Il concerto di Morrissey a Cesena

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di Marco Pasini – forthekidsxxx.blogspot.it

Moz a Cesena oppure no? Questo è quello che si devono essere chiesti i fan dell’ex The Smiths quando nel giro di poche ore sul circuito di prevendita Ticketone (agli inizi di settembre, più o meno), è comparsa una data al Carisport di Cesena (Nuovo Carisport, pardon) oltre a quella già ampiamente sold out a Napoli, per poi sparire misteriosamente qualche altra oretta dopo. Confesso che quando ho saputo della cosa ho scandagliato il web per avere maggiori info, mettendomi poi il cuore in pace. La vita però ti riserva sempre delle sorprese e una sera (venerdì), magicamente vengo a sapere che il concerto è stato invece confermato e che i biglietti saranno in vendita dal lunedì successivo. Il fato ha voluto che proprio quel lunedì fossi in ferie e pure in spiaggia e quindi, alle 15.00 in punto, sotto un sole settembrino caldo, da solo in mezzo al nulla, con una connessione traballante e con carta di credito alla mano, mi sono aggiudicato un biglietto parterre alla modica cifra di 73 euro, spese comprese. D’altronde non ci ho pensato due volte, dopo il pacco del 2009 al Velvet di Rimini: o la va o la spacca. Per fortuna è andata.

Personalmente ho sempre apprezzato Morrissey (e la sua ex band), sia per le canzoni sia per il suo impegno animalista (essendo vegan da 17 anni più o meno) e sia perchè sa pigliarti per il culo col sorriso sulla labbra. In più, il poter finalmente andare a vedere un concerto senza farmi in media un’ora di auto è stato un bel bonus.
Ed è così che alle 20.45 giungo in loco. Quello che mi colpisce subito è il pubblico: sono abituato a frequentare concerti metal, hardcore e punk, tra casino, birre, vomito, toppe, pantaloni attillati e borchie e il ritrovarmi in fila davanti a due tipe che discorrevano del nuovo album dei Beach House mi ha un po’ stranito. Una volta dentro, tappa obbligatoria al banchetto merch dove acquisto una bella maglietta ricordo del tour (fenomenale quella “Be Kind To Animals Or I’ll Kill You”, ma vivendo in Romagna ho preferito soprassedere nell’acquisto), allungo un po’ di spiccioli al banchetto animalista lì vicino e leggo (con sommo godimento) un cartello su cui sta scritto che è vietato introdurre carne o pesce all’interno della venue (ma fuori il solito porchettaro era già in azione per sfamare gli astanti decisamente poco veggie, ahaha). Entro nella zona parterre e mi posiziono sulla sedia che mi è stata assegnata, scoprendo che sono proprio davanti al palco e godo di un’ottima visuale. Do un’occhiata in giro, e mi accorgo che il pubblico è composto da residuati del brit pop, qualche fighetto, alcune famiglie e altra fauna assortita. No, decisamente non è il pubblico al quale sono abituato, eheh. Dopo averci deliziato con video dei Ramones, Aretha Franklin e altre fonti di ispirazione del caro Moz, con un ritardo di circa mezz’ora sulla tabella di marcia, si spengono le luci, e lo show può cominciare.

