Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp

Brrr eeders: qualche riga per All Nerve

Qui dove hanno detto oh facciamoci una foto davanti alle macerie: simbolica!

All nerve delle Breeders è un disco delle Breeders. Se la musica, come arte, deve proporre cose nuove, che non si conoscono e non piacciono già, ed essere un po’ coraggiosa, All nerve è out. Ascoltare cose, però, non ha il solo obiettivo di soddisfare il desiderio di trovare cose nuove, ma anche quello di trovare intelligenza. Non c’è una regola unica. Le Breeders danno una soddisfazione superiore al desiderio di avanzamento e sviluppo per forza richiesto alla musica in questo momento. Fanno riferimento al passato, vengono da lì, e la loro interpretazione non ha la possibilità di lasciare frutti che si sviluppino diversamente e in modo dirompente adesso o in futuro, perché l’hanno già fatto in passato. Riferimenti sconosciuti, suoni provenienti dalla testa mai indagata prima d’ora dell’autore, ritmi che boh non sai neanche perchè: sono queste le caratteristiche di una musica che sarebbe sorprendente, di per se stessa. Poi c’è tutto il resto, che negli ultimi anni sembra essere diventato molto importante: il desiderio di avere cose sempre nuove, il marketing che a un disco poco interessante serve per diventare interessante, le sparate su Facebook che dipingono un disco che non lo è come un capolavoro per attirare l’attenzione su se stessi (e non sul disco) a costo di dire una stronzata, l’hype che si crea grazie a queste cose, la singola persona al servizio del prodotto e a 90 gradi davanti al flame d’effetto, possibilità di approfondimento che vanno a puttane, tutta creatività usata male. La superficialità opprimente di queste cose ha un lato positivo: ti spinge a cercare cose migliori. Un album come All Nerve ha senso di esistere per farmi tornare alla mente che la novità per forza è una sorta di espressione del capitalismo che chiede di continuo un cambiamento per essere al passo coi tempi, nei luoghi di lavoro come nell’ascolto della musica. Perchè All Nerve è un disco realizzato con intelligenza e personalità: al di là del fatto che la band sia ritornata dopo 10 anni, con la formazione originale, è più importante che dentro ci siano delle idee e che si senta la voglia di fare un disco. Se fosse solo stato un ritorno, svogliato e vuoto, non avrebbe avuto senso. La pervasività delle altre cose, la facilità con cui si parla di capolavoro per l’hip hop o la trap perchè adesso sono quelli che FANNO, è un’occasione per la musica rock di fare le cose meglio. La crisi delle chitarre va trattata come hanno fatto le Breeders, come lo stimolo a scrivere canzoni facendo autocritica su ogni passaggio e chiedendosi sempre se vale la pena incidere quella cosa oppure se è il caso di cercarne un’altra. Può essere buona la prima idea, ma anche no. Questo impegno è più importante adesso rispetto a sempre. Se ogni cosa che oggi FUNZIONA, da una canzone che scatena un putiferio di hype a un post su instagram o Facebook che si becca otto milioni di like in tre minuti, è basata su una visione superficiale, bisogna fare il contrario ma bisogna farlo non per fare il contrario di una cosa che non condividi o come se tu non esistessi se quella cosa non esistesse (come il PD con Berlusconi negli anni passati, per dire), ma con la testa. Oltre che col cuore, naturalmente. All Nerve è fatto in questo modo. È un disco irregolare, a volte esaltante, a volte scostante, con un ritmo pazzesco e poi il vuoto, ma in ogni momento si avverte la consapevolezza delle scelte. È un disco delle Breeders, stile Breeders, già erano uniche 15 anni fa, adesso hanno sì ripreso quell’unicità, ma c’hanno ragionato su. È un disco diverso da tutto quello che puoi ascoltare in giro, il che è una cosa speciale sia nel panorama rock sia in quello hip hop e trap. In cui molti artisti – quelli che seguono la corrente e quindi quelli che diventano oggetto della maggior parte dei commenti: e tra i commentatori c’è, da un lato, chi dice che schifo solo dopo un po’ che alcuni hanno detto che bello, dall’altro chi dice capolavoro perchè ha fatto il giro di boa della notorietà e adesso può dire che le stronzate sono un capolavoro, dall’altro chi tenta di ragionarci su – tra e hip hop in cui molti artisti, dicevo, scrivono le stesse canzoni, sia in Italia sia in America. In questo senso, un disco come All Nerve può dare delle soddisfazioni enormi (che sono più di un piccolo barlume*), perchè non è solo un “ritorno” ma ti ritaglia un buco di felicità in un orizzonte in cui superficialità, appiattimento e UGUAGLIEZZA sembrano disegnare l’unico skyline possibile e accettato.

Tempo fa avevo scritto un gippone su The Breeders.


