Non è che ascolto la tua musica perchè sei un artista

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Detesto quando vedo un concerto e l’atteggiamento di chi suona è eccessivo. Non so, metti il caso che io stia aspettando che qualcuno inizi a suonare e senta dire “non sono solo musicisti, sono artisti a tutto tondo”, strippo subito. A tutto tondo. Perchè m’immagino uno di quei concerti in cui il cantante si arrotola le braccia intorno alla faccia, dice cose con quell’aria sempre très fatigué, fa un passo in avanti ed è così concentrato che è evidente che crede di aver generato il movimento perfetto, insomma non la smette un secondo di fare un sacco di mosse, e io mi smarono subito.
Nei casi più gravi, non c’è bisogno di andare al concerto, basta ascoltare il disco per immaginarsi lo spettacolo: fa tutto la musica. Che, quindi, è significativa. Ma non lo è in sé. Lo è perché esprime dei riferimenti più o meno espliciti a qualcosa, a un altro cantante, a un mondo, che l’artista imita per fare in modo che chi lo ascolta lo riconosca come parte di quel mondo e per piacergli. Ma gli piace per merito di qualcun altro, o di qualcos’altro, non per quello che è stato in grado di costruire.
Su disco o a un concerto, a volte è come se le canzoni fossero composte da due livelli, la cui importanza è ribaltata: quello meno importante è la musica, quello più importante diventa tutto il resto, espressione del voler essere, del volere mostrare a tutti i costi di essere strani, disturbati, contorti, simpatici, antipatici, poeti, artisti in qualche modo. Mi sembra di poter dire che, se c’è tutta questa necessità di mettersi in mostra, manchi qualcos’altro su cui bisognerebbe invece concentrare l’attenzione, cioè il talento.
È tutta una sovrastruttura che non c’entra niente con la musica in sé, ma ha a che fare con il volere dare una determinata immagine di sé. La musica non riesce ad avere la stessa importanza dell’atteggiamento, a volte perché 1) è troppo poco interessante, altre perché 2) le pose sono così fastidiose da ucciderla. Il fatto che la musica non sia un granché (caso 1) spinge l’artista a sovrapporci qualcos’altro per renderla apparentemente più completa. E questo prevede la consapevolezza da parte dell’artista. Potrebbe anche essere, invece, un’azione inconsapevole, nel senso di ingenua, cioè uno si crede artista perché ha scritto una manciata di canzoni e allora si muove da artista, parla da artista, canta da artista eccetera. Oppure si crede anche scrittore perché è un artista a tutto tondo (e qui si verifica spesso il caso 2).
Fai musica per fare il teatro o fai musica e ti scappa fuori anche un po’ di teatro? Abbiamo tutti una scala di valori diversa, ma io, quando ascolto un disco o vedo un concertino, vorrei prima di tutto sentire della musica e non essere infastidito dal cantante. Uno può avere anche altro da dire, la musica può stargli stretta, e questo può essere ok, ma i casi in cui tutto riesce bene sono rari.
Giù dal palco, la pantomima potrebbe continuare. Non sopporto quei musicisti che quando parlano devono per forza farti capire che sono artisti, anche se li incontri al cesso di una discoteca. Fenomeno calmati. Se proprio lo desideri, potresti essere considerato artista anche solo perché scrivi bene le canzoni. Pensaci. Preferisco quelli che fanno della legna e non si vede che la fanno, si sente e basta.

4 racconti sul Velvet. Bambini che ballano, musica che non finisce, bere e una Fiat Regata.

Tre settimane fa ha chiuso il Velvet, con una festa lunga tre giorni. Ho chiesto ad alcuni amici di scrivere qualcosa.

