Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.

VOLGARITÀ. Gli youtuber non hanno niente da dire

Il mondo è spaccato in due. I giovani e i vecchi. Sono vaghissime come categorie, non si capisce. La prima comprende quelli che hanno al massimo vent’anni ed è effettivamente una questione d’età, la seconda quelli che quando parlano di qualsiasi cosa assumono la posa del centurione e giudicano sulla base della loro lunga esperienza, ed è una questione sopravvalutazione di se stessi. Può succedere, boh, a 28. Non succede sempre e non riguarda tutti. Io non sono così per esempio, ho molti mici che non sono così, ma alcuni che lo sono.
Non sarebbe niente se non fosse che queste due specie umane quando si trovano a parlare o parlano l’una dell’altra si vorrebbero disintegrare a vicenda. La violenza (violenta cui resisti non potest) nasce da sentimenti contrapposti: i giovani vedono gli altri come dinosauri, i dinosauri ricordano i tempi andati sempre come i migliori del mondo. Così, generazione dopo generazione, ci sono un sacco di epoche migliori. I più vecchi hanno sempre lo stesso atteggiamento, e anche i giovani, ma hanno più fantasia perché le loro armi sono le cose che cambiano: adesso, per lo più – come si chiama dai tempi di Sandra Bullock – la rete. Spesso, la loro arma, e allo stesso tempo il terreno di scontro, sono i social network e più in generale intermet. Quando arma e terreno di scontro sono la stessa cosa per uno dei due avversari, per l’altro è difficilissimo. E dovrebbe capirlo.
Nelle battaglie c’è sempre chi fa la parte del più sdronzo, è ovvio. Poi, che siano un po’ anfami anche i ragazzi è vero, ma a volte sono i vecchi che la prendono sul personale perché sentono che non ci stanno dietro, si sentono colpiti nell’orgollio e si ostinano ad arrancare. È proprio il caso di quei signori di una certa età (50-55? circa) che guardano i video su youtu’. Quella rumorosissima fetta di persone che non si danno solo da fare, sanno usare il cellulare, ricevono newsletter, hanno Facebook, ma si interessano anche di arte. In generale. E sanno la verità su chi la fa e anche su chi sfoga qualsiasi tipo di creatività sui social network. Non dicono youtu’ ma you tube, quindi confermano di essere al passo con le nuovissime tecnologie e il fatto che le usino e ne parlino dovrebbe voler dire che sono al passo coi tempi anche nella loro testa, anche come possibilità di arrivare a capire e giudicare cose che non gli appartengono. Potrebbero anche appartenergli, c’è tra quelli della loro età qualcuno che ci riesce, ma molti non ce la fanno. Io conosco YouTube! Ma poi non capiscono quello che vedono. Gli youtuber! Che mostri incoscienti sono gli youtuber? Non hanno niente da dire! E ci sono milioni di ragazzini che li seguono, i supermercati si riempiono di bambine urlanti che si fanno autografare il decolté! Abbiamo proprio toccato il fondo. Insistono, non si schiodano.

Una volta mi è capitato per lavoro di proiettare un video di FaviJ per una classe delle scuole superiori. Non sapevo che reazione avrebbero avuto i ragazzi. Hanno riso molto ma la prof era tesa, ed era sui 45. Io ho trovato alcune cose molto divertenti, alcune stupide, altre boh. Ma, se davvero quel Favi lì non ha niente da dire, perché quei ragazzi si sono divertiti così tanto? “Sono stupidi come lui” è la risposta ufficiale, a volte sottintesa a volte no. Invece noi siamo intelligenti, ridiamo solo con la comicità sopraffina, quella di Fiorello o di quei bolliti della Gialappa che non fanno più ridere da dieci anni, o dei comici di Sanremo. FaviJ dice qualcosa, comunica coi mezzi dei ragazzi, mette in gioco le cose con cui hanno a che fare tutti i giorni, ci scherza su. Riesce benissimo. Se vale la regola sei quello che mangi e se i regazzì sono come FaviJ, i più vecchi sono come Crozza e Benigni.