*La stessa opprimente pervasività della Trap significa che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa musicale può produrre effetti sproporzionalmente grandi. L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nela grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto la musica Trap” (Mark Fisher, Realismo capitalista)

Al diavolo il concertone

“Saremo sempre grunge” è quello che un mio amico mi disse al Bar Primavera di fronte a un bicchiere di vodka alla menta, vestito con una camicia rossa a scacchi neri (flanellata) e i calzoni ascellari rotti sulle ginocchia. Come uno col pigiama al bar, praticamente. E io dicevo si si, sicuro. Una mera osservazione estetica, la sua, perché gliene fregava poco della musica, forse solo dei Nirvana, ma come tutti in quel momento. Io invece ero un po’ più invasato. E per quanto fossi invasato allora, adesso i Pearl Jam non è che mi piacciano più così tanto, per dire. Adesso, quel mio amico fa una cosa come il personal trainer in palestra e di vero lavoro il commercialista, io ormai mi metto le camicie a righe sottili e le converse a forma di sneakers, quindi un sacco di cose sono cambiate. Però, se qualcuno c’avesse detto “non sarete sempre grunge” dandoci un buffetto per sottolineare la nostra naivité, avremmo risposto ma che cazzo dici, barista non dargli la vodka alla menta, non è uno di noi!

Nei giorni scorsi c’è stata la discussione del post-concertone del Primo Paggio. Fallimento totale, perché la nostra stampa grande, i grandi giornali, si sono scagliati, hanno detto che schifo, tripudio di parolacce e vestiti di merda, musica brutta. Fatto sta che, come hanno sottolineato i siti minori, quella è la musica che va adesso, che piace ai giovani: è stato il miglior concerto del primo maggio degli ultimi ics anni, ha addirittura detto qualcuno. Ma l’argomentazione che ha avuto la meglio è che quella musica è merda ed era meglio quando c’erano i gruppi politici, meglio quando si cantava Bella Ciao, perché è il concerto del Primo Maggio! Argomentazione sbagliata, ma passata più forte di tutte le altre, perché ha raggiunto più persone di tutte.
Quest’anno c’è stata differenza tra messaggio e musica. Il messaggio, sui diritti del lavoro eccetera, deve arrivare prima di tutto a chi quei diritti li crea (gli adulti, i datori di lavoro, i politici, che riveste un ruolo di responsabilità in un’azienda o nel paese) poi a chi ne usufruisce (i giovani, chi cerca lavoro) perché se nessuno li crea e li impone, è più difficile usufruirne o anche solo pretenderli. La musica dovrebbe essere un veicolo del messaggio, e quindi ha il suo stesso target. Di conseguenza era più giusto scegliere i soliti gruppi e non quelli che ascoltano i giovani, come si è sempre fatto. Ma a cosa è servito negli anni e a cosa serve il concertone in relazione al diritto del lavoro? A niente, è una manifestazione e basta, non ha mai avuto conseguenze sulla realtà. Se dovessimo considerare solo questo elemento, si potrebbe anche smettere di farlo. Però è simbolico, c’è la musica e ogni anno ci va un sacco di gente per vedere i concerti e sull’onda dell’entusiasmo di un messaggio inascoltato. Quindi facciamolo. Sono d’accordo. E visto che chi dovrebbe recepire il messaggio né lo recepisce né tanto meno lo mette in pratica, è inutile che la musica sia per loro: è stato giusto quest’anno fare concerti per i giovani, che chissà che non si riesca a comunicare con loro a partire dai Rolex di Sfera Ebbasta. La scarsa presa del messaggio trasmesso in modo tradizionale (coi proclami dei presentatori e le scritte grandi e scenografiche) è dimostrata dal fatto che, dopo qualche ora, la discussione sui diritti e sul rapporto musica-giovani-lavoro è andata in vacca ed è partita la polemica sui colori (accostamenti sbagliati!) e sul costo (eccessivo per il contesto!) della maglia di Ambra. Che ha risposto che quella maglia forse gliel’hanno prestata e che, in compenso, indossava mutande che costano pochissimo. Il che è bastato per zittire tutti. Vabè. Naturalmente un bell’articolone interessantissimo su questa cosa l’ha pubblicato il Fatto Quotidiano.
A proposito di musica e dell’altro presentatore, a me Lodo Guenzi non fa neanche ridere, le sue parolacce le dicevamo nella mia cantina quando facevamo le gare di rutti, Sfera Ebbasta non mi piace ma non trovo motivo per contestare la sua musica, il suo TURPILOQUIO (ricordo che c’è gente come La Zanzara o Giletti che le parolacce le dicono tutti i giorni in radio o TV) e il suo modo di vestire. Cosa pensavano di noi gli adulti quando eravamo vestiti come dei boscaioli in pigiama? Che eravamo messi da ridere. E adesso mia mamma ha regalato un paio di jeans rotti con il cavallo alto a mia cugina e sono mesi che tenta di rifilarne un paio anche a me (non col cavallo alto) ma io non li voglio. Si vergognava di come andavo conciato in giro, mia mamma, una volta. Però adesso quel modo di vestire va di moda, quindi ok. Le mode cambiano e anche noi cambiamo, però in quel momento non lo sappiamo che cambieremo. Quindi non è detto che sia così ma chi è in fotta di Sfera Ebbasta adesso pensa che lo sarà per sempre. È il bello della fotta musicale, ti circonda, ti conquista. Quegli INCOSCIENTI che adesso ascoltano Drefgold e Young Signorino forse cambieranno, ma adesso non lo sanno. Oppure non cresceranno, e raggiungeranno la maturità con le stesse convinzioni, ma va bene, tutto deve esistere e convivere. Inutile far loro qualsiasi tipo di discorso, lasciamoli in pace, perché li dobbiamo stressate, si stanno forse drogando? È come quando i genitori vogliono costringere i figli piccoli ad ascoltare la musica giusta. Ma lasciate che si godano Frozen!

