Glips e glops, botta di video dei Flaming Lips prima di The Terror

The Terror dei Flaming Lips sarà out il 16 aprile. Intanto possiamo farci un pò di pippe guardando i video promozionali. Il disco esce per Warner e Bella Union, oltre che in cd e in digitale, anche in vinile argentato in edizione limitata: roba da gente che ce ne ha. L’album fa glips glops, trick track, ueee, ee ee heee, sgrunt.

Si dice che in Romagna siano arrivate in anticipo due scatole piene di vinile di The Terror ma che il contenuto sia andato in pezzi perchè il trasportatore le ha trattate come balle di bambagio. Wayne Coyne ha già sporcato col sangue i cocci, che valgono ora 100 euro cadauno e che usciranno in limited edition, a giugno. Sopra ci sarà scritto “Broken in Romagna, Italy”. Bel posto la Romagna, che non è solo tagliatelle, sangiovese e discoteche, ma anche tanta buona musica, un posto dove si fa la storia del rock e del feticismo.

Ecco pronto ibbicchiere di Laphroaig, J. Mascis e Bob Corn all’Exfila di Firenze

J Mascis all'Exfila Firenze

Joseph Donald Mascis

Cosa si può dire ancora su J. Mascis? Scrive sempre la stessa canzone da un po’ di tempo ma è un grande chitarrista, il trait d’union tra l’uomo e la bestia che suona la chitarra, pluripremiato nelle classifiche dei magazine musicali più importanti del Mondo; non sorride; è di poche parole; è uno stronzo.
Ecco, le solite cose, alcune giuste, altre no.
Vederlo a un metro di distanza sul palco all’Exfila di Firenze ha confermato alcune cose, soprattutto le qualità della bestia con la chitarra e dell’uomo, con il Laphroaig, la sua benza. Arriva, si siede, apre lo zainetto, tira fuori e monta i pedali, riempie ibbicchiere di whisky, appoggia a terra per sbaglio un pacco di sigarette da rollare che non fumerà, prende la chitarra, suona.

Inizia con Thumb, da Martin+Me, il primo album solista (dal vivo) del 1995. Vengono in mente frasi a effetto, più o meno a caso, come per esempio che sembra che la chitarra pianga come se stesse soffrendo le pene dell’inferno (Uo, addirittura). Da quell’album J. Mascis ripesca anche Get Me, già pubblicata con i Dino nel ’93 in Where You Been, Repulsion (Dinosaur) e Flying Cloud (Green Mind).
È di poche parole, si scarocchia pure la gola, senza sputare perché è cosa brutta, suona le canzoni come quello distaccato che si sbriga, distorce, distorce, distorce. E suona un Several Shades of Why tutto diverso. Ma immenso, spogliato com’è stato della sua delicatezza. E non è mai la stessa canzone, perché una fetta consistente della discografia solista di J. Mascis è personale e diversa dai Dino. Si si, ridete pure, ma alcune volte addirittura uccide (a volte ho detto) per poi riportarlo in vita (altre) l’amico irrinunciabile: l’assolo. Non rivoluziona mai la sua musica con qualche scelta radicalmente nuova, ma la pone sempre sulla base forte degli arrangiamenti di chitarra di uno che le canzoni le sa scrivere, e le sa suonare dal vivo.

J. Mascis all'Exfila Firenze

J. Mascis

Più che distaccato, quando suona da solo J. Mascis è immobile, e ogni tanto sospira, parla poco appunto, e ad ascoltare quello che non dice ti viene da pensare all’altro, Lou Barlow, che l’estate scorsa ha fatto all’Hana-Bi un concerto diverso, l’opposto, in qualche modo prendendosi gioco dell’intimità che si andava creando grazie alle canzoni che stava suonando. Ha raccontato le sue sfighe, gonfiato lo sketch della chitarra rotta, con pensieri e parole distratte che però (immagino) contribuiscono a creare ogni giorno il mondo che poi ritroviamo in quelle stesse canzoni che stavamo ascoltando.
Li immagini insieme (credendo che prima o poi vedrai anche Murph dal vivo, in un concerto per sole batterie a fare un po’ di cinghia con Vinnie Colaiuta), distingui le personalità e i Dinosaur Jr diventano una realtà chiarissima, in cui ognuno gioca un ruolo definito, musicale e non, un microcosmo di matti in cui Murph è la colla che tiene insieme le capre e i cavoli, il salame con la pappa reale, il vino con la pizza. Nelle foto, Murph sorride sempre, gli altri due no, e ci dice va tutto bene, proseguiamo.
Da Several Shades of Why (2011) J. Mascis tira fuori la title track, Listen To Me e Not Enough, che nella sua scaletta era Can We BeluV. Arriva anche Circle, dal 7’’ omonimo, sempre 2011, cover di una canzone di Edie Brickell And The New Bohemians.

Ammaring (da J. Mascis + The Fog, More Light) è il momento più illuminante del concerto, o forse no. È comunque a questo punto che mi sono reso conto di essere di fronte all’uomo-chitarra, che looppa, distorce, svisa d’assolo, accompagna, canta. Tutto con un’espressione che non gli daresti una cicca, tutto come bere un bicchier d’acqua.
Poi Little Fury Things.