Ho sempre odiato quando uno (molto) più grande di te commenta quello che fai ricordando la stessa cosa fatta da lui MOLTI ANNI PRIMA. Ovviamooonte, il concetto che vuole esprimere è non c’è paragone. Qualche anno fa avevo spesso a che fare con il babbo di una mia ex morosa. Era un fan terminale dei Rolling Stones. Io ero della curva Beatles, quindi mi prendeva in giro già di base. Ma mentre per i Beatles semplicemente mi scherzava, perché comunque appartengono alla sua era, per altre cose mi tirava addosso proprio parole fatte di merda. Non prendeva neanche in considerazione di ascoltare la musica che usciva nel presente. Si torna sempre ad ascoltare la roba di quando eravamo giovani, ok, ma a volte quella roba bisognerebbe tenersela per sé, provare un po’ di vergogna di aver perso la curiosità, e ascoltare cose nuove. I tempi in cui avevo a che fare con “mr. Jagger over the top per sempre” erano gli anni 90, verso la fine, ero in bomba con un sacco di cose che mi sembravano le migliori del mondo perché erano nuove e ogni volta che ne parlavamo lui tirava fuori A day in the life, se voleva venirmi un po’ incontro, The Satanic Majestic Request IL Più BEL DISCO MAI STAMPATO o John Barleycorn Must Die dei Traffic CHE POTREBBE PIACERE anche A TE. Ogni altra cosa se confrontata con questi tre capisaldi non aveva quel significato, quella forza, quei cazzi. Quando qualche anno dopo gli ho detto che di Traffic mi piaceva molto di più il film è stata l’ultima volta che l’ho visto. Col tempo sono cresciuto col terrore di diventare come lui. Oggi abbiamo quasi 40 anni, certe volte capita di parlare di musica con uno più grande, che ha sempre il mento rivolto verso l’alto, come un duce della musica del mondo. Fronte unito di quelli alla soglia dei quaranta + i fan di FaviJ, all’urlo di ci siamo rotti il cazzo di sentirci dire dai grandi come dobbiamo vivere, chiudiamo questo paragrafo.

Proprio cinque giorni fa mi è capitato di essere in mezzo a una pletora di anti-youtuber. Uno di loro se la menava alla grandissima, appartenendo a una certa aristocrazia della critica. E insomma che diceva e diceva: “E poi ci sono questi youtuber che fanno un filmino lo pubblicano su YouTube e hanno milioni di visualizzazioni ma cosa fanno? Cosa fanno?!” (vena grossa nel collo e qualche secondo di suspense per chi ascoltava) “Niente! Non fanno niente, non sanno fare niente. E i ragazzini impazziti, s’innamorano”. Il caso volle che fosse dietro a una cattedra, gli mancava la stecca per indicare la lavagna ed eravamo a posto. In quel momento lui insegnava. E gli altri intorno annuivano, anche uno più giovane. Ammorbano anche i più giovani! “ANCHE COI BEATLES LE RAGAZZINE IMPAZZIVANO MA Lì C’ERA…” (interrompe il flusso di parole aristocratiche e guarda tutti, uno a uno, aspetta un attimo e) LA SOSTANZA urlano tutti in coro, come se si fossero messi d’accordo – ma non si erano messi d’accordo -, concordavano, erano presi dal discorso del più anziano e annuivano zi zi zi. Mi sembravano un poco invasati a dire la verità. Ed erano come i loro genitori o i genitori dei loro genitori che pensavano che il rock’n’roll fosse musica da posseduti.

Io sono superficiale e un povero incapace di gestire l’intermet cattivone, ma non capisco che differenza ci sia tra questi samurai della sostanza e i genitori delle ragazzine della beatles mania che pensavano che i Beatles fossero la merda e il diavolo impanati insieme e messi in vendita per scagarellare di frivolezza i cervelli dei loro figli. Non li capivano, e adesso i Beatles sono il massimo per tutto il mondo, sono lo standard. Tra quarant’anni gli youtuber saranno lo standard, snapchat sarà una cacatina che useranno i vecchi, che sono i giovani adesso. FaviJ sarà un grande romanziere istituzionalizzato. E ci saranno quelli che diranno che in FaviJ sì che c’era la sostanza mica adesso in questi qui che usavano lo strobiweb12.0… e le ragazzine impazziscono! È così chiaro che sarà così.