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Dopo un inchino propiziatorio tra i membri della band, il nostro (con elegante giacca nera con risvolti laminati oro, che poi si toglierà sul finire dell’esibizione per una più sobria giacchetta blu scuro che poi lancerà in pasto a quelli in piedi nelle prime file, medaglione argentato, sotto a torso nudo, con invidiabile forma fisica) ingrana subito la marcia con Suedehead dal lontano debutto del 1988, e niente, non c’è storia… Quasi due ore in cui il tempo si ferma, in cui tutti pendono dalle labbra e dalle movenze sinuose del nostro mezzo inglese e mezzo irlandese che cammina di qua e di là per il palco, stringe mani, ma soprattutto canta come se non ci fosse un domani. È un consumato attore Morrissey, con quei suoi sguardi, quel pathos che riesce a comunicare e che manda letteralmente in visibilio. Scommetto che il 90% del pubblico di sesso femminile (ma anche maschile) se lo sarebbe volentieri portato a letto. I brani si susseguono a ritmi vorticosi, con una band (la stessa che lo accompagna da qualche anno sia su disco che dal vivo, mi pare) che è assolutamente perfetta (magnifico il momento in cui si scambiano gli strumenti, e alla voce passa il tastierista cantando in spagnolo, un chitarrista passa alla batteria e il batterista va alle percussioni, mentre Morrissey quasi scompare dietro alle tastiere). Durante l’esecuzione di Ganglord il telone montato dietro alla batteria mostra la brutalità della polizia nel reprimere i crimini (o presunti tali) e attorno a me percepisco un po’ di disagio. Disagio che verrà portato al limite durante l’esecuzione del brano Meat Is Murder degli Smiths, manifesto animalista in musica, in cui vengono mostrate le atrocità perpretrate al mondo animale. Non sono rimasto molto colpito, visto che sono cose che ho abbondantemente sviscerato da quando avevo 16 anni, ma intorno a me c’era un silenzio di tomba, sottolineato pure dal fatto che a fine brano, in pochissimi hanno applaudito. Il Moz invece ha semplicemente detto ”Please, help my friends”. World Peace Is None Of Your Business viene suonata con molta foga e quasi rabbia, sottolineata da un poderoso gong suonato nella parte finale. C’è tempo per un omaggio a Pasolini e Fellini con il pezzo You Have Killed Me. In mezzo a tutto ciò, The Bullfighter Dies (dove il nostro gioca con le parole “Pain”, “Spain” e “Shame”, per sottolineare il suo disprezzo per la corrida), I’m Throwing My Arms To Paris, Every Day Is Like Sunday (“I would like to dedicate this song to… Me!”), How Soon Is Now, What She Said (degli Smiths) per giungere al gran finale con il bis (sempre a firma Smiths) The Queen Is Dead, con tanto di regina Elisabetta che ci mostra due belle dita medie, ultimo saluto (e ultimo vaffanculo) del Moz prima di abbandonare le assi del palco.

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Quasi due ore di concerto che mi hanno lasciato con un bel sorrisone sulla faccia (dovuto anche al fatto di vedere una decina di persone litigare per portarsi a casa un pezzo della sua giacchetta, con tanto di roadie che finito il concerto tagliava pezzi della suddetta con le forbici per poi gettarli in pasto ai fan sottostanti. Mi domando qui dove la poesia dell’ex Smiths fosse finita). Mi sarei aspettato qualche discorsetto politico, invece il nostro si è limitato a dire “You are very kind”. Da segnalare un’incursione di un temerario per abbracciare il nostro re Mida, prontamente stroncata dalla security, a cui il nostro ha poi detto di fare piano, visto che siamo a un concerto e non in un campo di battaglia. Non credo che Morrissey tornerà mai più a suonare a Cesena, visto il posto piccolo, assolutamente non sold out, con problemi di acustica (il giorno dopo ho letto molte lamentele in questo senso, soprattutto da chi era posizionato nella tribuna non numerata) e con persone che si sono lamentate di chi stava in piedi davanti al palco nel parterre invece di starsene composta al proprio posto assegnato. Però, proprio a causa di questi difetti, ho assistito a un qualcosa di irripetibile: Morrissey a Cesena. Con buona pace di chi non c’era.

3 pensieri su “Il concerto di Morrissey a Cesena

  1. Bella recensione e buon concerto (non mi sbilancio). Anch’io ricordo il “pacco” del 2009 al Velvet (mi pare una doppia data). Recuperai andandolo a vedere all’Auditorium di Roma. Pur sapendo dell’orrida acustica del Carisport (per me sarà sempre il Carisport, dove assistevo alle partite della squadra nostrana di basket femminile) ho accettato il rischio a favore dell’occasione, pensando anche che potrebbe passare molto tempo prima che torni a vederlo.
    Non dico molto di più, la recensione è esaustiva; Morrissey mi è sembrato in ottima forma, rimette sempre in scena la sua performance di mossette e ammiccamenti, e bella scaletta di un repertorio ormai davvero ampio. Morrissey ha vissuto a Roma un paio di anni in compagnia di mr. Gelato, ma non spiccica una parola di italiano (si limiterà a dire: “Italiano is very easy” ah ah ah che simpatico cialtrone !).
    Il resto è storia.

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