Elio. Tre giorni per dire addio al Velvet a Sant’Aquilina, pochi? Troppi?
Due frasi mi sono girate in tesa durante quei giorni, la prima, una raccomandazione di Lucia: “non deve essere un funerale, ma un momento di festa in cui ognuno possa salutare a suo modo il Velvet e viverlo in tutti gli spazi portando magari anche i figli”. E si è lavorato perché fosse così, invitando artisti, spulciando gli archivi, aprendo gli spazi, lavorando sulle canzoni storiche da suonare per l’ultima volta in pista e riempendo le giornate di eventi.
Un lavoro collettivo e una partecipazione appassionata degli addetti ai lavori e degli artisti così come del pubblico. Si perché, per quanto sia, in quel posto si celano migliaia di storie e racconti e in molti hanno voluto riviverle per un’ultima volta, non importa se vissute sul palco o in pista, non importa se magari era da anni che non si metteva piede nel locale: c’era la consapevolezza che quelle quattro mura erano comunque lì a conservare gelosamente i ricordi, e qualcuno sicuramente stava vivendo e costruendo i suoi.
Ho visto tanti occhi lucidi guardare apparentemente nel vuoto e non credo di sbagliare se immagino che stessero fissando un particolare punto del locale legato a un particolare angolo delle propria memoria.
Mi sono emozionato vedendo ballare in pista i bambini la domenica pomeriggio… genitori che hanno voluto dare la possibilità ai propri figli di ballare come loro, almeno per una volta sul Velluto.
“La maggior parte delle persone che conosco le ho conosciute al Velvet”, questa è stata la seconda frase che mi girava in testa, l’ho sentita dire più volte, sin dalle prime riunioni organizzative. Amicizie che durano da anni, amicizie genuine, spesso anche storie d’amore. E allora capisci, oltre all’importanza culturale, l’enorme ruolo di catalizzatore, di mediatore, di facilitatore di relazioni che ha avuto il locale. Al Velvet non devi vestirti a modo, ti vesti come ti pare, al Velvet sei te stesso.
Io personalmente ho talmente tanti ricordi che se mi chiedono di tirarne fuori uno in particolare come aneddoto ho delle difficoltà.
Ho iniziato a frequentare il locale nel ’92, arrivando da Santarcangelo in motorino, trovando da subito un luogo in cui materializzare i miei interessi musicali, in cui condividere e scoprire cose nuove, interagire con tanta gente interessante e meravigliosa. Col tempo poi ho conosciuto Thomas e tutti i collaboratori che sono passati nelle varie stagioni fra Velvet e Slego. Poi passano gli anni e mi sono ritrovato dietro alla consolle ed è stato bello rivedere tante facce legate a quei primi ricordi, essere per l’ultima volta in quella consolle con i djs che da sbarbatello ammiravo e con i ragazzi con cui in questi anni ho condiviso tante serate… ed è stato indescrivibile l’entusiasmo che si sprigionava dalla pista, le canzoni gridate a squarciagola, il pogo, le lacrime, i sorrisi, gli sguardi, i volti, gli abbracci, i tanti abbracci, i tantissimi abbracci… abbiamo ballato, abbiamo fatto ballare. Tutto nel nome dell’unico grande Fun Selector THOMAS BALSAMINI.

Tommaso. La prima volta che entrai al Velvet era il 3 giugno 2001 e avevo 14 anni. L’occasione fu il Deconstruction Tour di quell’anno e ci tengo a citare tutta la line-up in ordine casuale: Pennywise, Bouncing Souls, Sick Of It All, Beatsteaks, Boysetsfire, Snuff, Avail, Catch 22, Persiana Jones, Suneatshours. A oggi, lo considero uno dei concerti più belli della mia vita, se non il più bello.

L’ultima volta che entrai al Velvet era il 22 maggio 2016 e avevo 29 anni. L’occasione fu l’addio al Velvet.

In mezzo sono passati 15 anni esatti, praticamente. E tanti come me in questi tre lustri hanno imparato il più delle cose della vita proprio lì, al Velvet. È giusto dire che quel locale ci ha visti crescere, come è giusto dire che noi abbiamo visto il Velvet invecchiare prima, lasciarci poi.

Ricordo quando mi travestii da Mago Oronzo per un carnevale, con le macchie di unto verissime. Ricordo i Buffalo ricevuti e chiamati ai miei sventurati amici (se non conoscete la pratica del Buffalo – vergognatevi – ma informatevi qui: www.facebook.com/IlClubDelBuffalo/info). Ricordo i tantissimi concerti visti, e quelli suonati con tutte le band che ho avuto, in sala grande e in sala piccola e perfino in Goldmine. E ricordo che il sabato sera se anche al Velvet non c’era nessun evento degno di nota, si diceva “andiamo in Goldmine, così non paghiamo l’ingresso e stiamo lì tutta la sera” e puntualmente ciò accadeva. Ricordo i dj set degli amici a cui potevi chiedere le canzoni che volevi, tanto prima o poi trovavano il modo di suonarle. Ricordo tante piccole cose, perfino minuscole, che messe insieme formano almeno 7-8 anni della mia vita, gli anni formativi, proprio quelli. Ci sono tantissime cose che non ricordo, che non riesco a ricordarmi nemmeno a mettermici d’impegno, non è difficile immaginare il perché.

