Girl we asked for an album not a calendar*. Il ratto, e il calendario, di Beyoncé.

Credit: Herring & Herring

Foto Herring & Herring

Beyoncé è in giro con il Mrs. Carter Show World Tour, e sta spopolando. L’episodio fin’ora cruciale è stato quello del tentato rapimento, 20 giorni fa, a Sao Paolo: un fan è saltato sul palco e ha tentato la mossa che gli avrebbe cambiato la vita, il rapimento.
Nel bel mezzo del suo tour mondiale, poi, Beyoncé (da ora B, anche se non sempre) ha sparso la voce: ha fatto un calendario (*questa non è la mia, ma di un’amica di facebook di B). Di sicuro non disprezzo. Però dopo Miley Cyrus che usa il sesso perchè il sesso vende** (**neanche questa è mia) penso che B si sia abbassata a livelli ai quali non era mai arrivata, a quelli di Miley Cyrus. B ha dimostrato di avere uno straccio di talento da utilizzare per far vendere i dischi a suo marito, cosa che Miley Cyrus non ha ancora fatto e non farà. Nel panorama agguerritissimo delle pop star un errore costa caro. Usano tutte il sesso ma a livelli differenti l’una dall’altra e sono arrivato alla conclusione che mi piace di più come lo usano Lady Gaga e Rihanna che non come lo fà B. Apprezzo di più B delle altre due, dal punto di vista musicale, trovo che abbia una migliore capacità di mettere a fuoco il ritmo di una canzone scritta da altri – Katy Perry la trovo un pò scarica ultimamente, la canzone del boxeur non mi è piaciuta per niente – ma in questa storia del sesso o quasi sesso per vendere vincono Gaga e Rihanna.
Non ho ancora visto tutti i 14 mesi di B e potrebbero essere anche una delusione. Non mi aspetto un calendario alla Ferilli e credo che Jay Z non sarà in grado di giocare molto col corpo della moglie, che gli ha dato anche una figlia (Blue Ivy Carter), così come altri non mariti hanno fatto o stanno facendo con Gaga o Rihanna. Chris Brown menava Rihanna, non faceva calendari con lei. Rihanna fa parte dell’etichetta di Jay Z, ma è provato che non lo ascolta, e c’è da pensare che Jay Z, con sua moglie, abbia voluto esporsi in prima persona e la gestisca diversamente. E comunque non non ha così tanto senso dell’umorismo da giocare bene col corpo della moglie per vendere. Quindi avrebbero dovuto trovare un’altra strada per sponsorizzare il nuovo disco. Dopo la trovata del “Mrs Carter Tour”, e dopo la figlia, hanno deciso di fare il calendario, creando così l’icona della mamma appesa nella casa dei fan con foto simpatiche. Ma non so se funziona ancora il gioco della mamma sexy, forse in Sudamerica si, in giro per l’Europa ce ne sono già troppe. Considerando che il pubblico femminile costituisce una discreta fetta dei fan di B, valutando che di questa fetta non tutte sono così innamorate di B da comprare il suo calendario, il target è prevalentemente maschile.
Il calendario è l’idea di un diavolo di PR e sicuramente venderà un sacco. Il rapporto che si crea tra calendario e musica è intenso: l’icona che canta è l’icona che posa. Semplice. Dopo il calendario Jay Z avrà molti più download su iTunes, e allo stesso tempo si sarà tirato la zappa sui piedi perchè innescherà la creazione di mostri da calendario (e non sto parlando di me), il cui desiderio per sua moglie crescerà di mese in mese, che faranno sogni erotici con sua moglie, molti di più di quelli che già fanno, e vorranno averla. Mostri da mese, che si masturberanno facendo finta di non sapere che dietro tutta l’operazione c’è Jay Z, che, se caschi nella fotta cieca, becchi e ti pigli anche l’mp3 da iTunes, comunque trae profitto dalle tue seghe. L’operazione creerà mostri come quello che ha cercato di rapire Beyoncé durante il concerto di Sao Paolo, pericolo che, Jay Z avrebbe dovuto calcolarlo, si concretizzerà più di frequente, visto che il ratto è stato tentato prima della comunicazione dell’esistenza di calendario generando un precedente quasi andato a segno. Già c’era della smania intorno a tua moglie, Jay Z, il calendario non fà che peggiorare le cose. Ecco il lancio:

“L’anno auovo è dietro l’angolo, è ora di prepararsi con il primo calendario ufficiale di Beyoncé. Lasciate che Beyoncé vi aiuti a pianificare le vostre attività giorno dopo giorno con il suo nuovo calendario 2014. Ogni giorno rivela una nuova, bellissima immagine di Beyoncé ed è un dono fantastico per parenti e amici”. 