E la trap è il nuovo punk perché dà fastidio ai vecchi. Può darsi, considerando le reazioni che ha suscitato, è vero. Bello così. Però bisogna anche dire che molti hanno identificato la musica indie italiana con quella che è passata al Concertone e quindi (ancora) l’indie non esiste più. Ma non è così. Solo negli ultimi mesi è uscito il disco dei Labradors che bomba i muri, il 18 maggio uscirà [il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei] il disco dei Big Cream che sono i giovani più esplosivi del mondo, le etichette indipendenti continuano a macinare dischi su dischi. Si tratta di una nicchia della nicchia ma chissenefrega, quando mai questa musica ha DOVUTO farcela? Mai. La musica indipendente in Italia sta benissimo e sta dove deve stare, a fare quello che gli altri non hanno il coraggio e la capacità di fare, a suonare con la fantasia e il cuore in mano, a girare il paese e farsi i chilometri di concerti. Quelle sono le realtà indipendenti e frasi tipo l’indie italiano non esiste perché Calcutta è famoso e anche tutti gli altri che lo clonano sono fake news. Chi ci crede è meglio che giri al largo, e ascolti quello che vuole, ma non faccia considerazioni senza essere informato.

Molte delle cose che vanno di moda adesso da un lato, la trap principalmente, e l’indie rock italiano, che esiste ancora, dall’altro, sono dirette emanazioni degli Stati Uniti, i loro modelli sono là. Quindi la trap e l’indie rock hanno questa cosa grossa in comune. E in qualche modo è bello che ci sia un riferimento a un unico paese e alle sue culture interne, diverse tra loro. Da questo punto di vista dimostriamo di essere in grado di recepire la diversità. Ce ne appropriamo, non per deriderla ma perché ci piace e creiamo qualcosa di nostro. Gli Stati Uniti (musicalmente) diventano un punto di riferimento, lo sono e basta, da un sacco di tempo. E per esempio il fatto che il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei Big Cream escano lo stesso giorno mi fa respirare grande, con prospettive che vanno al di là dei confini segnati da questi nomi di paesi che è come se non esistessero più. Mi fa pensare che la musica indipendente italiana (che non esiste più?) sia su un campo internazionale, giochi accanto all’indie rock americano (degli anni 90 e di adesso), sia lì, con quella voglia di inventare. Tra l’altro, a suonare nei gruppi italiani non sono solo quarantenni barbosi ma anche giovanissimi, che trovano ispirazione in modelli che magari non sono stati inventati ieri ma dimostrano di essere ancora in grado di comunicare forte.
Allo stesso modo, a proposito di modelli americani che comunicano cose, niente mi può far smettere di pensare che i due Rolex di Sfera Ebbasta siano la replica del lusso dei rapper neri americani che mostravano ai bianchi di aver ottenuto quelle cose prendendo l’iniziativa, senza aspettare che qualcuno gli desse il permesso. Lavorando. Al Primo Maggio Sfera Ebbasta vestito così ci stava benissimo e mostrava ai giovani un modo di fare le cose, più di qualsiasi altra Bella Ciao. Magari la sua prospettiva è diventare come 50 Cent, che sta cercando di rimediare alla bancarotta. Magari no. Una vita aspetta Sfera Ebbasta e spero che non la trascorra in vacanza ma facendo un sacco di cose, che cambi, oppure no, che cambi chi l’ascolta, oppure no. Però, è più interessante che in Italia, dal punto di vista musicale, ci siano delle possibilità e che non vadano in un’unica direzione, che non siano per un solo gusto o per un solo tipo di scelta. Vai a suonare al concertone? Vai. Ti piace guardarlo in Tv? Fai pure. Ma, comunque, la musica italiana non è solo quella che si vede al Primo Maggio o quella indie che non è più indie. C’è un sacco di altra roba, basta avere un po’ di interesse e svegliarsi un attimo, senza pretendere di avere una visione completa perché si conoscono i nomi sulla bocca di tutti o perché si è visto il concertone.