Bob Corn all'Exfila di Firenze

Bob Corn

Scompare, o quasi, il concerto acustico, in genere, di cui Bob Corn ci ha dato un assaggio superlativo poco prima di J. Mascis (che, tra l’altro, aveva gli occhiali abbinati alle scarpe, rosino). Parentesi su Bob Corn: sempre enorme, con poche canzoni riesce ogni volta a inchiodare la platea all’ascolto, con un suono tipico dei più depressi cantautori statunitensi e una simpatia spontanea che i fottuti americani non hanno. Bob Corn è un grande cantautore, di suo. In questo caso è stato il ponte ideale tra il silenzio e J. Mascis.

Alla fine di Not Enough ho intravvisto un sorriso e l’ho classificato lì per lì come beffardo. Joseph ha poi depositato su quella canzone altre canzoni e quel sorriso è rimasto congelato lì. All’inizio del concerto, quando è salito sul palco, sembrava già stanco, e mi son detto qui si mette malissimo; ha iniziato a suonare ed era una bomba, sempre con la stessa espressione, con le stonature e le imprecisioni, ma comunque una bomba. In fondo, che cosa sono le stonature o le imprecisioni? Niente. Cazzo, da anni ascoltiamo Daniel Johnston. La profondità del cambiamento di J. Mascis si è manifestata attraverso quel sorriso, beffardo sì ma anche chiarificatore: “sono quello con quella faccia lì, ma sono anche questo, adesso lo sapete anche voi”. La trasformazione è lampante, e quante più canzoni J.Mascis suonava, tanti più metri di distanza poneva tra il sé che suona e il sé che sale sul palco, tra il sé sempre pacato al limite dello scocciato e il sé storto e potente. Nelle pause, continuava a costringermi a interrogarmi. Poi suonava, e mi passava ogni dubbio, perché abbandonava l’aspetto più bradiposo di se stesso, per dare voce ai fantasmi, alla sensibilità e ai pensieri che (immagino) gli frullano per la testa sempre.
La faccia, comunque, è sempre quella.
Dal vivo ritorna tutta la forza che ha su disco, e neanche il filtro della realtà che si mette davanti alle canzoni dal vivo riesce a nascondere un uomo con le mani giganti che suona e canta facendoci capire che il bello esiste, e che non stà né nella perfezione né nell’imperfezione, ma stà lì: non lo cerchi, se lo cerchi rischi anche di non capire dov’è, ma alla fine capisci che è lui.

Non so precisamente cosa volevo dire con questa recensione, ma comunque l’ho detto. Gran concerto, sia quello di Bob sia quello di Joseph. Bob e Joseph potrebbero del resto essere come Stanlio e Olio, Gianni e Pinotto, Luca e Paolo, Cochi e Renato, Minghìn e Fafòn.

Episodici momenti di, anche beffarda, felicità nella vita di una band di provincia

Wild Bunch live cd

Mi basta poco per essere felice, sono un sempliciotto, non posso capire. Non bevo in eccesso, non fumo droga e neanche troppe sigarette. Come gli altri, l’ho sempre detto ai miei genitori, “dovreste essere contenti”, al posto mio poteva esserci uno che andava in giro a dare i pugni contro i cristalli delle macchine della polizza, uno soprannominato dagli amici Muller Thurgau o Truzzo, o uno che pisciava nel comodino invece che nella tazza del water perchè era ubriaco. E loro erano contenti, diciamo, di me.
Non era ancora stato inventato il Record Store Day perchè non se ne sentiva il bisogno – e si stava meglio rispetto a ora perchè non c’era nessuno che cercava di mettertela nel culo anche quando pensavi ingenuamente di fare una cosa semplice e buona per te e per il gruppo che compravi: comprare un disco – ed erano già numerosi i giorni in cui ero tornato a casa con una sportina dell’Underground (RIP) di Bologna, dove studiavo e compravo dischi (a Bologna studiavo, all’Underground di Bologna compravo dischi). Una delle prime volte mia mamma ha detto con gli occhi puntati alla sportina “hai fatto la spesa questa settimana?”. Giuro che non mi sono mai privato di una bistecca per comprare un disco. Bistecchina e dischetto, ed ero felice. Non parlo poi di una felicità cristiana, o assoluta, ma di quella semplice, roba da tutti i giorni. Questo per quanto riguarda la felicità personale. Passiamo ora a un livello superiore: la felicità della band, che poi altro non è che un gruppo di persone che si stanno simpatiche e che si vedono spesso per fare una cosa per cui hanno una passione in comune.