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Se Jay Z non volesse alimentare il circolo desiderio-seghe-mp3 venduti, dovrebbe mettere una Security migliore ai concerti. A Sao Paolo, il limite oltre al quale il ruolo totalizzante dello spettacolo nuoce alla salute e distrae anche il buttafuori è stato superato e il suo superamento ha generato uno dei momenti più divertenti del concerto. Nello stesso spazio e nello stesso tempo, l’esaltazione di un fan per B, quella che farà il calendario, che scuote le chiappe facendo tintinnare nelle tasche i denari pagati per entrare, può non corrispondere allo stato d’animo triste di un buttafuori, che pure viene pagato per stare lì. L’episodio ha palesato il pericolo, che avrebbe richiesto l’intervento immediato della Security. Eppure Jay Z coi buttafuori (e con le seghe) non ci va leggero, visto che poco tempo fa ne ha licenziato uno, che aveva beccato masturbarsi guardando le foto della famiglia Carter.

Quello di Beyoncé non è un concerto qualsiasi, è un concerto di Beyoncé, che può piacere o non piacere, in ogni modo è un concertone. E credo che comunque piaccia a tanti che se ne fottono della musica, per altro apprezzabilissima, e sbavano dietro a B come di fronte alla macchinetta dello zucchero a velo al luna park a fine giugno. Una parte di questi fan è mediamente fan, in apparenza razionale, e non spenderebbe tanti soldi per vedere un concerto di B; un’altra parte è invece addirittura disposta a passare attraverso quel vortice che da una parte ha la vergogna, dall’altra la gloria, pur di rendere speciale la serata a se stesso, a lei, al buttafuori, a tutti: cioè è disposta a gettarsi sul palco. E’ una minoranza sparuta, con un coraggio da leone, una serie di persone elette che trovano il quid, sfidano un corpo di buttafuori potenzialmente e teoricamente temibile, e lo fanno. Fa parte di questa minoranza carismatica quell’uomo che ha abbracciato B e ha tentato di portarla via con sé, sussurrandole nell’orecchio “Io posso darti più di tutto questo”.
Il pericolo a Sao Paolo era triplicato rispetto a un concerto di piccole dimensioni. Pericolo doppio può essere quello a un concerto dei Rolling Stones, ma giusto perchè Mick Jagger è in fase prostata di linoleum. Ho fatto una scala di valori:
– vale 1 il concerto sulla carta poco pericoloso;
– vale 2 il concerto pericoloso;
– vale 3 il concerto pericolosissimo.

Vale il calcolo delle probabilità. Se ci sono poche persone al concerto, ci sono meno possibilità che qualcuno si presenti cazzo al vento sul palco, se non altro perchè dopo dovrà scendere e andare a farsi una birra. I Rolling Stones fanno concerti pericolosi. Per arrivare a tre ci vuole una passera: Beyoncé è a tre. Anche Obama, se facesse un concerto, si fermerebbe a due. Se alle elezioni si fosse candidata la moglie di Clinton e avesse vinto, lei sul palco a fare il discorso sarebbe stata classificabile a due. Non basta avercela. Una volta anche per i Rolling Stones il pericolo era TRE, perchè Mick Jagger faceva le veci della passera e le donne si abbassavano al livello di uomini. Oggi è a due.
Io sono sempre stato un fan di Beyoncé, donna dal discreto talento musicale oltre che fisico, sin dalle Destiny’s Child, quindi capisco benissimo lo spettatore che ha arricchito il concerto di un geniale coup de theatre. La gif animata pubblicata da Dance Like Shaquille O’Neill gli fa onore: gif. Voleva portarla via, ma soprattutto voleva solo mettere in chiaro quella cosa: “Ti amo, e Jay Z ce l’ha piccolo”.
E la Security, dov’è finita? Al concerto delle Hole un buttafuori mi ha preso per i capelli mentre surfavo e mi ha messo in ginocchio, ha aspettato che lo implorassi e mi ha lasciato andare. E’ stata una delle umiliazioni meglio riuscite che io abbia mai subito. A un concerto dei Nirvana uno della Security, dopo essersi preso quattro chitarrate in faccia, ha preso a cazzotti Kurt Cobain. Si direbbe un concorso di colpa. Sono stati tanti i casi in cui la Security non ha saputo gestire, o ha gestito in eccesso, una situazione critica. Gli Hell’s Angels sono i più famosi per la loro avventura. Poi, al concerto di Beyoncé a Sao Paolo, il buttafuori si addormenta e lascia che uno, uno qualsiasi del pubblico, confusosi fino a quel momento nella folla, sfoghi il suo desiderio da roditore da calendari. Dovrebbe essere, la Security, il corpo scelto che, tra le altre cose, difende l’artista dagli spettatori malvagi. Si, ma l’esistenza del buttafuori è ricca di difficoltà e interrogativi: se non hai i nervi saldissimi sei responsabile di un casino montato da un altro. L’archetipo del buttafuori ha il muso lungo, parla poco, ti scruta da lontano ed è pronto a farti il culo. Nella maggior parte dei casi, se non fai niente di male, porti a casa solo sguardi temibili ai quali rispondi abbassando gli occhi. Se sgarri, vieni umiliato, e diventi simbolo dell’insuccesso di un’intera folla che perde il suo tempo ad ascoltare quel concerto di merda, sei uno straccio che il Security deve strizzare prima di ributtarlo dev’era in partenza, come monito per tutti. Per fare il buttafuori bisogna essere maestri: bisogna essere in grado di colpire facendo male ma senza ferire, come il manganello con la gomma piuma attorno. Ad alcuni Security, naturalmente, gli girano pure i coglioni perchè magari un’ora prima sono usciti dal primo lavoro e son dovuti venire lì a vedere te che ti sbracci per quattro stronzi su un palco: due volte al massimo in tutta la mia vita ho visto uno della Security scuotere la testa o battere il piedino perchè gli piaceva la musica.
Immagino l’addetto alla Sicurezza ai piedi del palco di B, preso male, stanco di ascoltare quella musica, deluso nella vita da Jay Z, insensibile alla bellezza giunonica, con la testa ai tre figli che lo aspettano a casa insieme alla moglie che adora. Si è distratto, ha perso l’attimo, e il battitore gli è sfuggito. Diciamolo, si sta più sereni quando si va ai concerti senza buttafuori, perchè sono più piccoli. Poi magari c’è gente che cerca di ammazzarsi, ma consapevolmente, e non c’è nessuno da arrestare, che sbatte il pene al vento tra la chitarra e il basso.

