The Nesting e Goddess of Love @ Ravenna Nightmare 2015

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Ogni anno il Ravenna Nightmare si avvicina, inizia, finisce, proprio come ogni altra cosa. Ogni anno lo stesso meccanismo, preciso, uguale a se stesso, che si ripete. All’inizio di ottobre mi risveglio, verso il dieci mando la mail alla segreteria e richiedo l’accredito, nella speranza che possano darmelo, ogni anno, loro mi rispondono, gentilissimi e mi dicono si, possiamo accreditarti. Fino a oggi è andata così. Ogni anno è l’appuntamento al cinema che mi piace di più, io non muovo un dito per organizzarlo, è una cosa mia. La prima sera prendo su la macchina, faccio l’E45, arrivo a Ravenna e mi perdo, come Red Ronnie. Il primo anno in cui andai era al cinema City, poi al Cinema Corso, adesso al Palazzo del Cinema e dei Congressi. In qualsiasi posto, qualsiasi strada prenda sbagliando, alla fine lo trovo, cerco di non andare fuori di testa come Red, e arrivo. Qualsiasi sala sia, sono a casa. E a quanto pare altre persone sono a casa, perché gli spettatori sono sempre gli stessi, più le novità. C’è il tipo con la maglia degli Iron Maiden, quello sempre in tuta, il romano, quello con la faccia da topo che commenta in modo acuto tutti i film. La ragazza con la mantella, quello che appena può fa una domanda assurda, quella magrissima, il tizio che scrivo in quel blog che mi piace. Io arrivo, entro in sala quando ancora manca un po’ all’inizio. Dalla porta arrivano tutti, e dalle loro facce si vede il tempo che passa, brutale, e mi chiedo cosa facciano queste persone durante le loro giornate prima di fondassi qui. Non so se guardano solo film horror o se gli piace anche qualche altro genere, se si spaccano di porno, se hanno una famiglia, se vivono in campagna o in città. Che musica ascoltano e se gliene frega qualcosa della musica. Ad alcuni di sicuro, si vede da come si vestono. Alcuni sono fighi e parlano di film come se stessero parlando di dio, di sesso o di antropologia, mi piace ascoltarli quando stanno in piedi e impiegano venti minuti a sfilarsi la giacca. Penso agli altri che mi guardano e pensano le stesse cose di me, che sono invecchiato, che mi vesto sempre più da giovane in pensione e tutte queste cose qua. O forse non mi hanno neanche mai notato. A un festival horror può succedere anche questo: io riconosco tutti perché li squadro ogni anno, ma per loro sono un fantasma e ogni anno mi immagino solo di essere circondato da persone che conosco. Comunque per quei quattro giorni di Ravenna Nightmare loro sono una specie di famiglia e ogni anno non è male vedere il tempo che passa, sentire le stesse voci, rendersi conto che ci sono persone che credono in qualcosa e lo amano. E che, in qualche modo, tornano nello stesso posto per lo stesso motivo, come me. E poi anche che un post simile l’avevo scritto anche l’anno scorso. Essere una persona noiosa. Anche quest’anno il festival è dedicato a due temi mai indagati dell’horror e del thriller: Hitchcock, con la retrospettiva, e gli zombie, con la sfilata di persone travestite in centro città e In the Flesh, la serie TV della BBC che dà idee nuove e un taglio molto sociologico al genere.
L’alternanza tra realtà e immaginazione è il filone seguito anche dai primi due film in concorso, The Nesting e Goddess of LoveThe Nesting alterna le due cose sin da quasi subito e il suo ritmo è dettato proprio da questo: ci sono momenti in cui sai che stai guardando l’immaginazione e momenti in sai di guardare la realtà. Non ti inganna e non ti vuole ingannare. E questa sua sincerità è la sua parte migliore. Il suo problema è la mano pesante del regista, che dirige gli attori dandogli un’espressività eccessiva e non controlla per niente il taglio di capelli del protagonista, in ogni scena diverso!, e del montatore, che affianca realtà e immaginazione un tanto al chilo, come se fossero monoliti e (fisicamente) si sente il peso dei passaggi da una scena all’altra. Images di Altman lo ricordo montato con ferocia e The Nesting non ha la stessa cattiveria anarchica, ma un montaggio netto e deciso che si contestualizza nell’incedere della follia del protagonista. Esattamente come Images.
Incertezza nel titolo: all’inizio del film appare la scritta Remorse, forse perché di Nesting ce ne sono altri 2 almeno e il regista era indeciso. Goddess of Love invece mi ha fregato, fino alla fine non avevo capito quale sarebbe stato l’epilogo. Non spiega in modo didattico il confine tra reale e immaginato ma spinge la protagonista nella follia attraverso un mix di night club, sesso, amore, vino e pipe che mi ha portato a sospettare ma non con lucidità. The Nesting affronta il tema della casa infestata e dell’amore di una coppietta maciullato dal passato e dalla forza della casa.  Goddess of Love  è un thriller con le tette e con una forte componente erotica, abusata oppure no dipende dai momenti. Alla fine del film non ho mancato di chiedermi se fosse stato più significativo il corpo della protagonista o la storia raccontata.
Dopo ogni proiezione, al ravenna Nightmare si votano i film in concorso*. A The Nesting ho dato due stelle, a Goddess of Love tre, ma sono stato di manica larga con tutti e due.