In cuor mio pensavo che il Velvet dovesse già essere chiuso da un paio d’anni almeno. Perché alla fine ti fa male vedere un posto che era un esempio per tutta Italia (e per te, in primis) diventare la bruttissima copia di ciò che era. Le motivazioni sono tante, le giustificazioni pure, e per lo più sono sensate. Alle nuove generazioni non interessano più i concerti e i rock club, non tanto quanto interessavano alla mia generazione almeno. Forse è fisiologico, forse no, di sicuro è avvilente. Il fatto che a me e al mio gruppo di amici strani a cui piace organizzare concerti (Gruppo Urlaub, se ve lo steste domandando) sia stato chiesto di collaborare all’evento finale con un mini festival, in cui per giunta avrei avuto l’occasione di suonare con la mia più recente band, mi ha reso orgoglioso. Mi sembrava la degna conclusione di un cerchio perfetto in cui avrei finito nello stesso posto in cui avevo cominciato e avrei potuto dare il mio contributo e ringraziamento a un pezzo di storia della musica. Pensavo, allo stesso tempo, che fosse il giusto epilogo per un locale ormai stremato e per una storia ormai troppo stiracchiata per non concludersi.

Ma il 22 maggio 2016, mentre Capossela suonava l’ultima canzone del suo (interminabile) set sul palco grande, e lo staff era su quello stesso palco e in tutti i presenti cresceva la consapevolezza che quello era effettivamente l’ultimo momento di musica dal vivo al Velvet e che quelli erano gli ultimi attimi di un locale storico per più di una generazione e fondamentale per te stesso medesimo (me stesso medesimo), ecco, in quel momento mi son sentito vuoto, e spaesato, e clamorosamente sorpassato.

Perché in realtà al Velvet non ci andavamo più così tanto, ma ti dava sicurezza saperlo lì, arroccato sopra Santa Aquilina. Ora che non c’è più, manca qualcosa di molto importante. Non serve aggiungere altro.

Alessandro. Quando ho saputo che il Velvet avrebbe chiuso è stato come quando se ne va qualcuno con cui hai condiviso molto ma che non vedi da un pò. Ti assale quella strana malinconia degli addii, quel nodo che ti viene pensando alle cose che avresti voluto dire ma che non hai detto. È qualcosa che finisce, e hai l’impressione che non ti rimanga nulla anche se in realtà non è così; lentamente la mente riporta nelle orecchie e nel cuore le scalette dei concerti, le luci accecanti e i subwoofer dirompenti dell’elektrovelvet, il pogo senza forza di gravità e altre leggi della sala rock, i cocktail genuinamente carichi, i cessi fatiscenti e la pizza all’alba. La polvere del parcheggio, il tramonto al lago, Manuel Agnelli che canta accompagnato da Max Casacci, i Linea 77 che cantano ma non si capisce un cazzo perché l’acustica fa schifo e sono troppo impegnato a picchiarmi con altri 20 ubriachi almeno quanto me. I Prozac + , i Meganoidi e la sospensione per un infarto, Cosmo che dice che è una situazione di merda, la fila fuori per rientrare e i ventenni che sgomitano solo perché hanno visto che c’è gente ma non sanno dove stanno entrando, i poster, Alioscia e Godano, l’odore di sudore, collassare sulla scalinata e pensare che il Velvet non è stato solo un club, un locale, ma una grande famiglia, un insieme di persone unite da influenze musicali e culturali diverse che hanno vissuto quegli anni ’90 che sembrava dovessero finire subito e che invece non sono morti mai sulle colline di Rimini, dove per sempre suonerà la musica grunge, l’indie e il rock che ci hanno salvato dalla monotonia degli uffici e del posto fisso regalandoci un angolo di adolescenza infinita. Goodbye Velvet…