Il rapitore brasiliano realizza il sogno di tutti noi. Noi siamo lui represso e lui è noi espressi, sbocciati nel pieno della spontaneità sociale. E’ lo spettatore medio, quello che abboccherà al tranello seghe-mp3 su iTunes, e non per questo non è pericoloso. Perchè è facile salire sul palco e fare stage diving. Vai a prendere Beyoncé se hai il coraggio. Alla fine, si è beccato pure un “Anch’io ti amo” da Beyoncé. Non sò che lavoro faccia, che vita privata conduca, ma dubito che abbia mai trascorso e che trascorrerà mai più serate così intense.
B ha gestito la situazione come un vero genio. In cuffia aveva Jay Z, che ha copiato l’idea da Boncompagni. Lei è una star e il suo comportamento non poteva essere diverso da quello che è stato. Tutto sempre con il sorriso sulle labbra, come mio nonno, anche quando d’estate gli montavo con la ruota della bici sull’unghia incarnita. Lei trasgredisce e fa del twerking sul palco e poi zampetta via con eleganza se scoppia un casino. E alla fine gli ha detto “Anch’io ti amo”. A casa si è presa tre pedate da Jay Z. Funziona così, sembrano felici, fanno i figli e poi vien fuori che lui la mena.
La vita della star è più difficile di quella del buttafuori. L’unico in polleggio è il rapitore, che non aveva ancora finito di abbracciare B che aveva gia twittato la foto del suo culo da vicino. O magari la foto la ritroveremo sul calendario, perchè il nostro maschio è riuscito a venderla a Jay Z.

La lista nera degli Amici del proprio tempo: Beck Hansen.