Il ricordo peggiore di uno dei momenti in cui la felicità si è realizzata per poi rivelarsi fallace riguarda quel sabato sera di fine XX secolo in cui si è suonato con i Wild Bunch allo Snow Follia di San Mauro Mare (FC). Il giorno dopo il soundcheck (fatto il giorno prima del concerto, i gestori erano gente previdente) avevo l’interrogazione di Storia dell’arte, e mia mamma era un pò meno contenta di me.
I padroni dello Snow Follia organizzano un contest stupendo tra quattro o cinque gruppi, vince un viaggio in Sardegna chi riceve più voti, e riceve più voti chi beve di più, cioè ogni volta che consumi puoi votare. Il sistema di votazione era un format della CNN. Abbiamo vinto noi, essendoci trascinati dietro gente come Muller Thurgau, gli altri gruppi li abbiamo stracciati. Con in mano il voucher, iniziamo a organizzare il viaggio in Sardegna, in bassa stagione come è giusto che sia, poi d’estate c’è un gran casino di gente, non ne abbiamo neanche voglia. Telefoniamo all’agenzia viaggi e ci dicono che il voucher è scaduto. Telefoniamo allo Snow Follia (il primo cellulare chiamato in vita mia) ma i padroni temporeggiano, “no ci avevano detto che valeva lo stesso”, “no, ci parlo io con quello dell’agenzia, è mio cugino”. Chiudono per sempre il locale e scompaiono. Per altri cazzi, certo, come giri di droga o simili. Proprio un bel localino, Bob.

Un segnale della disgrazia c’era stato, e non abbiamo voluto ascoltarlo: quella sera, il chitarrista voleva suonare con un teschio infilato in un asta infilata nelle mutande, sul fianco destro. Non gliel’abbiamo fatto fare. Però ha suonato quasi nudo, con un corpetto di pelle nera, in calzoncini da ciclista, truccato da corvo. Non sarebbe venuto con noi in Sardegna, aveva altro da fare, “Santa Liberata” avevamo pensato. Poi l’abbiamo cacciato, siamo rimasti in tre e abbiamo cambiato nome al gruppo.
Di solito andava meglio, nel senso che di solito i gestori dei locali che ci facevano suonare non erano degli stronzi che spillavano soldi ai giovani avventori sbarbatelli dandogli in cambio un pò di birra e facendogli credere che la bevevano per gli amici musicisti i quali avrebbero avuto grazie al loro aiuto un momento di celebrità e in regalo un viaggio da rock band.
Ben altri gli attimi in cui davvero ci ridevano anche i piedi: il concerto di fronte a un gruppo di medici americani ubriachi alla Rocca di Cesena, quelli al Vidia e al Suono degli Spazi, tutte le volte che abbiamo suonato Al Confino, quello vero, il primo, l’unico. Sempre tenendo ben fissa in mente come mònito quella volta in cui il cantate ha detto “adesso facciamo l’ultimo pezzo” e dalla platea gli hanno risposto “era ora”. Imperdonabile mancanza di rispetto a Montaletto di Cervia (RA).

La Romagna l’abbiamo fatta tutta, in lungo e in largo, per 4 anni. Poi si è passati dal provare tutti i pomeriggi, con pessimi risultati scolastici, al fare fatica a provare una volta a settimana, con risultati scolastici migliori. Ma il problema non era la scuola, che anzi era il posto ideale per attaccare i volantini, ed è stato anche il posto in cui abbiamo fatto uno dei concerti più memorabili, finito con uno stronzo che fece un gavettone al mixer – noi per fortuna avevamo già suonato. Il problema era l’ORGANIZZAZIONE che ciascuno di noi, come persona, non aveva.

Momenti di felicità inarrivabili dunque. Col gruppo si possono raggiungere. Ed è incredibile poi come in pochi mesi, con lo stesso gruppo, meno il chitarrista corvo, quei momenti siano finiti e sian stati sostituiti da attimi di tristezza e nichilismo assoluti. Non eravamo un gruppo dark o new wave, o un gruppo punk no future, ma un gruppo quasi grunge, ma non grunge esistenzialista alla Kurt Cobain, un grunge con meno problemi. E infatti il vero motivo per cui abbiamo smesso di suonare sembrò essere la figa. Non troppa figa, una sola: ci si è fatti la morosa e non si aveva più tempo per il rock. Ingenuotti. Il teschio nelle mutande avrebbe dovuto essere un segnale chiaro: cacciate il chitarrista, e lo abbiamo fatto, ma anche occhio alla figa, e non l’abbiamo fatto. Sciocchini. Non si può gettare all’aria in quel modo un’esperienza di 4 anni, sopravvissuta alle bocciature, alle ciabattate della mamma, agli urli del babbo e ai viaggi regalo farlocchi. Dal demo che conteneva “Anoressia del vero” (era il periodo blu, ma niente di serio) sembrava dovessero nascere grandi cose.

Solo col senno di poi abbiamo concluso che era finito il tempo, e non che è arrivata una donna e ha spazzato via tutto, come Yoko Ono, no. Non avevamo più cose musicali da dirci e ci siamo procurati delle coperture, tirando in ballo molte cose, tra le quali anche il Tempo, e mai le priorità, ben più difficili da mettere sul piatto. Due di noi hanno continuato a suonare, in progetti ispiratissimi sempre molto adatti alla cantina oppure più seri e diversissimi dal passato. E tantissime volte abbiamo parlato di reunion. Reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion.