qualcuno conosce questi gruppi ? che genere fanno ?

tafuzzy days 2018

Che musica ascolta un cinque stelle? Abbiamo la certezza che uno della Lega, dopo il DJ Salvini di ferragosto al Papeete Beach di MiMa, oltre a non ascoltare nessun tipo di musica nera e a volte – magari in cuffia – una Faccetta Nera, ascolti la musica da bolgia. Nel senso che al leghista piace ballare, fare casino nel modo più becero possibile, con la consolle che spara a mille e sotto altre persone simili a lui che si muovono sudando come bestie. Una cosa importante, naturalmente, è che ci sia casino. Perché non me lo vedo il leghista appassionato che si ascolta a casa da solo Avicii: vuole fare festa e musica per lui è uguale a gente, Evento con figa. Quando Salvini ha difeso Rita Pavone nella sua polemica contro i Pearl Jam twittando tra le altre cose “Se ci tieni a dire la tua, fai un concerto ad hoc per quella causa. Come fecero con Live Aid Michael Jackson e tantissimi altri”, i suoi fan hanno pensato “E chi è Michael Jackson?? Che cultura che ha il nostro capo!”, e chiusa lì. Tutte le polemiche dei mesi scorsi di Salvini con i cantanti italiani non hanno fatto altro che rafforzare l’idea di un capo non solo con il cazzo duro (cambia la Lega ma non passa il celodurismo) ma anche con una gran cultura! Però, innalzarsi al suo livello sarebbe troppo: è per quello che è capo, no? Qualche interesse il leghista potrebbe dimostrarlo in futuro per la musica atonale: visto che in Germania pare venga usata per allontanare i delinquenti dalle stazioni, potrebbe essere una buona idea farlo anche in Italia. Si tratta comunque sempre di un’idea della Merkel, lungi quindi dall’ascoltare questo tipo di musica a casa propria. Detto questo, se io in quel momento mi fossi trovato, per sbaglio, al Papeete, avrei bevuto sette gin tonic.

Sappiamo quindi che musica ascolta uno della Lega. Ma un pentastellato? Qui la situazione si fa più complessa e lungi da me semplificare le cose. Dipende. Se è per Di Battista ascolta senz’altro di tutto, la musica del mondo, in quanto la musica è un fluire di sensazioni che vengono dall’uomo e per comprendere l’animo umano bisogna ascoltarlo, in tutte le sue manifestazioni. La musica cura l’anima. Se è per Fico, non sa, bisognerebbe ascoltare qualcosa ma bisognerebbe. Se è diMaiano, solo cose colte, niente roba di massa, troppo volgare. Tipo Ligabue. “Sono qui per ascoltare” (cit.), aboliamo le spese per il download su iTunes e Spotify di cittadinanza: dignità per il consumatore. Grillo secondo fa le prove degli spettacoli ascoltando musica bucolica, immaginando un mondo in cui non esistono più gli mp3 e le casse stereo, ma la musica viene scelta dall’etere, a caso, e chi non fa musica bucolica viene escluso dalla playlist. Il figlio di Casaleggio ascolta di brutto De André, come Salvini del resto, perché anche lui ha una certa cultura.

Tracciato il profilo della musica preferita dalle differenti anime five stars, nei giorni scorsi un fatto di cronaca importante ha riguardato la pagina Facebook del Tafuzzy Days 2018. Uno del Movimento (che è del Movimento lo vedi da quello che condivide) ha scritto “qualcuno conosce questi gruppi ? che genere fanno ?”. Notare prima di tutto il rigoroso spazio tra l’ultima parola e il punto interrogativo e notare anche il tutto minuscolo, naturalmente, che perché fare quello sforzo inutile di mettere due maiuscole a inizio frase ? Poi, vince l’ignoranza, l’atteggiamento di strafottenza nei confronti di quello che non conosci, con superficialità liquidato con un se non li conosco io questi gruppi, chi è che potrebbe conoscerli? È lo stesso atteggiamento che attualmente hanno i loro politici al governo: superficiale e di presunta superiorità. I votanti sono come i votati. Basta Casta. Sono al governo i cittadini! Si, i più inetti tra loro. Solo che, finché parli di musica, io m’incazzo ma ok. Se parli della gestione delle infrastrutture o delle tasse, la questione diventa più complessa e delicata.
E poi la domanda “che genere fanno?” a cui immagino possa seguire un “non è il mio genere”. Ma qual è i tuo genere? Di Maio, Fico o Dibba? In quale ti identifichi meglio? Secondo me potrebbero piacerti addirittura gli AC/DC, visto che sei in sbatta su Facebook a cercare concerti da vedere, potresti essere un profondo conoscitore del METAL. Comunque, io ti consiglio di venire a fare un salto al Tafuzzy, se poi proprio ti fa schifo, ti levi dal cazzo e vai al Cocoricò, che è li di fronte. Però poi diventi leghista, non so se ti piace l’idea.

