Appunti disastrosi su Middle America di Stephen Malkmus & The Jicks

I Pavement possono ridurti così

Qualche anno fa, a due chilometri da casa mia, hanno suonato i Pavement. I miei genitori non mi hanno permesso di andarci perché ero un cinno e il giorno dopo dovevo andare a scuola. Avevo 14 anni, giudicate voi se a quell’età uno è troppo piccolo per andare a un concerto oppure no (aka: a che età mandereste al primo concerto vostro figlio?). Pure Stephen Malkmus non era proprio vecchio: aveva 26 anni nel 1992 (quindi adesso.. 52, angolo TV Sorrisi e Canzoni) quando uscì Slanted Enchanted e con il resto della cumpa lo suonò nella mia città.

Negli anni successivi i Pavement hanno pubblicato dischi bellissimi, aggiustando il tiro uno dopo l’altro. Avevo talmente voglia di rifarmi dalla volta precedente che quando sono venuti in Italia per il tour di Terror Twilight ho fatto la doppietta, al Vox e al Velvet. Al Velvet erano coi dEUS e siccome l’impianto dei dEUS saltava di continuo, hanno suonato i Pavement, tutta la sera. Poi si sono sciolti, mai più visti, la reunion l’ho snobbata perché ero contro le reunion. Adesso penso mah, che coglione. Quando ha suonato Stephen Malkmus & The Jicks al Covo tre anni fa per Wig Out at Jagbags, mi sono fiondato. A un certo punto hanno suonato Summer Babe, la prima canzone di Slanted Enchanted, mio fratello ballava e cantava e io volevo essere andato al Carisport e aver visto almeno una data del tour della reunion. Ho pensato che a volte la vita ti rida’ le occasioni che hai perso.

Quando ho sentito per la prima volta i Pavement non mi sono preoccupato di niente. Di cose tipo da dove viene questo suono? Chi gliel’ha data questa idea? Ascoltavo, me lo godevo e basta. Poi ho scoperto che dietro tutto quello c’erano Mark E. Smith e The Fall. Mark E. Smith è morto il 24 gennaio di quest’anno e non ci sono più occasioni per vederlo suonare dal vivo. Mai visto. È andata così e basta. Bisogna essere cinici, altrimenti non ce la si fa. Essere cinici per le cose del passato è abbastanza facile. Per quelle che avrebbe potuto succedere è più difficile anche perché, di sicuro, la vita non potrà più darmi questa occasione.

L’altro ieri è uscita la canzone nuova di Stephen Malkmus & The Jicks, Middle America, a quattro anni da Wig Out at Jagbags e a due settimane dalla morte di Mark Smith. Non c’è nessunissima relazione tra la prima e la terza cosa, MA. L’inizio di Middle America mi ricorda Homebody dei The New Year, che a sua volta ricorda l’inizio di Tigers, la prima di Mirror Traffic, il disco di Malkmus and The Jicks del 2011, o anche Water and A Seat di Pig Lib. Hanno lo stesso modo di usare le corde della chitarra, come se fossero da pizzicare e come se fossero il divertimento di uno scemo. Ma invece. Tigers e Water and A Seat hanno quel modo di divertirsi di Mark Smith, sui dischi ma anche in una delle sue foto sdentato. Poi Tigers dice:

We need separate rooms
We are so divided
Let us in
Change is all we need to improve
Call me petty, I mean every word
The “and’s”, the “if’s”, the “but’s”, and the “the’s”
Trust me because I’m worth hating

È cattivo, ma vi pesa che lo sia? Cioè, Malkmus scrive testi pesanti? No. Riesce a essere terribile serenamente, e di fianco ci mette una chitarra quasi dolce. Forse con dolce esagero, si può dire sempre morbida. Quella chitarra mi piace dal 1992, questo significa che sono un po’ in fissa e che ha qualcosa che proprio mi attira. È distorta senza essere troppo disturbante, è come se ti desse uno schiaffo e poi se la ridesse e facesse ridere anche te. È come dire: Malkmus, sei un ragazzo magnifico e per questo ti odio. Poi ci sono le ballate, che escono un po’ da questo tracciato e sfiorano i confini tollerabili del languore ma è giusto così: la forza che fa partire le scosse telluriche c’è perchè assaggi gli opposti. Le canzoni di Mark Smith sono impietose, ambigue, dritte al punto ma ironiche. In tutto, testi e musica, anche quando è diventato più pop. Mi mancherà un sacco quella sua capacità di tagliare il mondo con crudeltà e realismo, ma anche di dirgli vai a cagare. Ecco, c’è sta roba in comune tra lui e l’altro, Malkmus. Ti guardano in faccia, si comportano in un modo e allo stesso tempo stanno facendo altro, suonano una cosa, ne cantano un’altra e un attimo dopo distorcono, ma non ti dà fastidio.