Loser Beck HansenQualche anno fa ero un fan di Beck, abbastanza fan da scegliere di andare a vederlo dal vivo. Quella volta, a Urbino, ha suonato Crazy In Love di Beyoncé. Molti dicevano Ah ah ha fatto Crazy In Love di Beyoncé ah ah ah che mito, convinti che fosse una presa in giro. Io non ne ero così sicuro, perchè a me Crazy In Love piaceva moltissimo, ma naturalmente non ero sicuro neanche del contrario. Era il 2003, Midnight Vultures era già uscito e quella fu la seconda volta in cui mi capitò di smettere di ascoltare qualcuno o qualcosa dopo averne visto il concerto. La prima volta fu coi Guns.
Non succede spesso, ma ci sono delle volte in cui ripensi alle cose che ascoltavi in passato e fai fatica a comprendere il perchè. Se la motivazione fosse semplicemente che il tuo gusto si è allontanato da quello di allora sarebbe semplice. Forse è perchè Jon Spencer Blues Explosion e Beastie Boys avevano già fatto separatamente quello che Beck ha cercato di fare mettendo tutto insieme. Se invece il motivo fosse che quello per cui avevi tanto entusiasmo allora è così invecchiato da aver perso valore oggi, la faccenda si complicherebbe, perchè significherebbe che alcune cose nuove che ascolti oggi non avranno molto valore domani.
Valore, non significato. Il significato è personale, il valore è assoluto. Sarebbe meglio se non avessero significato, ma magari a volte di significato possono averne ancora, anche se non hanno più valore, perchè possono essere legate all’ultima volta che le hai ascoltate con uno stereo che poi ha preso fuoco nell’incendio di casa, oppure a quella volta in cui hai limonato con una che poi si è messa con il biondo, che in spagnolo pare si dica guero. E invece quello che manca a volte è il valore. Perchè i suoni sembrano andati, il modo di suonare sembra andato pure lui e quelle canzoni non hanno superato la mannaia del tempo. Discorso che vale anche per gli odori che metti dentro al vin brulé. Ma sapere che la stessa cosa si verificherà anche domani con quello che ascolti oggi non è piacevole, sapere che tra qualche anno dentro al vin brulé ci metterai altre cose invece quasi ti rincuora.
A reagire istintivamente dovrei scegliere quello che ascolto in base a criteri futuribili-futuristici, ma non sono in grado. Quindi, in qualche modo, è sicuro che la musica che mi piace oggi mi farà sentire a disagio domani. E verranno messi in dubbio, da me stesso, i miei gusti musicali.
Angolo della riflessione. È cambiato quello che cerco, ma neanche troppo in fondo. Sono cambiato io, neanche tantissimo. Non è cambiata per niente neanche quella musica, così ben inserita negli anni in cui è uscita che oggi la vedo da lontano, da 10/15 anni dopo, e la vedo cristallizzata lì, senza speranza di essere recuperata e rivalorizzata in qualche modo. Così ben rappresentativa del passato che oggi non rappresenta più niente.
Il discorso non vale in generale, ora faccio esempi concreti.
Mi succede con i Blur, esattamente con tutta la loro discografia, che sento più lontana di un qualsiasi oggetto che ipoteticamente potrebbe trovarsi a Timbuctu. La cosa più lontana è proprio Think Tank (2003), l’album più recente che hanno fatto. Non è obbligatorio nemmeno andare troppo indietro nel tempo. Le novità, le canzoni uscite negli ultimi tempi dopo la reunion, le ho ascoltate, ma non mi hanno detto niente. A volte anche le cose nuove risentono dell’effetto RAPPRESENTO IL MIO TEMPO, rappresento me stesso nel mio tempo, a meno che non siano totalmente diverse, o assolutamente fantastiche, cosa che non vale per i Blur, ma che vale in altri casi. Rappresentare, o finire per rappresentare, il proprio tempo non è un male ma è un rischio, non sicuro ma probabile. Se scegli di non rappresentare il tuo tempo, o hai la fortuna che la musica ti viene fuori non così tanto caratterizzata da e caratterizzante il tempo in cui vivi, sopravviverai più a lungo. La maggior parte delle robe mediocri che si sentono in giro, quelle fatte per andare incontro al proprio tempo, vengono fatte per vendere, hanno un valore commerciale relativo al momento. Una cosa che ha prima di tutto un valore artistico può succedere che abbia poi anche valore commerciale. Ma, se lasciamo perdere i revival e i ritorni ciclici ai decenni passati, è raro che una cosa che ha solo valore commerciale abbia poi un valore artistico durevole, perchè è costruita per andare incontro ai gusti del tempo in cui esce. Esistono le hit di sempre ma lo sono perchè ci manca il coraggio di dire che ci siamo stufati e che vorremo tanto passare definitivamente ad altro. E poi esistono le hit che sono pure dei gran pezzi, e allora vaffanculo.
Insomma, esiste un pò di tutto, ma a me interessa una determinata categoria di canzone, quella legata al proprio tempo.
Per le hit che durano una stagione l’effetto è quello del LIMONE, o dello YOGURT, spremilo subito prima che si rinsecchisca o mangialo subito prima che scada. Perchè scade, e dopo non è più buono. Il paragone toglie tutta la profondità al discorso, che è molto sentito: è coinvolta la consapevolezza del mio domani.
Mi piace molto la musica pop, ascolto sempre Lady Gaga, Beyoncé, Katy Perry, non mi piace tanto Britney, ma comunque sia il rischio yogurt è sempre in agguato. Per fare esempi di chi lo corre, non è obbligatorio chiamare in causa questa o quella Gaga, che comunque dura molto più a lungo di, per fare un nome, will.i.am, che produce solo musica che tra due anni non avrà senso, perchè will.i.am si rigenera di continuo, dovendo essere sempre cool e quindi abbandonando sempre quello che è stato, legandosi profondamente al periodo in cui esce con una nuova canzone, visto che non riesce a imporre il suo stile e ad anticipare i tempi ma raggruppa un pò di roba che esiste già e la fa propria, facendola sembrare avanti. Per capire chi lo corre è sufficiente pensare a un gruppo amato per anni, ai tempi del boom, come appunto i Blur. E Beck.