Ci sono anche persone di un’età X che fanno crociate culturalissime, coscientissime, contro i social network, e poi postano tre quattro volte al giorno su Facebook o istarma. Vogliono sconfiggere il mostro da dentro. Poi quando succede qualcosa di brutto attraverso Facebook urlano ECCO AVETE VISTO?! senza pensare che sono le persone a fare le cose brutte, non Facebook. Volete fottere Zuckerberg, fottetelo, disiscrivetevi, ma non avrete più un posto in cui scrivere opinioni.

Ok, l’ultimo paragrafo non c’entrava niente, abbiate pazienza. È la vita, sempre così. Neanch’io capisco completamente gli youtubez ma io faccio parte dei medio-vecchi alla soglia dei 40 e anche noi iniziamo a essere limitati. Quindi in realtà il mondo è spaccato in tre. La sottospecie di censura che i più vecchi e più coscienziosi vorrebbero imporre ai giovani, però, è un grosso limite del cervello di persone che hanno vissuto in un’altra età e non devono per forza capire tutto del mondo di adesso. Solo dovrebbero essere abbastanza intelligenti da non rinchiudere tutto nel confronto con quello che succedeva una volta. E adesso, decidete se siete dalla parte degli youtuber o della Sostanza con questo quìsss à la dr. Pira.

quante volte mangi la pizza in una settimana?
a. uno
b. millemila
c. mi fa cagare la pizza

ti piace la musica tecno?
a. mi fa venire la cagarella a spruzzo
b. me fà impazzì, me sballa
c. coglione, la musica techno non esiste più

ti piacciono di più i cani o gatti?
a. i catti
b. prendo sempre più like coi gatti
m. i furetti

amore è..
f. ostruzione delle vene
a. osteoporosi
b. soffrire di eiaculazione precoce

me ne sbatto di comprare il vinile perchè
a. pesa troppo
b. gira troppo
c. tagliano i centrini sempre troppo stretti e non mi s’infila nel tennics

non mi metto più gli slip al mare
a. perché mi casca
6. perchè ho freddo
c. mi metto solo il costume intero
d. il mare mi fa schifo

ridatemi il mio dolce forno albert. perchè
a. molto meglio del sushi che ti fa morire di infarto
b. Gordon Ramsay non ha mai cucinato altro che vinagrette
c. la cucina va di moda adesso, una volta friggevamo tutto

Se la maggior parte delle volte hai risposto A sei uno tosto che non si lascia tanto infinocchiare. Se hai dato più risposte B, la vita ti sorride sorridile anche tu. Se hai risposto soprattutto CI hai vinto perché di tutto questo – dei youtube, delle crociate contro e della solita roba, la vecchia musica no dai e invece quella nuova si perché dai – non te ne frega niente. Buon primo maggio.

Gazebo Penguins: Nebbia

 

C’è un momento in cui il passare del tempo cambia: prima passa e basta, poi ti rendi conto che è passato. Non so se c’è un’età precisa in cui succede, ma succede. In quel momento, ti rendi conto anche di quanto ne hai perso. Ma non voglio concentrarmi su questo. Raudo, il secondo disco dei Gazebo, è uscito quattro anni fa. Partendo da lì, posso fare un confronto con Nebbia, quello nuovo (To Lose La track). Il risultato del confronto è il cuore di Nebbia: il tempo porta cose buone, cose cattive, c’è caso che porti pure dei cambiamenti. C’è un parallelismo preciso in Nebbia: con le parole, racconta come sono le cose adesso e nonostante tutto, con la musica segna un cambiamento chiaro rispetto al passato. Se mi chiedo da solo se il tema del disco sia il risultato del passare del tempo rispondo ni, perché ogni cosa in qualche modo è il risultato del passare del tempo, ma soprattutto perché è impreciso. Se invece mi chiedo se il tema sia il cambiamento rispondo di si, però questo modo di esprimerlo sia con i testi sia con la musica porta con sé molte sfumature. Non tutto è direttamente riconducibile al cambiamento ma ci gira intorno.