*Anche quest’anno, seguiamo il concorso dei lunghi. I film in gara sono otto: AfterimagesFrancescaDeep DarkThe NestingGoddess of LoveTear Me ApartCord e Naciye.

CASO, Cervino

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La strada faceva una curva larga, se la percorrevi da casa mia verso la zona Ippodromo, a destra avevi l’asilo dove lavorava mia mamma e un vecchio campo da calcio con le porte in legno scheggiato, frequentato dai tossici nel periodo in cui l’eroina andava fortissimo e le siringhe le trovavi per terra come le cicche delle sigarette, a sinistra c’era un parchetto spelacchiato chiuso da quei recinti fatti con i rami più grossi degli alberi verniciati di marrone. Il lato lungo del campetto era chiuso dal muro in mattoni a vista di una struttura fatiscente, l’ex Macello Comunale. Ero alle medie, in quel parco trascorrevo i week end a giocare a calcio con i miei amici. Il campo era una cosa rimediata. A distanza di 50 metri l’uno dall’altro c’erano due alberi, in mezzo niente. Gli altri due pali li facevano con due maglie appallottate, per la traversa andavano a sentimento, anche se, quando capitava, dover definire se il pallone era alto oppure no era un guaio serio. In larghezza, il campo andava da qualche metro più in là rispetto a uno di quei giochi in ferro a forma di croce che servivano per arrampicarsi, cadere e sbattere il mento, fino al muro del Macello. Il muro era diviso in tanti spazi uguali, corrispondenti alle stanze interne e delimitati da colonne di mattoni sporgenti di qualche centimetro. Quando l’erba cresceva, vicino al muro era probabile trovarci merde secche di cane o siringhe. Quando il Comune tagliava l’erba era una festa e potevamo pure farci una tedesca usando come porta lo spazio tra una colonna e l’altra. Per la traversa andavamo a sentimento. La tedesca si giocava a porta unica, uno faceva il portiere, gli altri dovevano segnare per fargli scalare il punteggio, che partiva da dieci. Il colpo di testa valeva due, il goal normale uno. La rovesciata quattro. Chi tirava fuori andava in porta e così via. Portieri che si tuffavano contro il muro per salvare anche un solo punto ce ne sono stati e ci sono state anche un sacco di grattugiate sui mattoni, sui gomiti o sui fianchi. Sopra la traversa immaginaria c’erano delle finestre a forma di mezza luna, con le grate di ferro arrugginite e i vetri rotti. Noi ci tiravamo dentro i Magnum o gli Svedesi, i petardi che si accendevano a fiammifero che andavano per la maggiore. Due giorni fa ho visto tre ragazzi che ne tiravano a raffica dentro una siepe all’uscita da scuola, per far scappare di corsa due ragazze davanti a loro, e vedere le gonne che si muovevano e si alzavano anche un po’. Dentro al Macello ci finiva anche il pallone, che passava sopra la parte più bassa del muro e veniva ingoiato da questa mega struttura, che è ancora in piedi tra l’altro. L’ingresso era chiuso da un cancello con le punte, altissimo, nero e con le bolle di ruggine. La prima volta che ci sono entrato dentro non ero da solo, ma con gli altri, e