Questa volta, un sample al mattino, è libero lì: Qlowski

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Stasera suonano all’Hana Bi i Qlowski, che stanno a Bologna ma sono di Lugo. Lugo è un posto in cui mi perdo sempre quando vado a Fusignano, io sono bravissimo a complicare le cose quando: la strada è semplice, la meta è vicina, il parcheggio ce l’ho sotto il naso. I Qlowski hanno una voce maschile e una femminile, la batteria che non usa quasi mai i piatti, dove li usa di più è qui, mi ricordano i Talking Heads e Three Lakes. Passato e presente i più lontani possibile, un buon modo per dare la propria visione del pop storto, con delle chitarre dream pop. A me i Qlowski piacciono perché sono estivi e me li immagino al tramonto sul mare, ma sono anche autunnali e quando sarà autunno forse li avrò dimenticati o forse no e penserò oggi piove e ascolto i Qlowski. Confusione mia, come quella volta che mi sono perso a Lugo, aveva appena finito di piovere e c’era il cielo che reclamava un qualche sole. Se volete ascoltarli un po’ c’è un live per Polaroid oppure stasera sono all’Hana Bi con Miss Chain & The Broken Heels. Ciao.

Il Trio Banana è uscito dal mio computer all’improvviso

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Mai sentito parlare del Trio Banana di Roma prima di 48 ore fa, eppure fanno cose dal 2011. Non me ne frega un cazzo dei nomi buffi dei gruppi, o di quelli che fanno ridere o cose e via dicendo, quindi non è perché si chiamano Trio Banana che mi sono interessato al Trio Banana. È successo che stavo leggendo Rumore di giugno e a un certo punto c’è una recensione cortissima del loro ultimo ep. Nella stessa rubrica, che si chiama Weird R’N’R e in questo numero è precisamente a pagina 68, c’è anche Rise of Wet Blankets dei Wet Blankets. Li ho ascoltati, mi hanno fatto cagare da subito e alla credo terza o quarta canzone ho staccato. Poi sono passato ai Banana, Wake Up Man, e ho ascoltato tutto quello che c’è su bandcamp. In fondo tutte e due le recensioni sono positive, quella sui Wet Blankets entusiasta, quella sui Banana un po’ contrariata ma alla fine dice che fanno star bene, quindi la valuto una recensione positiva. Io li ho ascoltati tutti e due, quindi, al di là del fatto che la pensi o meno come chi ha scritto (Manuel Graziani), una cosa che voglio dire è che le riviste musicali servono ancora per farmi ascoltare la musica, anche quella che non conosco, per farmi un’opinione ascoltandola. Leggerle è utile. Ok, è un’opinione circoscritta, però è successo davvero. Bon. Il Trio Banana ha pubblicato un sacco di cose su Bandcamp, io ho comprato a 5 euro Wake Up Man perché quel popup The time has come to open thy heart/wallet a un certo punto non se ne andava più. Forse senza popup non avrei comprato, ma l’ho fatto volentieri, così ho i miei file. Riviste di carta, file sul computer, passatismo. Però quando sono tornato sul link di Wake Up Man, così, perché facevo prima in quel momento ad ascoltare bandcamp e non i miei file, il popup è tornato e ho maledetto l’inventore di quel sistema dentro a bandcamp. Piattaforma che non conosco da dentro, perché non uploddo cose su bandcamp. Non spesso mi capita di schiantarmi su quella finestra, ma metterla o no credo sia una scelta del padrone della musica, giustissima, però mi ha fatto venir voglia di spaccare il bicchiere pieno di frappé fatto con le albicocche troppo mature che avevo di fianco. Non l’ho fatto per salvare il frappé, ma la rete a volte t’invoglia meno della carta ad ascoltare la musica. Ok, è un’opinione circoscritta, però è successo davvero. Il Trio Banana mi ha dato la gioia di vivere utile a fottermene, a non chiudere il computer e a continuare ad ascoltare quello che fa. È un rock tutto di chitarra, garage psycho influenzato dalla dark wave più antipatica dei Bauhaus o dal punk spocchioso degli Stooges ma molto meglio. Dopo