Alcune delle cose vecchie di Beck rappresentato solo il tempo in cui sono uscite: un pò nerd, un pò loser, un pò genio, un pò rappate, un pò rock e un pò funk. Definitivamente crossover. Mi riferisco soprattutto al botto di Devil’s Haircut, Loser, ma anche a Midnite Vultures (1999), il declino dell’artista. Non mi riferisco invece ai primi album. E se quando è uscita ascoltavo Where It’s At ridendo perchè pensavo “ma che forte”, oggi la vedo lì, bella cristallizzata nel suo tempo, irremovibile. Il drumming divertente, l’elettronica simpatica e l’utilizzo di strumenti (la tromba) un poco fuori dal suo tempo (parlo del ruock) hanno finito per innalzarlo, allora, a peculiarità di quel tempo e come tale a sua caratteristica essenziale. Il mio è chiaramente senno di poi. Non è revisionismo, è solo cercare di capire il valore delle cose dopo anni, quindi cercare di capire il loro vero valore. Il mio problema non è la sovraesposizione, che brucia le chiappe un pò a tutti, ma l’eccesso di stima universale che ha travolto Beck che, poi, oltre a un certo limite, non si è mai spinto, e dopo un certo tempo è diventato un puntino piccolo. E il problema è anche cercare di capire quando il pericolo sempre incombente su Beck, quello della coolness, abbia definitivamente preso il sopravvento.
Scientology ha influito negativamente, ma indirettamente, sulla musica di Beck. Non è perchè a un certo punto ho saputo che era un adepto che ho smesso di ascoltarlo. Piuttosto, frequentare Scientology lo ha reso ancora di più una vittima del suo tempo. Di Scientology possiamo anche dimenticarci ma la sua musica, quella più nota, rimane relegata negli anni ’90, e da lì non esce.

GLI ALBUM NON INCRIMINATI SONO.
Golden Feelings
era un disco piuttosto folle nel ’93, con riferimenti precisi a Tom Waits, ma suonato oggi assomiglia più che altro a un esperimento senza un obiettivo. C’è già qualcosa del Beck del futuro ma si può parlare di un album più sincero e che se ne frega di un eventuale pubblico. Si deve tutto a Daniel Johnston. Non è male ma, insomma, non è un album così originale. Anche John Frusciante ha fatto un disco così, l’anno dopo, Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt.
Golden Leftovers
(1993) è ironico e disperato allo stesso tempo. Quindi, un buon disco. La chitarra suonata con disimpegno, qualche batteria a bidone e le voci storpiate lo rendono tale, ma siamo a un passo dall’eccesso lo-fi. Un album radicale, a un passo anche dal finire tra quelli incriminati, sotto.
Stereopathetic Soulmanure (’94) è definitivamente l’album migliore di Beck, lontano da qualsiasi mia considerazione faziosa che lo possa ricondurre a una qualsiasi creazione di un qualsiasi spirito/suono dejanni novanta. Si ci sono le canzoni acustiche ma sono country. Semmai penso a Uncle Tupelo, ma non è esatto. Penso che questa avrebbe potuto essere la giusta originalità di Beck, fare quel cazzo che gli pare smontando ogni legame definito rendendolo vago e non circoscrivibile.
One Foot In The Grave, 1994, con Calvin Johnson, è la conferma definitiva che Beck non è un genio. Torna a incidere per un’etichetta indipendente (K Records) dopo Mellow Gold e ritorna alle idee precedenti, senza però, come suol dirsi, svoltare. Chitarra detuned. Atmospheric Conditions ha una batteria spettacolare. Niente che possa finire nella lista nera, ma insomma.
Non so se The Golden Age e Lost Cause, da Sea Change (UMG 2002), possono rappresentare il tentativo di risalire la china dopo l’album della fine, Midnite Vultures. Forse si, ed è un tentativo in parte riuscito. Sea Change mette in luce un lato della personalità di Beck prima sconosciuto: sembra più riflessivo, più lento, sembra essersi messo in un angolino dopo le luminarie di Midnite Vultures, anche se sarebbe eccessivo dire che il pericolo coolness è scongiurato, perchè tutto è ancora molto patinato e perfetto.
Gli archi che compaiono di tanto in tanto ricordano, comunque, i desideri di magniloquenza. Rispetto a quella tracciata dalla Geffen, la Universal tenta un’altra strada, con Nigel Godrich che coproduce, ma non sembra del tutto sincera. E all’ottava canzone (Round the Bend) ti rendi conto che a lungo andare l’influenza di Nigel Godrich, che aveva coprodotto anche Mutations, può far diventare palloso anche Beck.
Non l’ho messo nella lista nera, però Sea Change è un album talvolta veramente brutto (Sunday Sun), ma per motivi differenti.
Modern Guilt (UMG Interscope, 2008) forse risente dell’influenza positiva di Danger Mouse, che produce e che io conosco molto poco, ma tutto è molto più divertente rispetto al precedente The Information, un album dalla pesantezza inadeguata. Un pò più spaziale, un pò più sinceramente sopra le righe, un pò più zingaro e tamarro, Modern Guilt l’ho sempre trovato un pò più libero rispetto al percorso di Beck alla ricerca di un se stesso uguale ma anche un pò diverso. Non è il mio album preferito di Beck, però… Questo vale fino a Soul Of A Man, Profanity Prayers e Volcano, che possiamo aggiungere senza problemi alla lista nera degli album incriminati. Pure i bsides, insomma.