Giuseppe. Io e il Velvet ci siamo incontrati una notte buia e tempestosa di una primavera molto piovosa a cavallo di un anno sul finire del decennio più rock di sempre: gli anni Novanta.
Mi erano giunte voci che i Ramones avrebbero suonato a Rimini, al Velvet. Cosa che mi sembrava incredibile. I miei paladini che venivano a suonare a pochi km da casa mia.
Sicuramente era una bufala.
Non lo era.
Allora decisi di acquistare un biglietto e la sera del concerto mi sarei presentato all’entrata del locale per incontrare Joey e tutta la famiglia dei Ramone.
Non c’ero mai stato al Velvet. Non ero uno che girava molto e, all’epoca, nonostante i miei diciannove anni, passavo molto tempo in casa per i fatti miei a leggere o ad ascoltare musica. Internet neanche sapevo cosa fosse e i film li vedevo solo al cinema quando ci andavo, raramente, e solo per qualche retrospettiva di oscuri autori russi sottotitolati che venivano proiettati in un qualche cinema parrocchiale. Per il resto ascoltavo musica, tanta musica e i Ramones erano nell’Olimpo del rock.
Ora il problema era trovare i soldi, farsi dare la macchina e, per ultimo, capire dove fosse ‘sto Velvet.
Per un neo patentato non era semplice in un mondo senza navigatori satellitari e senza Google.
Chiesi lumi a un mio compagno di classe che mi era parso di capire bazzicasse il locale e allora mi appuntai su una pagina del diario tutte le sue indicazioni.
Avrei potuto chiedergli di andare insieme ma sul momento non ci pensai.
Qualche giorno dopo convinsi i miei a darmi i soldi e a prestarmi la macchina.
Allora acquistai un biglietto e la sera del concerto mi preparai per farmi trovare puntuale all’entrata del locale.
La sera dell’evento, rispettando la mia tabella di marcia, presi la vecchia Fiat di mia madre e partii alla volta del Velvet.
Avevo al mio fianco, sul sedile lato passeggero, la pagina del diario sulla quale avevo appuntato le indicazioni per arrivare al locale.
Presi l’autostrada per la prima volta in vita mia da quando avevo conseguito la patente e dopo una trentina di km arrivai all’uscita di Rimini Sud e, sempre seguendo alla lettera le indicazioni che mi ero fatto dare, continuai sulla superstrada in direzione di San Marino. Superai tre semafori e, dopo aver percorso qualche km, girai a destra in direzione “S. Aquilina” per proseguire sempre dritto sulla stessa strada per una distanza imprecisata. Le indicazioni non erano poi così precise.
Andavo pianissimo per paura di non vedere l’ingresso del locale. A un certo punto lungo la strada notai che era pieno di auto parcheggiate sul ciglio, cosa questa che mi fece supporre che forse ero arrivato.
Arrivai finalmente all’ingresso e mi trovai dentro al parcheggio del Velvet. Guidai a passo d’uomo passando davanti all’ingresso del locale, che era stato transennato. Era già presente una folla di ragazzi che osservai per bene per vedere se ci fosse stata qualche faccia nota e, sempre cercando di mantenermi calmo per evitare di toccare le altre macchine mentre cercavo parcheggio, riuscii a infilare la macchina, la Fiat Regata dell’83, fra una Panda e una Golf con la scritta Pink Floyd sulla fiancata. Sfigati! Per uscire dalla macchina dovetti trattenere il respiro perché lo sportello si apriva a malapena per farmi passare. Se fossi stato più grosso sarei dovuto uscire dal finestrino lasciandolo aperto e non mi sembrava il caso.
Mi diressi vero la folla che aspettava che si aprissero gli ingressi. Qualcuno ogni tanto intonava “Hey Ho, lets go!” e allora capii che ero nel posto giusto. Non mi sfuggiva proprio nulla.
C’era davvero un sacco di gente. Tutta la scena rock della zona sembrava essersi raccolta sulle colline riminesi per assistere all’evento. Per noi giovani rockettari cresciuti a punk rock non poteva esserci niente di meglio che assistere a un concerto di coloro che il punk lo avevano inventato.
Oltre a ragazzi come me non potei fare a meno di notare che c’erano anche persone molto più vecchie. Molti trentenni e sicuramente alcuni che avevano addirittura già raggiunto o superato i quaranta. La qual cosa non faceva che confermare l’importanza dei nostri beniamini.
Mi misi in fila e non mi restava che aspettare che ci facessero entrare. Mi piaceva essere lì. Capivo che c’era un mondo di ragazzi come me, alcuni molto colorati, specialmente le ragazze coi capelli rosa, altri meno, come i dark, con giubbotti di pelle nera e magliette slavate dei Ramones portate come trofei.
Il concerto fu molto bello. Non poteva essere diversamente. Bella musica, belle persone (non proprio tutte, a dir la verità, ma tant’è!). Mi resi conto che non conoscevo tutte le canzoni e mi ripromisi che, una volta adulto e pieno di soldi, mi sarei comprato tutti, ma proprio tutti, gli album dei Ramones.
Finito il concerto mi diressi tranquillamente verso la macchina e, schiacciandomi fra la Panda e la mia, riuscii a rientrare nell’abitacolo. Misi in moto e seguii la coda di macchine che usciva dal parcheggio. Mi ritrovai incolonnato praticamente fino all’imbocco dell’autostrada, cosa che, a essere sinceri, non mi dispiacque più di tanto perché mi aveva evitato di perdermi. Imboccata l’autostrada fu tutta discesa. Arrivai a Cesena e infine entrai in casa. Mio padre era ancora sul divano a guardare il filmissimo di retequattro. Girò solo la testa per chiedermi se era andato tutto bene e, tranquillizzato che non mi ero schiantato contro un albero, mi diede la buonanotte e tornò al suo film. Io mi rintanai in camera mia e mi infilai sotto le coperte.
La mattina dopo non ricordo cosa feci ma probabilmente non è più molto importante.