I testi. Ci sono alcune frasi di Raudo a cui ripenso spesso, come quella di “Trasloco” che dice la faccia del vicino al balcone a guardarla si capisce che non cambia niente. Ci ripenso almeno ogni volta che vado sul balcone, il vicino mi saluta scambiandomi per la mia ragazza e torna in casa. Da quella frase posso pensare di tirare fuori l’idea di tempo che c’era in quel disco. Nebbia è diverso, dentro c’ho trovato l’importanza delle cose che magari non cambiano ma sono buone ed è bene che rimangano. Diventarne consapevoli è un cambiamento. È una visione positiva del tempo, inteso come il percorso lungo il quale si muove il cambiamento, che magari ti ferisce, ma alla fine ti fa capire cos’è importante. In alcuni momenti i testi mettono sul tavolo i due lati della medaglia: le cose stanno così, però di bello c’è questo. Si arriva a un tanto così dalla fine di tutto ma poi, in qualche modo, c’è un motivo per credere che non sia finito un bel niente: anche se sembra tutto nero non andare via (“Bismantova”). Il rischio è dietro l’angolo: è questione di un attimo e ci si perde davvero (“Nebbia”).
Non è tutto qui. Per non subire e basta il tempo, serve qualcosa di più. Sarebbe utile reagire e avere la freddezza di vedere le cose come stanno, prima che ci sotterrino. La reazione arriva in “Nebbia”, che parla della fine di un amore ma anche della speranza di azzerare tutto e ripartire daccapo, e completa il giro delle prime tre canzoni. “Bismantova”, che parte dalla foto con un’ex morosa e racconta della morte di un amico, è la paura della fine quando la speranza di ripartire non è neanche auspicabile. “Nebbia” precipita nella consapevolezza che sia realmente facile cascare dentro alla fine. “Febbre” è la speranza di una soluzione positiva. Speranza che non c’era quando si diceva il tempo e i ricordi si perdono una volta sola (“Difetto”, Raudo) e neanche in Santa Massenza (split con JMox post Raudo) in cui la fine era la morte di un fratello, senza la prospettiva di sviluppo vagamente concessa già in “Bismantova”. Per questo, “Bismantova” potrebbe essere una ripartenza da dove si era fermata “Riposa in piedi” di Santa Massenza.
Dopo tre canzoni di Nebbia la fine non è veramente la fine, anche se continuiamo ad averne paura. Quello era il disco solista di Capra ma, con le incertezze di Nebbia, i motivi di serenità di Sopra la panca diventano meno immediati. Chiudere gli occhi, riaprirli e ripartire da zero non è facile, ma ha senso tentare, esorcizzare e andare oltre. Ci sono testi che parlano di una cosa e poi all’improvviso sembrano passare a un’altra (“Bismantova”). C’è un legame tra le due argomentazioni e la forza dell’apparente differenza di significato è una specie di scossa che dà più peso al testo e ti costringe a mettere in moto un collegamento per non subire passivamente quello che dice la canzone. È lì, ma non è immediato come in Raudo: devi trovarlo, il significato, non è una semplice interpretazione, ma una forma di collegamento. In generale, il cambiamento di Nebbia non è un passaggio da testi più a testi meno comprensibili, anche se ci sono ellissi di significato che prima non c’erano, ma sta nel fatto che il risultato che vorresti raggiungere non è più così immediato.