Mark Smith, Stephen Malkmus, Matt e Bubba Kadane sono quattro nomi che creano un mondo. Solo l’inizio di una canzone unisce Malkmus ai The New Year, per il resto si tratta di due mondi non diversi, ma comunque almeno un po’ distanti. Il suono dei Bedhead era differente, tutto pieno. Non hanno idea di come si faccia a scrivere una canzone con la stessa fregola di Malkmus, non sono così attivi, agitati, protagonisti e sono sicuro che schiferebbero, se dovessero suonarle loro, quelle supercode hardrock. Sono più rilassati, piano piano poco poco (4 album in 17 anni, con gli Overseas in mezzo) che alla fine diventa tanto tanto. Aggiungi il carico da 10 di Chris Brokaw alla batteria in stile Come e Codeine e siamo a posto. Poco ma tanto. Neanche Stephen Malkmus è così come loro, la cosa è reciproca. Il suo mondo è fatto di rime baciate, che ti prendono per il culo ma pur sempre baciate sono. Il loro di baciato non ha niente, al massimo le parole e la musica ti suggerisce uno sguardo inquieto, che è più chiaro, più immediato, univoco, non interpretabile, senza doppi significati. Un significato solo. Questi sono The New Year.

Ma le loro (The New Year/Malkmus) carriere partono insieme, entrambe dopo esperienze grandi (Bedhead e Pavement) negli stessi anni. Hanno plasmato il mondo di tanti di noi, costruendo due correnti che negli anni ‘90 si sono sviluppate in parallelo, emo core e slow core da una parte, rock più classico e post punk nella sua versione più assurdamente melodica dall’altra (come definireste i Pavement? non è facile). E hanno attraversato da protagonisti quel decennio, pieno di casino e di cose che poi di colpo sono finite. The New Year e Malkmus ne hanno raccolto l’eredità nel modo più sincero possibile, non allontanandosi dalle esperienze precedenti ma rendendole incredibilmente longeve, fino a oggi. Di fronte a tutte le novità che vengono da altri orizzonti (pop e rap), l’ultimo disco di The New Year (dell’anno scorso) e Middle America tengono alla grande.

E The New Year e The Fall, cosa possono avere in comune. Certi momenti super sazi e saturi di Grotesque scrollano come Newness End. Scrollano? Scavano.. portano con sé una specie di inerzia della distorsione e del malessere all’infinito, come un cane che si morde la coda, che i fratelli Kadane riprendono e non solo: hanno pure il coraggio di piazzarci dentro anche dello slowcore, in una dose pesante.
Malkmus > The New Year > Malkmus > Mark Smith. Quanto ha senso? Secondo me tantissimo, ma è ovvio che si tratta di un ragionamento personale. Uno potrebbe anche non trovare nessun legame tra The New Year e The Fall ma secondo me, se dei secondi fai finta che non esista la parte più noise acida e dei primi tieni quella più sfasata e sommersa nelle distorsioni intese come trip, il discorso torna.

Tutto mi si è incrociato nel cervello da quando sono partite le prima note di Middle America e sono rimasto un po’ inchiodato. Una volta ascoltata a rullo Middle America, che lo ricordiamo è uscita tre anni dopo Wig Out at Jagbags – che era molto bello, visto dal vivo ancora di più, in particolare Chartjunk, Indipendence Street, Lariat e Houston Hades (le ha fatte tutte o ho edulcorato sognando?) – posso dire che Stephen Malkmus si è riconfermato una bestia e ha sostituito Michael Stipe sul podio del più grande scrittore di canzoni pop rock. Visto che Stipe è in pensione. Due parole: Surreal teenager. Questa canzone mi porta via come The Great Beyond mi portava via nel 1999.