Poi gli anni passarono e io non tornai più al Velvet. Avevo giri diversi, amici nuovi, non stavo più chiuso in casa a passare i miei pomeriggi a leggere o ascoltare musica di artisti sempre molto alternativi. Ormai non ci pensavo più. I Ramones ormai non esistevano più, ma continuavano ovviamente a essere il più grande gruppo di sempre.
Fu così che, mentre ero preso dalle mie cose, mi arrivò notizie che il Velvet avrebbe chiuso.
“Ma com’è possibile?” mi domandai.
Diversamente da vent’anni prima, internet esisteva e ne approfittai per verificare se la notizia fosse fondata.
Con mio sommo disappunto notai che la notizia era fondata.
E mi dispiacque molto.
C’ero stato una volta sola e ci mancavo da vent’anni ma mi sentivo come se mi avessero detto della morte di un amico d’infanzia.

Fu forse come il 23 aprile 1985, quando la Coca-Cola Company annunciò di voler cambiare la ricetta della Coca-Cola per la prima volta dopo quasi cento anni.
Quando fu commercializzata la Coca-Cola con una nuova ricetta, si scatenò un putiferio: molti fecero provviste di Coca-Cola vecchia maniera che era rimasta nei magazzini e stiparono casse su casse di Coca-Cola in cantina, migliaia di telefonate e lettere di protesta sommersero l’azienda.
Fatto sta che improvvisamente tutti si misero a parlare della Coca-Cola rendendosi conto di come avesse avuto una certa importanza nella loro vita.
E pare che anche chi non fosse un bevitore abituale di Coca-Cola si sentisse defraudato dalla scomparsa della Coca-Cola della loro infanzia.
Dopo tutto questo putiferio la Coca-Cola Company ritornò sui suoi passi e annuncio che avrebbe continuato a produrre la bevanda classica, quella con la ricetta originale.

Probabilmente la chiusura del Velvet non ha scatenato lo stesso putiferio nel mondo ma nel mio piccolo, all’annuncio della chiusura, provai qualcosa di simile. Non ne  ero un frequentatore abituale ma, la consapevolezza che non ci sarebbe stato più mi rattristava. Mi toglievano qualcosa di importante.
Ero però anche consapevole che, diversamente da quello che successe con la formula della Coca Cola, non avrei potuto fare nulla per impedirne la chiusura ma di certo c’era una cosa che ancora avrei potuto fare, almeno per un’ultima volta: andare a ballare al Velvet.
Fu così che, una volta che la notizia si era sparsa, organizzai con degli amici un’ultima serata al Velvet. Il sabato sera ci ritrovammo  e partimmo alla volta di uno dei nostri locali preferiti per un’ultima notte rock.
Quando arrivammo fu tutto come se nulla fosse cambiato rispetto a vent’anni prima. Era proprio come lo avevo lasciato. Non c’erano più i Ramones ma c’ero io e in più c’erano i miei amici.
Mi sembrava che il tempo non fosse passato e forse era proprio così. Ci portiamo dentro tutto quello che siamo stati e a volte ce ne scordiamo. Una volta dentro al Velvet era come se si fosse ricreata l’atmosfera ormai perduta di quando andai a vedere i Ramones da solo con la vecchia fiat regata di mia madre. Il Velvet e il manifesto che annunciava il concerto dei Ramones di vent’anni prima, ancora appeso all’ingresso del locale, erano le mie madeleine. La memoria ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni e quindi tutti quei momenti non erano persi ma erano ancora lì, pronti per essere riassaporati.
Ora ero lì e decisi che per un’ultima volta, nonostante fossero passati tutti quelli anni, avrei ballato la musica del Velvet.

E ballai.

