannon wright

Qualcuno di quelli lì sotto al palco ha fatto l’occhiolino a Shannon Wright due giorni fa. Tanto lei non ha visto niente, da sotto quei capelli, ha solo suonato le canzoni, senza nessuna pausa prima del bis al pianoforte, e io so che a Giacomo non piacciono le metafore ma non resisto; io che sono un romantico non ho potuto fare a meno di notare quanta angoscia esprimessero quelle canzoni dal vivo, la stessa angoscia di una scritta tipo I BLEED fatta col rossetto su un muro grezzo e rimarcata tre volte; la quantità di rossetto usata è più o meno la stessa che aveva sulle labbra Shannon Wright. E guardandola era chiaro che lei non fosse davvero lì, e che non volesse neanche troppo farsi vedere in viso, perché non prestava nessuna attenzione a quello che le succedeva attorno, se non al batterista, perché sul palco con lei c’era solo lui, anche se a sentirla da fuori uno poteva pensare che la band fosse formata da altre due persone come minimo. Ogni tanto “Grazie”, sorriso a occhi chiusi scostandosi non troppo i capelli, e un’altra canzone. Una volta ho visto un concerto in cui il cantante, che era abbastanza famoso, parlava e non suonava. Non mi è piaciuto. Mi piacciono quelli che non dicono niente e suonano e fanno il record di canzoni che possono fare nel tempo prestabilito, se c’è un tempo prestabilito, o nel tempo che vogliono loro. Shannon Wright è arrivata alla fine del concerto ringhiando come se fosse l’ultima volta che poteva farlo, ha smontato il rullante della batteria e l’ha portato nel camerino al batterista che forse senza non poteva stare, poi è passata al pianoforte e quella che prima era la sua malattia e la nostra musica per scuotere lentamente la testa si è trasformata in tutto il tormento acustico che potevamo desiderare e che lei voleva farci sentire, prima di dirci ciao. Con quella voce che prima era la seconda chitarra distorta e alla fine era un sussurro.

Recentemente ho visto un altro concerto in cui mi sono innamorato, quello di Stephen Malkmus and the Jicks al Covo di Bologna. A questo punto devo precisare che Giacomo non mi ha chiesto di scrivere su questi due concerti, perché c’era anche lui e forse voleva scrivere lui, sono stato io che gli ho mandato queste righe. Il cantante dei Megarissa, un gruppo metal della mia città, iniziava i concerti urlando io vi odiooo. La sua sicurezza è paragonabile a quella di Malkmus che sale sul palco, non parla ma suona, ripiegato solo su se stesso pensa adesso vi sistemo io e si trascina dietro tutti i Jicks. In realtà all’inizio pensa proprio io vi odio, perché il Covo ha sempre avuto quella cosa che sul palco non ci sono i camerini e che quindi i musicisti devono passare tra la folla; la folla si trasforma in folla da stadio e i musicisti un po’ famosi odiano con tutto il cuore quel momento. Malkmus è stato gentile e scostante, gli altri due Jicks uomini non gliene poteva fregare meno, Joanna Bolme a fine concerto me la sono trovata di fronte, sono stato colto dal neanche tanto improvviso desiderio di importunarla, ma è scappata via in meno di due secondi. Mai visto un concerto al Covo in cui uno un po’ famoso che aveva appena suonato o che avrebbe suonato era contento di passare in mezzo al pubblico. Però non è male come modo per farci sentire inutilmente vicini a loro. Il cantante dei Megarissa, alla fine dei concerti, s’immergeva nella quasi folla e urlava io vi amooo. Chi ha il pane non ha i denti e viceversa.

Io volevo fare lo scrittore, invece per lavoro faccio quello che mi dice il mio capo; Stephen Malkmus voleva fare il chitarrista scarso ma è finito a fare il chitarrista della madonna. Sembra un chitarrista Prog con un pelo più di gusto. Il suo concerto con i Jicks al Covo di Bologna è stato un insieme di cose la cui coincidenza ha fatto sì chi tutto andasse benone: il posto era pieno, la band ha suonato da dio aggiungendo quel po’ di imbarazzo (che rende più umano sempre tutto) nel momento in cui partivano le cover sicuramente improvvisate, un po’ di pezzi nuovi, alcuni vecchi, lo sfogo dell’attesa di anni per i fan, il venerdì sera, Summer Babe dei Pavement e i ricordi di quando eravamo più giovani, certo. Un insieme di cose tra il paraculo e il realmente emozionante che sono un’esplosione di adrenalina assicurata.