Wake Up Man è uscito un split con Pierre & Bastien de Paris (il LORO bandcamp dello split, belle chitarre) con tre canzoni in italiano che si chiamano Io non sono te, Aria fresca e Acqua non potabile e sono un giro di chitarra e di basso con un tizio che canta sopra cose definendo cosa vuole e non vuole fare e cosa non è. Un basso invadente che se non fosse così rotondo mi ricorderebbe gli Old Time Relijun, la ripetizione à la garage punk idea vecchia come un nonna che a quanto pare ci seppellirà a tutti ma con un suono che ha spunti diversi, e che in Io non sono te ricorda gli Altro. In Pig Can Fly hanno sempre quell’atteggiamento da cazzoni di cui si parla in giro nella rete ma è anche molto quadrato, perché il basso definisce una linea precisissima. Il basso è il mio strumento preferito nei Banana. Il livello di potassio è cresciuto con gli anni e rispetto alle prime cose hanno iniziato ad allungare meno la broda e intensificato gli intrecci delle canzoni, più pieni, molto meno menate psych e molto più dritti sul rullante. Sono croste come Topsy the Great. Bona la prima (the lost tapes) è arrampicante come Ian Svenonius e i Make Up e impreciso come Slanted Enchanted. L’oltreoceano del passato recente o meno e l’Italia di adesso, come le croste di cui sopra e il Tour Tape Summer 2014 dei Clever Square. “Si può far finire anche lì” è la frase migliore da mettere alla fine di una canzone, I see the flower, vedo il fiore. Cosa sarebbe l’Italia senza Roma. Black Hole (lato b) è in Colors in the Black 7″ ed è una roba sixty. Punk alla high school rock italiano anni 90, Rites of Spring, iterazioni floreali anni 60, indie rock. Queste cose. Prese, improvvisate e mescolate. Ogni volta che c’è uno che urla e sotto una chitarra satura, una batteria un po’ sbagliata un po’ che sa quel che fa (nello specifico I Want To Die) mi vengono in mente i Pissed Jeans. Non penso sia credibile come posizione, ma è quella che ho, per ora almeno. Noise, quindi. Merda si, odio non so, non credo, mi pare più voglia di fare subito senza rimuginare troppo. A volte i risultati sono space, come Kill A Child ep, con quella cosa continua degli strumenti che passano davanti e dietro al synth, altre volte ci si capisce molto poco e la qualità della registrazione sembra andare a farsi fottere completamente anche se in realtà ho sentito cose molto peggiori da questo punto di vista del loro live al 30 formiche. La capacità di generare giri di chitarra, basso e batteria con la voce squassata è infinita, o almeno lo è stata fino a ora, fino a quando continueranno a tirare fuori registrazioni. Hanno messo on line un sacco di pezzi alcuni dei quali non ritornano ma forse ritorneranno, altri tornano, cioè vengono proposti più volte in ep diversi: in Pig Can Fly ci sono 1/2 Fuck You e I’m a Robot, finiti anche in Wake Up Man, e Wake Up Man è anche in I Want to Die. E via dicendo. Non c’è limite alla possibilità di andare avanti a suonare finché hai voglia di farlo, facendo uscire cose di due-tre anni fa come se fossero nuove, dicendo anche ma chi se ne frega. La discografia del Trio Banana è quasi tutta fatta di canzoni da un minuto e mezzo/due, ascoltatele tutte in una botta sola. Molte cose sono uscite per Bubca Records e hanno tutte copertine fatte alla cazzo in bianco e nero, con colori sovraccarichi o da fotocopia a colori. Bella cosa, coerente, senza deviazioni dalla strada del diy. Ma sbattetevene del diy e dei popup e ascoltate tutta la discografia del Trio Banana QUI.

CAPRA / Sopra la panca

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La vita della rock star era bellissima. Donne, sesso, droga, musica. O anche solo musica. Comunque, ogni minuto era alla grande. Il musicista famoso non era umano, e conduceva una vita sempre al massimo. Non come quella degli uomini normali, fatta di problemi, noia, abitudini e la domenica riposo.