Tafuzzy Days 2018, dalle 21:30 venerdì 24 e sabato 25 agosto, al Castello degli Agolanti di Riccione. Solo per esperti.

Johnny Mox, la nuova prospettiva

Il giorno in cui mi sono laureato, quando sono uscito dall’aula, tutti gli amici e i parenti naturalmente hanno iniziato ad applaudire. Poi qualcuno mi ha infilato la corona d’alloro in testa e sono partite le foto. Mio zio, poco prima di avviarci verso l’uscita, ha detto: “È finita la pacchia”.

Destroy Everything è la nuova canzone di Johnny Mox. Parla del momento in cui finisci di studiare e la tua vita deve cambiare. Puoi decidere tu come cambiarla o possono decidere gli altri. È una questione di indole, di intelligenza e di storia personale. Si può anche fare la scelta sbagliata e sottomettersi ai sensi di colpa nei confronti di qualcosa che invade la tua volontà a tal punto da influenzare le tue decisioni sul futuro. E di conseguenza si può finire per non avere idee e per seguire quello che gli altri si aspettano da te, che in quel momento potrebbe anche apparirti come la cosa migliore da fare. E potrebbe apparire come quello che tu stesso ti aspetti da te e che ti sembra di volere. Il metro per distruggere tutto può essere anche questo: implodere completamente e principalmente distruggere se stessi. Poi arrivi al punto: inizi a fare un lavoro, che non mollerai per anni. E con il tempo il problema diventa relativo non solo a quello che non stai facendo ma anche alle cose che succedono tutti i giorni in quel lavoro, sempre nuove. Non è più solo legato al fatto che il futuro che avresti dovuto volere non è arrivato (per scelta tua), ma anche al fatto che la scelta comporta una routine, naturalmente, e quella routine è comoda e scomoda, utile e inutile allo stesso tempo. Poi, ti accorgi che quel non futuro è arrivato da un po’ e, quando te ne rendi conto, allora è lì che arrivi tu, e sai già bene chi deve esserci e chi no insieme a te. E in quel momento si ripresenta la possibilità di scegliere. E potresti, di nuovo, distruggere tutto, insieme alle persone che vuoi vicino.
Il nuovo disco di Johnny Mox che contiene Destroy Everything uscirà a ottobre, si chiamerà Future Is Not coming – But You Will e parlerà anche di questo. Riguarda molte persone, magari non tutte, ma molte. A volte la grandezza di un artista sta nell’individuare un tema musicalmente non inflazionato ma dal grande significato, perchè non è solo personale ma anche universale. Johnny Mox l’ha fatto.

In più, Destroy Everything si collega a un problema di attualità politica, l’immigrazione. Parte da una dimensione personale e allarga la visione anche in questa direzione. Esattamente come noi cerchiamo un futuro migliore andando via, aprendo un’attività o facendo qualsiasi altra cosa che sia o appaia quello che vogliamo, gli uomini, le donne e i bambini che scappano dall’Africa cercano un futuro migliore (differenza: quasi sempre con meno capacità economica rispetto a noi e partendo da un posto pericoloso per la loro vita). Questo tipo di ricerca fa parte della natura umana. Questa riflessione a cui ci conduce Destroy Everything ci apre gli occhi (nel caso in cui non si fossero ancora aperti del tutto), e ci indica l’opinione che dobbiamo avere su quello che sta succedendo ai profughi.