GLI ALBUM INCRIMINATI SONO.
Mellow Gold (’94) inizia con Loser. Gran qualità, ma ho già detto tutto. La formula Loser, balla sulla batteria e sul mio rap, viene replicata in Fuckin with My Head (Mountain Dew Rock) un pò, e molto in Soul Suckin’ Jerk o in Beercan: la 3, la 5, la 8, in un mazzo di 14. È, in concreto, il primo album di Beck con una MAJOR, la Geffen.
Odelay, 1996, è il ritorno alla Geffen dopo One Foot In The Grave. Producono: i Dust Brothers. Devils Haircut, Hotwax, Novacane, Where It’s At, The New Pollution. Sono tutte qui. Spopolavano. Tutte le canzoni, anche le meno note, sono in fondo appiattite sullo standard del ritmo basso batteria più o meno incalzanti. In New Pollution c’è anche il sax da film porno, anni ’90. Il finale di Novocane dà all’elettronica il tocco più novanta che ci sia. A un certo punto Beck sembrava proiettato nel futuro. Ma non basta usare le voci dei robot per esserlo. Il futuro di allora era oggi, ma, oggi, quelle canzoni sono imbalsamate nel passato. Odelay è l’album più incriminabile, ed è anche quello che ho ascoltato di più. Ecco un tema importante: quello dello scimmiottamento hip hop (High 5 Rock the Catskills), che ha figliato quei mostri dei Talibam!.
Mutations (1998) è incriminato perchè non ha spina dorsale. Riascoltato ha un’orecchiabilità eccezionale ed esce dallo schema Odelay, ma non basta. È suonato proprio come lo suonerebbe il Beck che cerca di guadagnarsi il favore sia del pubblico di One Foot In The Grave sia di quello di Odelay. Pare che la Geffen abbia cercato di far passare l’idea di non averlo ufficialmente realizzato, perchè Beck si sarebbe smarcato un pò e il disco non è una bomba come Odelay. E qui cascherebbe la pera: non tutti gli album non riusciti di Beck sarebbero piena responsabilità della Geffen.
Midnite Vultures, 1999, ancora Geffen. La commistione di generi rappresenta sempre quel tocco in più che fa sembrare le cose meglio di quello che in realtà sono. Sexx Laws ha un ritornello che è una bomba, del tipo che quando la ascolti ti immagini subito una pista piena di gente che balla. L’unione di country e rap, funk ed elettronica elementare che riesuma al massimo un pò di Kraftwerk, rock, dub ed elettro pop, è la strategia migliore di tutte, e allo stesso tempo la più ruffiana. Mixed Bizness-Get Real Paid-Hollywood Freaks sono una tripletta bestiale da questo punto di vista, l’esito meglio riuscito del modo giusto di suonare: usare tutto per risultare in qualche modo geniale.

Ma noi oggi ci opponiamo a questo modo di fare musica da supermercato.

Midnite Vultures è la fine di Beck. Ora il suo errore non è più solo musicale, ma va oltre la musica: l’errore è nelle intenzioni. Ha inteso propinarci un disco ricco, ricchissimo di spunti ma poverissimo di contenuti e di passaggi memorabili. Gli anni ’90 non sono solo Grunge, e questo lo sapevamo, ma anche altre cose, tra le quali questo Beck, diverso da quello di Odelay. Ma le canzoni suonano superficiali e non lasciano il segno, in questo caso allora come oggi.
Falsetti come quello di Debra hanno generato mostri come Mika (ed è già il secondo mostro che si genera da Beck) e appaiono poco sinceri. La coolness ha definitivamente sopraffatto Beck: MV è il secondo album più incriminabile. Si, ma quanti modi ci sono di essere cool? Io non lo so, ma provo a buttarne giù alcuni. C’è quello di will.i.am, che è sbagliato; c’è quello di Corona, che è amorale; quello dei Beastie Boys, che è quello giusto; e c’è quello di Beck, che è un tentativo di rimanere aggrappato ai propri successi senza rendersi conto che quei successi erano ok nel tempo in cui sono usciti e non potranno esserlo per sempre. Ed è quella coolness un pò peculiare, che potrebbe sembrare di nicchia ma non lo è. Un album come MV, uscito dopo Odelay, aveva già giocato tutte le sue carte prima di essere distribuito.

Guero is the Devil.