Poi arriva “Soffrire non è utile”, la messa a fuoco, in due parole, di cosa si combina quando non si sta bene. Ci si arriva solo quando ne siamo fuori, oppure in un attimo di lucidità, quindi potrebbe essere una parentesi dentro a “Febbre” o il capitolo successivo. Di sicuro è un passo in più. Come in “Non morirò” (Raudo) c’è un corto circuito, un attimo in cui canzone e realtà si toccano e il significato del testo prende forza. Il borderò diventa il muro su cui scrivere il tag soffrire non è utile per diffondere il più possibile l’idea. Anche se poi l’idea viene subito privata dello status di verità che si era appena guadagnata in quanto tag quando dice ma a volte consola rovinarsi il fegato. Che soffrire ci faccia stare un po’ bene si sa, ma messa giù in questo corto circuito e con queste parole così chiare e semplici è più efficace del solito. Alla fine uno dei punti forti dei Gazebo Penguins sta proprio lì, nel dire cose vere senza farle passare come verità ma facendotele sentire tue.
Poi quattro canzoni che tagliano il tema in un altro modo, ma sono sempre riconducibili all’idea base. “Scomparire” è quella che descrive una reazione più aggressiva sul ripartire daccapo, diversa da tutto il resto del disco. Mentre nelle altre c’è un atteggiamento tipo osservo da qui e descrivo le cose facendo considerazioni su come le vedo, qui è più un fallo e vedrai cosa succede. In generale, i testi hanno un taglio meno feroce, qui no. “Fuoriporta” è strumentale ed è una specie di momento di passaggio, un attimo per respirare, e la “Porta” è quella da cui si rientra dopo essere stati fuori, il momento in cui si pensa al cosmo ma tornano sempre a galla il tempo che passa, la ricerca di un senso e il rapporto con un’altra persona. Dopo tutto, le fisse rimangono quelle. E queste cose si trovano non in dio ma in quello che succede ogni giorno. Nel mondo.
“Atlantide”. Per la prima volta, arrivano i Gazebo Penguins politici. Le città fanno sempre più fatica a convivere con le espressioni libere e si chiudono ancora di più anziché impegnarsi a creare una comunità e luoghi aperti alle opinioni e ai modi di essere e vivere. Le cose sono cambiate in peggio in questo caso, ma anche qui vale la speranza di tornare. Anche se adesso è tutto murato, dentro all’Atlantide rimane qualcosa che non si può cancellare. L’esperienza di anni e i segni lasciati sono pronti a riesplodere.

“Pioggia” è l’ultima. Chiude il discorso ritornando dentro alla porta di casa. Puoi innervosirti pensando a tutti i suoi difetti, ma alla fine la persona che ti fa incazzare può essere la sola per cui ha senso tornare: resto solo se resti con me. “Resto solo” potrebbe anche voler dire “se resti con me sono solo”, il che m’incasinerebbe tutto il discorso e sarei nella merda. Quindi, penso che la prima parte di “Pioggia” sia il punto di vista della persona che aspetta, la seconda quello della persona aspettata. I due punti di vista convergono in un unico luogo. C’è speranza, anche se a volte tocca dormire sul divano.