Qual è il ruolo di Stephen Malkmus in tutto questo? Con i Pavement ha cresciuto un sacco di ragazzi e ragazze alla fine dell’adolescenza e verso i 20. Con i Jicks ci ha dato sicurezza, non ci ha mai lasciato, fino a oggi che abbiamo ormai 40 anni o anche di più. Dal punto di vista musicale, prima ha definito l’estetica del non sapere suonare, l’ha cristallizzata, poi l’ha fatta evolvere in una personalità che potrebbe suonare qualsiasi cosa, l’ha provato al concerto al Covo facendo cover hard rock. C’ha fatto credere per un po’ di non saper suonare poi c’ha smentito. In questo non ci ha dato sicurezza. Che mattacchione, ve lo dicevo che ha fatto tutto sotto l’ala di mr. Bolgia ma anche Strippo Mark E. Smith. I due non hanno mai ammesso di amarsi ma questo non importa, che si odino (ormai la cosa non può neanche più essere reciproca purtroppo), l’importante è che ci abbiano lasciato le canzoni che ci hanno lasciato o (uno dei due può) che continuino a lasciarcele.

Italia Terra Selvaggia 2: Cucineremo Ciambelle, John Malkovitch!, Stolen Apple

Tutti ad aspettare Italia Terra Selvaggia

Italia Terra Selvaggia non è una rubrica ma è tornata lo stesso e non ha un’intro ma solo uno svolgimento.

Fingere di essere ciò che si è è il primo disco dei Cucineremo Ciambelle, detti anche CiCi, di Rimini. Esce il 22 febbraio per V4V Records e su YouTube si può già ascoltare qualche canzone. I testi sono teneri, parlano di vita e rapporti tra le persone in modo non proprio ottimista. Il genere credo sia emo tipo Dags!, alcune volte Do Nascimiento, altre punk rock con melodie che ricordano i Minnie’s di Ortografia, con punte mathrock e un tocco showgaze senza mai sprofondare nelle sue distorsioni tipiche.
L’emo comunque prevale. È bello che questo genere continui a influenzare i giovani e gli faccia venire voglia di mettere su un gruppo. Adesso meno rispetto a qualche anno fa, ma ogni tanto ne spunta fuori uno nuovo. L’emo è/è stato declinato in modi anche diversi da ognuno di loro, ma spesso mi sono ritrovato ad ascoltarli, annoiatissimo. L’emo chiagnone mi ha stancato, a volte ho detto (nell’emo chiagnone non includo né Dags! né Do Nascimiento, ma Lantern e Leute per esempio). Invece è chiaro che i ragazzi ci ritrovano ancora se stessi. Mi viene da pensare che ora, passato l’ennesimo revival, chi scrive canzoni emo non lo faccia solo per la figa o per suonare un po’ in giro perché come status symbol non è male, ma perché un minimo ci crede.
Incollo il comunicato stampa perché questa volta mi sembra che ci stia: “Nella vita, molto spesso, è difficile essere sé stessi senza dare completamente in pasto la propria intimità al mondo circostante. La paura di scoprirsi troppo porta a schermarci attraverso maschere sociali, abitudini e comportamenti che a volte neanche ci rispecchiano, in una lotta perpetua contro di noi nel tentativo di difendere quello che realmente siamo ma che non vogliamo appaia per paura di ferire e ferirci. Fingere di essere ciò che si è vuole rappresentare nel modo più sincero questa frammentazione quotidiana dell’io rendendosi sfogo e racconto allo stesso tempo, attraverso dieci piccoli spaccati di provincia autobiografici e frutto di semplici esperienze di amore a amicizia”. Il tema è buono. Da giovane lo senti di più, perché è una cosa nuova. Più avanti ti abitui a gestire meglio la questione, perché in qualche modo ti rendi conto che sono necessarie entrambe le parti di te. È il suo ampio raggio a rendere interessante il tema: in qualche modo, coinvolge tutti. Chi c’è dentro adesso fa le proprie valutazioni di stomaco. Chi invece riesce a guardarlo con più distacco, o si rivede di brutto o è semplicemente contento che gli altri se la passino come se la passava lui qualche anno prima. Oppure fa l’adulto e li deride. Comunque, è un tema che si sposa bene con i passaggi jazzati e morbidi della chitarra, con i cambi di intensità del ritmo e gli accenti. È proprio la morte sua. Fingere di essere ciò che si è mi pare comunque che non parli solo di questo, ma anche di altro. O per lo meno affronta tante sfumature del tema. Oggi la penso così, poi magari domani sono più cinico e dico basta con l’emo chiagnone.
Una cosa che non mi piace è la scrittura troppo ripetitiva delle canzoni che finisce per appiattirsi un po’ e appiattire i temi affrontati nei testi nonostante la diversità delle storie raccontate. Non ci sono (nelle canzoni disponibili per ora) passaggi di particolare disarmonia col resto, che staccano su tutto, o idee incredibili che ti bruciano nell’istante in cui le senti. Cucineremo Ciambelle non si discostano tanto da un’offerta già trita, ma ci sento più sincerità rispetto ad altri dischi più o meno riconducibili all’emo.