fu spaventoso. C’era un grande cortile, un edificio centrale con la scritta blu “Macello Comunale” e un numero romano, e tante stanze di uguali dimensioni lungo due viali, a destra e sinistra. Praticamente una città. L’edificio centrale era sbarrato, non ricordo di esserci mai entrato. La maggior parte delle stanze laterali erano chiuse, ma in alcune le porte erano state sfondate. In una di quelle stanze ho messo il naso la prima volta. Mi ricordo un materasso, della carta bagnata, arbusti secchi e il freddo conservato dai muri grossi nonostante la porta aperta. Chissà cosa c’era nelle stanze chiuse. Non c’era custode. Recuperammo il pallone, che si era fermato in mezzo al piazzale, e scappammo. Non ricordo di preciso quante altre volte sono entrato, se sono entrato altre volte, ma i palloni li recuperavamo tutti, quindi qualcuno c’andava (di solito chi lo colpiva col piede a banana e lo mandava di là). Con il passare del tempo nessuno aveva più paura ad andare a recuperare la palla. Credi di diventare grande, l’abitudine alle cose non ti fa nemmeno più provare paura per un luogo freddo e misterioso, lo diventi davvero, e alla fine ti allontani dai posti che ti hanno fatto crescere. Adesso dentro all’ex Macello ci sono un bar e un dormitorio per universitari. E tutto è bello pulito.
A un certo punto, quel gruppo di amici si sfaldò. Alcuni di noi, io compreso, si trasferirono in un altro giardino pubblico, più grande, che si chiamava, si chiama tutt’ora, Serravalle. Serravalle è lungo e stretto e costeggia la Mura Federico Comandini, vicino al centrissimo della città. Nonostante questo e nonostante fosse frequentato da un sacco di famiglie e bambini, era pieno di siringhe. Immagino che Cesena possa essere stato un posto in cui l’eroina andava forte sia per noia sia per disagio: è uno di quei paesoni in cui la gente mediamente sta bene ma il benessere non sempre coincide con le possibilità di un ragazzo di fare cose che gli piacciono. È così oggi ed era così tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei ’90, ma allora c’era molta eroina, oggi ce n’è di meno. Poi Cesena è uno sputo, chissà nelle grandi città. A Serravalle ho passato molto tempo della mia infanzia, anche da piccolissimo, prima di andare al campetto dell’ex Macello, non solo dopo. Nel 1986, dopo Cernobyl, ci raccomandavano di non toccare l’erba del prato, ma ci si andava lo stesso. Che strana idea di sicurezza che avevamo. Mi chiedevo se davvero mi sarei ammalato se avessi toccato un filo d’erba. A Serravalle feci il passo, l’evoluzione: là c’era un campo da calcetto con le porte in metallo e con la rete. E c’era un supervisor delle partite, l’allenatore di tutti: Gastone, detto Gas. Aveva 70 anni, o 60 portati male, nella vita faceva il restauratore di mobili antichi, nel week end il nostro coach. Quando giocavamo urlava a tutti, il suo suggerimento preferito era “Tiraaa!” dopo il quale faceva una pausa per recuperare un polmone. È stato il primo uomo, e forse l’unico, a cui ho sentito ammettere di essere andato a puttane, lo raccontava come un’avventura in un paese esotico, con gli occhi dell’esploratore. Non so neanche se è ancora vivo. Pensare che lo vedevo tutti i sabato pomeriggio.