The Information esce nel 2006 (Interscope). Per quanto Beck la addolcisca con suoni acquatici (Elevator Music), con i tutu tutu tutu necessari a giocare un altro pò (Think I’m Love) o con variazioni di vario genere, la canzone rimane sempre quella. Le variazioni sul tema beckiano (voci, cori, rumori, ritmi più spezzati) ci ingannano, perchè in fondo riascoltiamo sempre pezzi simili l’uno all’altro. New Round, insieme a Strange Apparition (di cui anche di seguito), è una parentesi che rischia di trasformare l’album in qualcosa di diverso, ma è appunto una parentesi.
A volte arrivano gli archi, entrano, escono, e sono un pò uno dei marchi di fabbrica di Nigel Godrich (che produce) non tanto perchè li usa sempre, quanto perchè dà al disco un tocco delicato che introduce una vena di intellettualismo su una musica che vuole essere ritmo ballabile. Le due cose stanno benissimo insieme, ma non qui. Sia detto per inciso, sto parlando del Godrich con Beck, non di quello con i Radiohead del dopo Kid A, che se possibile è anche più noioso. Comunque, in The Information si sente l’influenza del Godrich in botta Radiohead e non è detto che questo sia un fattore positivo perchè nel complesso l’album appare come un tentativo non riuscito di fare uscire qualcosa di diverso rispetto al solito Beck (The Horrible Fanfare/Landslide/Exoskeleton).
A questo punto però viene fuori un’altra caratteristica di Beck, il gusto per la festa latino-americana e un pò haitiana. E se abbiamo sempre reagito sorridendo ai cartelli di corsi di ballo latino che popolano le vie delle nostre città, abbiamo sempre sbagliato, perchè, frequentandoli, quei corsi avrebbero potuto prepararci al futuro. La canzone che inizia con sapori latini è la stessa che modifica leggermente il percorso dell’album, quindi possiamo dire che è il brano migliore che Beck abbia scritto negli ultimi anni (Strange Apparition). Li troveremo altrove in questo disco, i sapori latini e haitiani, un pò nascosti, come se un pò si provasse vergogna. Perchè? Tante signore apprezzerebbero e sarebbe ora di compiacere un pò anche il pubblico di Scientology, che notoriamente balla il latino e il caraibico, anche se solo col pensiero. Chissà se i latini per loro sono “fuori etica” oppure no.

Guerolito è il remix di Guero e Song Reader è un libro di spartiti (suonato dal vivo l’estate scorsa). Non me la sento di parlarne perchè escono fuori dal limitatissimo sentiero che ho tracciato, un teorema personale e rigido, senza prospettive di sviluppo. Idealmente, andrebbero inseriti in ALBUM NON INCRIMINATI.

Il problema di Beck è che quando ha trovato una propria originalità, e un potenziale commerciale esplosivo, ha caratterizzato tanto i tempi in cui li ha trovati da sparare tutte le cartucce, spremersi come un limone e venire musicalmente fagocitato dalla seconda metà degli anni ’90. Loro torneranno, Beck non tornerà perchè non se n’è mai andato. A ripercorrere la sua discografia sembra che non abbia avuto un percorso musicale deciso, sembra spaesato, incapace di far prevalere con decisione la propria personalità musicale. Nemmeno dai primi dischi risulta chiaro quale sia.
Intorno a lui si era creata una sorta di intelligentja che lo difendeva a spada tratta e che ne parlava come se fosse un grande genio. Era come se il genio venisse prima della musica che faceva: prima di tutto era un genio, poi faceva musica. E le sue canzoni erano le canzoni di un genio, prima che canzoni. Insomma, a guardare il personaggio oggi sembra gli avessimo regalato il mantello del fenomemo, pure un pò proiettato nel futuro, e non volessimo più toglierglielo, senza renderci conto che non lo era. Ed era come se valesse di più questa nomea che non davvero la sua musica. A un certo punto poi l’attenzione verso di lui è andata sgonfiandosi, Guero è stato la tomba del ben pensare, ma ci sono naturalmente quelli che Beck fa sempre il capolavoro.

2013. A Beck inizia a piacere davvero l’elettronica: le ultime cose non sono quelle della seconda metà degli anni ’90 ma non sono radicalmente diverse. I Won’t Be Long è poco di più di una presa in giro lunga 5 minuti e 6 secondi. Ai fini del mio rigido discorso, meglio Gimme. Non meglio Defriended, che sembra un pò Moby ma è esattamente una canzone di Beck. Catapultato fuori dalla bolla del genio e fuori dal suono per cui è stato creato, Beck continua a rendere così così. Che onda, guero.
(Devono uscire due album nuovi, uno acustico, uno no, credo nel 2014).

Salto su: la prima volta che ho sentito Smells Like Teen Spirit

caccia il cimelio (è tutto vero)

