Settimana (in ritardo). Imprecisioni.

Les Horribles Cernettes

Settimana scorsa è stata la settimana in cui è morto Thomas Balsamini. Questa è stata la notizia più grossa, e anche la peggiore. Le altre notizie erano difficilmente raccontabili e così questa settimana Settimana, che lo so solo io ma è l’appuntamento fisso del fine settimana di Neuroni da un sacco di tempo, almeno due settimane, lo pubblico in ritardo. Sabato mi sono attapirato e non ho pubblicato Settimana. Perchè la cosa più eccitante è stata la scoperta di un anniversario bomba che non cadeva neanche settimana scorsa (fuori tempo quindi: imprecisione) ma questa settimana: il 18 luglio (oggi) ricorre il 21° anniversario della prima volta che una foto è stata messa su internet. La foto è di Silvano De Gennaro. Prima di essere messa a disposizione del ludibrio di internet venne truccata e il risultato è quello che vedete. Con tutte le volte che è stata poi ripubblicata mi ci lavo il sedere e la ripubblico. Anche perchè lo stile è veramente attuale.

È successo altro, nel corso della settimana scorsa.
Kim Deal ha lasciato i Pixies. Mah.
Il 15 giugno 1989 è uscito Bleach dei Nirvana, e quindi il 15 giugno 2013 era l’anniversario.
Ci sono stati gli MTV Music Awards Italia e un pò di serenità questa rubrica l’aveva trovata, poi è svanita.
Su RAI 1 invece di scrivere Italia 1 – Haiti 0 hanno scritto Pepepepepe 1 – Quaquaquaqua 0. In sovraimpressione.

Five Horizons è la prima retrospettiva fotografica sulla storia dei Pearl Jam. Le immagini cominciano dal 1984, quando Stone Gossard e Jeff Ament hanno formato i Green River, durati solo tre anni e trasformatisi nei Mother Love Bone con il cantante Andrew Wood, morto nel 1990 per un’overdose di eroina.
Da quel momento è entrato in scena Eddie Vedder, allora cantante dei Bad Radio e benzinaio di San Diego. Con l’arrivo del batterista Dave Krusen, la nuova formazione decise di chiamarsi Pearl Jam.
Nel 1991 la band ha debuttato con l’album Ten, ed è diventata presto un gruppo fondamentale del movimento musicale grunge di Seattle. Le settanta fotografie di Five Horizons raccontano soprattutto i concerti dei Pearl Jam, considerati il momento in cui il gruppo mostra la sua vera essenza.
La mostra Five Horizons è ospitata nel foyer dell’Auditorium Parco della Musica fino al 30 luglio.” (889 battute spazi inclusi).

La settimana è migliorata quando ho letto questo trafiletto agghiacciante su Internazionale.it. Non vorrei essere accusato di revisionismo, ma la storia dei Green River e via dicendo così sembra quella prima quella di una band del SERT (cosa per altro forse vera) e poi quella dei soliti cinque sfigati che si mettono insieme e fanno la botta, nel mondo. Il limite di battute spazi inclusi è una bestia da combattere e la sintesi è un dono di Dio, ma l’approssimazione è il Diavolo.
I Green River li ha formati Mark Arm, insieme a Steve Turner. Stone Gossard, Jeff Ament (e Alex Vincent) si sono aggiunti dopo. Poi Bruce Fairweather ha sostituito Steve Turner. Sono durati solo tre anni ma anno pubblicato un album, due EP e un singolo, oltre a una raccoltaccia e oltre ad aver partecipato a una decina di compilation, anche postume (a quel punto erano sciolti, ma presenti).
I Green River non si sono trasformati nei Mother Love Bone perchè non sono dei Mutaforma e perchè dei Green River nei Mother Love Bone c’erano solo i 2/5, Stone Gossard e Jeff Ament, gli altri 3/5 erano Andrew Wood, Bruce Fairweather e Greg Gilmore.
Eddie Vedder pare abbia almeno all’inizio risentito di un confronto con Andrew Wood (tutto documentato su Pearl Jam 20) ma non la metterei giù così, che pare che sia stato scelto perchè doveva farne le veci. Non è così. E questo è talmente vero che i Pearl Jam non erano i Mother Love Bone meno Andrew Wood.
Ai concerti i Pearl Jam mostrano la loro vera essenza. Boh, si. (1014 battute spazi inclusi).

Le informazioni dovevano riguardare solo i Pearl Jam perchè la mostra fotografica su cui verte il trafiletto è sui Pearl Jam. Forse si, ma, comprendete, è stata una settimana difficile ed era poco lo sforzo di scrivere neanche troppe battute spazi inclusi in più. Lo spazio c’era.