joanna bolme

Ma parliamo dei Jicks, che da tempo sono l’ombra di Malkmus; e parliamo di Joanna Bolme, la bassista, che fino al momento in cui Malkmus non ha iniziato a fare cover a caso ha tenuto su tutto il concerto, e ha trascinato tutti con una serie di bassi ben piazzati, ogni volta, a ogni canzone (e su questo è d’accordo anche Giacomo). In passato ha suonato con e prodotto i QUASI, ha mixato Either/Or di Elliot Smith e altre cose per le quali è ragionevole innamorarsene. Per far girare i Jicks, attualmente Joanna Bolme si serve anche di un batterista abbastanza bravo (Jake Morris), di un chitarrista-tastierista focomelico che ha fatto stage diving (Mike Clark), e di Malkmus, che sembra guidare la baracca ma a un’osservazione più attenta scopri che non è vero. Quella che controlla e fa stare tutto in piedi è Joanna Bolme, che del resto fa parte della sezione ritmica. Questa è la verità; poi, d’accordo, Malkmus si è ribellato è se n’è saltato su con delle cover che erano solo in una scaletta nella sua testa e anche se tutti gli hanno risposto allineandosi in pochi secondi, non c’è stato nulla da fare: quella mossa vuol dire che lui è il capo, deciso, a tavolino, dove tutti vengono a sapere solo che la scaletta dei live terminerà con delle cover ma non sanno quali. Magari le hanno provate due giorni fa, magari due mesi, magari mai. E questa è personalità. Ma chi recuperava per prima il tempo sulle cover? La Bolme, e dietro gli altri.
Su internet ho trovato un’altra foto in cui Joanna Bolme è molto più giovane e veramente figa ma non posso pubblicarla, la linko solo dai, e mi assumo tutta la responsabilità del fatto che questo sia un articolo maledettamente sessista.

malkmus

Wig Out at Jagbags è un bel disco, che tra l’altro ci ha traghettato dal 2013 al 2014 dandoci serenità con un singolo della madonna; è il sesto solista di Malkmus insieme ai Jicks, accreditati o no, cambi di formazione a parte. In realtà, solo il batterista è cambiato. Il primo è stato John Moen, che dopo Face the Truth ha mollato la band per entrare a tempo pieno nei Decemberist. Può essere anche vista come una scelta sensata, ciò non toglie che sia andato ad annoiarsi. Al suo posto è arrivata Janet Weiss, già QUASI e Sleater Kinney, ma anche lei è scappata, prima dell’uscita di Mirror Traffic (2011), ed è arrivato Jake Morris, ex Joggers che prima di ora non avevo mai sentito nominare. Joanna Bolme sa bene quale batterista serve per far funzionare benissimo la sezione ritmica dei Jicks, e con Janet Weiss condivideva troppi ricordi. I QUASI nel 2011 su Facebook hanno salutato la Bolme ringraziandola per il tempo passato insieme. Ciao, sei troppo figa e io Sam Coomes lo voglio solo per me, ha dichiarato la Weiss. Comunque, Joanna Bolme aveva ragione perché adesso dal vivo il basso e la batteria dei Jicks sono perfetti.

Shannon Wright invece ha pubblicato 10 album, di cui uno con Yann Tiersen. Trovo incredibile il suo concerto al Bronson perché trovo incredibile che si possa suonare una chitarra elettrica a quei livelli e cantare così disperatamente e poi passare a un pianoforte per tirare fuori un’altra disperazione e un’altra voce, tutto in un attimo. Non era sola sul palco, ma lei è quello che è successo.
Joanna Bolme invece fa parte di un gruppo, di cui è la parte più schiva; è il suo leader che scrive canzoni bellissime, ma lei è l’ossatura dei Jicks, quella che gli dà la robustezza che hanno non solo dal vivo ma anche sul disco.
Io, due giorni prima di San Valentino, ho trovato conferma alla mia idea che le donne quando sanno fare e hanno talento fanno esplodere il culo a qualsiasi maschietto di talento perché dentro hanno di più. O forse, io sento quel di più perché non sono una donna, certe sensibilità non mi appartengono e le avverto come superiori. Succede anche con Samantha, la batterista degli Shift e di un sacco di altri gruppi di discutibile fama.

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