Non so se sia legale chiamare un gruppo John Malkovitch… Ho visto da poco Transformers 3 e sono ancora su di giri per la sua interpretazione, chiamarsi John Malkovitch! è quanto meno un affronto – e non per via del punto interrogativo – ma sarà l’Alto Tribunale dei nomi delle band a decidere se andranno arrestati. E non sarà l’aver aggiunto quella t che li scagionerà! Anche perché ancora più grave è il fatto che il gruppo a cui s’ispirano praticamente copiandolo si chiami Mogwai.
Vorrei però parlare piuttosto del fatto che l’ep dei John Malkovitch!, The Irresistible New Cult of Selenium (I Dischi del Minollo), è registrato in presa diretta, cioè come se si stesse facendo un concerto ma con il corvo a forma di registratore che ti gira sulla testa. Aggiungerei che si tratta di quattro canzoni che durano in tutto un’ora e undici minuti e in particolare porrei l’attenzione sulla terza e la quarta traccia, della durata rispettivamente di 29 e 15 minuti. Registrarle in presa diretta, anche respirando tra l’una e l’altra, non dev’essere stato facile, nel senso che un conto è in una canzone che dura quattro minuti, che se sbagli al minuto tre e devi rifare tutto non è niente, un conto è in una canzone di 29, che se sbagli al 28° e devi rifare tutto son bestemmie, e soldi. Onore a loro per questa maratona quindi. Ma il disco non aggiunge niente a cose che avevano senso qualche anno fa e che adesso, pur volendo essere “un unicum sonoro in cui l’ascoltatore è totalmente immerso e traghettato verso un viaggio interiore” (cit. comunicato stampa), risultano al contrario essere una piatta riproposizione dei suoni e dei ritmi di quella volta ma chiuso lì. Magari prima o poi ci sarà un revival post-rock che gli darà nuova vita ma per adesso niente da fare.

A suon di virgolettati positivissimi tratti da recensioni su Blow Up, Rumore, Repubblica, Alias, RockIt eccetera (tutti riportati sul comunicato stampa in un elenco certosino), gli Stolen Apple oltre alle pagine dei più importanti giornali italiani vogliono conquistare anche i blog più scrausi e così sono arrivati anche a scrivere alla mia e-mail. I riferimenti musicali sono riportati dai virgolettati di cui sopra: Primal Scream, Television, il Paisley Underground, gli Swervedriver… zzz zzz zzzz…
zzz zzz.. zzz
zzz..zzz

zzzzz..zzzz
z

oh, scusate mi ero appisolato. Tutti parlano bene del loro disco Trenches (in collaborazione con Rock Bottom Records) e non è che io voglia per forza parlarne male, perché è il risultato di anni di gavetta live, è registrato (anche questo!) in presa diretta, “belle storie di altri tempi” (cit. Blow Up), e bla bla. Però ragazzi le canzoni non stanno in piedi, si crogiolano nel loro essere classic rock contro il logorìo dei tempi moderni ma non c’è un’idea del limite che bisognerebbe imporre prima di tutto al bassista poi alle lunghe serenate di chitarra e voce che sbrodolano da ogni dove. E poi tutti suonano il loro compitino e niente di più, non c’è niente che mi abbia fatto pensare che gli Stolen Apple siano vivi per davvero e non semplicemente macchine che riproducono stili e gruppi che gli piacciono tanto. E ho capito che hanno fatto mille live, ma suonano come legni. Il che in effetti è una caratteristica del Paisley e, nell’ottica di essere fedeli a certi modelli, è coerente. Però insomma trovo che manchi proprio la capacità di suonare insieme. Cioè si va a tempo, si, però, non c’è niente che faccia pensare alla volontà e alla capacità di creare un minimo di amalgama. Il tutto incorniciato da una pronuncia inglese che neanche Berlusconi. Chissà perché certe riviste – che mi piacciono anche – parlano bene (presumo, dai virgolettati, non ho letto le recensioni intere) di dischi come questo.