È strano che la frase di mio zio, scherzosa ma realistica e pungente, sia la stessa che ha usato Salvini rivolgendosi agli immigrati che vengono in Italia. Mio zio lo diceva per rompermi le palle e insegnarmi la vita, Salvini conferma di essere razzista e punta a sfruttare la questione (serissima) per allargare il proprio consenso politico. La stessa frase, da mio zio a Salvini, con implicazioni e complicazioni diverse, ma sempre a mettere sul piatto il futuro, la volontà e la difficoltà di crearne uno. L’accostamento tra la dimensione personale e quella politica esiste in Destroy Everything, è assolutamente sensato e allarga tanto il respiro del discorso. Rispetto agli altri dischi di JMOX, Destroy Everything è invece molto diversa. Dal punto di vista del suono e della composizione – che si è semplificata, ha alzato il livello (less is more) e ha mantenuto un elemento caro a Johnny Mox: la ripetizione – ma anche dal punto di vista della tematica. Anche se dentro i dischi precedenti c’erano un sacco di rivoli che aprivano a tantissimi discorsi, io li ho sempre visti, forse sbagliando, come lavori più legati all’immaginario dell’autore. Destroy Everything, appunto, rinnova la prospettiva. E in qualche modo prosegue il discorso già aperto con Stregoni (che non è un disco… cos‘è?).

In più, sembra uno di quei lenti che si ballano nel retro all’aperto di un bar, o nelle balere al mare, nei film sull’Italia di una volta, dove la pista da ballo è una gettata di cemento in mezzo alle sedie di plastica e dove spesso nascono gli amori. Un’altra prospettiva, un’altra forma del passato per raccontare il passato ma anche il futuro.

A laurearmi non ero solo, c’era anche la mia morosa, che è ancora la mia morosa, con la stessa prof. Questa cosa è estremamente personale ed è un altro discorso ma ricorda, pur essendo diversa, il video di Destroy Everything. Anche per questo mi è preso particolarmente bene.

L’ORIGINE DEL CALDO. Un racconto per l’Italian Party 18

Orso Grigio grande fan dell’Italian Party vi invita a partecipare al festival il 21 luglio e a leggere questo racconto istruttivo, scritto dal suo amico Trucco e ispirato al caldo delle scorse edizioni.

Ginetta: “Allora ci vediamo domani?”
Gino: “Ci vediamo domani”
Ginetta: “Alle 4 davanti alla fontana?”
Gino: “Alle 4 davanti alla fontana”
Ginetta: “Sicuro sicuro?”
Gino: “Si, si, sicuro”
Ginetta: “Ok. Ciao”
Gino: “Ciao”

Gino e Ginetta si scambiarono un lunghissimo bacio. Poi si guardarono negli occhi e Ginetta ruppe per prima il contatto visivo: ragazza un po’ pedante, però quando c’era da prendere le decisioni importanti era sempre lei che faceva il primo passo. Lo salutò e si allontanò verso il centro del paese. Gino rimase qualche secondo immobile a guardarla, poi se ne andò dalla parte opposta.

Ginetta abitava molto vicino. Camminava spedita, felice. Con le mani in tasca, le sembrava di stringere un foglio: il foglio dell’appuntamento con Gino. Lo sentiva. Lo tirò fuori. Aprì il pugno. Era vuoto, sorrise. Un appuntamento fantasma. Arrivata di fronte a casa, suonò il campanello. Sorrideva ancora. “Chi è?” chiese la voce decrepita della nonna. “Sono io, apri”. La nonna le aprì insolitamente subito e Ginetta scomparve dietro al portone.

Gino invece doveva prendere l’autobus per tornare a casa e quindi raggiunse la fermata. “Domani alle 4” pensava. “Domani alle 4, domani alle 4, non devo sbagliarmi”. Dovette aspettare un bel po’ prima che arrivasse il B3. Era caldo, ti credo, era il 20 luglio, se non fa caldo il 20 luglio, quando lo fa? Ai lati della strada c’erano le fiammelle di calore, come sempre con quella stagione. Poi, successe una cosa nuova: i pensieri di Gino incominciarono a incasinarsi, le parole nella sua mente si ammucchiarono. “Alle domani 4” pensava. “Domani due più due alle”. Il caldo tramortiva la sua lucidità, cervello e memoria erano finiti chissà dove. Valli a trovare adesso.