Poi nel 1984 i Minutemen hanno fatto uscire Double Nickels on the Dime. Dentro c’è History Lesson Part II che parla della loro vita normale, delle origini nella classe lavoratrice e dei loro sentimenti e modi di pensare, che sono quelli delle persone che ascoltano la loro musica. La prima frase della canzone è “Our band could be your life”, cioè noi siamo uguali a voi. Non hanno azzerato il modo di vivere sopra le righe di tutti i musicisti del mondo, ma hanno dato una diversa visione della cosa.

Facebook è il Male, lo sappiamo. Però in alcuni casi Facebook permette di conoscere un musicista come se ci scrivesse una lettera al giorno. Se sei suo amico su fb e se condivide status in cui parla anche di sé e della propria vita (stare in casa, portare a scuola la figlia, andare a mangiare dalla mamma, parlare con la moglie, fare la pizza, mangiare un panino, pulire il pavimento, non fare niente di particolare) quello è il suo modo per dire che la sua vita è uguale alla tua. Gianni Morandi lo fa.

I momenti de noia, normali, di riposo, li abbiamo tutti. Anche i musicisti. Basta avere il coraggio e la voglia di dirlo. Non tutti lo fanno. Capra lo fa. Usa Facebook parlando di sé, della musica, della famiglia, delle sue giornate. Nel suo disco solista Sopra la panca (To Lose La Track, Garrincha Dischi) dice una cosa molto sincera: delle sue canzoni e del suo lavoro, che per un po’ di tempo è stato portare intensamente in giro Raudo, l’album del suo gruppo, i Gazebo Penguins, a un certo punto ne avrebbe fatto anche a meno. Poi la voglia ritorna, ma può succedere di stancarsi di andare in tour come può succedere di stancarsi di fare dei timbri in un ufficio. La canzone si chiama Il lunedì è la domenica del rock e dice che a Capra il lunedì piace tantissimo perché è il giorno in cui fa altro rispetto a quello che fa durante la settimana. Il testo si muove sul filo dell’ambiguità, perché mentre un impiegato al lunedì mattina si alza dal letto per riprendere a lavorare dopo il week end, Capra se la dorme. Quindi Capra vive diversamente rispetto a un impiegato. Ma è anche vero che mentre l’impiegato si gratta la pancia durante il week end, Capra sposta degli ampli su e giù da un furgone. Ed è vero che se io avessi un negozio, sarei a casa durante la settimana, un pomeriggio, mentre gli altri lavorano. La differenza non è tra la professione del musicista e tutti gli altri lavori, ma tra tutti i lavori tra loro, compreso quello del musicista. Non è una cosa scontata da dire in un disco. E non è discorso solo bianco o solo nero, ha una sfumatura non definita che non permette di scegliere una cosa sola da fare. Se Capra dice che al lunedì è contento di cazzeggiare non vuol dire che si è stancato di suonare. E magari a volte è difficile conciliare l’attività che ami con la vita di tutti i giorni, ma si fa. Lo dice Scaletta.

Il disco contiene un’analisi personale, semplice ma definita, dell’assenza, proprio a partire da Il lunedì è la domenica del rock, dove l’assenza è il risultato del rigetto momentaneo di cose che hai fatto tante volte e che adesso stai meglio senza. Poi c’è un ritorno, un ripristino, una soluzione, che ti porta su strade diverse, che ti fanno respirare ancora di più, come un disco da solo, e poi magari ti riconducono ancora sulla strada da cui sei partito. Potrebbe essere così, oppure no, per Capra in parte sembra essere così.
Legata all’assenza c’è la fine. Santa Massenza ne parlava già. Là la fine era la morte, qui è la morte insieme ad altre cose, come la fine dell’amore (La fine non è la fine). All’inizio volevo che il mio articolo su Sopra la panca fosse solo su Mio padre faceva il fabbro. Poi ho capito che quella canzone non è solo sulla fine e che Capra descrive un passo più avanti rispetto a Santa Massenza, dove faceva fatica a dire la parola fine di fronte alla morte di una persona vicinissima. Nei due dischi parla di due persone diverse, qui è a uno stadio successivo di rielaborazione. E mi sono ricordato che una volta io e un mio amico ci siamo detti che più avanti guardando la foto dei nostri padri ci sarebbe venuta una gran forza. Capra dice che:

“la prima volta che sei svenuto ero a suonare e anziché smettere per sempre eccomi qua / ma poi col tempo ho imparato a fare a meno di te”.