Il numero degli amici era cresciuto e dopo un inizio segnato da qualche screzio la fusione tra ex Macello e Serravalle funzionò. Funzionò a un punto tale da non crederci. Un sabato pomeriggio, io non sapevo niente, quando arrivai ai giardini c’erano (quasi) tutti i miei amici attorno a una panchina, alcuni urlavano, altri avevano la faccia molto seria. In mezzo, seduto, piccolo e insicuro, c’era il capo della banda di tizi che qualche settimana prima avevano cercato di farmi il culo col tirapugni, tornato sul luogo del delitto per dimostrare coraggio. Io, ovviamente, me ne sono stato da una parte, a guardare la scena dei miei amici che minacciavano una persona in dieci e lo facevano per prendere le mie difese, mie, di uno dell’ex Macello, oltre che per marcare il territorio. Comunque, ne ero veramente orgoglioso. Col tempo, quel fatto ha cambiato caratteristiche ai miei occhi e ho iniziato a vederlo come a una cosa bruttissima, facile, da codardi. Dieci contro uno. Col tempo, vedi con chiarezza certe cazzate che hai fatto tu o che hanno fatto i tuoi amici e puoi anche diventare una persona migliore. Col tempo, anche quel gruppo si è sfaldato, o almeno una buona parte di esso, io di sicuro me ne sono andato, dopo qualche scazzo, mancanza di interessi comuni e la fine delle scuole Superiori.
Prima che finisse anche l’Università, ho fatto un viaggio a Parigi. Ai miei genitori avevo detto che sarei andato a trovare un amico a Londra, invece raggiunsi una ragazza a Parigi. Naturalmente mi hanno scoperto: mia mamma telefonò al cellulare, il cellulare era staccato, rispose la voce registrata della compagnia telefonica francese e la copertura saltò. Comunque, la settimana iniziò con l’accoglienza migliore che io abbia mai ricevuto, passò attraverso notti in banco in giro per i bar e un concerto dei Sonic Youth, il migliore di sempre, e finì malissimo. Era sera, nel sottopasso della metropolitana, la mattina dopo avevo l’aereo per tornare a casa e il dialogo fu questo. Lei: “Domani mattina non riesco ad accompagnarti all’aeroporto”. Io per ripicca: “No, ma infatti nessuno te l’ha chiesto”. Lei: “Ah ok, allora ciao”. “Ciao”. Girammo le spalle e ognuno per la sua strada. La pancia mi si “spaccò” in quindici punti, proprio come le “buste della spesa”. Qualche giorno dopo (ancora mi bruciava) mi arrivò un messaggio da parte sua, un messaggio bello, positivo, che ha spaccato lo schermo da che non me l’aspettavo, a cui però devo ancora rispondere. Aveva trovato lavoro, sarebbe rimasta ancora per un po’ in Francia. Poi è passato molto tempo durante il quale ci siamo visti davvero poco. Ma capita che le cose ti diano la possibilità di fare “replay”, cambino e si aggiustino a tal punto da non crederci. Una sera ha deciso di non insegnarmi la scorciatoia per riportarla a casa e in effetti quest’anno, quando arriva Halloween, è il decimo anno che sto insieme a quella ragazza.