La musica. Prima c’è la voglia di fare le cose, poi la necessità di dare un senso al tempo. Dare un senso può coincidere con tante cose diverse, ma spesso coincide con il fare quello che ci fa stare bene. Questa forma di egoismo è anche una forma di altruismo, perché ci porta a creare cose che poi, magari, fanno stare bene anche gli altri. Nebbia segue questo proposito, cambiare per fare quello che ti piace, anche perché poi qualcuno lo capisce e magari piace anche a lui e s’intrippa in Nebbia tanto quanto aveva fatto con Raudo, o Legna. Le novità del disco si percepiscono bene, anche dal punto di vista musicale, e questo significa giocare a carte scoperte, che è sempre una cosa bella. C’è bisogno di gruppi che facciamo musica a prescindere dai generi ma a partire da quello che gli viene di fare. Non è così frequente, perché spesso si decide prima il genere da fare e poi si fa un disco, vedi lo screamo italiano di adesso.
In Nebbia la musica cambia, rimane distorta e pestata ma con meno rivoli di fuga, un suono sempre potente ma meno gracchiante. Si passa per esempio al finale di “nebbia” quando dice è questione di un attimo e ci si perde davvero: un giro di chitarra incrociato con la voce in modo da far perdere l’inizio e la fine della battuta in quarti, perché non coincide con la fine e inizio del significato del testo, e da creare un circolo brevissimo ma vorticoso. Questa è la differenza, almeno mi pare, tra il suono più rauco di Raudo (e ancora più di Legna) e le rotondità di Nebbia che nascondono un sottofondo di chitarre meno pungenti ma sempre presente e i cui singoli strati vanno a ingrossare il risultato finale più che arricchirlo con vie di fuga sottili. Resta la capacità di costruire giri che progrediscono, pur rimanendo uguali a se stessi in termini di accenti e battute, arricchendosi di componenti che prendono forza strada facendo, come succede anche nella seconda parte di “Bismantova”. Non si è mai potuto parlare di emo per loro, però molti ne parlavano, adesso è proprio vietato. Non è mai stato emo core perché non ha mai avuto granitici riferimenti a quel genere. Adesso i gazebo Penguins hanno cambiato quello che facevano, sono in quattro e non più in tre, hanno due chitarre fisso, e suoni della chitarra diversi. Per certi versi Nebbia è un disco d’autore, con un taglio tutto loro ma diverso dal “loro” di qualche anno fa. Mantenuti alcuni punti di riferimento (i cori in due, le chitarre pienissime), c’è un fervore diverso, una potenza meno indirizzata a esprimere la smania di dire e fare le cose, più concentrata sul consolidamento delle parti essenziali. Il suono è più controllato, aperto a un pubblico nuovo ma anche allo stesso pubblico che ha voglia di sentire un cambiamento. Come quando gli Husker Du hanno pubblicato Candy Apple Grey con la Warner. Era peggio? No, era diverso. E se ogni cambiamento verso una definizione migliore del suono, non più addomesticata ma guidata in modo diverso, venisse preso come un compromesso e un tradimento sarebbe un modo per imbrigliare la creatività e la sua voglia di cambiare, di mettere fine a un periodo e prendere quell’altra direzione.
Le differenze ci sono anche dal vivo. Nella data che ho visto io – ma mi sa che l’hanno fatto anche da altre parti – nella prima parte del concerto hanno fatto il disco nuovo, in fila, la seconda l’hanno dedicata ai pezzi vecchi. I pezzi vecchi hanno più presa e hanno già una loro storia, ma quelli nuovi segnano una svolta, rallentano il ritmo, la velocità delle battute è diversa, c’è più spazio per sviluppo di quello che sta in mezzo, è come se le colonne portanti di un edificio fossero state rafforzate e ci fosse più tempo tra una colonna e l’altra. Ma anche no, perché la velocità c’è sempre. Rimane la voglia di andare veloce ma la batteria mena di più sulle battute che reggono il ritmo. “Fuoriporta” segna bene il passaggio a un peso diversamente veloce, anche in contrapposizione a “Porta”, che riparte subito dopo con uno dei giri veloci e stoppati tipici di Capra. E per marcare ancora di più la differenza, al Bronson le canzoni vecchie le hanno prese più veloci del solito, sembrava quasi che avessero voglia di finire prima, in realtà era la seconda parte di un concerto che sviluppava un’idea.

Il resto. Questo tipo di cambiamento dei testi e dalla musica riflette il tema del disco. Per quanto le cose cambino, vengano fuori le difficoltà a metterci in pericolo, in certi casi rimangono alcune costanti, e vogliamo che rimangano. Nebbia delinea bene il tempo che passa. In Raudo era il tempo del trasloco e dell’andare a vivere da soli, Nebbia è quello della riflessione sulle cose difficili da accettare, sui momenti difficili da superare ma anche sul loro plausibile esito positivo. Alla fine, per quanto caratterizzata da momenti nebbiosi e di dubbio, la visione è ottimista e la prospettiva dipinta dal disco è serena, anche se non definitiva o compiuta. Avere la consapevolezza delle cose che ti fanno stare bene non significa averle conquistate, è chiaro in ogni frase del disco che tocca il problema.
Si può dire che Nebbia sia un concept sull’idea del tempo che porta al cambiamento da punti di vista che cambiano nel corso del disco: il tempo che passa, il tentativo di conservare quello che c’ha fatto trovare un punto d’incontro, la speranza di influenzare l’andamento delle cose in qualche modo. Il tempo passato sarà sempre di più e magari cambieranno ancora le priorità e le cose che ci fanno stare bene. Tra 20 anni, Nebbia sarà un ricordo ma rimarrà uno degli esempi di come le cose possano e debbano cambiare, o perché sentiamo noi la necessità o perché sono loro che cambiano e noi le assecondiamo. L’importante è mantenere in vita quello che in qualche modo ci fa stare bene. Cambierà il modo in cui lo facciamo ma non cambia che lo facciamo.

Nebbia streaming.