La lista nera degli Amici del proprio tempo: Beck Hansen.

Loser Beck HansenQualche anno fa ero un fan di Beck, abbastanza fan da scegliere di andare a vederlo dal vivo. Quella volta, a Urbino, ha suonato Crazy In Love di Beyoncé. Molti dicevano Ah ah ha fatto Crazy In Love di Beyoncé ah ah ah che mito, convinti che fosse una presa in giro. Io non ne ero così sicuro, perchè a me Crazy In Love piaceva moltissimo, ma naturalmente non ero sicuro neanche del contrario. Era il 2003, Midnight Vultures era già uscito e quella fu la seconda volta in cui mi capitò di smettere di ascoltare qualcuno o qualcosa dopo averne visto il concerto. La prima volta fu coi Guns.
Non succede spesso, ma ci sono delle volte in cui ripensi alle cose che ascoltavi in passato e fai fatica a comprendere il perchè. Se la motivazione fosse semplicemente che il tuo gusto si è allontanato da quello di allora sarebbe semplice. Forse è perchè Jon Spencer Blues Explosion e Beastie Boys avevano già fatto separatamente quello che Beck ha cercato di fare mettendo tutto insieme. Se invece il motivo fosse che quello per cui avevi tanto entusiasmo allora è così invecchiato da aver perso valore oggi, la faccenda si complicherebbe, perchè significherebbe che alcune cose nuove che ascolti oggi non avranno molto valore domani.
Valore, non significato. Il significato è personale, il valore è assoluto. Sarebbe meglio se non avessero significato, ma magari a volte di significato possono averne ancora, anche se non hanno più valore, perchè possono essere legate all’ultima volta che le hai ascoltate con uno stereo che poi ha preso fuoco nell’incendio di casa, oppure a quella volta in cui hai limonato con una che poi si è messa con il biondo, che in spagnolo pare si dica guero. E invece quello che manca a volte è il valore. Perchè i suoni sembrano andati, il modo di suonare sembra andato pure lui e quelle canzoni non hanno superato la mannaia del tempo. Discorso che vale anche per gli odori che metti dentro al vin brulé. Ma sapere che la stessa cosa si verificherà anche domani con quello che ascolti oggi non è piacevole, sapere che tra qualche anno dentro al vin brulé ci metterai altre cose invece quasi ti rincuora.
A reagire istintivamente dovrei scegliere quello che ascolto in base a criteri futuribili-futuristici, ma non sono in grado. Quindi, in qualche modo, è sicuro che la musica che mi piace oggi mi farà sentire a disagio domani. E verranno messi in dubbio, da me stesso, i miei gusti musicali.
Angolo della riflessione. È cambiato quello che cerco, ma neanche troppo in fondo. Sono cambiato io, neanche tantissimo. Non è cambiata per niente neanche quella musica, così ben inserita negli anni in cui è uscita che oggi la vedo da lontano, da 10/15 anni dopo, e la vedo cristallizzata lì, senza speranza di essere recuperata e rivalorizzata in qualche modo. Così ben rappresentativa del passato che oggi non rappresenta più niente.
Il discorso non vale in generale, ora faccio esempi concreti.
Mi succede con i Blur, esattamente con tutta la loro discografia, che sento più lontana di un qualsiasi oggetto che ipoteticamente potrebbe trovarsi a Timbuctu. La cosa più lontana è proprio Think Tank (2003), l’album più recente che hanno fatto. Non è obbligatorio nemmeno andare troppo indietro nel tempo. Le novità, le canzoni uscite negli ultimi tempi dopo la reunion, le ho ascoltate, ma non mi hanno detto niente. A volte anche le cose nuove risentono dell’effetto RAPPRESENTO IL MIO TEMPO, rappresento me stesso nel mio tempo, a meno che non siano totalmente diverse, o assolutamente fantastiche, cosa che non vale per i Blur, ma che vale in altri casi. Rappresentare, o finire per rappresentare, il proprio tempo non è un male ma è un rischio, non sicuro ma probabile. Se scegli di non rappresentare il tuo tempo, o hai la fortuna che la musica ti viene fuori non così tanto caratterizzata da e caratterizzante il tempo in cui vivi, sopravviverai più a lungo. La maggior parte delle robe mediocri che si sentono in giro, quelle fatte per andare incontro al proprio tempo, vengono fatte per vendere, hanno un valore commerciale relativo al momento. Una cosa che ha prima di tutto un valore artistico può succedere che abbia poi anche valore commerciale. Ma, se lasciamo perdere i revival e i ritorni ciclici ai decenni passati, è raro che una cosa che ha solo valore commerciale abbia poi un valore artistico durevole, perchè è costruita per andare incontro ai gusti del tempo in cui esce. Esistono le hit di sempre ma lo sono perchè ci manca il coraggio di dire che ci siamo stufati e che vorremo tanto passare definitivamente ad altro. E poi esistono le hit che sono pure dei gran pezzi, e allora vaffanculo.
Insomma, esiste un pò di tutto, ma a me interessa una determinata categoria di canzone, quella legata al proprio tempo.
Per le hit che durano una stagione l’effetto è quello del LIMONE, o dello YOGURT, spremilo subito prima che si rinsecchisca o mangialo subito prima che scada. Perchè scade, e dopo non è più buono. Il paragone toglie tutta la profondità al discorso, che è molto sentito: è coinvolta la consapevolezza del mio domani.
Mi piace molto la musica pop, ascolto sempre Lady Gaga, Beyoncé, Katy Perry, non mi piace tanto Britney, ma comunque sia il rischio yogurt è sempre in agguato. Per fare esempi di chi lo corre, non è obbligatorio chiamare in causa questa o quella Gaga, che comunque dura molto più a lungo di, per fare un nome, will.i.am, che produce solo musica che tra due anni non avrà senso, perchè will.i.am si rigenera di continuo, dovendo essere sempre cool e quindi abbandonando sempre quello che è stato, legandosi profondamente al periodo in cui esce con una nuova canzone, visto che non riesce a imporre il suo stile e ad anticipare i tempi ma raggruppa un pò di roba che esiste già e la fa propria, facendola sembrare avanti. Per capire chi lo corre è sufficiente pensare a un gruppo amato per anni, ai tempi del boom, come appunto i Blur. E Beck.

