Episodici momenti di, anche beffarda, felicità nella vita di una band di provincia

Wild Bunch live cd

Mi basta poco per essere felice, sono un sempliciotto, non posso capire. Non bevo in eccesso, non fumo droga e neanche troppe sigarette. Come gli altri, l’ho sempre detto ai miei genitori, “dovreste essere contenti”, al posto mio poteva esserci uno che andava in giro a dare i pugni contro i cristalli delle macchine della polizza, uno soprannominato dagli amici Muller Thurgau o Truzzo, o uno che pisciava nel comodino invece che nella tazza del water perchè era ubriaco. E loro erano contenti, diciamo, di me.
Non era ancora stato inventato il Record Store Day perchè non se ne sentiva il bisogno – e si stava meglio rispetto a ora perchè non c’era nessuno che cercava di mettertela nel culo anche quando pensavi ingenuamente di fare una cosa semplice e buona per te e per il gruppo che compravi: comprare un disco – ed erano già numerosi i giorni in cui ero tornato a casa con una sportina dell’Underground (RIP) di Bologna, dove studiavo e compravo dischi (a Bologna studiavo, all’Underground di Bologna compravo dischi). Una delle prime volte mia mamma ha detto con gli occhi puntati alla sportina “hai fatto la spesa questa settimana?”. Giuro che non mi sono mai privato di una bistecca per comprare un disco. Bistecchina e dischetto, ed ero felice. Non parlo poi di una felicità cristiana, o assoluta, ma di quella semplice, roba da tutti i giorni. Questo per quanto riguarda la felicità personale. Passiamo ora a un livello superiore: la felicità della band, che poi altro non è che un gruppo di persone che si stanno simpatiche e che si vedono spesso per fare una cosa per cui hanno una passione in comune.

Il ricordo peggiore di uno dei momenti in cui la felicità si è realizzata per poi rivelarsi fallace riguarda quel sabato sera di fine XX secolo in cui si è suonato con i Wild Bunch allo Snow Follia di San Mauro Mare (FC). Il giorno dopo il soundcheck (fatto il giorno prima del concerto, i gestori erano gente previdente) avevo l’interrogazione di Storia dell’arte, e mia mamma era un pò meno contenta di me.
I padroni dello Snow Follia organizzano un contest stupendo tra quattro o cinque gruppi, vince un viaggio in Sardegna chi riceve più voti, e riceve più voti chi beve di più, cioè ogni volta che consumi puoi votare. Il sistema di votazione era un format della CNN. Abbiamo vinto noi, essendoci trascinati dietro gente come Muller Thurgau, gli altri gruppi li abbiamo stracciati. Con in mano il voucher, iniziamo a organizzare il viaggio in Sardegna, in bassa stagione come è giusto che sia, poi d’estate c’è un gran casino di gente, non ne abbiamo neanche voglia. Telefoniamo all’agenzia viaggi e ci dicono che il voucher è scaduto. Telefoniamo allo Snow Follia (il primo cellulare chiamato in vita mia) ma i padroni temporeggiano, “no ci avevano detto che valeva lo stesso”, “no, ci parlo io con quello dell’agenzia, è mio cugino”. Chiudono per sempre il locale e scompaiono. Per altri cazzi, certo, come giri di droga o simili. Proprio un bel localino, Bob.

Un segnale della disgrazia c’era stato, e non abbiamo voluto ascoltarlo: quella sera, il chitarrista voleva suonare con un teschio infilato in un asta infilata nelle mutande, sul fianco destro. Non gliel’abbiamo fatto fare. Però ha suonato quasi nudo, con un corpetto di pelle nera, in calzoncini da ciclista, truccato da corvo. Non sarebbe venuto con noi in Sardegna, aveva altro da fare, “Santa Liberata” avevamo pensato. Poi l’abbiamo cacciato, siamo rimasti in tre e abbiamo cambiato nome al gruppo.
Di solito andava meglio, nel senso che di solito i gestori dei locali che ci facevano suonare non erano degli stronzi che spillavano soldi ai giovani avventori sbarbatelli dandogli in cambio un pò di birra e facendogli credere che la bevevano per gli amici musicisti i quali avrebbero avuto grazie al loro aiuto un momento di celebrità e in regalo un viaggio da rock band.
Ben altri gli attimi in cui davvero ci ridevano anche i piedi: il concerto di fronte a un gruppo di medici americani ubriachi alla Rocca di Cesena, quelli al Vidia e al Suono degli Spazi, tutte le volte che abbiamo suonato Al Confino, quello vero, il primo, l’unico. Sempre tenendo ben fissa in mente come mònito quella volta in cui il cantate ha detto “adesso facciamo l’ultimo pezzo” e dalla platea gli hanno risposto “era ora”. Imperdonabile mancanza di rispetto a Montaletto di Cervia (RA).

La Romagna l’abbiamo fatta tutta, in lungo e in largo, per 4 anni. Poi si è passati dal provare tutti i pomeriggi, con pessimi risultati scolastici, al fare fatica a provare una volta a settimana, con risultati scolastici migliori. Ma il problema non era la scuola, che anzi era il posto ideale per attaccare i volantini, ed è stato anche il posto in cui abbiamo fatto uno dei concerti più memorabili, finito con uno stronzo che fece un gavettone al mixer – noi per fortuna avevamo già suonato. Il problema era l’ORGANIZZAZIONE che ciascuno di noi, come persona, non aveva.

Momenti di felicità inarrivabili dunque. Col gruppo si possono raggiungere. Ed è incredibile poi come in pochi mesi, con lo stesso gruppo, meno il chitarrista corvo, quei momenti siano finiti e sian stati sostituiti da attimi di tristezza e nichilismo assoluti. Non eravamo un gruppo dark o new wave, o un gruppo punk no future, ma un gruppo quasi grunge, ma non grunge esistenzialista alla Kurt Cobain, un grunge con meno problemi. E infatti il vero motivo per cui abbiamo smesso di suonare sembrò essere la figa. Non troppa figa, una sola: ci si è fatti la morosa e non si aveva più tempo per il rock. Ingenuotti. Il teschio nelle mutande avrebbe dovuto essere un segnale chiaro: cacciate il chitarrista, e lo abbiamo fatto, ma anche occhio alla figa, e non l’abbiamo fatto. Sciocchini. Non si può gettare all’aria in quel modo un’esperienza di 4 anni, sopravvissuta alle bocciature, alle ciabattate della mamma, agli urli del babbo e ai viaggi regalo farlocchi. Dal demo che conteneva “Anoressia del vero” (era il periodo blu, ma niente di serio) sembrava dovessero nascere grandi cose.

Solo col senno di poi abbiamo concluso che era finito il tempo, e non che è arrivata una donna e ha spazzato via tutto, come Yoko Ono, no. Non avevamo più cose musicali da dirci e ci siamo procurati delle coperture, tirando in ballo molte cose, tra le quali anche il Tempo, e mai le priorità, ben più difficili da mettere sul piatto. Due di noi hanno continuato a suonare, in progetti ispiratissimi sempre molto adatti alla cantina oppure più seri e diversissimi dal passato. E tantissime volte abbiamo parlato di reunion. Reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion, reunion.

2 pensieri su “Episodici momenti di, anche beffarda, felicità nella vita di una band di provincia

  1. sono assolutamente convinto di aver visto i Wild Bunch almeno una volta e forse era la festa dello Scientifico in uno degli ultimi anni -o forse no

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