Cosmodubbi

Intro

Il disco nuovo di Cosmo si chiama Cosmotronic (è quello qui sopra), dura un’ora e tredici ed è diviso in due parti: la prima di nove canzoni cantatissime, la seconda di sei, quasi solo strumentali e più simili a un lungo dj set. I testi della prima parte non sembrano parlare davvero del loro autore, e nemmeno fingere di farlo, ma sembrano desiderare fortissimo di essere di tutti. Dal punto di vista ritmico, le basi e le parole sono molto ben equilibrate: le prime mettono in risalto e “lanciano” le seconde e viceversa. In questo senso, la costruzione delle canzoni è calibratissima. Ne risulta una forte sensazione di pulizia e perfezione, che si sposa bene con i suoni, limpidissimi. Suoni che dal punto di vista estetico entrano in corto circuito con i testi, non tanto con quelli sul ballare e divertirsi, quanto con quelli sul malessere. Retto da suoni di calibro opposto, il messaggio di insoddisfazione non si rafforza ma vi si perde dentro. Quando si parla di divertirsi tutto sbomba, quando si tenta di andare un po’ più a fondo dei temi non funziona perché il suono va nella direzione opposta. Alla fine non c’è una corrispondenza tra le situazioni cantate (disagi, strappi, fastidi) e il suono che le accompagna. Una coerenza non necessaria, ma in questo caso l’incoerenza spara in direzioni opposte due elementi che, più amalgamati, avrebbero potuto dare di più.
In un’intervista al Corriere.it, Cosmo stesso ha soffiato sul fuoco del disco politico. “La mia ambizione è essere considerato pop e prendere il posto di chi fa pop adesso ma non parla di certi argomenti nei testi. (…) Sono politico ma non voglio parlare al circoletto” ha detto. L’aspetto propriamente politico non è del tutto afferrabile, non è mai completamente esplicito, è nascosto e intrecciato alle righe dedicate agli altri temi e alla fine è abbastanza insignificante. Per esempio, in Animali c’è un campione del “Coro delle lavandaie” della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ok, però non è che per questo si possa definire Cosmotronic un disco politico in senso stretto. Per politico in senso di sociale, vedi più sotto.

Cosmodubbio 1

L’utilizzo di testi personali, sociali e/o politici su musiche dance gli ha fatto guadagnare il titolo di cantautore, pop-dance ma cantautore. Però, mi sembra che Cosmotronic abbia caratteristiche diverse rispetto ai dischi dei cantautori. Per dare più valore a un disco non bisogna ricondurlo per forza al cantautorato. “Cantautore” sembra un complimento, in realtà nel caso di Cosmo non lo è, perché è un termine che non descrive del tutto la sua musica. Non c’è un solo modo per scrivere canzoni, dice, ed è vero, però a me pare che le sue intenzioni non siano del tutto riuscite. Il meglio del disco si gioca sul divertimento che passa attraverso il ritmo, sul suo incalzare continuo, quasi senza pausa, per spingerti a ballare per sempre. È pop, appunto. Le basi e le voci sembrano messe insieme con una facilità estrema e questo giova di sicuro a Cosmotronic, ma le basi sono più curate rispetto ai testi, che a volte danno l’impressione di essere lì perché suonano bene e basta. Da una parte, la definizione “cantautore” manca di qualcosa: Cosmo è più che altro un dj che ha fatto delle basi e c’ha cantato su. Dall’altro, dalla sua dichiarazione al Corriere è chiaro che voglia raggiungere più persone possibili parlando di qualcosa di più, il che significa modellare in quella direzione le ritmiche e i concetti, semplificarli. Non so se sbaglio ma ho come l’idea che un cantautore debba riuscire nel difficile compito di scegliere non troppe, precise parole per andare a fondo dei concetti, il che non vuol dire per forza semplificare. Un dj, invece, non ha questo tipo di preoccupazione. Cosmo ha asciugato un botto forza ed efficacia delle parole rispetto ai temi che tratta, per privilegiare la parte ritmica, sulla quale è più forte. Infatti, nella seconda parte del disco non si sente la mancanza dei testi.