Alcune delle cose vecchie di Beck rappresentato solo il tempo in cui sono uscite: un pò nerd, un pò loser, un pò genio, un pò rappate, un pò rock e un pò funk. Definitivamente crossover. Mi riferisco soprattutto al botto di Devil’s Haircut, Loser, ma anche a Midnite Vultures (1999), il declino dell’artista. Non mi riferisco invece ai primi album. E se quando è uscita ascoltavo Where It’s At ridendo perchè pensavo “ma che forte”, oggi la vedo lì, bella cristallizzata nel suo tempo, irremovibile. Il drumming divertente, l’elettronica simpatica e l’utilizzo di strumenti (la tromba) un poco fuori dal suo tempo (parlo del ruock) hanno finito per innalzarlo, allora, a peculiarità di quel tempo e come tale a sua caratteristica essenziale. Il mio è chiaramente senno di poi. Non è revisionismo, è solo cercare di capire il valore delle cose dopo anni, quindi cercare di capire il loro vero valore. Il mio problema non è la sovraesposizione, che brucia le chiappe un pò a tutti, ma l’eccesso di stima universale che ha travolto Beck che, poi, oltre a un certo limite, non si è mai spinto, e dopo un certo tempo è diventato un puntino piccolo. E il problema è anche cercare di capire quando il pericolo sempre incombente su Beck, quello della coolness, abbia definitivamente preso il sopravvento.
Scientology ha influito negativamente, ma indirettamente, sulla musica di Beck. Non è perchè a un certo punto ho saputo che era un adepto che ho smesso di ascoltarlo. Piuttosto, frequentare Scientology lo ha reso ancora di più una vittima del suo tempo. Di Scientology possiamo anche dimenticarci ma la sua musica, quella più nota, rimane relegata negli anni ’90, e da lì non esce.