(Tra l’altro, anche qui, come in Non morirò dei Gazebo Penguins, innesca questo corto circuito direttissimo tra il testo della canzone e la propria vita, dove il testo che sta cantando dimostra che quello che sta cantando è vero).

Così non ho più scritto un pezzo triste sulla fine ma ho spostato la mia attenzione su tutte le cose che ci sono nel disco e ho cercato di metterle insieme. Per esempio, ho pensato robe sul futuro, quello di cui parla Capra, che chiude il disco con Reset, dove non solo guarda in avanti e passa sopra alle paure, ma rende esplicito anche il motivo per cui riesce a cancellarle, cioè sua figlia. La frase è: “Non voglio illudermi ma guardarti addormentare cancella un po’ di paure”. E la cosa enorme è che ad accompagnare Capra a cantare questo verso, che chiude il disco, c’è sua moglie. Our band could be your life.

Non è facile scrivere testi sulla famiglia e sulle proprie ferite, e non testi vaghi o pipposi, da interpretare, ma che parlano chiaro e diretto (con parole dritte a raccontare cos’è successo e come stanno adesso le cose) e confrontano il presente col passato. A questo proposito e sempre a proposito di paura, dopo aver sentito Margherita di Savoia ho pensato lucidamente a quanto sono stupide la paura di affrontare le cose e la difficoltà di trovare il coraggio per affrontare le persone. Le parole, scritte da un amico di Capra, sono: “Mia nonna dice che non bisogna aver paura di niente che non sia fare del male. Oggi mi sento coraggioso e farò molti più chilometri” e mi hanno fatto venire in mente Parete Nord di Caso, che di sicuro è un testo più metaforico ma ha la stessa voglia di attaccare le cose difficili.

Sulle chitarre di Sopra la panca è stato fatto un lavoro pauroso. Ci sono quelle pese che riempiono tutto, poi ci sono quelle sotto, precise come le gocce d’acqua che cadono dove devono. La canzone è Pierre Menard, o anche Reset: le altre chitarre scalano dietro quella solista e intraprendono una strada diversa, su gradini diversi. Sono piccoli passi che si sentono come se fossero amplificati da un’eco. Quante metafore ho messo in un paragrafo. Oppure ci sono le chitarre tutte insieme come in MLVGRL, che è la canzone più garage di tutte, non un garage alla Ty Segall/Fuzz ma più alla Go!Zilla, cioè meno dispersivo o psych e più diretto, anche se l’uso della chitarra di Capra ricorda quello del garage, cioè l’accostamento spinto della chitarra solista che se ne va per la sua strada con quella ritmica è QUASI lo stesso della prima canzone di Fuzz dei Fuzz. La differenza sta nel fatto che Capra inverte la coppia, cioè la chitarra solista è sotto quella ritmica. Alcuni suoni della chitarra sono lontanissimi dai Gazebo ma altri sono proprio quelli (Il lunedì è la domenica del rock con Casa dei miei, Galline con Difetto). Le batterie sono diverse, qui sono asciuttissime, nei Gazebo Penguins sono più sporche, il basso non c’è ma ci sono le tastiere. La scrittura è quella libera di Capra che anche con due strofe e un ritornello fatto una sola volta ti butta giù una canzone che alla fine ti fa venire voglia di riascoltarla perché ti dà la sensazione di non finito ma che è una canzone fatta e finita perché dà voce a un testo dal significato enorme.

Sopra la panca è l’insieme di tutte queste cose e non so dire quale prevalga sulle altre. Accosta attimi seri a attimi divertenti (Diciottenni e Galline) e forse anche in questo è simile alla vita di tutti. A proposito di galline volevo dire anche che il mio interesse di ragazzo di città per loro e in generale per gli animali da cortile, anche se lui ha più spazio per tenerli, è affine all’interesse di Capra. Our band could be your life.

Bandcamp.