La prima volta che ho sentito Smells Like Teen Spirit avevo 14 anni ed ero nella cameretta di mio fratello. Lui era più grande, aveva più giro e mi faceva ascoltare molte cose. Ero in terza media, se non sbaglio era inverno e avevo scritto con la matita NIRVANA sull’ultima pagina di “Efrem soldato di ventura” di Mino Milani. A scuola, di fighe che ascoltavano Nevermind non ce n’erano. Piaceva a un mio amico alto un metro e venti con cui avrei poi condiviso tante esperienze, tra le quali un concerto dei Guns, l’ultima volta che ascoltai i Guns in vita mia perchè poi erano arrivati i Nirvana e compagnia bella. Nevermind ha cancellato dalla mia vita i Guns, e questo dà le dimensioni dell’importanza che ha avuto per me.
Il cd lo comprò mio fratello da Righi Music. Dalle mie parti, a Cesena, che allora era in provincia di FO, forse ancora non esisteva neanche il primo centro commerciale, che si chiamerà Le Terrazze. Qualche anno più tardi, quando decisi di comprare la mia copia personale di Nevermind, mi fratello mi disse “Ma compri ancora quella merda?”. Io rimasi malissimo perchè non sapevo che a lui i Nirvana non piacessero più. Però io avevo la mia copia personale in vinile di Nevermind, che è ancora quella che ho adesso nella libreria.
Prima di In Utero è uscito Incesticide, che non si caga mai nessuno ma che ha un retro di copertina splendido: la paperella, simbolo del diavolo. Dai che anche Cobain era un metallaro. Comunque Incesticide contiene canzoni da paura come Dive e Sliver. Sliver, cazzo. Eran già uscite, si, ma io non le avevo. Meglio, noi non le avevamo. Mio fratello a quel punto mi riteneva già abbastanza grande da affidarmi il compito importantissimo di andare da Righi Music a comprare il vinile. Mancava poco a Natale e lui, che faceva un sacco il grosso ma aveva 17 anni, se l’era regalato, impaziente di aspettare l’arrivo di Babbo Natale, a cui forse credeva ancora. Mise molto in difficoltà i miei genitori che a quel punto non sapevano cosa comprargli.
La Geffen fece la mossa per tirare su un pò di soldi a Natale ma noi a queste cose neanche ci pensavamo e anche se c’avessimo pensato ce ne saremmo fregati, perchè eravamo spontanei e sinceri.
Bleach devo averlo scoperto a questo punto, prima dell’uscita di In Utero, almeno mi pare. Sapevo che c’era About A Girl, che ogni tanto si sentiva, ma non sapevo che c’era Love Buzz, che avevo sentito in un video comprato in edicola.
In Utero è arrivato e ha spazzato via tutta discografia precedente dei Nirvana. Sull’onda dell’entusiasmo (mio) di Nevermind non vedevo l’ora che uscisse un nuovo album dei Nirvana. Per anni ho pensato che In Utero fosse inferiore. Poi un giorno alle superiori stavo parlando di dischi con un mio amico metallaro di Sarsina che mi diceva che, comunque, aveva finalmente compreso la grandezza dei Queen, che erano una band della madonna, e anche se li aveva un pò ripudiati negli anni precedenti si era reso conto da poco che ogni volta che metteva su un loro disco le canzoni erano meravigliose. In quel momento mi si aprirono gli occhi e capii che In Utero era il miglior disco dei Nirvana.
Un giorno non troppo distante da quel momento, i Nirvana suonarono a Modena e io il giorno dopo avevo il compito di latino. I miei genitori non mi diedero il permesso di andare e io me la pigliai in culo. Pure il mio amico Riccardo, mio compagno di classe, se la pigliò in culo. Poco tempo dopo venni a sapere che un certo Mattia di Cesenatico, amico di un amico, era andato. Tanti bei racconti.
Devo dire che però io non ero quello messo peggio di tutti in quanto a fotta Nirvana. Il mio amico Michele mi diceva sempre che per lui Kurt Cobain era un Dio e io lo guardavo con gli occhi teneri perchè ben sapevo che a Kurt non piaceva essere considerato in quel modo. Quindi rifuggivo da ogni idealizzazione e mi limitavo ad ascoltare la musica.
Pochi giorni fa è uscito questo cofanetto commemorativo di In Utero e adesso mi faccio inculare 90 euro anch’io.
Sono venuto a sapere della morte di Kurt Cobain da Planet Rock, su Radio 2, da Luca De Gennaro o Gennaro Ianuccilli, che allora erano persone serie e facevano questa trasmissione imperdibile. Mio fratello quella sera era uscito, io già sapevo, lui probabilmente no, e andai a letto con una tristezza infinita. La mattina seguente mi dovevo ancora alzare dal letto che sentii dei passi pesanti che venivano verso la mia camera. Era mio fratello, che si affacciò alla porta e disse “Si è ammazzato Kurt Cobain!”. E io ho pensato valà che ti piacciono ancora i Nirvana, stronzo. Mi sono alzato, sono andato in edicola e ho comprato qualche quotidiano prima di andare a scuola. Quel giorno, come i seguenti.
La mia tristezza era dovuta al fatto che prima di tutto i Nirvana facevano una musica bellissima che nessuno avrebbe più fatto allo stesso modo. Tre cazzo di accordi di chitarra, un bassista che faceva schifo e un batterista potentissimo. Questa è l’importanza dei Nirvana, semplice, no?
In secondo luogo Kurt Cobain aveva dichiarato non so a chi che la loro non era musica per figaioli, che i figaioli dovevano ascoltare altre cose, come per esempio i Guns n’ Roses disse. E io, sentita quella frase, ero felice: ero uno dei Nirvana.
Poi devo aggiungere che Kurt Cobain era un tossico, uno sfigato che (felice o infelice di questo) aveva comunque scelto di non passare la sua vita a tagliare dei tronchi e vomitare dall’alto delle sequoie e aveva fatto una cosa grande, e l’aveva fatta con una chitarra, una voce e alcuni altri amici. Il suo suicidio era un pò come dire no, non ce l’ho fatta.
Un’altra cosa, l’ultima, che è riuscito a fare Kurt Cobain è stata far dire a mia mamma “Ma com’è bello!”. E lui era una rock star, e mia mamma odia le rock star.