Brooklyn VS Manhattan (vai nei negozi di dischi er Cittadone edition)

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Other Music, NY

In metropolitana c’era un ragazzo nero, molto alto e magro. No un regazzino, ma uno della mia età, nel pieno del limbo “se non lo faccio adesso nun lo faccio più”. Volto scavato, all’inizio era fermo e silenzioso. All’improvviso, quando il treno ha preso velocità, ha mollato il palo, con una mano si è alzato la maglia davanti, con l’altra ha iniziato a toccarsi a ripetizione tre punti precisi: fibbia, buco della cintura, passante dei calzoni. Fibbia, buco, passante. E intanto diceva cose sottovoce, in una lingua non umana. Quando ha alzato lo sguardo era molto carico e ha iniziato a rappare facendo avanti e indietro lungo il corridoio. Si capiva solo che c’erano delle rime dentro, secondo la mia opinione naturalmente tutte a livelli altissimi, tipo Eminem nel 2002. L’ha fatto per un minuto. Quando il treno ha iniziato a rallentare per fermarsi, si è bloccato e con l’indice della mano destra ha iniziato a toccarsi indice, medio e anulare della mano sinistra. Indice, medio, anulare. E intanto diceva cose sottovoce. Non ha chiesto soldi. Quando il treno si è fermato, è sceso con la tranquillità di un navigatone senza problemi psicologici. Era un power? Un furbacchione? O la sua inquietudine era vera? Io gli ho creduto.

Era la fine della nostra prima giornata a New York. In mattinata sono andato da Other Music, nell’East Village di Manhattan. Other Music ha aperto nel 1995, all’ombra di un gigantesco e vicinissimo Tower Records. Tre anni dopo, a rendere più scura e fredda quell’ombra, è arrivato anche un Virgin Megastore. Oggi Virgin e Tower non ci sono più, da qualche anno. Naturalmente Other Music c’è ancora (sinnò non c’andavo) ma chiude il 25 giugno. L’altra mattina c’era un sacco di gente. Erano tutti lì perché chiude o è sempre così? Magari non sempre, ma spesso, da quello che si legge in questa intervista a uno dei soci, Josh Madell. Le vendite vanno ancora molto bene. Allora perché chiude? Il mercato è cambiato, l’economia è cambiata, internet soddisfa prima di Other Music ogni richiesta dei clienti e non sembra esserci un futuro. “We’re trying to step back before it becomes a nightmare”, cit. È una presa di posizione realistica. Anche a New York alla gente inizia a non fregargliene niente di andare in un negozio di dischi se può scaricare comodamente da casa spendendo molto meno. È una battaglia dura quella.

Quindi quelli di OM si sono detti: fermiamoci per fare altro, che abbia sempre a che fare con la musica, ma altro. Facciamo un’etichetta: Other Music Recording Co. ha aperto nel 2012 in partnership con Fat Possum e fa uscire roba pop-psichedelica. Sempre con un occhio di riguardo per i gruppi de tendenza (cosa che vale per buon parte dello stock anche per il negozio), l’etichetta darà seguito all’attività svolta fino a oggi con il negozio limitandola alla produzione. “Vendo solo robba mia e non in ‘sto camerone de 60 metri” sembra dire Josh Madell, e sembra dire anche

“Ce stamo affa’ a guera. Quei contadini de bruklin ce stanno a rubba quei cinque cagnacci che se so fermati al 2000 e compreno ancora il supporto fisico caaaa musica drentro. Sti babbioni. Però noi con quei gabbioni ce campiamo e quindi me tira erculo”.

Il secondo motivo per cui Other Music chiude è che il centro daa musica si è spostato a Brooklyn, dove ha aperto anche Rough Trade, che non è solo un record shop ma un bar e una venue per dei gigs, mentre a Manhattan molti hanno chiuso, rimangono Bleecker Street Records e Generation. Other Music è sempre stato un negozio di dischi e stop e i proprietari non vogliono trasformarlo in altro. Nessun compromesso, nessun cazzo di bar, nessun palco per fare concerti. Ineccepibile come linea di condotta, anche perché le spese aumenterebbero non poco.

Mi vengono in mente alcune cose. Uno: mentre in Italia i negozi di dischi chiudono perché non ce n’è, a new York i quartieri si rubano i clienti. E arricchiscono l’offerta. Al di là di tutto, questo dà più valore al supporto fisico, che diventa la caramella con cui il negoziante conquista il cliente, il cibo con cui lo prende per la gola. Quindi deve essere buono e se deve essere buono lo standard della proposta si alza, in tutti i negozi. Di conseguenza quelli che aprono hanno spesso una buona proposta, aggiornata, che fa voglia, con prezzi leggermente diversi (Rough Trade è il più caro sulle novità in vinile: devono pagarsi anche il bar?). Passando da un negozio all’altro trovi da un lato una proposta simile, dall’altro una proposta particolare che caratterizza ogni singolo posto, cosa che succede anche in Italia. Se poi qualcuno decide che non c’è futuro, ha i suoi motivi, dovuti al fatto che magari non ci sono gli sghej per ampliare e cambiare l’attività, visto che Rough Trade di soldi negli anni ne ha fatti un po’ di più rispetto a Other Music.

