Finalmente la rivincita sul tagadà, l’album dei Disquieted By

Argentina Mon Amour è uno dei pezzi più dritti che io abbia sentito negli ultimi anni, è una sorta di perfetta soluzione armoniosa composta da un ritornello di tre parole geniali, perché suonano benissimo insieme, e una musica più classica con stacchi travolgenti. E Join Us Cops ha un paio di giri di chitarra che ti bruciano. Inizia così, dopo la velocissima Pirates, l’album dei Disquieted By, che ha un titolo fantastico, Lords Of Tagadà, per To Lose La Track (cliccate per scheda e download gratuito dell’album).
Tutte le volte che andavi sul tagadà, quando arrivava in città, a fine giugno nel mio caso, c’era qualcuno che stava al centro, in piedi, mentre tu stavi incollato come una lumaca al ferro sopra la schiena del sedile. Il massimo che ti potevi permettere erano i guantini, per non farti venire le veschichine. Quelli che stavano in mezzo erano i veri duri, e di solito cuccavano alla grande. A fine giro, sconsolato e con gli ormoni a palla, te ne andavi alle macchinine a scuzzo.
L’incipit di Lords Of Tagadà è la partenza per un giro senza soste su un ottovolante che va molto più veloce della Ferrari del tamarro che ti supera da destra in autostrada. Sarà così anche il live all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, insieme a Raein e Riviera sabato 25 agosto (www.bronsonproduzioni.com/lab/hanabi)? Spero di si.

Il quinto pezzo, Too Seriously, ha qualcosa di radicalmente originale, a partire dal grido iniziale che ti mette subito in una prospettiva di divertimento, prospettiva che non viene tradita, ce lo dicono in particolare le due chitarre che s’intrecciano a metà canzone. Superi il piacere liberatorio, che provi nel momento in cui salti a ritmo, quando ti blocchi per ascoltare il cambio di tempo di Aquaplanning: come in buona parte del disco la chitarra ha un suono rock’n’roll assoluto, e dietro c’è una batteria di una precisione folle. Le soluzioni chitarristiche sono sempre molto originali, come in Protogone, dove la seconda chitarra diventa una mosca enorme che si muove impazzita sulla chitarra ritmica. In Marcetta s’incontrano i PiL, i 108, gli Shelter… non è un meeting da tutti i giorni, secondo me. Un groove pazzesco ce l’ha il giro chitarra/batteria poi anche basso e seconda chitarra all’inizio di Ekiona: si tratta di una soluzione ritmica notevolmente spezzata, soprattutto per l’arrangiamento della batteria e del basso, che si aprono poi nel ritornello, leggermente più dritto ma ugualmente incalzante.
Torniamo a divertirci un bel po’ con Mamimami Corazon e dallo stereo escono i Fuzztones rivisti sotto la luce dei Dead Kennedys e in particolare di Jello Biafra. Non so se è perché ne parlavo pochi giorni fa con un amico ma ritornano alla mente anche i Faith No More di Mike Patton, per la miscela che si viene a creare grazie alla velocità di batteria e voce, che fuggono, corrono corrono e non c’è modo di pigliarle. Come in Piero Fear. Paura fa anche il pezzo successivo, l’ultimo dell’album, Drug: un ritmo dettato pesantemente dal basso, reso simpatico da un vocione suadente e accompagnato alla conclusione da una chitarra e una batteria che ti fanno decollare, ti lanciano decisamente fuori dal tagadà.
Il lancio è un sollievo, perché la musica è quella giusta, quella con la quale verremo ad assordare voi maranza che state in piedi al centro, con l’ascella pezzata dal sapore acido misto all’odore malsano di un profumo machissimo, sempre pronti a limonare duro. La potenza dei Disquieted By vi arriva in faccia, divertente, veloce, inarrestabile e musicalmente ineccepibile: non siete più voi i signori del tagadà.

È morto Tony Scott

Il 19 agosto si è suicidato Tony Scott. Ci lascia una filmografia fantastica fatta di ricordi eccitanti e divertenti. Il mio primo magone cinematografico dev’essermi venuto proprio quando muore Goose in Top Gun.

Madonna che disco: The Cherry Thing, Neneh Cherry & The Thing

Neneh Cherry torna al microfono, e lo fa insieme a Mats Gustaffson e al suo trio jazz che porta il nome di una canzone di papà Don Cherry: The Thing. Si sono incontrati nel 2010 a Londra: dopo le jam session e i concerti, ecco l’album The Cherry Thing. Domenica d’agosto, può succedere anche questo: Neuroni recensisce un disco jazz. Si salvi chi può. È un disco jazz del tutto peculiare però. Neneh Cherry e The Thing rifanno una serie di canzoni omaggiandone in modo sublime gli autori, oppure fanno se stessi affidandosi gli uni all’altra e viceversa. La tracklist:

Cashback (Neneh Cherry)
Dream Baby Dream (Suicide)
Too Tough To Die (Martina Topley Bird)
Sudden Moment (Mats Gustaffson)
Accordion (MF Doom)
Golden Heart (Don Cherry)
Dirt (Stooges)
What Reason Could I Give (Ornette Coleman)

Mandate a spasso il pop contaminato, l’elettronica. In questo caso non si scherza, si poppeggia ben poco e non gioca per niente con i suoni sintetici. Tutto viene suonato meravigliosamente. Partendo da Dream Baby Dream, cover dei Suicide, che è una sorta di ninna nanna ipnotizzante. Passando per Too Tough To Die, un ritmo incessante, con un basso e una batteria davvero incalzanti, direttamente da Quixotic di Martina Topley Bird. Sudden Moment ti dà come l’impressione di essere in un locale con le mosche che girano attorno al drink fresco che ti stai gustando sotto un ventilatore, mentre fuori ci sono 45 gradi, ovunque, anche dalle parti di Pinarella di Cervia (RA), basta la musica a creare la situazione, non occorre la scenografia; tutto è quasi sussurrato, o meglio, detto molto dolcemente, la voce di Neneh Cherry domina, saxofono, batteria e basso, sotto, girano perfettamente, senza una sbavatura e creando quei vortici in cui apparentemente vieni trascinato solo dal saxofono, ma in realtà il basso ti riempie il ritmo e la batteria ti fa sentire il vibro delle pelli e ti immobilizza, se solo le porgi un poco più in là l’orecchio. Cosa si prova quando Neneh Cherry torna a cantare dopo due minuti di svise strumentali? Stupore assoluto.


Arriviamo ad Accordion e veniamo sorpresi dalla voce che saltella come un grillo. Il basso l’accompagna decisamente sinuoso, fino a quando non arrivano le percussioni a far movimento, definitivamente. Neneh qui sopra rappa di brutto, con rime che tornano in modo meraviglioso. La canzone del papà è Golden Heart, che trasuda (anche) un po’ di dolore: sembra quasi di sentire una delle linee vocali più spaccate di Tricky. Si ripetono all’infinito i rullanti della batteria e le note del saxofono, per le quali ci piace ricordare Ornette Coleman, Ornette Coleman autore di What Reason Could I Give, che ha l’incedere di un pezzo stoner ma ti conquista come un lamento sensuale.
E poi c’è Dirt, che fa della ripetitività un’arma potente, distorta, così come fa l’originale, ma in modo leggermente meno tossico; un’arma addolcita dalla Cherry voice, fino a quando non grida con il saxofono che stride malamente. Lo sporco rimane tutto.
Un album da farci le notti in bianco ad ascoltarlo, nessun dubbio.