Finalmente arrivò l’autobus. Gino salì e si mise a sedere (aveva l’abbonamento). Fin lì ce la poteva fare. Non c’era nessuno. Solo lui, l’autista accaldato e qualche fiammella sparsa qua e là sulle sedie. Le porte si chiusero e l’autobus partì. Le parole gli uscirono dalla testa. Tutte le lettere si sparpagliarono impazzite lungo il corridoio. Gino si alzò incredulo e tentò di raccoglierle ma erano bollenti e scivolose e non riusciva a tenerle in mano. Si stavano sciogliendo per il caldo. Ogni tanto una fiammella gli passava davanti per scendere o cambiare posto: le sedie si stavano liquefacendo e la loro plastica si appiccicava a quella delle lettere. Che vita di merda. Riuscì a raccoglierle tutte e portarsele via in qualche modo.

L’autobus si fermò davanti a casa. Una volta nella sua stanza, buttò tutte le lettere sul tavolo. Passò tutta la sera a cercare di riordinarle. Ma non ci riuscì. Nella sua mente, rinfrescata dal condizionatore, si era ristabilito un discreto ordine. Ma quelle lettere e quel pensiero, ormai usciti dalla testa, rimanevano privi di senso. Le lettere si erano solidificate ma continuavano a non voler dire niente. Passò tutta la notte ad anagrammare. Sapeva che quella frase era importante. C’era una F, o forse una E mozzata, una I, che forse era stata una L. E ce n’erano altre. Non che fossero tante, ma gli sembravano più di quelle che dovevano essere, ed erano monche. Si addormentò all’alba, mentre fuori spuntavano le prime fiammelle. Scomparivano al crepuscolo e ritornavano in città alle prime ore del mattino. Era già un gran caldo.

L’indomani alle 4
Ginetta era appena arrivata alla fontana.
“Gino non c’è ancora” pensò.
Le piaceva arrivare per prima agli appuntamenti. Non in anticipo, per prima. E le piaceva ancora di più arrivare per prima agli appuntamenti con Gino. “Non è difficile” pensò. Guardava gli zampilli dell’acqua, lanciava nella vasca alcune vecchie lire, infilava le mani nell’acqua e si sciacquava la faccia. Le piaceva quella fontana. Lì s’incontrava sempre con Gino. Lì si erano visti per la prima volta: era estate, lui stava facendo il bagno e lei, seduta sullo scalino che gira intorno alla fontana, leggeva un libro. Gino scivolò proprio quando era accanto a lei e la bagnò dalla testa ai piedi. “E svegliati!” gli voleva urlare Ginetta, che all’inizio si arrabbiò, poi scoppiò a ridere. Gino sembrava proprio imbranato.

Di sicuro, era sempre in ritardo. Per passare il tempo, Ginetta guardava le fiammelle che cadevano nell’acqua e si spegnevano, lasciando il niente dopo di sé. Saltavano sul muro e, ignare del pericolo, si tuffavano, friggevano per qualche secondo e scomparivano. “Un po’ di caldo in meno” diceva Ginetta ogni volta che ne moriva una.
In realtà, col tempo le fiammelle erano diventate più furbe e nell’acqua ce ne finivano sempre meno, solo quelle più giovani (quelle gialle). Quelle più anziane (rosse) erano più esperte. Si erano evolute e avevano imparato che a quella fontana non si dovevano neanche avvicinare. Sai mai che qualche infamone gliele buttasse dentro. Cercavano di insegnare come funziona la loro vita grama alle fiammelle gialle ma non tutte ascoltavano e spesso erano incontrollabili. Son ragazzi. E poi dicevano che ogni volta che moriva una fiammella gialla, ne compariva una rossa, da qualche parte, quindi era impossibile salvarsi.

Ginetta si avvicinò a una delle fiammelle rosse, perché vedeva un riflesso strano. La fiammella la guardò un po’ storto ma non si mosse, per sicurezza, spaventata. Ginetta riuscì a vedere il riflesso e quello che conteneva. C’era una piazza e un chiosco e in un cartellone grande c’era scritto Italian Party 100 o una cosa del genere. C’erano tre palchi e sopra ogni palco c’era un certo Johnny Mox in tre versioni diverse: uno che sembrava lui da vecchio che suonava musica mai sentita, uno più giovane che faceva hip hop e un altro che faceva una cosa con dei ragazzi neri. Poi si sentivano le voci di un po’ di boys che dicevano “Ma che caldo fa” e uno di loro, che era proprio Gino, rispose “Tranquilllo, ho il mio cellulare refrigerante” e li spruzzò tutti coprendoli di un morbido velo di gelo. Al che loro se ne andavano in giro dicendo “Ah che bello ci vediamo l’Italian Party al fresco, possiamo girare da un palco all’altro e vedere tutti i gruppi!”.