La canzone 5, la 6 e la 11 di Cervino sono Lario, Buste e FM. È il primo disco di Caso con la band, però Lario la suona da solo. A volte col tempo si cambia in meglio, si aggiungono pezzi che migliorano le cose che fai. Caso all’inizio suonava la batteria, poi cantava e suonava la chitarra acustica da solo, poi quella elettrica con il gruppo. Non l’ho mai sentito suonare la batteria, ma mi piaceva quando suonava da solo e mi piace adesso, in alcuni momenti anche di più. Le canzoni sono malinconiche ma anche forti come i pensieri e i ricordi che ci stanno dietro. Lario, FM e Buste mi hanno fatto pensare alle cose che ho scritto nella pezza che vi ho attaccato oggi.

Il concerto di Morrissey a Cesena

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di Marco Pasini – forthekidsxxx.blogspot.it

Moz a Cesena oppure no? Questo è quello che si devono essere chiesti i fan dell’ex The Smiths quando nel giro di poche ore sul circuito di prevendita Ticketone (agli inizi di settembre, più o meno), è comparsa una data al Carisport di Cesena (Nuovo Carisport, pardon) oltre a quella già ampiamente sold out a Napoli, per poi sparire misteriosamente qualche altra oretta dopo. Confesso che quando ho saputo della cosa ho scandagliato il web per avere maggiori info, mettendomi poi il cuore in pace. La vita però ti riserva sempre delle sorprese e una sera (venerdì), magicamente vengo a sapere che il concerto è stato invece confermato e che i biglietti saranno in vendita dal lunedì successivo. Il fato ha voluto che proprio quel lunedì fossi in ferie e pure in spiaggia e quindi, alle 15.00 in punto, sotto un sole settembrino caldo, da solo in mezzo al nulla, con una connessione traballante e con carta di credito alla mano, mi sono aggiudicato un biglietto parterre alla modica cifra di 73 euro, spese comprese. D’altronde non ci ho pensato due volte, dopo il pacco del 2009 al Velvet di Rimini: o la va o la spacca. Per fortuna è andata.

Personalmente ho sempre apprezzato Morrissey (e la sua ex band), sia per le canzoni sia per il suo impegno animalista (essendo vegan da 17 anni più o meno) e sia perchè sa pigliarti per il culo col sorriso sulla labbra. In più, il poter finalmente andare a vedere un concerto senza farmi in media un’ora di auto è stato un bel bonus.
Ed è così che alle 20.45 giungo in loco. Quello che mi colpisce subito è il pubblico: sono abituato a frequentare concerti metal, hardcore e punk, tra casino, birre, vomito, toppe, pantaloni attillati e borchie e il ritrovarmi in fila davanti a due tipe che discorrevano del nuovo album dei Beach House mi ha un po’ stranito. Una volta dentro, tappa obbligatoria al banchetto merch dove acquisto una bella maglietta ricordo del tour (fenomenale quella “Be Kind To Animals Or I’ll Kill You”, ma vivendo in Romagna ho preferito soprassedere nell’acquisto), allungo un po’ di spiccioli al banchetto animalista lì vicino e leggo (con sommo godimento) un cartello su cui sta scritto che è vietato introdurre carne o pesce all’interno della venue (ma fuori il solito porchettaro era già in azione per sfamare gli astanti decisamente poco veggie, ahaha). Entro nella zona parterre e mi posiziono sulla sedia che mi è stata assegnata, scoprendo che sono proprio davanti al palco e godo di un’ottima visuale. Do un’occhiata in giro, e mi accorgo che il pubblico è composto da residuati del brit pop, qualche fighetto, alcune famiglie e altra fauna assortita. No, decisamente non è il pubblico al quale sono abituato, eheh. Dopo averci deliziato con video dei Ramones, Aretha Franklin e altre fonti di ispirazione del caro Moz, con un ritardo di circa mezz’ora sulla tabella di marcia, si spengono le luci, e lo show può cominciare.