GLI ALBUM NON INCRIMINATI SONO.
Golden Feelings
era un disco piuttosto folle nel ’93, con riferimenti precisi a Tom Waits, ma suonato oggi assomiglia più che altro a un esperimento senza un obiettivo. C’è già qualcosa del Beck del futuro ma si può parlare di un album più sincero e che se ne frega di un eventuale pubblico. Si deve tutto a Daniel Johnston. Non è male ma, insomma, non è un album così originale. Anche John Frusciante ha fatto un disco così, l’anno dopo, Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt.
Golden Leftovers
(1993) è ironico e disperato allo stesso tempo. Quindi, un buon disco. La chitarra suonata con disimpegno, qualche batteria a bidone e le voci storpiate lo rendono tale, ma siamo a un passo dall’eccesso lo-fi. Un album radicale, a un passo anche dal finire tra quelli incriminati, sotto.
Stereopathetic Soulmanure (’94) è definitivamente l’album migliore di Beck, lontano da qualsiasi mia considerazione faziosa che lo possa ricondurre a una qualsiasi creazione di un qualsiasi spirito/suono dejanni novanta. Si ci sono le canzoni acustiche ma sono country. Semmai penso a Uncle Tupelo, ma non è esatto. Penso che questa avrebbe potuto essere la giusta originalità di Beck, fare quel cazzo che gli pare smontando ogni legame definito rendendolo vago e non circoscrivibile.
One Foot In The Grave, 1994, con Calvin Johnson, è la conferma definitiva che Beck non è un genio. Torna a incidere per un’etichetta indipendente (K Records) dopo Mellow Gold e ritorna alle idee precedenti, senza però, come suol dirsi, svoltare. Chitarra detuned. Atmospheric Conditions ha una batteria spettacolare. Niente che possa finire nella lista nera, ma insomma.
Non so se The Golden Age e Lost Cause, da Sea Change (UMG 2002), possono rappresentare il tentativo di risalire la china dopo l’album della fine, Midnite Vultures. Forse si, ed è un tentativo in parte riuscito. Sea Change mette in luce un lato della personalità di Beck prima sconosciuto: sembra più riflessivo, più lento, sembra essersi messo in un angolino dopo le luminarie di Midnite Vultures, anche se sarebbe eccessivo dire che il pericolo coolness è scongiurato, perchè tutto è ancora molto patinato e perfetto.
Gli archi che compaiono di tanto in tanto ricordano, comunque, i desideri di magniloquenza. Rispetto a quella tracciata dalla Geffen, la Universal tenta un’altra strada, con Nigel Godrich che coproduce, ma non sembra del tutto sincera. E all’ottava canzone (Round the Bend) ti rendi conto che a lungo andare l’influenza di Nigel Godrich, che aveva coprodotto anche Mutations, può far diventare palloso anche Beck.
Non l’ho messo nella lista nera, però Sea Change è un album talvolta veramente brutto (Sunday Sun), ma per motivi differenti.
Modern Guilt (UMG Interscope, 2008) forse risente dell’influenza positiva di Danger Mouse, che produce e che io conosco molto poco, ma tutto è molto più divertente rispetto al precedente The Information, un album dalla pesantezza inadeguata. Un pò più spaziale, un pò più sinceramente sopra le righe, un pò più zingaro e tamarro, Modern Guilt l’ho sempre trovato un pò più libero rispetto al percorso di Beck alla ricerca di un se stesso uguale ma anche un pò diverso. Non è il mio album preferito di Beck, però… Questo vale fino a Soul Of A Man, Profanity Prayers e Volcano, che possiamo aggiungere senza problemi alla lista nera degli album incriminati. Pure i bsides, insomma.