Le 4 e 10 minuti. Ginetta si allontanò dalla fiammella rossa direi, a dir poco, pensierosa. E cosa sarà questo Party Italian 100? Ma poi, è vero, chissà che fine avrà fatto il cellulare di Gino, perché non lo usa per chiamarmi o mandarmi un messaggio? E cosa ci faceva Gino là? “Appena arriva m’incazzo”. Come al solito. “Io non sono mai arrivata in ritardo a un appuntamento con lui” pensava. Sono sempre io ad aspettare. “Che stronzo”. Ma Gino non lo faceva apposta, ogni volta che avevano un appuntamento, un imprevisto lo faceva tardare. Un imprevisto insormontabile. Cause di forza maggiore. Sempre.
Le 4 e 13. “Questa volta si sarà rovesciata sotto sopra la casa…”. Ginetta si bagnò di nuovo il viso. Faceva un caldo incredibile. Una fiammella morì nello stesso momento in cui infilò le mani nell’acqua. Fissò per qualche istante il vuoto lasciato dal fuoco. Lo fissò attentamente. Mai nessuna fiammella negli anni le aveva rivelato il segreto dell’Italian Party.
Le 4 e 16. Tirò fuori lo smartphone dalla borsetta. Ancora nessun messaggio. Attaccò ad ascoltare questo Johnny Mox su Spotify. Il ritmo di quella canzone, The Long Drape, si sposava perfettamente con quello delle fiammelle che morivano scandendo il passare del tempo.
Le 4 e 21. Sul cd la canzone successiva, nella fontana altre fiammelle morte. Ginetta, molto arrabbiata. Nessuna ipotesi assurdamente realistica le venne in mente e certamente la sua più ricercata fantasia non sarebbe stata all’altezza della fantastica realtà di Gino. Spense il Spotify e rimise lo smartphone nella borsa. La sua rabbia era lì lì per esplodere.
Le 4 e 22. Esplose. Si alzò in piedi, raggiunse due fiammelle rosse che facevano la siesta, le raccolse e le scaraventò nell’acqua. Una mossa felina, non fece neanche in tempo a bruciarsi. Pedante, ma veloce. Una delle due fiamme doveva essere quella che le aveva rivelato la profezia del Party italiano. “Sembrava una cosa bella, speriamo che succeda lo stesso anche se ho ammazzato la fiammella”. Un paio di passanti la fissarono stupiti e lei li bruciò con lo sguardo. Se ne andarono.

Ma che fine aveva fatto Gino? Aveva rinunciato a cercare un senso al pensiero perduto ed era uscito di casa per andare alla fontana, tanto si vedevano sempre lì. E, mentre s’incamminava verso la fermata dell’autobus facendo il numero di Ginetta sul cellulare, era inciampato dentro a una fiammella ed era finito all’Italian Party. Una volta di là, la richiamò. Lei rispose e Gino disse: “Muoio dalla voglia di raccontarti che cosa assurda mi è successa”. Lei, seduta sullo scalino della fontana, chiese:

“Ah si, e cosa, sentiamo?”
“Stavo venendo alla fontana ma sono inciampato in una fiammella, ci sono cascato dentro e adesso sono..”
“Ma vaffanculo.. All’Italian Party 100?”
“Si… come fai a saperlo?”

Ginetta vide all’improvviso un’altra fiammella rossa con il riflesso dell’Italian Party e gli rispose: “Aspé, arrivo”. E si tuffò dentro alla fiammella.