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Dopo un inchino propiziatorio tra i membri della band, il nostro (con elegante giacca nera con risvolti laminati oro, che poi si toglierà sul finire dell’esibizione per una più sobria giacchetta blu scuro che poi lancerà in pasto a quelli in piedi nelle prime file, medaglione argentato, sotto a torso nudo, con invidiabile forma fisica) ingrana subito la marcia con Suedehead dal lontano debutto del 1988, e niente, non c’è storia… Quasi due ore in cui il tempo si ferma, in cui tutti pendono dalle labbra e dalle movenze sinuose del nostro mezzo inglese e mezzo irlandese che cammina di qua e di là per il palco, stringe mani, ma soprattutto canta come se non ci fosse un domani. È un consumato attore Morrissey, con quei suoi sguardi, quel pathos che riesce a comunicare e che manda letteralmente in visibilio. Scommetto che il 90% del pubblico di sesso femminile (ma anche maschile) se lo sarebbe volentieri portato a letto. I brani si susseguono a ritmi vorticosi, con una band (la stessa che lo accompagna da qualche anno sia su disco che dal vivo, mi pare) che è assolutamente perfetta (magnifico il momento in cui si scambiano gli strumenti, e alla voce passa il tastierista cantando in spagnolo, un chitarrista passa alla batteria e il batterista va alle percussioni, mentre Morrissey quasi scompare dietro alle tastiere). Durante l’esecuzione di Ganglord il telone montato dietro alla batteria mostra la brutalità della polizia nel reprimere i crimini (o presunti tali) e attorno a me percepisco un po’ di disagio. Disagio che verrà portato al limite durante l’esecuzione del brano Meat Is Murder degli Smiths, manifesto animalista in musica, in cui vengono mostrate le atrocità perpretrate al mondo animale. Non sono rimasto molto colpito, visto che sono cose che ho abbondantemente sviscerato da quando avevo 16 anni, ma intorno a me c’era un silenzio di tomba, sottolineato pure dal fatto che a fine brano, in pochissimi hanno applaudito. Il Moz invece ha semplicemente detto ”Please, help my friends”. World Peace Is None Of Your Business viene suonata con molta foga e quasi rabbia, sottolineata da un poderoso gong suonato nella parte finale. C’è tempo per un omaggio a Pasolini e Fellini con il pezzo You Have Killed Me. In mezzo a tutto ciò, The Bullfighter Dies (dove il nostro gioca con le parole “Pain”, “Spain” e “Shame”, per sottolineare il suo disprezzo per la corrida), I’m Throwing My Arms To Paris, Every Day Is Like Sunday (“I would like to dedicate this song to… Me!”), How Soon Is Now, What She Said (degli Smiths) per giungere al gran finale con il bis (sempre a firma Smiths) The Queen Is Dead, con tanto di regina Elisabetta che ci mostra due belle dita medie, ultimo saluto (e ultimo vaffanculo) del Moz prima di abbandonare le assi del palco.

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Quasi due ore di concerto che mi hanno lasciato con un bel sorrisone sulla faccia (dovuto anche al fatto di vedere una decina di persone litigare per portarsi a casa un pezzo della sua giacchetta, con tanto di roadie che finito il concerto tagliava pezzi della suddetta con le forbici per poi gettarli in pasto ai fan sottostanti. Mi domando qui dove la poesia dell’ex Smiths fosse finita). Mi sarei aspettato qualche discorsetto politico, invece il nostro si è limitato a dire “You are very kind”. Da segnalare un’incursione di un temerario per abbracciare il nostro re Mida, prontamente stroncata dalla security, a cui il nostro ha poi detto di fare piano, visto che siamo a un concerto e non in un campo di battaglia. Non credo che Morrissey tornerà mai più a suonare a Cesena, visto il posto piccolo, assolutamente non sold out, con problemi di acustica (il giorno dopo ho letto molte lamentele in questo senso, soprattutto da chi era posizionato nella tribuna non numerata) e con persone che si sono lamentate di chi stava in piedi davanti al palco nel parterre invece di starsene composta al proprio posto assegnato. Però, proprio a causa di questi difetti, ho assistito a un qualcosa di irripetibile: Morrissey a Cesena. Con buona pace di chi non c’era.