GLI ALBUM INCRIMINATI SONO.
Mellow Gold (’94) inizia con Loser. Gran qualità, ma ho già detto tutto. La formula Loser, balla sulla batteria e sul mio rap, viene replicata in Fuckin with My Head (Mountain Dew Rock) un pò, e molto in Soul Suckin’ Jerk o in Beercan: la 3, la 5, la 8, in un mazzo di 14. È, in concreto, il primo album di Beck con una MAJOR, la Geffen.
Odelay, 1996, è il ritorno alla Geffen dopo One Foot In The Grave. Producono: i Dust Brothers. Devils Haircut, Hotwax, Novacane, Where It’s At, The New Pollution. Sono tutte qui. Spopolavano. Tutte le canzoni, anche le meno note, sono in fondo appiattite sullo standard del ritmo basso batteria più o meno incalzanti. In New Pollution c’è anche il sax da film porno, anni ’90. Il finale di Novocane dà all’elettronica il tocco più novanta che ci sia. A un certo punto Beck sembrava proiettato nel futuro. Ma non basta usare le voci dei robot per esserlo. Il futuro di allora era oggi, ma, oggi, quelle canzoni sono imbalsamate nel passato. Odelay è l’album più incriminabile, ed è anche quello che ho ascoltato di più. Ecco un tema importante: quello dello scimmiottamento hip hop (High 5 Rock the Catskills), che ha figliato quei mostri dei Talibam!.
Mutations (1998) è incriminato perchè non ha spina dorsale. Riascoltato ha un’orecchiabilità eccezionale ed esce dallo schema Odelay, ma non basta. È suonato proprio come lo suonerebbe il Beck che cerca di guadagnarsi il favore sia del pubblico di One Foot In The Grave sia di quello di Odelay. Pare che la Geffen abbia cercato di far passare l’idea di non averlo ufficialmente realizzato, perchè Beck si sarebbe smarcato un pò e il disco non è una bomba come Odelay. E qui cascherebbe la pera: non tutti gli album non riusciti di Beck sarebbero piena responsabilità della Geffen.
Midnite Vultures, 1999, ancora Geffen. La commistione di generi rappresenta sempre quel tocco in più che fa sembrare le cose meglio di quello che in realtà sono. Sexx Laws ha un ritornello che è una bomba, del tipo che quando la ascolti ti immagini subito una pista piena di gente che balla. L’unione di country e rap, funk ed elettronica elementare che riesuma al massimo un pò di Kraftwerk, rock, dub ed elettro pop, è la strategia migliore di tutte, e allo stesso tempo la più ruffiana. Mixed Bizness-Get Real Paid-Hollywood Freaks sono una tripletta bestiale da questo punto di vista, l’esito meglio riuscito del modo giusto di suonare: usare tutto per risultare in qualche modo geniale.

Ma noi oggi ci opponiamo a questo modo di fare musica da supermercato.

Midnite Vultures è la fine di Beck. Ora il suo errore non è più solo musicale, ma va oltre la musica: l’errore è nelle intenzioni. Ha inteso propinarci un disco ricco, ricchissimo di spunti ma poverissimo di contenuti e di passaggi memorabili. Gli anni ’90 non sono solo Grunge, e questo lo sapevamo, ma anche altre cose, tra le quali questo Beck, diverso da quello di Odelay. Ma le canzoni suonano superficiali e non lasciano il segno, in questo caso allora come oggi.
Falsetti come quello di Debra hanno generato mostri come Mika (ed è già il secondo mostro che si genera da Beck) e appaiono poco sinceri. La coolness ha definitivamente sopraffatto Beck: MV è il secondo album più incriminabile. Si, ma quanti modi ci sono di essere cool? Io non lo so, ma provo a buttarne giù alcuni. C’è quello di will.i.am, che è sbagliato; c’è quello di Corona, che è amorale; quello dei Beastie Boys, che è quello giusto; e c’è quello di Beck, che è un tentativo di rimanere aggrappato ai propri successi senza rendersi conto che quei successi erano ok nel tempo in cui sono usciti e non potranno esserlo per sempre. Ed è quella coolness un pò peculiare, che potrebbe sembrare di nicchia ma non lo è. Un album come MV, uscito dopo Odelay, aveva già giocato tutte le sue carte prima di essere distribuito.

Guero is the Devil.