Si ritrovò nella piazza che aveva visto prima, con lo stesso cartellone, solo che notò che c’era scritto Italian Party 100 °C. In effetti faceva caldino e si mise alla ricerca di Gino, che amava tanto ma che soprattutto aveva il suo cellulare refrigerante. Lo trovò, a lei passò subito l’incazzatura, si refrigerarono insieme, videro un sacco di concerti, tipo diciannove, e senza avere caldo. Umbertide? Si si, dovevano essere lì, l’aveva detto uno prima. Si, e a Umbertide non c’erano le fiammelle, e neanche la fontana. Lì c’era la Fiamma Imperatrice, la più rossa di tutte, la più grande di tutte, in fondo alla piazza, inspegnibile, il caldo si spreddava proprio a partire da lei per tutto il Mondo e a Umbertide non c’era possibilità di rinfrescarsi se non con della birra. Per un pelo di arietta fresca bisognava aspettare il calar della sera. Era il cuore del caldo mondiale ma l’Imperatrice aveva una certa età, andava a dormire presto e quando dormiva emanava meno caldo. Per quello le fiammelle scomparivano di notte. Un sistema infallibile, che aveva inventato, brevettato e venduto in tutto il Mondo tanti anni prima, quando era dagli amici Sumeri. Adesso abitava a Umbertide, perché la riportava indietro ai tempi antichi.

Umbertide, una cittadina senza fiammelle (le prime iniziavano a vedersi subito fuori da Umbertide perché l’Imperatrice era un po’ prima donna e voleva dominare la città) e senza la possibilità di abbassare la temperatura uccidendole, ma dove una volta all’anno si organizzava quel Party con concerti a nastro. Qualcuno viveva lì ma la maggior parte della gente era passata come G&G attraverso una fiammella, da città diverse. Per loro era stato un caso, ma gli altri conoscevano questa Festa Italiana e infatti si erano portati dietro i banchetti per vendere dischi, toppe o magliette. E quelli che suonavano erano passati con gli strumenti e tutto. Ci devono essere delle mega fiammelle dalle loro parti. Ma la Fiamma Imperatrice è immortale? O quando morirà verrà sostituita dalla seconda fiamma più grande? O la successione è ereditaria? Ma le fiammelle rosse crescono anche di dimensione? Tutte domande che rimarranno senza risposta.

Con quelle temperature il cellulare refrigerante, per ricaricarsi, aveva bosogno di ore e purtroppo non poteva essere usato per fare la refrigerazione do it your self per gli altri regaz, ma tutti gli invidiosi se ne fecero facilmente una ragione perché fu una grande festa. C’era anche una chiesa-palco e i regaz ogni tanto andavano a rinfrescarsi tra le mura sacre che, si sa, sono sempre più fresche. Fuori dalla chiesa c’era un sit-in di protesta dove si urlava “Facciamoci suonà anche Tunonna nella chiesa!”.
Nel corso della giornata avevano suonato addirittura due gruppi inglesi, i Tellison e gli Olympians; tali Labradors avevano fatto saltare tutti, ma anche gli I Like Allie; in un gruppo chiamato Gazebo Penguins c’era il cantante che si chiamava Capra e a fine concerto aveva una linea del sudore incredibile sulla maglietta*; i più cattivi erano stati i Montana, i Chambers e i Kint, i più matti da far paura i Cayman o qualcosa del genere, di Johnny Mox la Ginetta si era già innamorata; oltre a Tunonna, anche Girless e Dead Poet Society avevano suonato da soli; a Ginetta era piaciuti un sacco i DAGS, a Gino i Suvari; grande successo per gli Afraid; HEXN viaggione; i Futbolìn hanno cantato una canzone che faceva “l’inverno sta arrivando, rigido!” che ha dato un po’ di speranza a tutti. Poi G&G scoprirono che c’era pure una compilation su Spotify.

Verso mezzanotte, quando era il momento di tornarsi a casa, il mantello refrigerante era scomparso, perché oltre a refrigerante era anche permaloso, appena arrivava un po’ di fresco di sera si sentiva inutile e se ne andava. Poi, senza fiammella-porta, come potevano fare a tornare non lo sapevano, dovevano chiedere. Forse bisognava passare attraverso la Fiamma Imperatrice. No, se passi da lì, muori. Nessun problema, tanto avevano sentito dire che c’era una fattoria con piscina convenzionata con l’Italian Party 100 °C e potevano passare una notte fresca lì.

L’indomani
Autostop.


“Tutti volere supporter pack di Italian Party 2018
(cit. Orso Grigio)

* ma i Gazebo Penguins purtroppo hanno annullato la data.