Due: da noi, tenere la botta vendendo dischi, alcolici, cocktail, panozzi e organizzando gigs è durissima, da loro è il nuovo-vecchio trend, quello giusto, che funziona, e un povero stronzo che vuol fare il suo negozio di dischi (pure storico) se ne va affanculo non perché non vende ma perché un quartiere è meno sborone di 15 anni fa. Ed è il quartiere oltre a internet che decide di non dargli futuro. Paese strano l’America, pieno di contraddizioni. Da un lato la musica fisica vende ancora, dall’altro la moda la fa da padrona e la musica senza il trend non ha futuro.

La musica vende ancora ma deve essere addobbata di qualcosa, che può essere un cocktail o un concerto, tutte cose buonissime per carità, ma questo mi porta al punto numero

tre: il vinile non costa pochissimo in nessun posto (20-25 dollari in media, mi sembra), eppure c’è gente che s’ammazza per prenderli. Li ho visti con questi occhi. Perché va così. Bersi un drink al pomelo e mesqal con un vinilotto sotto braccio da Rough Trade costa un troiaio ma va bene: ascolti la musica giusta filodiffusa, parli con gente, finché andrà sarà bellissimo e imprescindibile. Ma quando non andrà più di moda? Niente, non succederà niente, perché molta musica figa non entra in quei circuiti, non viene ascoltata in filodiffusione, quindi continuerà a essere prodotta esattamente come adesso. Però i negozi di dischi scompariranno anche dal quartiere del momento, e sarà un peccato. Molta musica la posso comprare on line, sui siti delle etichette o su bandcamp (MAI su Amazon), anche se per li gruppi americani dall’Italia devo spendere un’unghia in spedizione, ma ci sto. Il problema non è la musica, quindi. Il problema è che sta scomparendo un mondo attorno alla musica e i posti in cui quel mondo sopravvive meno peggio (a New York, per esempio) ci riesce per altri motivi, che rendono la musica un pretesto e potrebbero sostituirla col salame, se fosse il trend del momento. E la gente potrebbe drinkare cocktail non “vegani” (visto che il vegan non sarà più di moda) e disquisire delle diverse tipologie di insaccati appesi al soffitto. I concerti sono i concerti, ed è bellissimo andarci, ma ho avuto come l’impressione che la gente ci vada perché va di moda ascoltare la musica, e le mode finiscono.

“Ma vedete d’anna’ ffanculo” direbbe il Sig. Maddell.

Non avevo mai pensato a quanto, con il tempo, possa essere rilevante, in una città come New York, la zona in cui apri. Tutto è legato a dove si sposta la tendenza. Tu puoi essere (stato) anche il negozio più figo del mondo ma hai semplicemente fatto parte della tendenza, non l’hai fatta tu. E lo scopri solo dopo anni, prima credevi di essere chissà chi. Lo stesso fatto che Other Music produca musica de trend ne è la dimostrazione. Il Village non è più il Village e se avevi aperto un’attività perché quello era il posto in cui essere, sei fregato. New York è un cittadone. Vista da fuori, detta le regole. Dentro, è piena di persone che le regole le seguono, proprio come Cesena. Magari uno ha un’idea che prende piede, e tutti dietro. Ma com’è che succede che un quartiere, inizia a dettare legge? Chi lo decide? Ho trovato questo articolo del 2011 che dice che essere residente a Manhattan o nell’East Village significa fare parte di una specie di élite. Da un certo punto di vista è vero (sto cercando di tradurre l’articolo). A Manhattan stanno un sacco di persone ricchissime provenienti da posti di vaccari come l’Arizona che decidono di passare la vecchiaia proprio lì. “Rich uncool people” vengono definiti. Quello della transumanza è un fenomeno iniziato 20 anni fa circa – quando ha aperto Other Music. A me non importa, però dal punto di vista di un negoziante che deve trovare il posto in cui aprire è un’informazione molto interessante. Anche alcune star, che potrebbero permettersi una casa a Manhattan (più cara di Brooklyn), decidono di prendersela a Brooklyn perché c’è maggior cultura (per citare il sindaco uscente di Gatteo) e più giovani. A quanto pare “Brooklyn vs Manhattan” è una questione dibattuta da tempo, discussioni su discussioni. Fermo restando che – al netto della questione economica (che se ci sei dentro significa che almeno fino ad ora te lo sei potuto permettere) – non mi dovete rompere il cazzo con la storia che non vi passa vivere a Manhattan, quello che posso fare è esprimere un’opinione superficiale basata su un’esperienza di qualche giorno. Brooklyn mi è sembrata molto più vivibile, decisamente non meno cara ma più pianificata per trascorrerci del tempo normale, non solo quello da squalo, facendo tutte le cose che devi fare per vivere e fartela passare molto bene. Anche le strade sembrano renderti la vita molto più semplice. E le case, anche solo a vederle da fuori, sono più basse, più normali, più accoglienti. Ecco perché Brooklyn sta stracciando Manhattan, perché è normcore. Col tempo la gente se n’è accorta, il normcore ha preso piede e per Manhattan è finita. Quello che interessa a me, che non andrò mai a vivere là ma potrò al massimo tornarci come turista, è diverso da quello che interessa ai local: io voglio dormire, mangiare e bere spendendo il giusto, assaggiare nuovi cocktail, non andare sotto a una macchina mentre guardo in aria e altre cose così, tra le quali vedermi un concertino e farmi un giro nei negozi di dischi. A Brooklyn a quanto pare vengono fuori come i funghi.