RNDM, Acts – Sbadigliamo e rimettiamo la muffa su Peter Gabriel

RNDM, ActsI Pearl Jam mi piacevano perchè hanno fatto il secondo disco (VS, dopo Ten) più selvaggio della storia. Joseph Arthur all’inizio non mi piaceva perchè ero prevenuto e perchè era il pupillo di Peter Gabriel, ma poi ha iniziato a piacermi e il suo primo album Big City Secrets (Real World Records, 1997) in effetti aveva una saporognolo alla Mago (Peter) Gabriel ma anche un suo perchè, e piaceva anche a Michael Stipe. Mi ricordo di essermi innamorato di lui (di J.A. non di P.G. e neanche di M.S.) quando sentii cigolare il pedale della batteria in Come To Where I’m From (2000) che però sapeva (a volte) un pò troppo di Beck e Folk Implosion, quindi il mio amore fu breve e non troppo intenso, non perchè non mi piacessero Beck e i Folk Implosion (che avevano fatto uscire rispettivamente Odelay nel 1996 e Dare To Be Surprised nel ’97), ma perchè il loro suono era così loro che sentirlo provenire da un’altra entità mi colpiva le parti basse. Tra l’altro, che Dio mi fulmini perchè ho pronunciato nella stessa frase due robe come Beck e i Folk Implosion. Beck e i Folk Implosion non suonano alla stesso modo, ma Joseph Arthur alcune volte li affiancava, li metteva vicini.
Non ho mai comprato Come To Where I’m From perchè la copertina era troppo brutta.
Joseph Arthur era una mole di musica enorme, dentro c’erano anche un pò di Leonard Cohen e di Kurt Cobain, oltre che all’originalità nuova del modo di fare uscire i suoni come se fossero prodotti con strumenti del nonno con una flemma con cui solo un bradipo poteva competere. Questo lo differenziava veramente dai Folk Implosion, la flemma inguaribile. Ecco perchè mi piaceva Joseph Arthur. Comunque, in Big City Secrets Come To Where I’m From non ricordava MAI gli U2.
Richard Stuverud era il batterista dei (tra e dopo gli altri) Three Fish, quindi all’inizio mi è piaciuto poi però mi sono dimenticato di ciò che aveva fatto.
Gli RNDM sono Jeff Ament (basso dei Pearl Jam), Joseph Arthur e Richard Stuverud.
Non è possibile che Jeff Ament abbia pensato di mettere su un progetto nuovo in cui ha pensato di suonare il basso in quel modo, non è possibile che non avesse in mente altri tocchi, altre sensibilità. In Acts degli RNDM (uscito per Monkeywrench) il suo strumento è ovunque, è il basso invadente.
Non è possibile che Joseph Arthur abbia pensato di mettersi a cantare come Bono Vox, anzi molto meglio.
E non è possibile che non ci fossero brani migliori da cacciare sull’album: il singolo Walking In New York è favoloso, un umore sublime alla John Frusciante, per quasi tutto il resto sembra di ascoltare un disco indeciso se ricordare resuscitandolo il tempo andato del Grunge, anche di quello più tossico, o se scrivere e incidere canzoni senza troppo spessore. Facciamo una roba media, si sono detti, dentro ciondoliamo un pò tra i Brad della prima ora e altro (Modern Times) oppure facciamo un pò Mark Lanegan (Darkness, che potrebbe essere uno dei pezzi migliori dell’album) e un pò, horribile dictu, di U2 (What You Can’t Control è solo l’inizio). E infiliamoci pure un classicone da aprire il cielo, alla Baba O’Riley, come The Disappearing Ones. E poi andiamo avanti un pò come ci pare, perdiamo una grande occasione di fare un disco della madonna.
Hollow Girl riesce a dare una bella prosciugata anche agli Screaming Trees e un tocco di banale agli Alice In Chains (a proposito, avete sentito l’album degli Alice In Chains del 2009? Arrestateli).

Joseph Arthur miagola un pò in Look Out! (mai sentito miagolare Joseph Arthur) e poi non ci sono più ragioni di interesse. A meno che non vi vada di sentire un basso in preda alla crisi di mezza età. In effetti però sembra il basso dei Minutemen… Qualche lampo di chitarra rassicurante non basta a evitare il disastro.
Williamsburg a me non sembra una cosa seria e Letting Go Of Will è più stanca di uno sbadiglio.
Chiude l’album Cherries In The Snow, un arrangiamento classico per una strumentazione classica che riassume tutto Acts, mettendone però in discussione la bruttezza, riportandolo a un livello leggermente più alto rispetto alla maggior parte degli episodi, dopo Darkness Walking In New York, che a sole cinque canzoni di distanza sembravano già così lontane. Meno male? Boh. Acts riporta il suono di Seattle al 2012 davvero poco, con interpretazioni bizzarre e discutibili: non suona vecchio, suona superficiale e stanco.

RNDM: nuovo progetto di Jeff Ament, Joseph Arthur e Richard Stuverud

RNDM è il nuovo progetto di Jeff Ament, Joseph Arthur e Richard Stuverud. Jeff Ament è il da noi acclamato bassista dei da noi amatissimi Pearl Jam, Joseph Arthur è Joseph Arthur, Richard Stuverud è stato il batterista di band come tra le altre The Fastbacks, War Babies, Fifth Angel, Luv.Co, Blind Horse, Three Fish. L’album si chiama Acts ed è uscito il 30 ottobre per Monkeywrench Records.

Il video, dal punto di vista diciamo estetico, risente della meravigliosa influenza dei Beastie Boys: chiunque si aggiri per New York vestito da stupido ricorda i Beastie Boys. Respect. La canzone è la ripetizione in eterno (circa) di un unico giro di chitarra. Poche le variazioni della batteria, a parte qualche accento, in particolare sul finale più pestato. Il basso rimane prima nascosto poi svisa un poco e si apre, insieme a tutta la canzone, nel secondo tempo del pezzo. Sempre e tutto, comunque, a partire da un unico giro che rimane alla base. Joseph Arthur canta.
Sul loro sito è streammata un’altra canzone, Modern Times, più classica.


Di Modern Times ci sta pure lu video, prequel di quello di Walking Through New York, e una presentazione di Acts con anticipazioni delle canzoni, intervistone e storia di come ci siamo incontrati e di cosa abbiamo fatto insieme prima di oggi.
Seattle music rules again, in arancione.