Cosmodubbio 1b

Questo Cosmodubbio ribalta quello precedente, nel senso che, se proprio vi piace l’idea che Cosmo sia un cantautore, direi che, facendo uno sforzo enorme, Cosmo è il Luca Carboni della dance. Oppure è il RAF (Tristan Zarra) degli anni ’10. E a me Carboni e RAF piacciono, non è una presa in giro. Di Carboni, ha la capacità di parlare di cose pese con parole che più leggere non si potrebbe. Di RAF ha preso Il battito animale e l’ha attualizzato: è così che ha fatto il disco, quella è l’idea alla base di tutto.

Cosmodubbio 2

Il volume rimane sempre quello, lato A e lato B. Nel lato B il suono cambia, si fa più oscuro, il ritmo meno melenso, più agitato, ma non è sufficiente perché non decolla mai con vero gusto. Anche quando alza il volume non è mai fino in fondo una scarica. L’inizio di Animali alza il battito (battito animale, nda) ma ha sempre quella patina di perfezione che lo frena. Ripetitività, compressione e perfezione dimostrano che Cosmotronic è ben confezionato ma lo privano di qualsiasi slancio che sfondi la barriera. E questo lo rende un po’ freddino.

Il Cosmodubbio più grande

Perché Cosmo si e Rovazzi no? Rovazzi è un tamarro, ma interpreta, forse incarna e sicuramente prende in giro il mondo di cui fa parte: giovani che si danno le arie per il macchinine che tirano a velocità inaudite in tangenziale, la spiga dei selfie, l’atteggiamento da spaccone, l’egocentrismo. Cosmo parla con piglio critico di quello che non va nella sua vita e in quella degli altri, è meno baraccone e più sottile nelle scelte che riguardano soprattutto i suoni. Ma il livello di approfondimento e analisi è lo stesso. Il motivo per cui Rovazzi viene considerato un idiota musicale è perché fa lo scemo e dice le cose in modo scemo. Ma Andiamo a comandare è un bel ritratto dei giovani più arroganti e l’idea di cantare con Morandi in Volare è geniale, anche il testo di quella canzone lo è. Tutto molto interessante è un po’ sotto tono ma ha fatto incazzare Salmo e Marracash, per questioni di plagio soffocate sul nascere, e quindi ha un senso. Solo se ci sei te feat. BigBabol non ha la botta di Andiamo a comandare e Volare, sicuro. Poi adesso si è messo a fare l’attore (distribuito Disney) – visto che nasce come youtuber avrà pensato: ci sta! – non credo che riuscirà, ma quello che m’interessa è la sua musica e quello che ci sta attorno. Rovazzi è del giro Fedez, J-Ax, XFactor e quindi Fabio Fazio, e per questo non lo vedo bene. Però i suoi testi e le sue basi mi danno più la sveglia rispetto a quelle di Cosmo. Cosmo è il classico autore scazzato, che scrive il male di vivere, con lo stesso atteggiamento di sempre nei confronti delle cose, distaccato ma anche un po’ partecipe in modo pessimista, quando è felice lo è in modo pacato. Sono caratteristiche che mi piacciono e in cui mi riconosco, ma non è riesco a giudicare sempre la musica in base a come mi si riveste addosso. A volte non la sento proprio mia. Allora considero anche quante idee ci sono, se mi fanno sbarellare o no. Cosmo ha poche frasi che bucano le cuffie, Rovazzi è fatto di ritmi e testi intelligenti e indirettamente critici, con un piglio più originale rispetto a Cosmo. Lo scopo di entrambi è quello di essere pop, quindi da questo punto di vista possono essere messi esattamente sullo stesso piano, perché tutti e due vogliono avere successo, solo che Rovazzi non ha remore e peli sulla lingua e la fa grossa, puntando anche a un pubblico diverso, tipo famiglie, bambini e cose così. Tra l’altro è odiato anche da chi non lo sa definire, da chi vede solo il lato caciarone, chi è infastidito dalla sua superficialità e dal suo modo di fare satira e lo critica perché lo destabilizza, da chi si spara tutto l’itpop ma Rovazzi non sta bene dire che ti piace, o da chi ascolta Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. Cosmo non è riuscito a destabilizzare così tanta gente, ma solo ad assecondarne un po’ nelle paranoie e nell’atteggiamento passivo aggressivo. Rovazzi mi ricorda un po’ i Daft Punk.