Quattro: per esempio a Brooklyn ci sono Music Matters e Captured Tracks. La Captured Tracks Records ha beccato nel proprio roster dei pezzi da novanta dell’indie pop contemporaneo come Mac DeMarco, Perfect Pussy, Mourn (quelli di adesso, non quelli hc) e DIIV. Negli ultimi anni ne ha indovinate di più rispetto all’Other Music e anche questo è segno del passaggio di attenzione da un quartiere all’altro. Rimane il fatto che solo nel 2013 OM Recording Co. ha prodotto il primo 7” dei Nude Beach, di Brooklyn, quindi il fatto che sia cambiato il vento non impedisce all’etichetta di andarsi a prendere i gruppi dall’altra parte del fiume e di farsi porta voce anche di quel quartiere, non per forza in termini di suono, quanto di rappresentatività.

Cinque: la moda più il quartiere giusto a NY fanno sopravvivere un negozio di dischi, un altro lo fanno chiudere. Come sempre, è la legge di Murphy.

record connection ephrata

Record Connection, Ephrata

Sei: internet sta sostituendo i negozi fisici ma negli Stati Uniti in giro ce ne sono ancora, anche dove non te l’aspetteresti, come quello a Ephrata (Washington) in mezzo alle mucche (va bene Facebook, ma hanno un sito della madonna). E qui siamo fuori città. Vale lo stesso discorso? serve qualcosa di cool per vendere? A Ephrata di cool c’è il commesso e il posto, un po’ da nerd della musica. C’è un catalogo infinito di dischi e cd nuovi e usati. Ho pochi termini di paragone per le mani e non posso dire che le mie conclusioni siano assolute, ma è possibile avere un negozio al di fuori delle dinamiche della città, come il Record Connection di Ephrata. Entri dentro e ti trovi di fronte a centinaia di dischi e cd. Al commesso vestito e pettinato come Steven Adler gliene sbatte i coglioni se si vive meglio a Manhattan o Brooklyn, mette su i Cheap Trick, fa il grosso con un cliente perché li conosce meglio di lui e (imprevedibile) mi sorride quando vado a pagargli 10 dollari per due cd usati dei REM anche se gli fanno cagare. Questo è un altro mondo ed è più o meno il paradiso, con prezzi super (15 dollari in media per i dischi, cd usati vendibili a 3 euro, come nuovi) e addirittura le novità. Ma, visto che non voglio cadere nel luogo comune del buon selvaggio, dico anche che le novità da RC costano esattamente come a Nuova York e che da Other Music ce ne sono molte di più e anche più ricercate, sempre rimanendo nel campo ristretto dell’indie punk emo noise rock degli ultimi 15-20 anni. Il che per assurdo mi fa dire che posti come quello di Ephrata, meno aggiornati rispetto ai negozi del Cittadone, sono fuori da certe dinamiche ma non agevolano tantissimo l’acquisto delle ultime uscite nei negozi e la danno vinta a internet. Lo puoi sempre ordinare, ma perdi delle possibilità di vendita di fronte a chi ti obietta allora lo ordino su internet.

Other Music era un negozio della madonna, con una buona scelta anche su altri generi come hip hop ed elettronica e prezzi buoni anche sul nuovo, in cd e vinile. Anche con le tasse, la spesa era affrontabile. Comunque, nulla è perduto, continuano a fare musica, a scoprire gente, magari tra un po’ andrà di modissima il rap e faranno fare un disco anche al mio amico, quello dell’inizio dell’articolo, che avrà 50 anni (se andrà benissimo), io sarò lì a dire l’ho visto rappare in metro quando nun era nessuno addirittura prima del demo e, naturalmente, era molto meglio.