The Information esce nel 2006 (Interscope). Per quanto Beck la addolcisca con suoni acquatici (Elevator Music), con i tutu tutu tutu necessari a giocare un altro pò (Think I’m Love) o con variazioni di vario genere, la canzone rimane sempre quella. Le variazioni sul tema beckiano (voci, cori, rumori, ritmi più spezzati) ci ingannano, perchè in fondo riascoltiamo sempre pezzi simili l’uno all’altro. New Round, insieme a Strange Apparition (di cui anche di seguito), è una parentesi che rischia di trasformare l’album in qualcosa di diverso, ma è appunto una parentesi.
A volte arrivano gli archi, entrano, escono, e sono un pò uno dei marchi di fabbrica di Nigel Godrich (che produce) non tanto perchè li usa sempre, quanto perchè dà al disco un tocco delicato che introduce una vena di intellettualismo su una musica che vuole essere ritmo ballabile. Le due cose stanno benissimo insieme, ma non qui. Sia detto per inciso, sto parlando del Godrich con Beck, non di quello con i Radiohead del dopo Kid A, che se possibile è anche più noioso. Comunque, in The Information si sente l’influenza del Godrich in botta Radiohead e non è detto che questo sia un fattore positivo perchè nel complesso l’album appare come un tentativo non riuscito di fare uscire qualcosa di diverso rispetto al solito Beck (The Horrible Fanfare/Landslide/Exoskeleton).
A questo punto però viene fuori un’altra caratteristica di Beck, il gusto per la festa latino-americana e un pò haitiana. E se abbiamo sempre reagito sorridendo ai cartelli di corsi di ballo latino che popolano le vie delle nostre città, abbiamo sempre sbagliato, perchè, frequentandoli, quei corsi avrebbero potuto prepararci al futuro. La canzone che inizia con sapori latini è la stessa che modifica leggermente il percorso dell’album, quindi possiamo dire che è il brano migliore che Beck abbia scritto negli ultimi anni (Strange Apparition). Li troveremo altrove in questo disco, i sapori latini e haitiani, un pò nascosti, come se un pò si provasse vergogna. Perchè? Tante signore apprezzerebbero e sarebbe ora di compiacere un pò anche il pubblico di Scientology, che notoriamente balla il latino e il caraibico, anche se solo col pensiero. Chissà se i latini per loro sono “fuori etica” oppure no.

Guerolito è il remix di Guero e Song Reader è un libro di spartiti (suonato dal vivo l’estate scorsa). Non me la sento di parlarne perchè escono fuori dal limitatissimo sentiero che ho tracciato, un teorema personale e rigido, senza prospettive di sviluppo. Idealmente, andrebbero inseriti in ALBUM NON INCRIMINATI.

Il problema di Beck è che quando ha trovato una propria originalità, e un potenziale commerciale esplosivo, ha caratterizzato tanto i tempi in cui li ha trovati da sparare tutte le cartucce, spremersi come un limone e venire musicalmente fagocitato dalla seconda metà degli anni ’90. Loro torneranno, Beck non tornerà perchè non se n’è mai andato. A ripercorrere la sua discografia sembra che non abbia avuto un percorso musicale deciso, sembra spaesato, incapace di far prevalere con decisione la propria personalità musicale. Nemmeno dai primi dischi risulta chiaro quale sia.
Intorno a lui si era creata una sorta di intelligentja che lo difendeva a spada tratta e che ne parlava come se fosse un grande genio. Era come se il genio venisse prima della musica che faceva: prima di tutto era un genio, poi faceva musica. E le sue canzoni erano le canzoni di un genio, prima che canzoni. Insomma, a guardare il personaggio oggi sembra gli avessimo regalato il mantello del fenomemo, pure un pò proiettato nel futuro, e non volessimo più toglierglielo, senza renderci conto che non lo era. Ed era come se valesse di più questa nomea che non davvero la sua musica. A un certo punto poi l’attenzione verso di lui è andata sgonfiandosi, Guero è stato la tomba del ben pensare, ma ci sono naturalmente quelli che Beck fa sempre il capolavoro.

2013. A Beck inizia a piacere davvero l’elettronica: le ultime cose non sono quelle della seconda metà degli anni ’90 ma non sono radicalmente diverse. I Won’t Be Long è poco di più di una presa in giro lunga 5 minuti e 6 secondi. Ai fini del mio rigido discorso, meglio Gimme. Non meglio Defriended, che sembra un pò Moby ma è esattamente una canzone di Beck. Catapultato fuori dalla bolla del genio e fuori dal suono per cui è stato creato, Beck continua a rendere così così. Che onda, guero.
(Devono uscire due album nuovi, uno acustico, uno no, credo nel 2014).

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