Dubbio Cosmosonico

Per Cosmo, qualcuno resuscita i Subsonica come riferimento. Ma a me non li ricordano per niente. Boosta usava la drum machine, Ninja gli andava dietro con la batteria, le ritmiche erano influenzate da downbeat, jungle, Chemical Brothers e Domenico Modugno. Cosmo mette una dietro l’altra, come un flusso senza interruzioni, techno, abstract-house, post-dubstep e dreambeat. Nonostante questo, le basi risultano ripetitive. L’espressione più decisa del dubbio: boh! Nel senso che non so come ci riesca, a essere così piatto, nonostante tutte quelle derivazioni, che si sentono bene.

Cosmodubbio 5

Il Cosmo politico (cioè sociale). Non parla tanto di società, più che altro parla di se stesso e delle storie che si fa. Se facciamo un confronto tra i testi che parlano di lui e quelli che sconfinano nel sociale, escludendo quelli che in qualche modo riescono a fare entrambe le cose, vincono i primi. È vero che parlando di sé parla di noi e quindi di società (Ho vinto) ma il suo discorso è limitato. Nel senso che vale per ragazzi e ragazze più giovani, che si perdono a pensare perché hanno un nodo in gola, si bloccano su quanto è brutta la morte di una zia che ha lottato in una stanza di albergo e non ce l’ha fatta. La morte di una zia è bruttissima in generale, figuriamoci in una stanza d’albergo, non dico il contrario, ma quando passano gli anni sai da subito che lo devi accettare quando succede, fai anche fatica, ma lo accetti. È un esempio creepy me ne rendo conto, ma mi serviva per rendere il fatto che i testi di Cosmo dicono cose e si fermano lì, non prevedono né auspicano lo sviluppo della questione, l’evoluzione dell’atteggiamento (suo e di chi si immedesima) in qualcosa di diverso. Cosmo (classe 1982) è sociale perché molti ragazzi si riconoscono in ciò che scrive ma il suo pubblico di Cosmo è limitato. Non è obbligatorio, e quindi forse questo è un dubbio del cazzo, ma dove posso esprimere i miei dubbi del cazzo se non qui.

Cosmonclusioni

Non so, ma questo disco non mi convince. È chiaro che se cerchi una musica accondiscendente e che ti faccia ballare senza troppi problemi, va bene. Se però vuoi qualcosa di meno accomodante, che vada meno incontro al gusto del pubblico dell’itpop creandogli al tempo stesso un’alternativa ragionata, plausibile e zuccherosa e magari invece vuoi testi non per forza ironico-tragi-tenero-comici ma, non so, dritti al punto e più feroci, allora ascolti altro. E ascolti altro anche se non vuoi sentire un suono così chiuso e uguale a se stesso. Per esempio a radio Raheem l’altro giorno ho sentito per la prima volta gli Yombe, italiani, che non cantano in italiano ma mi sono piaciuti di più perché mi sono sembrati più curiosi di provare i ritmi, cambiare i suoni, allargare il respiro della produzione in un orizzonte internazionale. In realtà Cosmo inizia il suo tour oggi da Parigi, quindi all’estero ci va e penso e spero che abbia successo, ma la sua mi sembra una formula più vincolata all’Italia che non prende davvero in considerazione tutta l’ispirazione pop che viene dall’estero. Preoccupato di ampliare gli argomenti e di piacere di più, si chiude per assurdo in se stesso, in un suono (non un ritmo, un suono) statico e limitato.

Altri dubbi? Forse mi verranno, o forse no.

“Le canzoni non devono essere belle
Devono essere stelle
Illuminare la notte
Far ballare la gente”
(Jova)